COMUNICATO STAMPA INTITOLAZIONE di UNA STRADA A GIORGIO ALMIRANTE

 

L’ANPI di Catania è indignata per la proposta da parte della commissione toponomastica di voler intitolare una strada a Giorgio Almirante. L’intitolazione di una strada o di una piazza indica alle future generazioni un esempio, un modello di vita e di cittadinanza. La scelta dei nomi da dare ai luoghi pubblici è dunque occasione per una riflessione sulla storia e sulla identità di una nazione, sul suo passato e sul suo futuro.

Per queste ragioni, ci sembra del tutto improponibile intitolare una via della nostra città  a un uomo come Giorgio Almirante che ha partecipato come protagonista alla rivista del nascente razzismo fascista (La difesa della razza, di cui è stato segretario di redazione). Ha quindi contribuito in prima persona a quella persecuzione antiebraica.

Ha svolto un ruolo importante nella Repubblica di Salò, in cui è stato capo di gabinetto del Ministro Mezzasoma. Firmò allora anche il bando di fucilazione dei giovani italiani che rifiutavano di arruolarsi nell’esercito della Rsi per combattere assieme ai nazisti.

 

E fu proprio Giorgio Almirante, il fascista in doppio petto, quello rispettabile, quello con il senso dello Stato, a proteggere uno  degli autori della strage di Peteano, dove furono uccisi il 31 maggio 1972 tre carabinieri con un’autobomba, Ciò è processualmente provato.  Mentre Eno Pascoli il mediatore di Almirante fu  condannato, il capo dell’MSI godendo  dell’immunità parlamentare evitò di essere interrogato. Finché non intervenne un’amnistia praticamente ad personam, della quale beneficiava in quanto ultrasettantenne. Giorgio Almirante, dovette chiedere per sé l’amnistia perché il dibattimento lo avrebbe condannato mentre il suo complice fu condannato per il reato di favoreggiamento aggravato degli autori della strage.

Per tutti questi fatti L’ANPI si oppone con fermezza

alla proposta avanzata dalla commissione toponomastica.

Chiede che la via sia intitolata non ai terroristi ma alle loro vittime: il brigadiere Antonio Ferraro e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Bongiovanni.

 

Per l’associazione ANPI il Presidente Provinciale Santina Sconza

 

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Almirante tra il Manifesto della Razza e le fucilazioni di partigiani:

http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?y=2008&m=05

Almirante nel 1938 fu firmatario del Manifesto della razza, anticamera dell’olocausto degli ebrei, e dal 1938 al 1942 collaborò alla rivista La difesa della razza come segretario di redazione. Su questa rivista si occupò di far penetrare in Italia le tesi razziste provenienti dalla Germania nazista, ma con tutto l’orgoglio di essere  razzisti italiani:

« il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato. Chi teme ancor oggi che si tratti di un’imitazione straniera non si accorge di ragionare per assurdo: perché è veramente assurdo sospettare che il movimento inteso a dare agli italiani una coscienza di razza […] possa servire ad un asservimento ad una potenza straniera »

(Giorgio Almirante, 1938)

« Noi vogliamo essere, e ci vantiamo di essere, cattolici e buoni cattolici. Ma la nostra intransigenza non tollera confusioni di sorta […] Nel nostro operare di italiani, di cittadini, di combattenti – nel nostro credere, obbedire, combattere – noi siamo esclusivamente e gelosamente fascisti. Esclusivamente e gelosamente fascisti noi siamo nella teoria e nella pratica del razzismo »

(Giorgio Almirante, 1942)

 

“Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza – scriveva Giorgio Almirante -. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti – dice Giorgio Almirante -, finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue”.

 

Via Giorgio Almirante, terrorista di Gennaro Carotenuto

giorgio_almirante In molti hanno scritto dell’Almirante antisemita e dell’Almirante massacratore repubblichino e ci vuole un tir di Maalox (o lo stomaco di Veltroni, “nulla fermerà il dialogo con il PDL”) per mandarlo giù.

Ben pochi invece si sono soffermati sul fatto che Giorgio Almirante fu amnistiato solo perché ultrasettantenne dal reato di favoreggiamento aggravato agli autori della strage di Peteano, nella quale tre carabinieri furono fatti saltare in aria.

