Processo trattativa Stato-Mafia da: antimafia duemila

Trattativa, Cappello: ”Madonia mi disse che Berlusconi si sarebbe interessato al 41bis”

berlusconi sbarre 41 bis Torna sotto i riflettori il movimento politico voluto da Bagarella “Sicilia Libera”
di Lorenzo Baldo
“Piddu Madonia mi disse di votare per Berlusconi che stava cercando di fare qualcosa per far chiudere Pianosa e l’Asinara e far alleggerire il 41bis. Era il periodo delle votazioni, io dissi ad amici e parenti di votare Forza Italia. Madonia mi diceva che la sofferenza non sarebbe durata tanto e che se avesse vinto Forza Italia avrebbero fatto chiudere Pianosa e l’Asinara, avrebbero alleggerito il 41bis e sarebbero intervenuti sulla legge sui collaboratori”. E’ l’ex stiddaro del ragusano, Angelo Cappello, a parlare in videoconferenza al processo sulla Trattativa. Per alcuni mesi del ’94 era stato detenuto nel carcere di Siracusa nella stessa cella assieme al rappresentante provinciale di Cosa Nostra per Caltanissetta, nonchè componente della “commissione regionale” (condannato tra l’altro all’ergastolo per la strage di Capaci) Giuseppe “Piddu” Madonia. Che gli avrebbe rivolto queste confidenze su Berlusconi e Forza Italia. Il pentito Cappello racconta che ad ottobre ’92, dopo il suo arresto, per un primo periodo era stato detenuto a Ragusa e dopo alcuni spostamenti in altre carceri era stato trasferito al supercarcere di Pianosa in pieno 41bis. “A Pianosa la detenzione era molto dura – racconta il pentito –. Eravamo messi tutti assieme, mi vedevo con palermitani, napoletani, calabresi”. Tra i sodali palermitani con i quali aveva avuto rapporti c’erano i boss: Antonino Troia, Gioacchino La Barbera, Salvatore Montalto, Antonio Troia, Giuseppe Maria Di Giacomo e il nipote di Totò Riina, Francesco Grizzaffi. Quest’ultimo, a detta di Cappello, durante l’estate del ’93 aveva raccolto le sue lamentele per essere stato schiaffeggiato da una guardia carceraria. “Grizzaffi mi disse di non preoccuparmi che Pianosa e l’Asinara sarebbero state chiuse e che il 41bis sarebbe stato alleggerito. Tutto questo sarebbe avvenuto grazie a un personaggio, a un ‘dottore’… il nome non me lo fece e io non glielo chiesi”. In aula la difesa di Dell’Utri lamenta che il nome “Berlusconi” sarebbe uscito solamente in questo contesto e non prima. Di fatto nei verbali riassuntivi il riferimento esplicito è quello di sostenere Forza Italia per ottenere quei benefici tanto agognati per i detenuti. Al di là del riscontro da espletare sui verbali integrali restano le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che non fanno altro che avallare le precedenti affermazioni di chi ha affrontato questi temi prima di lui.

L’epopea di “Sicilia Libera”
Con l’audizione del funzionario della Dia, Giuseppe Fonti, si è tornati a parlare del movimento politico “Sicilia Libera”, espressamente voluto dal boss di Cosa Nostra Leoluca Bagarella. Di fatto nell’autunno del ’93 l’ex imprenditore di Brancaccio legato a Cosa Nostra, Tullio Cannella,  su indicazioni di Bagarella, aveva contribuito alla nascita di questo movimento autonomista durato pochissimi mesi e poi scioltosi in coincidenza con la nascita di Forza Italia. “Sicilia Libera”, però, non può essere etichettata unicamente come il risultato della decisione solitaria di un boss di Cosa Nostra. Così come ha ricordato l’ex pm Antonio Ingroia in una recente intervista in quel periodo storico “si costituivano delle leghe meridionali che avevano come punti di riferimento Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, cioè la P2 e la destra eversiva a loro volta collegati a pezzi della criminalità organizzata italiana”.  Nell’indagine denominata “Sistemi Criminali” (condotta dai pm Scarpinato, Gozzo, Lo Forte e lo stesso Ingroia) si ipotizzò che con quelle leghe si sarebbe potuto arrivare ad “un vero proprio progetto di golpe”. Che non si è mai realizzato, ma che probabilmente è “confluito” in quella trattativa “politica” tra Stato e mafia sulla quale oggi si tenta di fare luce.
Prossima udienza giovedì 1° ottobre.

Il “Podemos” ligure che sarebbe possibile (e sta per essere sprecato)da:micromega

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di Paolo Flores d’Arcais

Genova, una vita fa, fu laboratorio di una svolta nazionale: il tentativo di apertura del governo ai fascisti, respinto da un’ondata di indignazione e lotta che ripropose e riaffermò la Resistenza come irrinunciabile identità della Repubblica, incubò il ’68, ottenne come onda lunga l’opposto di quanto auspicato (l’apertura ai fascisti sarebbe avvenuta con Berlusconi, oltre trent’anni dopo, è il suo lascito più importante e più nefando) cioè la fine della conventio ad excludendum rispetto al Pci.

Oggi Genova e l’intera Liguria hanno un’occasione analoga: porre fine al ventennio che non passa, alla continuità Craxi-Berlusconi-Renzi che nella Regione ha trovato la sua incarnazione antesignana in Burlando e nel suo Pci e successive metamorfosi e mutazioni genetiche. La Liguria può riuscirvi, nell’unico modo in cui a un regime si riesce a porre fine, rovesciandolo, cioè sostituendolo con una diversa coalizione vincente. Il che oggi non è fantascientifico, benché sia ovviamente arduo (se si provasse a vincere solo quando c’è la certezza non si parteciperebbe mai), data la mediocrità abissale e l’impresentabilità, presso l’elettorato di sinistra e in generale civile, della candidata burlandiana (appoggiata ormai da pezzi da novanta del berlusconismo ligure).

Si dirà: ma manca il candidato alternativo! Davvero “Podemos” non ha insegnato nulla? C’è l’enorme scontento dei cittadini, la rabbia, l’indignazione, lo schifo, la volontà di un nuovo inizio. Elementi oggettivi più che sufficienti. Dunque, ci vuole il catalizzatore, senza cui questo potenziale effettivamente esistente resterà latente e si disperderà. In Spagna sono stati alcuni intellettuali trentenni, il cui numero si conta sulle dita delle mani, e su cui nessuno avrebbe scommesso un bel niente, tanto più che si sono organizzati a prescindere da e in rigorosa estraneità con le formazioni della “sinistra radicale” già esistenti.

In Liguria basterebbe che alcune personalità della società civile, spesso di antico ma sempre adamantino impegno, anziché limitarsi a nobili ammonimenti, si facessero catalizzatori/promotori di una lista del genere, con un candidato governatore di nuova generazione e noto per le lotte contro il burlandismo (che nella cementificazione ha il suo marchio doc), alla testa di energie altrettanto radicalmente nuove, totalmente estranee alle vicende di apparati e mini apparati, in modo da evitare ogni contaminazione con quella “macina al collo” che sono le sigle tipo Sel, Rifondazione, ecc. e relativi miniapparati anche locali (chi ragiona ancora in termini di “unità” con queste sigle, come se costituissero un potenziale “valore aggiunto”, vive su Marte).