Giorgio Almirante, il grande statista al quale Gianfranco Fini rende omaggio e Gianni Alemanno vuol dedicare una strada romana, per la legge italiana è dunque un terrorista complice dell’assassinio di tre carabinieri. Ecco tutta la storia.

 

Il 31 maggio 1972, in Peteano di Sagrado, in provincia di Gorizia, mentre in televisione trasmettevano Inter-Ajax, morirono dilaniati in un attentato il brigadiere Antonio Ferraro di 31 anni e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Bongiovanni di 33 e 23 anni. Rimasero gravemente feriti il tenente Francesco Speziale e il brigadiere Giuseppe Zazzaro.

Nonostante i morti fossero tre poveri carabinieri (nella foto), immediatamente una cortina di depistaggi fu elevata per coprire i responsabili. Come per Piazza Fontana si diede per anni la colpa ai rossi; la strategia della tensione serviva per quello e funzionava così. pateano_3Tra i principali depistatori vi fu il generale Dino Mingarelli, condanna confermata in Cassazione nel 1992 per falso materiale ed ideologico e per soppressione di prove, e il generale piduista Giovanbattista Palumbo, che all’epoca era comandante della divisione Pastrengo di Milano e che aveva competenza su tutto il Norditalia, che inventò la pista rossa di sana pianta. Per difendere gli assassini di tre carabinieri, due dei maggiori in grado dell’arma delle vittime, per anni ne fecero di tutti i colori, manomettendo e facendo sparire le prove, come si legge nelle sentenze e come racconta benissimo il giudice Felice Casson in un libro intervista che uscirà in futuro.

La strage avvenne a 15 giorni dall’omicidio Calabresi e tre settimane dopo le elezioni politiche del 7 maggio nelle quali l’MSI era cresciuto fino all’8.67%, massimo storico e ad un passo dal PSI. I colpevoli materiali della strage, condannati all’ergastolo con sentenza definitiva, erano gli iscritti all’MSI friulano Carlo Cicuttini e Vincenzo Vinciguerra insieme ad Ivano Boccaccio, ucciso pochi mesi dopo i fatti in uno strano tentativo di dirottamento aereo all’aeroporto di Ronchi dei Legionari. Con Peteano c’entrano tutti, i vertici dei carabinieri, l’MSI (al quale erano iscritti tutti i terroristi) la P2, Gladio, i servizi italiani e la CIA nel pieno della strategia della tensione. Destabilizzare per stabilizzare.

Per trappolare la 500 di Peteano furono usati materiali di Gladio conservati ad Aurisina e tecniche che venivano insegnate alla Folgore a Pisa. Risoltosi il problema di Boccaccio, restavano Cicuttini e Vinciguerra. Abbiamo già detto che la strategia della tensione serviva a destabilizzare per stabilizzare e proprio l’MSI la stava capitalizzando, come il voto del 7 maggio aveva appena dimostrato. E quindi i camerati andavano salvati. E qui interviene il nostro. Dopo la morte di Boccaccio a Ronchi, Vinciguerra e Cicuttini, segretario dell’MSI a San Giovanni a Natisone, in provincia di Udine, che faceva i comizi con Giorgio Almirante, nonostante non fossero ancora stati inquisiti per Peteano (le piste fasulle staranno in piedi per anni), si erano comunque resi latitanti. Latitanza dorata nella Spagna di Francisco Franco, dove il loro punto di riferimento era Stefano delle Chiaie e dove con questo si dedicavano al traffico d’armi. Cicuttini sposò perfino la figlia di un generale. C’era un solo punto debole del piano: la voce di Cicuttini registrata sia nei comizi dell’MSI sia nella telefonata con la quale Cicuttini attirò i carabinieri nella trappola a Peteano.

E fu proprio Giorgio Almirante, il fascista in doppio petto, quello rispettabile, quello con il senso dello Stato, a proteggere l’autore della strage di Peteano fino a mandargli 34.650 dollari statunitensi in Spagna proprio per operarsi alle corde vocali. Ciò è processualmente provato. Almirante consegnò personalmente i soldi all’avvocato goriziano Eno Pascoli che li fece avere a Cicuttini a Madrid, via Svizzera. Almirante e Pascoli, incriminati per favoreggiamento dell’autore della strage di Peteano furono rinviati a giudizio insieme. Ma mentre Pascoli sarà condannato, la condanna di Almirante seguirà un corso diverso. Il capo dell’MSI godeva infatti dell’immunità parlamentare dietro la quale si trincerò perfino per evitare di essere interrogato. La tirò avanti per anni di battaglie nelle quali non fu mai in dubbio la sua colpevolezza, finché non intervenne un’amnistia praticamente ad personam, della quale beneficiava solo in quanto ultrasettantenne. Giorgio Almirante, l’uomo d’ordine, dovette chiedere per sé l’amnistia perché il dibattimento lo avrebbe condannato e ne beneficiò (mentre il suo complice fu condannato) per il reato di favoreggiamento aggravato degli autori (militanti e dirigenti del suo partito) di un attentato terroristico nel quale vennero uccisi tre carabinieri. Non si parla di violenza politica o di strada, di giovani di destra e sinistra che si fronteggiavano e a volte si ammazzavano; stiamo parlando del peggiore stragismo. Dedichiamogli una strada, lo merita: Via Giorgio Almirante, terrorista.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

 

 