Perché non lo si fa? Qualcuno ancora si illude che si vinca con gli appelli alla “unità”? Questa “unità” di sigle significa solo divisione dagli elettori, talmente alla ricerca di qualcosa di inedito che in parte sembrano addirittura disposti a farsi sedurre da un candidato leghista!

Una lista di energie radicalmente nuove è un azzardo? Ovviamente è un rischio, ma chi pensa di vincere solo quando la strada è liscia e il viaggio è in carrozza non contribuirà mai alla rinascita di un a sinistra vincente. Oggi in Liguria le condizioni per tentare questo “azzardo” sono promettenti: l’ottimismo della volontà avrebbe dalla sua anche la valutazione della ragione.

(24 febbraio 2015)

demos” ligure che sarebbe possibile (e sta per essere sprecato)

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di Paolo Flores d’Arcais

Genova, una vita fa, fu laboratorio di una svolta nazionale: il tentativo di apertura del governo ai fascisti, respinto da un’ondata di indignazione e lotta che ripropose e riaffermò la Resistenza come irrinunciabile identità della Repubblica, incubò il ’68, ottenne come onda lunga l’opposto di quanto auspicato (l’apertura ai fascisti sarebbe avvenuta con Berlusconi, oltre trent’anni dopo, è il suo lascito più importante e più nefando) cioè la fine della conventio ad excludendum rispetto al Pci.

Oggi Genova e l’intera Liguria hanno un’occasione analoga: porre fine al ventennio che non passa, alla continuità Craxi-Berlusconi-Renzi che nella Regione ha trovato la sua incarnazione antesignana in Burlando e nel suo Pci e successive metamorfosi e mutazioni genetiche. La Liguria può riuscirvi, nell’unico modo in cui a un regime si riesce a porre fine, rovesciandolo, cioè sostituendolo con una diversa coalizione vincente. Il che oggi non è fantascientifico, benché sia ovviamente arduo (se si provasse a vincere solo quando c’è la certezza non si parteciperebbe mai), data la mediocrità abissale e l’impresentabilità, presso l’elettorato di sinistra e in generale civile, della candidata burlandiana (appoggiata ormai da pezzi da novanta del berlusconismo ligure).

Si dirà: ma manca il candidato alternativo! Davvero “Podemos” non ha insegnato nulla? C’è l’enorme scontento dei cittadini, la rabbia, l’indignazione, lo schifo, la volontà di un nuovo inizio. Elementi oggettivi più che sufficienti. Dunque, ci vuole il catalizzatore, senza cui questo potenziale effettivamente esistente resterà latente e si disperderà. In Spagna sono stati alcuni intellettuali trentenni, il cui numero si conta sulle dita delle mani, e su cui nessuno avrebbe scommesso un bel niente, tanto più che si sono organizzati a prescindere da e in rigorosa estraneità con le formazioni della “sinistra radicale” già esistenti.

In Liguria basterebbe che alcune personalità della società civile, spesso di antico ma sempre adamantino impegno, anziché limitarsi a nobili ammonimenti, si facessero catalizzatori/promotori di una lista del genere, con un candidato governatore di nuova generazione e noto per le lotte contro il burlandismo (che nella cementificazione ha il suo marchio doc), alla testa di energie altrettanto radicalmente nuove, totalmente estranee alle vicende di apparati e mini apparati, in modo da evitare ogni contaminazione con quella “macina al collo” che sono le sigle tipo Sel, Rifondazione, ecc. e relativi miniapparati anche locali (chi ragiona ancora in termini di “unità” con queste sigle, come se costituissero un potenziale “valore aggiunto”, vive su Marte).

Perché non lo si fa? Qualcuno ancora si illude che si vinca con gli appelli alla “unità”? Questa “unità” di sigle significa solo divisione dagli elettori, talmente alla ricerca di qualcosa di inedito che in parte sembrano addirittura disposti a farsi sedurre da un candidato leghista!

Una lista di energie radicalmente nuove è un azzardo? Ovviamente è un rischio, ma chi pensa di vincere solo quando la strada è liscia e il viaggio è in carrozza non contribuirà mai alla rinascita di un a sinistra vincente. Oggi in Liguria le condizioni per tentare questo “azzardo” sono promettenti: l’ottimismo della volontà avrebbe dalla sua anche la valutazione della ragione.

(24 febbraio 2015)

Legge elettorale, Roma, Quirinale: il M5S deve essere decisivo (dipende solo da lui) da:micromega

Dall’impasse di Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale alla situazione del comune di Roma dopo l’esplosione di Mafiacapitale, fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Ecco come il Movimento 5 Stelle potrebbe essere protagonista in modo straordinariamente efficace. Perché continua a giocare di rimessa?
di Paolo Flores d’Arcais

Cari parlamentari eletti nelle liste M5S, come vostro rappresentato vi sottopongo alcune riflessioni che certamente terrete in considerazione.

La forza che col nostro voto vi abbiamo dato può esercitarsi nella attuale situazione – di crisi morale politica ed economica sempre crescente – in modo straordinariamente efficace. Faccio solo tre esempi: la legge elettorale, la situazione del comune di Roma dopo l’esplosione di Mafiacapitale, l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

La legge elettorale continua ad essere elemento cruciale della trattativa tra Renzi e Berlusconi, e una pietra d’inciampo dell’accordo politico-istituzionale tra i due. Il M5S potrebbe, come si dice nell’unico gergo con cui ormai i media parlano di politica, quello calcistico, entrare a gamba tesa, o con una metafora scacchistica, compiere la “mossa del cavallo”, insomma diventare protagonista, utilizzando i nostri voti, anziché spettatore passivo, ibernandoli o dissipandoli. E partecipare come protagonisti non significa affatto edulcorare la propria radicalità, ma anzi esercitarla davvero anziché conservarla nella teca delle parole.

Cosa che invece il M5S continua a fare, ripetendo come un mantra che sul sistema elettorale la decisione è già stata presa perché “rete locuta causa finita”. Ma con queste superstizioni non si fa politica radicale, perché per essere radicale una politica deve essere innanzitutto azione.

Ora, proprio l’impasse in cui Renzi e Berlusconi si trovano per la legge elettorale vi offre (ci offre!) l’occasione di diventare protagonisti, di lanciare voi (noi!) una proposta che ponga il M5S al centro della scena politica e costringa gli altri a misurarsi con la propria (vostra, nostra) radicalità. Basterebbe mettere sul tappeto il sistema uninominale a due turni, con ballottaggio al secondo fra i due più votati al primo (erroneamente lo si definisce “alla francese” benché in Francia al secondo turno possano passare anche un terzo e un quarto candidato, se hanno ottenuto il 12,50% al primo, con possibilità di pastette fra partiti per il “désistement”).