NO! ALL’INTITOLAZIONE DI UNA STRADA A CATANIA A GIORGIO ALMIRANTE

Si apprende che in questi giorni la Commissione Toponomastica del Comune di Catania – sindaco Raffaele Stancanelli – sta valutando una proposta richiedente di intitolare una strada della città a Giorgio Almirante – nato in provincia di Parma nel 1914, deceduto nel 1988 -.
L’art. 5 del “Regolamento per la toponomastica cittadina” vigente – deliberazione C.C. n.8 del 25/02/2009 -, nell’individuare i criteri che devono essere seguiti per la definizione delle nuove titolazioni, così recita: “La Commissione Toponomastica nell’esprimere i pareri, deve tutelare la storia toponomastica della città di Catania, del suo territorio, deve curare che le nuove denominazioni rispettino l’identità culturale e civile, antica e moderna, della città, nonché i toponimi tradizionali, storici o formatisi
spontaneamente nella tradizione orale”.
Non c’è dubbio che “ l’identità civile, antica e moderna” della città” si configura a pieno titolo nei valori e nei principi fondativi della Repubblica italiana, negli uomini e nelle donne che con il bagaglio culturale e le azioni operate ne hanno direttamente contribuito alla realizzazione.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo intervento a Pesaro del 25 aprile 2012, nella ricorrenza del 67° anniversario della Liberazione, così, tra l’altro, si è espresso:
“ In questo spirito ( l’impegno e il patto dell’unità nazionale) abbiamo lo scorso anno collocato la data del 25 aprile, e tutto quel che essa rappresenta, nel quadro delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Perché – si è giustamente detto, e non va dimenticato – la Festa della Liberazione è anche festa della riunificazione dell’Italia brutalmente divisa in due, dopo l’8 settembre del 1943, dall’occupazione tedesca. Anche di ciò – di quel terribile, sanguinoso periodo di divisione del nostro paese, che avrebbe potuto essere fatale per il futuro dell’Italia – bisogna continuare a
rievocare e trasmettere la storia”.
La massima rappresentazione istituzionale del nostro Paese ha chiaramente indicato il percorso e le modalità per “ Rievocare e trasmettere la storia”.
Quindi, aggiungiamo, l’ ”identità civile e culturale”, richiamata dal regolamento comunale, si deve identificare nei valori portanti dell’ Unità d’Italia e della Lotta di Liberazione dai nazifascisti.
Sono i valori supremi dell’integrità nazionale, di libertà, uguaglianza, democrazia, giustizia, diritti umani, solidarietà e antirazzismo, equità sociale, pace, sanciti dalla Costituzione, che sedimentano la memoria comune nel sacrificio dei martiri immollatosi, per una Patria libera ed unita, rinata con il riscatto della ribellione e della lotta contro la dittatura fascista e l’invasione dei nazisti sostenuti dai militi della Rsi;
codificano l’insegnamento e la quotidiana pratica civile dei cittadini, la formazione delle nuove generazioni nell’imprescindibile legame tra ieri, l’oggi e il domani.
Risulta oggettivamente palese che una nominazione di una strada catanese a Giorgio Almirante sia in netta antitesi con questi postulati, fondamenta dell’Italia.
Fu firmatario nel 1938 del “Manifesto della razza”, i nefandi enunciati costituirono le basi ideologiche fondamentali del razzismo fascista (nel preludio del manifesto viene dichiarato che “un gruppo di studiosi fascisti docenti nelle Università italiane sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare ha fissato nei seguenti termini quella che è la posizione del Fascismo nei confronti dei problemi della razza”). Dal 1938 al 1942
collaborò alla rivista La difesa della razza come segretario di redazione e giornalista (già nel primo numero del 5 agosto 1938 fu pubblicato un articolo di Giorgio Almirante “L’editto di Caracalla, un semibarbaro spiana la via ai barbari”); propagandando e sostenendo quindi le nefande teorie della “razza eletta” che in Italia, a partire dai Regi Decreti emanati dal 5 settembre 1938 al 9 ottobre 1942, determinarono la persecuzione dei cittadini di religione ebraica, e in Europa allo scientifico assassinio nei Campi di sterminio di molti milioni di persone, ebrei, oppositori o marchiati del
“titolo di diversi” , appartenenti, a loro dire, alla sub-razza da eliminare. In un
articolo, nel 1942 e intitolato “Contro le pecorelle dello pseudo-razzismo antibiologico, scriveva tra l ’altro: “…noi siamo esclusivamente e gelosamente fascisti.
Esclusivamente e gelosamente fascisti noi siamo nella teoria e nella pratica del razzismo».
Durante la terrificante fase della Rsi ( settembre 1943-aprile 1945 – che emise, tra l’altro, tre apposite norme antiebraiche, già dal 30 novembre 1943 -) si arruolò nella Guardia nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Poi operò con il grado di tenente nella brigata nera dipendente dal Ministero della Cultura Popolare. Fu impegnato in prima fila, in Val d’Ossola e in molte aree del grossetano nella lotta i partigiani, i patrioti della Libertà. In queste zone il 10 aprile 1944 apparve un
manifesto firmato da Almirante (riconosciuto successivamente autentico in sede giudiziaria) in cui si decretava la pena della fucilazione per tutti i partigiani che non avessero deposto le armi e non si fossero arresi. Inoltre, nella Rsi, fu Capo gabinetto del Ministro della Cultura popolare.
Finita la guerra, sconfitto il nazifascismo, restò in clandestinità fino al settembre 1946.
Rientrò nella scena politica nell’autunno del 1946 partecipando alla fondazione dei “Fasci di azione Rivoluzionaria”. Nel giugno dell’anno successivo fu nominato segretario del Msi ( fino al 1950) – costituitosi nel dicembre del 1946 dicembre del 1946, ereditando l’impalcatura ideologica del fascismo -. Fu rinominato segretario del partito nel giugno del 1969, ricoprendo ininterrottamente tale ruolo fino al 1987.
Esternò diretta solidarietà al dittatore Augusto Pinochet dopo il tragico colpo di stato in Cile nel settembre 1973, che provocò la morte di migliaia di cittadini democratici.
Nel gennaio 1986 fu denunziato dalle associazioni partigiane – Anpi. Fiav, Fivi e dall’Aned ( ex deportati nei campi nazisti) per le affermazioni fatte in un comizio a Milano: “il ladrocinio e l’ assassinio furono l’emblema delle bande partigiane”).
Il grande giurista Piero Calamandrei, componente dell’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, nel suo “Discorso ai giovani sulla Costituzione – Milano, 26 gennaio 1955- così si espresse: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.
Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità della nazione, andate là, o giovani, col pensiero, perché là è nata la nostra costituzione”.
Nel chiostro del Palazzo comunale di Catania è collocata una grande lapide – posta nel 1955 – che richiama alla memoria comune i nominativi di trentacinque cittadini catanesi che tra i molti immolarono la vita durante la Lotta di Liberazione contro i nazifascisti… tra questi, che avevano oppresso l’Italia e l’Europa, in prima fila, c’era anche Giorgio Almirante.
Questi “trentacinque” sono a pieno titolo, tra i tantissimi altri sacrificatosi – a centinaia di migliaia -, per costruire una Patria libera e democratica, gli alfieri della nostra democrazia.
Ad imperituro ricordo, civico onore e riferimento di valore per i cittadini e per i giovani… in grandissima parte aspettano di avere una strada intitolata in Loro memoria.
– …..aspettano Beatrice Benincasa, Graziella Giuffrida, Corsaro Eugenia,
giovanissime combattenti per la Libertà, torturate, seviziate ed uccise dai
nazifascisti.
– …..aspettano, Gallo Francesco – medaglia d’oro -, Malerba Pietro –medaglia
d’argento -, Di Stefano Giuseppe – medaglia d’argento- Caponnetto Francesco – medaglia d’argento – Ambrogi Federico –medaglia di bronzo -.
– …..aspettano, Armato Sebastiano, Barbagallo Nunzio, Campisi Salvatore,
Cappuccio Alfredo, Cimino Rosario, Clarinetto Lorenzo, Colloca Giacomo, Corallo
Giuseppe, Curatolo Salvatore, D’Agata Francesco, D’Amico Cosimo, Di Mauro
Paolo, Favorito Mario, Grillo Santo, Lopes Giuseppe, Mancuso Salvatore, Marino Giuseppe, Privitera Vito, Ragusa Antonino, Riolo Vito, Rotolo Paolo, Toscano Domenico, Vinci Corrado, Vinciguerra Giovanni, Zappia Giuseppe.
– …..aspettano i catanesi che furono rinchiusi, martoriati ed uccisi, nei Lager
nazisti, anche con il sostegno diretto dei militi della Rsi.
– …..aspetta ancora il giusto riconoscimento civico da parte del Comune di
Catania il prof. Carmelo Salanitro, nativo di Adrano, insigne docente del Liceo
classico Mario Cutelli, condannato nel 1940 a 18 anni di carcere dal tribunale
speciale fascista per i suoi bigliettini invocanti pace contro la guerra scatenata e fratellanza contro i proclami razzisti; gasato nel Lager di Mauthausen il 24 aprile 1945.
Sono essi che hanno pieno titolo di civile e democratica onoranza. Posseggono interamente i requisiti previsti dal Regolamento comunale per la toponomastica cittadina, NON certo Giorgio Almirante.
Si invitano le forze democratiche, politiche e sociali, della città di Catania, di
intervenire con grande urgenza. Attivando tutte le iniziative necessarie per
scongiurare l’operatività di questo oltraggio.