È il sistema con cui si eleggono i sindaci. Oltretutto è proprio il sistema che ha permesso al M5S di compiere il grande salto (prima della vittoria di Pizzarotti a Parma le prospettive non erano certo un quarto e oltre dei voti), inoltre è il sistema elettorale più amato dagli italiani poiché per i sindaci funziona benissimo, e infine Renzi e Berlusconi dovrebbero arrampicarsi sugli specchi per rifiutarlo, perché in vari momenti i rispettivi partiti lo hanno magnificato (anche se ora per calcoli di bottega immediati non lo vogliono più). Perché dunque non fare di questo tema un vostro (nostro!) agire politico, anziché lasciare campo libero alle varie componenti della Casta?

Roma, devastata da Mafiacapitale, offre un’occasione ancora più imperdibile. Marino è persona onesta, e costantemente in conflitto col Pd (che aveva ormai deciso di farlo fuori). Ha commesso e continua a commettere gaffes, stupidaggini, errori. Ma è pur sempre giulebbe rispetto a quello che passa il convento partitocratico affaristico-criminale (ora tutti i media si sbracciano a dire che erano cose note, ma quando alcune rarissime testate parlavano della destra di Alemanno come criminale, e di mezzo Pd anche, era tutto uno stracciarsi di vesti contro i “giustizialisti”, “manettari” e “girotondini-giacobini”). Perché il M5S continua a giocare di rimessa anziché ad agire da protagonista?

Infatti significa giocare di rimessa lasciare che le proposte (perfino alquanto ragionevoli) vengano da Rutelli e siano riprese da Marino, mentre sarebbe agire da protagonisti prendere l’iniziativa e proporre in modo ultimativo e credibile a Marino la costituzione di una “giunta degli onesti”, cambiando tutti gli assessori, discutendoli insieme a partire dalle competenze presenti nella società civile, che lo stesso M5S dovrebbe individuare e proporre. Che senso ha ridursi invece ad un altro mantra, quello dello scioglimento o commissariamento, che in concreto significa affidare il governo della città ad una persona scelta dal ministro dell’Interno, il cui nome è Angelino Alfano? Cosa è più radicale? Oggi uno dei “cinque” del direttorio ha giustamente chiesto per il M5S la presidenza dell’assemblea comunale e della commissione alla trasparenza. Ma perché chiamarsi fuori da una “giunta degli onesti”? Non nel senso di farne parte con propri esponenti (neanche esponenti del Pd dovrebbero farne parte) ma di indicarne e discuterne i nomi tratti dalle competenze della società civile.

Quanto alla Presidenza della Repubblica: perseverare diabolicum, come è noto. E si rischia di perseverare se si continua a dire che nella scorsa occasione si è fatto il massimo e il meglio in coerenza con i valori del movimento. Non è vero. Si poteva, e si può, fare di più, senza perdere di radicalità, anzi. Si tratta, come al solito, di occupare il luogo strategico dello scontro, anziché giocare di rimessa o collateralmente, accomodandosi nella mera testimonianza.

Se se vuole fare decidere alla rete la rosa dei primi dieci nomi, si faccia, ma assai più seriamente. Con una discussione sul sito che cominci subito, che comporti proposte argomentate, e discussioni su ciascuno di essi altrettanto argomentate, che sia aperta agli elettori e non solo ai militanti (oltretutto quelli “certificati” e entro una certa data), che veda esprimersi apertamente i vari deputati. Allora, a conclusione di questa elaborazione collettiva di settimane, il voto avrebbe un significato non occasionale, non semplicemente emotivo, non prono alla mera notorietà mediatica (e anzi di quel medium che è un sito generalmente troppo autoreferenziale: quel sito infatti sarebbe stato aperto quanto più possibile a simpatizzanti ed elettori).

A questo punto i dieci nomi dovrebbero essere affidati ai parlamentari, per dare al M5S i margini di manovra necessari in qualsiasi azione che si svolga in Parlamento, e massime in una elezione del Presidente della Repubblica, dove votazione per votazione cambia lo scenario e la possibilità di incidere efficacemente. I parlamentari ovviamente si sentirebbero moralmente obbligati a rispettare le indicazioni della rete, ma tra un indicato al primo posto che dopo varie votazioni non ha alcuna possibilità, e uno al terzo o quarto, che può diventare un outsider con effettive probabilità per i veti reciproci con cui gli altri partiti hanno bruciato i rispettivi candidati, consentire ai gruppi parlamentari di poter decidere non sarebbe certo opportunismo “contro la rete” ma possibilità di rendere efficaci le decisioni della rete, anziché velleitarie e di mera testimonianza.

Processo Ruby, i retroscena dello scontro tra i giudici d’appello da: l’espresso

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La sentenza ha spaccato i magistati della corte. Dopo le dimissioni del presidente Tranfa, che era contrario all’assoluzione, ecco la ricostruzione di cosa è avvenuto in camera di Consiglio. E il senso di una foto emblematica: “La legge è uguale per tutti”

di Paolo Biondani

17 ottobre 2014

Processo Ruby, i retroscena dello scontro tra i giudici d'appello

Berlusconi assolto per un voto. Enrico Tranfa, il presidente del collegio della corte d’appello che il 18 luglio scorso ha assolto l’ex presidente del consiglio nel processo Ruby, si è dimesso dalla magistratura nel primo pomeriggio di ieri, compilando via Internet un burocratico modulo dell’Inps di pensionamento anticipato. Solo a quel punto ha comunicato la sua decisione ai vertici degli uffici giudiziari milanesi, senza fornire alcuna spiegazione. «E’ vero, mi sono dimesso ieri pomeriggio, ma non intendo fare alcuna dichiarazione», conferma oggi al telefono l’ormai ex magistrato.

Il giudice Tranfa non vuole e non può fornire alcuna spiegazione, perché è obbligato dalla legge a mantenere il segreto più assoluto su quello che è successo, tre mesi fa, nella camera di consiglio della seconda sezione della corte d’appello, che ha cancellato la condanna a sette anni che era stata inflitta a Berlusconi in primo grado. In quelle tre ore di confronto a porte chiuse, i tre giudici d’appello si sono spaccati.

vedi anche:

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La sentenza Ruby, e quel mondo di Silvio Berlusconi che non c’è più

Le motivazioni del giudizio di appello, che assolve l’ex premier, ripercorrono le serate del bunga bunga, tra “lap dance” e “palpeggiamenti”. Un universo cristallizzato ormai solo nelle aule di tribunale, a prova di quanto la giustizia, per quanto in questo caso abbastanza celere, possa essere lenta a raffronto con la vita

Il presidente Tranfa è stato messo in minoranza dagli altri due componenti del collegio, la relatrice Concetta detta Ketty Lo Curto e il giudice a latere Alberto Puccinelli. Lo scontro è stato molto acceso e ha riguardato soprattutto l’accusa più grave di concussione. A uno dei magistrati più amici, quelli che lo hanno sempre stimato e che gli chiedevano inutilmente spiegazioni, il giudice Tranfa si è limitato a mostrare una fotografia che ritraeva il suo collegio mentre egli stesso leggeva il verdetto di assoluzione. Dietro ai tre giudici, campeggiava la scritta: «La legge è uguale per tutti».