Gruppo “ Memoria e Libertà”
Catania, 21 ottobre 2012

APPELLO AI SICILIANI dell’ANPI PALERMO

 

 

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA COMANDANTE BARBATO – PALERMO

Non ci sfugge, ne siamo pienamente coscienti, la gravità del momento che attraversiamo segnato dalla pesante crisi economica del capitalismo. In questi venti anni non solo di volgare corrotto inciucio berlusconiano ma anche segnati da una profonda deriva morale e politica, ieratici sacerdoti e prefiche oltre ad annunziare terribili catastrofi, non si sono stancati e non si stancano di additare il popolo lavoratore come moralmente responsabile di una catastrofe minacciata, colpevole di avere lottato ed avere conquistato negli anni a costo di grandi sacrifici una serie di diritti soprattutto volti alla difesa del lavoro e della dignità umana, vedi per tutti l’ art. 18. Diritti che sono stati rapidamente annullati in una logica schiavistica di precarizzazione dell’esistenza di cui ancora subdolamente accusare, in nome di un inesistente conflitto generazionale, i genitori che si mangiano i figli. “Privare di dignità il lavoro e trattarlo alla stregua di ogni altra merce, fa parte di una strategia che viene da lontano, messa a punto dalle dottrine neoliberali”, dice in una intervista Luciano Gallino Professore emerito e sociologo di fama internazionale. “Negli Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Italia e Germania, le classi dominanti hanno avviato così la loro lotta di classe per recuperare il terreno perduto nei trent’anni successivi la Seconda Guerra Mondiale.” Lo hanno fatto ricacciando indietro i redditi da lavoro dipendente insieme ai diritti del lavoro. Lo hanno fatto puntando ad una concentrazione di ricchezza finanziaria in gran parte dovuta alla speculazione. Tutto questo è avvenuto con la complicità dei governi e dei parlamenti che hanno indebolito le classi lavoratrici e accresciuto il potere della classe dominante. Bisogna aprire gli occhi. Bisogna dire basta. L’ANPI Palermo fedele al suo ruolo di salvaguardia dei valori della Costituzione, denunzia preoccupata come questo stato di cose costituisca un grave pericolo per la democrazia e di fatto si accompagni ad un ringalluzzirsi di vari tentativi di deriva fascista sempre al servizio delle classi dominanti. Vedi mausoleo al fascista Graziani assassino criminale di guerra realizzato allegramente con gli sperperi della regione Lazio, o l’acuirsi di fenomeni di derive neonazifasciste tipo Casa Pound e altro. L’ANPI Palermo segnala il giusto profondo sdegno dei cittadini di fronte a questa dissoluzione dello Stato a cui dà vita in questi anni una classe dirigente neoliberista, in un clima di sfrenato e volgare arrembaggio ai beni dello Stato. Tale stato d’animo, con una campagna massmediatica pesante, si tenta di incanalarlo verso un demoralizzato atteggiamento di impotenza suicida, l’astensionismo elettorale, che guardiamo con grande rispetto ma con altrettanta preoccupazione. L’astensione, nell’illusoria speranza di un taumaturgico effetto di un atto infantile che vorrebbe essere di ribellione, lascia inesorabilmente il potere nelle mani dei responsabili di questo stato di cose. Ci rendiamo conto che non è facile, che viviamo un momento estremamente difficile in una regione, la Sicilia, che va a votare mentre ha dovuto registrare diverse condanne e rinvii a giudizio per collusione mafiosa di presidenti e assessori delle ultime legislature della Assemblea Regionale siciliana. Questo ci costringe a puntare su poche questioni fondamentali che possono orientarci in questo preoccupante momento. Prima e fondamentale fra queste è una decisiva sicura scelta antimafia, incominciando a negare fiducia a quei gruppi dirigenti inquinati o a quelli che hanno apertamente, in una irresponsabile e miope logica di potere, colluso di fatto e appoggiato governi poi rinviati a giudizio per mafia. Sono gruppi dirigenti che affondano lontane radici miglioriste nell’esperimento che per tranquillizzare la borghesia imprenditrice dette vita al governo Milazzo anche col ricorso a squallidi primordiali episodi di corruzione pur di rassicurarla al riparo dal vento del Nord. Gruppi dirigenti che dissero no all’esame del sangue alle imprese per verificarne il tasso di mafiosità nascondendosi dietro il falso alibi del miraggio del lavoro per cui Parigi val bene una messa. Secondo è distinguere fra le forze che si propongono alla guida della regione: quelle che hanno perseguito gli obiettivi neoliberisti dei governi nazionali di cancellare la stagione dei diritti e hanno gioito schierandosi con i vari Marchionne, Saccone, etc…, per i successi ottenuti con la cancellazione di fatto del contratto nazionale di lavoro e delle norme per la difesa della dignità umana dei lavoratori con l’abolizione dell’articolo 18; quelle che si sono battute, anche con la campagna referendaria, per la difesa dei beni comuni a partire dall’acqua, la scuola, per la solidarietà civile contro il razzismo e per la accoglienza; quelle che si sono schierate contro la militarizzazione del territorio, NOMUOS, Niscemi, Sigonella; infine quelle che si schierano per un vero profondo rinnovamento della politica per un rapporto egualitario, senza privilegi, fra elettori ed eletti, non come promessa ma come atto fondamentale per affermare una nuova concezione della politica che ci riporti al clima dei momenti fondanti della Repubblica e della nostra Carta Costituzionale che nasce dalle battaglie della Resistenza, di quanti, Partigiani della libertà, diedero la vita per costruire una società fondata sulla democrazia e sulla solidarietà umana. In ultimo assistiamo, fra tutti i terribili segnali di disfacimento dello Stato, forse a segnarne la gravità, al fatto che avremo per la prima volta nella storia d’Italia un processo in cui al banco degli imputati con lo stesso capo d’accusa, siederanno accanto i più grandi boss della mafia e alti esponenti delle istituzioni, ex alti ufficiali dell’Arma e degli apparati investigativi e politici dello Stato. Chiediamo che spezzando una lunga tragica subalternità alla borghesia mafiosa che parte da Crispi fino ai giorni nostri la Regione Siciliana si costituisca parte civile, come ha già annunciato il Comune di Palermo nel nome dei tanti caduti che lottarono per la difesa della dignità umana e della libertà. Comitato provinciale ANPI Palermo