Fino a ieri si poteva pensare che la condanna inflitta dal tribunale a Berlusconi fosse stata azzerata all’unanimità nella partita giudiziaria di ritorno. Invece, dopo il sonoro verdetto di colpevolezza deciso da tutti e tre i giudici di primo grado, il processo d’appello si è chiuso con un risultato di due a uno. A conti fatti, dei 6 giudici di merito che hanno esaminato il caso Ruby, 4 lo hanno considerato colpevole e solo 2 lo hanno proclamato innocente. Ma la giustizia non segue le regole dei tornei di quel calcio che ha reso tanto popolare Berlusconi: nei processi conta solo l’ultimo verdetto. E così il 3 a 0 dell’andata oggi non vale più niente: l’unico risultato utile è l’assoluzione imposta in appello da due giudici contro uno.

I magistrati Lo Curto e Puccinelli si sono mostrati compatti fin dal primo momento nell’escludere non il fatto storico, ma la rilevanza penale delle telefonate con cui Silvio Berlusconi, la notte del 27 maggio 2010, mentre era il presidente del consiglio in carica, chiese al capo di gabinetto della questura milanese, Piero Ostuni, di rilasciare la minorenne marocchina Karima El Mahroug, detta Ruby, presentandola falsamente come la nipote dell’allora presidente egiziano Mubarak. Il giudice Tranfa ha sollevato numerose obiezioni alla tesi innocentista, esposta in particolare dalla relatrice Lo Curto, ed è uscito dalla camera di consiglio con la ferma convinzione che i colleghi avessero commesso un errore imperdonabile. In linea teorica Tranfa avrebbe potuto esplicitare il suo dissenso con una dichiarazione da conservare in cassaforte in busta chiusa, ma nella prassi dei tribunali questa formale presa di distanze viene utilizzata solo nei casi eccezionali in cui una decisione controversa possa esporre ogni singolo magistrato al rischio di dover risarcire i danni provocati da un clamoroso errore giudiziario, ad esempio per un’ingiusta detenzione o un sequestro patrimoniale ingiustificato: un’ipotesi da escludere per questa sentenza di assoluzione.

Come presidente del collegio, Tranfa era comunque tenuto a sottoscrivere personalmente la motivazione, a pena di nullità: avrebbe potuto rifiutarsi di siglarla solo se il testo, redatto dalla giudice Lo Curto, fosse risultato diverso rispetto all’effettivo contenuto della decisione, riassunto nelle apposite “minute” della camera di consiglio. Quindi ieri mattina il presidente Tranfa, dopo aver esaminato la motivazione, ha dovuto pure sottoscrivere un’assoluzione che non ha mai condiviso. Ma quella firma è stata l’ultimo atto della sua lunga carriera di magistrato, iniziata nel 1975. Proprio l’autorevolezza e il rigore che Tranfa ha sempre dimostrato nella sua sua attività di giudice a Milano, dove è stato anche presidente del tribunale del riesame, aveva finora zittito le critiche di altri magistrati contro il verdetto innocentista, che in caso di ricorso della procura generale dovrà affrontare il vaglio finale dei cinque giudici di turno della Cassazione.

La divisione fra i tre giudici del caso Ruby non è legata ai loro ipotetici orientamenti politici. La relatrice Lo Curto è una militante dichiarata di Magistratura democratica, la corrente delle toghe collocabile a sinistra, che a Milano ha tra i suoi massimi esponenti il procuratore capo, Edmondo Bruti Liberati, che con l’imprevista assoluzione di Berlusconi ha subito una pesantissima sconfitta. Il giudice Tranfa invece è sempre stato considerato vicino alla corrente centrista di Unicost. Mentre il terzo giudice,  l’unico che a torto o a ragione era ritenuto vicino alle correnti togate di centro-destra, aveva dimostrato di non essere influenzabile da ipotetiche interferenze politiche già nell’aprile scorso, quando aveva scritto personalmente l’articolata motivazione della sentenza che ha dichiarato l’inevitabile prescrizione in appello per la vicenda del trafugamento delle intercettazioni dell’inchiesta Unipol, pubblicate dal “Giornale” quando erano ancora segrete, negando così l’assoluzione chiesta da Silvio e Paolo Berlusconi. E confermando invece la loro condanna a risarcire i danni all’attuale sindaco di Torino Piero Fassino, riconosciuto vittima di «una manovra smisuratamente scandalistica» diretta a «colpirlo individualmente sul piano politico» durante la campagna elettorale del 2006.

Lo scontro sul caso Ruby, invece, si è giocato interamente su questioni di diritto. Della legge Severino, che ha riformulato il reato di concussione durante il processo,i giudici abbiano parlato pochissimo. Al centro della discussione invece sembra esserci stato soprattutto il concetto di «minaccia in grado di incutere timore nella vittima», che i due giudici innocentisti hanno ritenuto indispensabile, ma non provato nel caso concreto: in pratica, secondo la sentenza, Berlusconi si è limitato a raccomandare Ruby al funzionario Ostuni, che gli ha obbedito ben volentieri, senza sentirsi in alcun modo costretto, obbligato e neppure indotto indebitamente. Il presidente Tranfa avrebbe inutilmente replicato che la Cassazione ha sempre considerato sufficiente (anche dopo la legge Severino) una minaccia «implicita», cioè non esplicitata apertamente, ma ricavabile indirettamente dalla posizione di potere di Berlusconi, che era il capo del governo in carica, rispetto a un funzionario della questura che è gerarchicamente sottoposto al ministero dell’Interno.

Più in generale, secondo la posizione attribuibile a Tranfa, la sentenza di assoluzione avrebbe scomposto e frammentato i singoli tasselli del mosaico accusatorio svalutando la concatenazione di indizi contrari: ad esempio, il rifiuto opposto dalla pm della procura dei minori ad affidare Ruby alla consigliere regionale Nicole Minetti (che poi l’ha mandata a dormire a casa di un’amica prostituta brasiliana) è stato liquidato dai giudici innocentisti come «un parere non vincolante». E nessun peso è stato attribuito al silenzio mantenuto da tutto lo stato maggiore della questura sulle telefonate di Berlusconi e sul rilascio di Ruby, anche se già da quella notte si era scoperto che non si trattava affatto della nipote di Mubarak: la magistratura è stata informata con diverse settimane di ritardo, solo grazie a una segnalazione partita da due semplici agenti di polizia. Che il giudice Tranfa, nel segreto della camera di consiglio, avrebbe ricoperto di elogi, perché hanno avuto il coraggio di applicare nei fatti quello stesso principio costituzionale che ora la sentenza favorevole a Berlusconi avrebbe invece tradito: la legge è uguale per tutti.

Biografia non autorizzata di Luciano Violante da: micromega


Dalla prima condanna, inflitta a un ragazzo che aveva detto piciu (fesso) a un vigile, alle sfortunate indagini sul ‘golpe bianco’ di Edgardo Sogno, il discepolato al seguito di Ugo Pecchioli, la guerra a Giovanni Falcone, la Bicamerale e il caso Previti. Carriera e mutazioni dell’ex presidente della Camera attualmente in corsa per la Corte Costituzionale.

di Marco Palombi e Marco Travaglio, da MicroMega 7/2013

Ora che le assemblee del Pd gli riservano i gavettoni, le contestazioni, gli insulti per il «lodo» con cui vorrebbe salvare Silvio Berlusconi. Ora che i giornali vicini al Cavaliere tratteggiano, con lo stupito rossore che si deve alle belle notizie inaspettate, l’evoluzione umana e filosofica che l’ha fatto approdare sulle pensose plaghe del garantismo all’italiana. Ora che lui stesso è finalmente liberato dallo spigoloso ruolo inquisitorio che la vita e la carriera gli avevano cucito addosso, proprio sotto le belle giacche dei favoriti, e costosi, stilisti giapponesi («ma compro solo alle svendite»). Ora, si diceva, bisogna sciogliere un equivoco: non ci sono due Luciano Violante, non esiste oggi il morbido legalitario – termine che il nostro preferisce a garantista – come non esisteva prima il manettaro senza cuore. Luciano Violante è sempre uno, politico in ogni tempo e luogo, pure quand’era magistrato, un animale a sangue freddo che ha avuto sempre ben chiare davanti a sé le superiori ragioni del suo partito e della sua carriera.

Non che l’ex presidente della Camera non abbia piegato il suo animo, in questi anni, al fluire del tempo e delle cose: Violante – lasciatisi dietro i furori novecenteschi del dover essere – pare adesso abbandonarsi con piacere alla pericolosa levità del desiderio. Volendo esemplificare, è come se il processo storico di disgregazione della sinistra italiana abbia finalmente concesso all’uomo che doveva essere l’Ugo Pecchioli del Duemila di trasformarsi, non senza resipiscenze e conflitti, nell’uomo che vorrebbe essere, un Giuliano Amato all’ingrosso: s’intende, con questo, il passaggio, anche antropologico, dalle durezze politiche e personali, dai silenzi e dai segreti che furono il pane del «ministro dell’Interno del Pci», al minuetto dell’eterno potere romano, al ruolo senza tempo di genio compreso. E riverito. E pluripoltronato.

Certo, ad essere precisi, Amato ha tre pensioni e Violante solo due (e pure meno ricche: 16.600 euro contro trentamila e dispari), ma comunque pure lui s’è incistato senza problemi in quel mondo – rispettabilità, responsabilità, buone cose di ottimissimo gusto – che è il brodo primordiale, per così dire, dell’amatismo. Al nostro non manca nemmeno l’apposita associazione, «Italia decide», pensatoio ovviamente bipartisan, che lo vede alla presidenza insieme a Carlo Azeglio Ciampi, lo stesso Amato, Gianni Letta e potenti sparsi. Per il duro lavoro di concetto nella capitale, peraltro, l’ex magistrato ha pure a disposizione una casa comprata con supersconto durante la dismissione del patrimonio dell’Ina. Trattasi di una settantina di metri quadrati – più due terrazze – tra i Fori imperiali e piazza Venezia: secondo l’Espresso, fu pagata nel 2003 appena 327 mila euro, mentre il suo prezzo di mercato per il Cerved oscillava tra 663mila e 1,2 milioni di euro. Sarà stata la vista mozzafiato, forse, ad attirarlo nei delicati labirinti lessicali della poesia o magari l’ultradecennale contemplazione degli amati panorami montani che pazientemente esplora partendo dalla sua casa di Cogne: «Devo parlarvi/ della lotta che insieme/ con Dio/ è necessario/ combattere/ contro il male», mise a verbale nel suo Viaggio verso la fine del tempo. «Se questo/ che vedete/ qui/ in queste/ righe/ è/ fare poesia/ allora/ io/ sono/ Rimbaud», lo prese in giro il critico Sergio Claudio Perroni. In definitiva, il «nuovo» Violante – in periglioso viaggio verso la nomina parlamentare alla Consulta nel giugno 2014 – può sorprendere solo chi non ne conosce la storia. Per questo abbiamo deciso di metterne in fila le gesta: a futura memoria, certo, ma soprattutto per impedire sprechi di stupore, reazione rara quanto preziosa negli adulti.

The early days

«Sono nato a Dire Daua. In Etiopia. In un campo di concentramento inglese. Mio padre l’ho conosciuto quando avevo 5 anni, me lo presentarono il giorno di Pasqua del 1946. Alla stazione. Ho vissuto a Rutigliano, in provincia di Bari, infanzia e giovinezza: l’Ugi, l’Unione goliardica italiana, la carriera universitaria tra i libri di diritto penale scritti in tedesco con carattere gotico». Così s’è raccontato lui al «magazine» del Corriere della Sera. Il padre era un giornalista comunista e fu spedito in Africa dal fascismo, la madre ebrea milanese riportò il piccolo Luciano dalla famiglia del marito in attesa della sua scarcerazione e del suo ritorno. Poi gli studi all’Università di Bari, dove «fui assistente di Aldo Moro», e l’entrata in magistratura, e in Magistratura democratica, corrente di sinistra dell’Anm. Infine il trasferimento a Torino («con mia moglie, nel 1968 eravamo la prima coppia di magistrati sposati») e la prima condanna inflitta: «Un ragazzo che aveva detto piciu (fesso) a un vigile».

È nata una stella

Il nostro, comunque, non si guadagna la celebrità nazionale per gli insulti ai vigili, ma con un’inchiesta per così dire sfortunata: quella sul cosiddetto «golpe bianco» di Edgardo Sogno. Nel 1974 Violante, giudice istruttore impegnato a Torino in fumose inchieste sulle trame nere nelle valli piemontesi, fa arrestare l’ambasciatore, già partigiano monarchico e fervente anticomunista: l’accusa è di preparare un colpo di Stato assieme a Randolfo Pacciardi e altri nomi dello sbrindellato conservatorismo antifascista italiano. Risultato: proscioglimento in istruttoria. Nel 2000, comunque, lo stesso Sogno ha dato una mano a Violante – che peraltro cordialmente detestava – dichiarando che il complotto l’aveva pensato eccome, ma sarebbe scattato solo se i comunisti avessero preso il potere. Un sogno, appunto. Come che sia, il futuro presidente della Camera diventa una toga famosa e, in quegli anni, comincia a frequentare i convegni del Pci torinese: la cosa lo mette nel mirino del terrorismo rosso, ma si salva nonostante – racconteranno i pentiti – due tentativi di attentato a opera delle Br e di Prima Linea. Nel 1979 prende la tessera del Partito comunista e subito viene eletto deputato: a Montecitorio resterà quasi trent’anni.

La vasta ombra di Ugo Pecchioli

Il neodeputato, toga d’assalto con ottimi agganci in Magistratura democratica, viene preso sotto l’ala di uno dei padri del Pci torinese, Ugo Pecchioli, «il ministro ombra» dell’Interno di Berlinguer: silenzioso, sempre diffidente, funzionario di partito in purezza. All’ombra di Pecchioli, Violante lavora alla sezione Problemi dello Stato del Pci, che poi vuol dire terrorismo prima e mafia poi: lo fa, com’è suo costume, con dedizione e completa adesione alle posizioni del partito, stringendo di volta in volta utili legami per la causa. Come quello con Gianni De Gennaro, che ancora dura ed è costellato di parecchi, reciproci favori. In questa veste, sul finire degli anni Ottanta, partecipa alla guerriglia che i partiti di sinistra sferrano al pool antimafia di Palermo, Giovanni Falcone in testa. Andò così. Nel dicembre 1987 era finito, con la sostanziale conferma delle tesi accusatorie, il primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Nel marzo 1988 Antonino Caponnetto lascia l’incarico di giudice istruttore convinto che sarà proprio il suo allievo Falcone a succedergli. Niente da fare. Il Csm gli preferisce Antonino Meli, con maggiore anzianità ma esterno al pool. Determinante il niet delle correnti di sinistra. Spiegò Elena Paciotti di Magistratura democratica (poi presidente dell’Anm ed eurodeputata per i Ds): «Si addebita al dottor Meli di non aver mai svolto attività di giudice istruttore, ma neanche il dottor Caponnetto credo che avesse mai svolto simili attività…».