VALLE – RICORDATA LA FONDAZIONE DEL BATTAGLIONE PINO BUDICIN L’Istria rispetterà sempre i valori dell’antifascismo. da “La Voce del Popolo”

VALLE – Nella radura di Stanzia Bembo a pochi chilometri da Valle, l’Associazione dei combattenti antifascisti e quella degli antifascisti di Rovigno ha ricorsato sabato il 63° anniversario della costituzione del battaglione italiano “Pino Budicin”. La manifestazione è iniziata con l’intervento del sindaco di Valle Edi Pastrovicchio, che ha ringraziato i rappresentanti delle numerose organizzazioni presenti, primi tra tutti gli ex combattenti del battaglione “Pino Budicin” e quelli della guerra popolare di liberazione, il presidente della Regione istriana Ivan Jakovčić, i membri del Consiglio e della Giunta della Città di Rovigno e del Comune di Valle, le delegazione dell’Associazione dei combattenti antifascisti della Regione e delle città di Pola, Pisino, Parenzo, Umago, Buie, Albona, Abbazia e Fiume, la delegazione dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia di Trieste e i numerosissimi cittadini intervenuti al raduno. La cerimonia è continuata con la tradizionale deposizione di una ghirlanda di fiori ai piedi del monumento che ricorda la fondazione del battaglione, avvenuta il 4 aprile del 1944.
Con un discorso Mario Jedreicich, che fu commissario del battaglione, ha commemorato così i suoi compagni: “I combattenti del nostro battaglione hanno lottato fraternamente insieme agli antifascisti istriani di altre nazionalità, contro un comune nemico: il nazifascismo. Nella guerra del 1943-1945 caddero in combattimenti 17 mila istriani. Oggi come allora, gli istriani di tutte le nazionalità devono essere compatti ed uniti come lo sono stati gli antifascisti nel passato, per l’ottenimento di un futuro migliore.”

Il discorso del sindaco Giovanni Sponza

Nel suo intervento anche il sindaco di Rovigno Giovanni Sponza ha sottolineato che il battaglione Pino Budicin ha gettato le basi della convivenza, della giustizia e dei valori sociali che sono il simbolo dell’Istria contemporanea. “Bisogna sempre celebrare le vittorie che hanno condotto alla liberazione di un paese da un regime oppressivo – ha detto Sponza nel suo discorso. – Non si deve dimenticare e assolutamente non si deve sminuire il sacrificio di chi ha dato la vita per la libertà” – ha aggiunto.
Il pubblico, formato in gran parte da ex combattenti del battaglione istriano, ha applaudito molto anche il discorso di Roberto Birsa, rappresentante dell’ANPI, che ha ricordato così la nascita del battaglione Pino Budicin: “Il 4 aprile del 1944 a Stanzia Bembo più di 200 operai, contadini, pescatori, uomini e donne di Rovigno e di Valle acclamarono i primi 120 combattenti italiani in armi. Essi furono il seme da cui germogliò il valoroso battaglione Pino Budicin”.