La guerra a Falcone

La mancata nomina a giudice istruttore è il primo colpo, poi segue la guerra che vedrà (anche) il Pci-Pds dichiaratamente in campo. Il partito di Achille Occhetto vede, in quel momento, la possibilità di mettere in crisi la Democrazia cristiana – e Andreotti in particolare – proprio per i suoi rapporti con la mafia: non si accontenta di pesci relativamente piccoli come Vito Ciancimino o i cugini Salvo, vuole la Balena. Il balletto comincia sui cosiddetti «omicidi eccellenti», in particolare quello di Piersanti Mattarella: un pentito, tal Giuseppe Pellegriti, comincia a sostenere col pm di Bologna Libero Mancuso che dietro l’assassinio ci sono Giulio Andreotti e Salvo Lima. Luciano Violante scrive sull’Unità (agosto 1989): «Siamo vicini a una verità pericolosa che può squarciare il sipario che sinora ha nascosto gli assassini di Palermo». A quel punto Falcone va a interrogare Pellegriti, scopre che il tizio mente o parla per sentito dire, e lo incrimina seduta stante per calunnia. Violante, che all’epoca parla poco, alla Pecchioli, sostiene che Falcone è stato «precipitoso». Leoluca Orlando, meno prudente, accusa in sostanza il magistrato di aver nascosto le prove contro Andreotti e altri politici mafiosi. La delusione per il colpo mancato sul divo Giulio diventa rabbia nel febbraio 1991, quando Falcone chiude le indagini sui delitti eccellenti: Mattarella, Michele Reina e Pio La Torre. Ci sono accuse alle collusioni democristiane certo, ma pesanti sono pure i rilievi per il Pci. Il Corriere della Sera titola: «L’antimafia accusa i comunisti». Coro di proteste sdegnate del neonato Pds. È sostanzialmente l’ultimo atto di Giovanni Falcone in procura: nel 1991 il magistrato decide di accettare la proposta del guardasigilli Claudio Martelli e va a dirigere gli Affari penali al ministero (governo Andreotti), mentre il Csm lo processa sulla base di un esposto di Orlando e altri esponenti di La Rete, e il Pds lo definisce «andreottian-martelliano». Qui arriva l’apoteosi. Tra le altre cose, da via Arenula il magistrato palermitano propone la creazione della procura nazionale antimafia, poi chiamata Direzione (Dna). Ma il primo progetto ne fa una figura troppo dipendente dal governo e viene bocciato da decine di colleghi, Borsellino in testa. La legge viene cambiata. A questo punto il fronte del no si muove compatto per impedire a Falcone di diventarne il direttore. Mette a verbale l’Unità: «Non può, troppo legato al ministro Martelli: non è più indipendente». Pds, La Rete, Rifondazione comunista sono schierate come un sol uomo contro il «governativo» Falcone e pure contro Borsellino, anche se lui non è andato a lavorare al ministero. Luciano Violante sostiene che lui caldeggiò la nomina di Falcone, ma poi fece come diceva il partito, che aveva le sue ragioni: «Era direttore al ministero», spiegò nel 1995, «e quindi il passaggio alla superprocura sembrava un’anomalia, mentre quello da un’ufficio giudiziario all’altro, come per il concorrente [Agostino Cordova], era più semplice». La guerra finisce per morte del reo, poi santificato.

Presidente dell’Antimafia e padre del ‘terzo livello’

Nel 1992 Luciano Violante ha finalmente la poltrona di prima fila che sognava: presidente della commissione d’Inchiesta sulla mafia. È da quella poltrona che Tommaso Buscetta rivela per la prima volta, dopo essersi rifiutato di farlo negli anni Ottanta con Falcone perché «non ci sono le condizioni politiche», notizie sui rapporti tra mafia e politica, il cosiddetto «terzo livello» (soprattutto Andreotti). Dal caso Moro all’omicidio Calvi, da dalla Chiesa a Mattarella, don Masino racconta dettagli assai imbarazzanti per il potere italiano. Ne scaturisce, tra l’altro, una relazione finale della commissione assai dura con il divo Giulio: «Risultano certi i collegamenti di Salvo Lima con uomini di Cosa Nostra. Egli era il massimo esponente in Sicilia della corrente democristiana che fa capo ad Andreotti. Sull’eventuale responsabilità politica del senatore, dovrà pronunciarsi il parlamento». Andreotti commenterà quel testo – negativamente – solo molti anni dopo, ma per la Dc ormai Luciano Violante è «il piccolo, gnomico Višinskij» (l’accusatore nelle purghe staliniane), come l’ha ribattezzato Francesco Cossiga nel 1991. «Il mio giudizio su Andreotti ha sempre riguardato la responsabilità politica, non quella penale», dirà il nostro alla morte del Divo: «E sulle sue responsabilità politiche nei rapporti fra mafia siciliana e Dc, confermo quello che ho sempre sostenuto». Qualche tempo prima, dopo la sentenza di Palermo (prescrizione per il «reato commesso» di associazione per delinquere con la mafia fino alla primavera del 1980, assoluzione con formula dubitativa per il periodo successivo) aveva detto addirittura di avere sconsigliato a Caselli di procedere penalmente contro di lui. Parole in curiosa consonanza con quelle lasciate trapelare sulla Repubblica da De Gennaro che, da vicecapo della Polizia, andò personalmente a dire all’imputato senatore a vita: le prove non ci sono, lei verrà assolto (previsione sbagliata). Il che spiega il raffreddamento dei rapporti fra il duo Violante-De Gennaro e Gian Carlo Caselli.

1992-2009: la strana memoria di Violante

Presbite di memoria, Violante impiega 17 anni per ricordare un fatterello del 1992. Nell’estate del 2009, in curiosa coincidenza con le rivelazioni del Corriere della Sera sugli interrogatori di Massimo Ciancimino, gli torna improvvisamente in mente che, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, il colonnello Mario Mori, allora vicecapo del Ros, gli propose più volte di incontrare privatamente l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, intermediario della trattativa fra i carabinieri e il duo Riina-Provenzano. Secondo il figlio Massimo, don Vito cercava una «copertura politica totale» alla trattativa: da Mancino per il governo e da Violante per la sinistra. Violante, dopo 17 anni, si precipita dai magistrati di Palermo a spiegare di aver rifiutato il faccia a faccia, di aver proposto un’audizione in commissione Antimafia (peraltro mai fissata, nonostante le pubbliche insistenze di don Vito) e di aver chiesto a Mori se avesse informato la procura. Il carabiniere gli rispose che no, non l’aveva fatto perché «è cosa politica». E lui pace, niente, ci mette una pietra sopra e si dimentica di avvisarla lui, la procura. Eppure nel gennaio 1993 andò a dirigerla il suo (allora) «amico» Caselli, che interrogò pure Vito Ciancimino proprio sui suoi rapporti coi carabinieri. Niente. Poi, nel 2009, una pacca sulla fronte e via a Palermo a raccontare tutto. È appena il caso di ricordare che la legge sui pentiti che impedisce le rivelazioni «a rate» (sei mesi per parlare e poi basta) fu approvata nel 2001, proprio mentre Luciano Violante e Nicola Mancino presiedevano le Camere. I politici possono ricordare a rate, i mafiosi no.