Gli appelli alle autorità

Nel suo intervento Birsa ha ricordato anche la tragica uccisione di Pino Budicin, che condannato dai fascisti a dodici anni di reclusione, l’8 febbraio del 1944 fu catturato assieme ad Augusto Ferri. Ferito e ciò nonostante costretto dai suoi aguzzini a portare il compagno morente fino a Rovigno, Pino Budicin durante il percorso rispose agli insulti e alle percosse dei fascisti cantando orgogliosamente canzoni partigiane e pronunciando la nota frase che fu poi scolpita sulla sua lapide: “Da ogni goccia del mio sangue cento partigiani”. In conclusione del suo discorso Birsa ha rivolto un appello alle istituzioni regionali e statali croate invitandole a riportare allo stato originale il busto di Pino Budicin che si trovava nel Parco della libertà di Pisino e che ignoti hanno recentemente divelto.
È seguito un discorso del rappresentante dell’Associazione dei combattenti della guerra di liberazione croata Marijan Mužinić, che ha definito ingiusto il trattamento impari che lo Stato continua a mantenere nei confronti dei combattenti della II guerra mondiale e di quelli della guerra per l’indipendenza croata perché, come ha rilevato “la guerra del 91 ha avuto lo scopo di liberare e conservare i confini che i combattenti antifascisti definirono nel 1945”. Per questo motivo al parlamento croato è stato richiesto di concedere gli stessi diritti per gli invalidi di guerra di ambedue i conflitti.
In rappresentanza degli ex combattenti del battaglione Pino Budicin, Antonio Bišić, che subentrò a Ferruccio Pastrovicchio nell’incarico di comandante e commissario di guerra della formazione, il quale non ha potuto partecipare alla manifestazione per problemi di salute, ha detto che la creazione del battaglione istriano resterà un avvenimento di eccezionale incidenza nella storia e nella vita delle popolazioni italiane dell’Istria. Ha anche ricordato i nomi di diversi combattenti che ne fecero parte, tra i quali quelli di Matteo Benussi-Cio, Giuseppe Alizzi, Milan Iskra, Quintinio Privileggio , Spartaco Zorzetti, Domenico Medelin, Caenazzo, De Martini, Jedreicich, Sponza e tanti altri tra i circa 200 che caddero nei combattimenti.

L’intervento del presidente della Regione

L’ultimo intervento è stato quello di Ivan Jakovčić: “Se il battaglione Pino Budicin non fosse esistito oggi l’Istria non sarebbe sicuramente quella che è: una regione di convivenza, di fratellanza e di giustizia – ha detto il presidente della Regione Istriana. “Quest’anno ci saranno le elezione parlamentari e sono già iniziate le prime scorrettezze dei politici tese a creare scompiglio e a disunire l’elettorato istriano. Troppi politici sono venuti in Istria a dirci che questa è una regione leader in Croazia, in quasi tutti i settori, per poi sostenere che con altri partiti al potere si sarebbe potuto fare di più. Ma è da quindici anni che io ed i miei collaboratori della Dieta democratica istriana manteniamo le promesse fatte. E una di queste è anche quella di considerare i valori dell’antifascismo. Noi della DDI non vogliamo un’Istria nazionalista, piene di speculatori e di bugie. Vogliamo invece poter amministrare le nostre risorse per il bene di queste terre e dei suoi abitanti, che non tollerano trucchi ed imbrogli. Dopo tanti anni i crimini commessi dai fascisti e dai nazionalisti si potranno anche perdonare: ma dimenticarli è assolutamente impossibile”.
Prima di concludere il suo discorso Jakovčić ha fatto anche riferimento alla sentenza che ha annullato il suo acquisto del paesino di San Giacomo. “Sono stato condannato per aver riscattato due ruderi e una soffitta che appartenevano a mia nonna e che ho pagato quanto concordato. Sono pronto a rispondere davanti alla legge per ciò che ho fatto, ma pretendo che siano giudicati anche coloro che sfruttando la guerra d’indipendenza hanno fatto sparire dalla Croazia oltre cinquanta miliardi di dollari”.
Al termine della manifestazione si sono esibiti in un programma artistico culturale i membri della Banda d’ottoni di Rovigno, quelli del coro partigiano di Basovizza “Pinko Tomažić”, della società artistico culturale “Cere” di Gimino, del gruppo “Batanola” composto dai giovani della Comunità degli Italiani di Rovigno, diretti da Vlado Benussi ed il coro dei mini e midicantanti della CI, diretti da Biba Benussi.

Sandro Petruz