La guerra al mafioso Berlusconi

La «discesa in campo» del Cavaliere vede un Violante scatenato contro «il mafioso di Arcore» (copyright: Umberto Bossi). Il debutto, va detto, non è dei migliori. Nel pieno della campagna elettorale per le politiche del 1994, sulla Stampa esce un pezzo di Augusto Minzolini intitolato «Quel che so di Dell’Utri»: sono frasi carpite all’allora presidente dell’Antimafia in cui si anticipa un avviso di garanzia dalla Sicilia per il sodale di Silvio Berlusconi. Il giorno dopo si scatena il putiferio, Violante smentisce, querela, ma ormai è bruciato: deve dimettersi dall’Antimafia («me lo chiese Occhetto»), mentre i popolari lo scherniscono («lavora nello staff elettorale di Berlusconi»). Il colpo d’immagine è tale che Violante rischia la trombatura nel suo collegio rosso di Torino: ma provvidenzialmente un paio di amici del cuore si affrettano a informare i giornali che una voce dal carcere ha preannunciato un’autobomba mafiosa contro di lui. La notizia, vera ma vecchiotta, esce sulle prime pagine il 26 marzo. L’indomani Violante è rieletto.

Lui comunque quella storia se la lega al dito e definisce Forza Italia, vincitrice delle elezioni, «un manipolo di piduisti e del peggio del vecchio regime». Quanto a Berlusconi, «con la chiamata alle armi contro il comunismo ripete la parola d’ordine del fascismo e del nazismo quando morivano nei lager i comunisti, i socialisti e gli ebrei. E con questa parola d’ordine la mafia uccideva i sindacalisti. È una chiamata alla mafia quella che Berlusconi ha fatto a Roma». Parole che oggi paiono pronunciate da un altro. Ma che Violante ripeterà con qualche variazione sul tema ancora nel 2006: «D’altro canto Vittorio Mangano era lo stalliere mafioso del premier», scandì da un palco a Genova, «c’è un giro di mafia vicino a Berlusconi». Peccato che lui stesso non sia sempre stato così intransigente con le sue frequentazioni: nella campagna elettorale del 1996, quand’era candidato in Sicilia, si fece accompagnare e organizzare i comizi nelle Madonie dai fratelli Potestio, imprenditori vicini al Pci-Pds finiti sotto inchiesta per concorso esterno (Piero Grasso definì uno di loro, Stefano, «mafio-imprenditore»).

Come che sia, in quel 1994 l’ex magistrato passava per il capo del «partito dei giudici». Lo pensava pure Totò Riina: «C’è uno strumento politico, ed è il Partito comunista: ci sono i Caselli, i Violante, poi questo Arlacchi che scrive i libri…», ringhiò dalla gabbia di uno dei suoi processi.

Mani Pulite: come si cambia

Anche se nel 1993 aveva messo le mani avanti («nessuna società tollera a lungo un governo dei giudici»), Violante per anni rimase comunque un difensore dell’inchiesta di Milano sulla corruzione. Ancora durante il governo Dini difese la procura dalla voglia del governo di inviare gli ispettori e corteggiava Antonio Di Pietro per farlo candidare col Pds. Il centro-destra lo accusò – sulla scorta di alcune calunnie raccolte dalla procura di Brescia – di aver contrattato al telefono coi magistrati di Milano la consegna del famoso «invito a comparire» per Berlusconi del 1994. Nel 1995, di fronte a un documento di protesta dei magistrati per la «riforma della custodia cautelare» (che in realtà riformava il codice in lungo e in largo), fu l’unico nel Pds a definire «legittimo che dei magistrati esprimano un parere tecnico». Per poi aggiungere: «Il partito dei giudici non esiste, esiste invece quello degli imputati eccellenti, capeggiato da Craxi e composto da un pezzo di classe politica abituata all’impunità». Poi, però, di fronte alla cosiddetta Tangentopoli 2 di La Spezia, quella di Lorenzo Necci e Pacini Battaglia, che smaschera le lobby e le logge retrostanti il primo inciucio della Seconda Repubblica (il governissimo Maccanico del gennaio ‘96, concordato da D’Alema e Berlusconi e fatto naufragare da Prodi e Fini), cambia registro. Siamo nell’ottobre 1996 e Violante è appena diventato presidente della Camera: «Ci sono magistrati pericolosi, che hanno costruito la loro carriera sul consenso popolare».

Con la Bicamerale finisce il Novecento

Il clima è cambiato. Nell’aprile 1996 l’Ulivo ha vinto le elezioni, Romano Prodi va a palazzo Chigi e Luciano Violante a presiedere Montecitorio: nel suo discorso inaugurale chiede comprensione per le ragioni dei «ragazzi di Salò», quasi un gesto di omaggio al suo maestro Pecchioli, che aveva simbolicamente guidato la delegazione del Pds al congresso di scioglimento dell’Msi a Fiuggi. Le durezze d’acciaio del Novecento sono alle spalle. E d’altronde anche il «gran partito» di Gramsci e Togliatti non esiste più: quel che resta è un ceto politico il cui scopo è perpetuarsi. La soluzione è semplice. Berlusconi da una parte, gli ex Pci dall’altra: ci si può combattere, insultare, ma simul stabunt simul cadent, direbbe Previti. La cultura dell’appeasement trova anche un suo spazio istituzionale: è la Bicamerale di Massimo D’Alema, dove Silvio Berlusconi viene acclamato statista e padre costituente, insomma resuscitato. Il Cavaliere, però, ha i suoi problemi giudiziari e vanno risolti. «Nel 1999, al termine delle riforme istituzionali, si porrà la questione dell’amnistia», dice conciliante Luciano Violante al Foglio nel dicembre 1997. Il 22 febbraio 1998, poi, Gherardo Colombo fa esplodere una bomba mediatica: «La Bicamerale è figlia del ricatto», dice al Corriere della Sera. Con Tangentopoli, sostiene il magistrato, «s’è scoperta soltanto la punta dell’iceberg della corruzione, mentre il resto è rimasto sommerso e su questo sommerso si sono costruiti ricatti incrociati così inquietanti da indurre la politica tutta, senza distinzioni di colori, a bloccare la magistratura prima che vi affondi ancora le mani». Cori sdegnati dal parlamento. Luciano Violante e il suo omologo in Senato Mancino insorgono in un inedito e drammatico comunicato congiunto: «Non è ammissibile travolgere l’intero lavoro della Bicamerale con la delegittimazione in blocco del parlamento, accusandolo senza appello di connivenze e di oscuri compromessi». Ci penserà poi Berlusconi, ottenuta la riabilitazione, a travolgere il lavoro della Bicamerale.

Il caso Previti e la presa della Camera

Durante la presidenza Violante scoppia anche il caso di Cesare Previti. Il gip di Milano, Alessandro Rossato, nel settembre 1997 ne chiede l’arresto per il caso Imi-Sir. Montecitorio ci pensa qualche mese, poi boccia la richiesta con la motivazione che le prove sono troppe, non possono più essere inquinate. Quando inizia il processo, siamo nel 1999, il deputato assenteista Previti si trasforma in una sorta di stakanovista dell’Aula. Il gup chiede a Violante: sicuro che tutti questi impegni parlamentari siano giustificati? Risposta: certo. D’altronde il nostro ha altro a cui pensare. Da tempo cerca di cacciare l’allora segretario generale di Montecitorio, Mauro Zampini, ma quello resiste: una guerra lunga che si risolve – siamo nell’ottobre 1999 – quando anche il capogruppo di Forza Italia Elio Vito appoggia la richiesta di Violante. Zampini se ne va e al vertice della Camera arriva Ugo Zampetti che ancora, felicemente, vi regna. Sistemata la grana amministrativa, torna in auge la questione Previti: il processo Imi-Sir è entrato nel vivo e Cesarone chiede alla presidenza della Camera di ricorrere alla Consulta contro il tribunale di Milano per garantire che il lavoro parlamentare, di qualunque tipo, è «legittimo impedimento» ad essere presente in udienza. Il 10 maggio 2000 Violante accoglie la richiesta di Previti e ricorre alla Consulta, ma solo per le udienze che si sono tenute nei giorni di votazione. Con un corollario, però: il ricorso di Montecitorio chiede addirittura di annullare «tutti gli atti consequenziali» alle ordinanze contestate, compresi i rinvii a giudizio. Il processo, in sostanza, doveva ricominciare da capo. La Corte costituzionale, però, lascerà al tribunale il compito di decidere come sanare quelle udienze nulle, e il processo andrà avanti senza contraccolpi fino a condanna definitiva. Il buon Cesare, in ogni caso, resterà sempre grato a Violante dell’impegno e in seguito pure della sua assenza nel voto decisivo del 2005 sulla legge ex Cirielli «Salva-Previti» (che passerà il vaglio di costituzionalità solo grazie a una quarantina di desaparecidos nel centro-sinistra, lui compreso).

È il terzo millennio: liberi tutti

Luciano Violante, il duro, quello che difficilmente cambia idea, durante la campagna elettorale per le politiche 2001, in un convegno alla Camera, invoca la «pacificazione» con Tangentopoli e rilancia l’idea cara a Craxi e a Forza Italia della commissione d’Inchiesta su Mani Pulite «per favorire il rilancio del confronto civile». Alla fine la figlia Stefania gli consegna «le carte dell’archivio privato di Craxi», dove – scherzi del destino – c’è anche un dossier su di lui. Nel 2007 infine, in un libro, il nostro rompe definitivamente gli indugi definendo il fu Bettino «capro espiatorio». Sono anni di passaggio, in cui il personaggio del vecchio Violante inquisitore ogni tanto rispunta in scena, ma siamo ai residui di una personalità in smobilitazione: subito dopo la sconfitta elettorale del 2001, ormai soltanto capogruppo diessino alla Camera, il nostro si stupiva che «con le elezioni del 13 maggio ci ritroviamo un parlamento con il più alto numero di imputati eletti. Questa indifferenza della politica all’etica pubblica è il massimo di delegittimazione dell’intervento giudiziario». A settembre, però, già se la riprendeva coi giudici e sulla Stampa denunciava «gli eccessi giustizialisti» di Mani Pulite: «Qualche magistrato si è sentito troppo protagonista, qualche grande processo forse non andava fatto. C’è stata una fase in cui c’è stato un di più di giustizialismo»; nel 2002 la definì senz’altro «campagna giacobina». Tanto lavoro però, almeno inizialmente, non serve a niente.

L’ingratitudine, il patto svelato
e le pieghe del dialetto piemontese

Un pezzo dell’inner circle di Berlusconi ancora non si fida del «piccolo Višinskij»: è tanto vero che il povero Violante finisce nella lista segreta dei «nemici» del governo stilata da Pio Pompa, bizzarro analista dei servizi in quota Niccolò Pollari. Quanta ingratitudine, deve essersi detto l’ex magistrato. Forse lo stesso pensiero che s’è affacciato alla sua mente nella sua performance più famosa: la rivelazione del patto col Cavaliere durante un discorso alla Camera nel febbraio 2002. Dopo un intervento del deputato di An, Gianfranco Anedda, che accusava il centro-sinistra di voler distruggere Mediaset, Violante sbotta: «La invito a consultare Berlusconi, perché lui sa per certo che gli è stata data la garanzia piena – non adesso, ma nel 1994, quando c’è stato il cambio di governo – che non gli sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l’onorevole Gianni Letta». Niente da fare. Quei cattivi del centro-destra sono talmente malfidati che nel 2005 – sebbene Previti tenti di convincere il Cavaliere («ti puoi fidare») – gli impediscono pure di sedere sulla poltrona che ancor oggi vagheggia, quella di giudice costituzionale.

Molto meglio, allora, spendersi per gli amici. Quando, per dire, Piero Fassino viene beccato a congratularsi con il presidente di Unipol Giovanni Consorte per l’acquisto di Bnl («allora, abbiamo una banca?»), Violante la butta sulla dialettologia: «Quando mia figlia si è sposata, poco tempo fa, ha detto: “Abbiamo un bel marito?”. Ecco, si tratta di un modo di dire di noi piemontesi». Siamo nel 2005, lo stesso anno in cui il nostro, allora capogruppo dei Ds, incontra il capo della Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani: «Abbiamo parlato della legge sul risparmio», dice a Radio radicale. «Stava facendo campagna a favore di Antonio Fazio», spiega Bruno Tabacci, grande nemico dell’allora governatore di Bankitalia. Anche per i non piemontesi, però, Violante trova il modo di darsi da fare. Quando, nel 2006, un giudice chiede di utilizzare le intercettazioni di Vincenzo De Luca (sindaco Ds di Salerno e deputato) indagato per una vicenda di appalti, la Camera dice no. L’unico diessino a votare a favore in Giunta è l’ex magistrato Giovanni Kessler e il nostro lo prende subito di petto: «Tu oggi hai votato contro un compagno! Come ti sei permesso?». Il tapino sostiene di aver semplicemente votato secondo coscienza. Non sarà ricandidato, al contrario di Vladimiro Crisafulli, beccato a conversare amabilmente con un mafioso. Qualcuno protesta, ma Violante – garantista, anzi legalitario – chiarisce che è giusto così, perché l’inchiesta penale è stata archiviata. Con tanti saluti alla responsabilità politica e morale.

L’Unione: gli ultimi fuochi in parlamento

Dopo le elezioni del 2006 Violante trova una nuova poltrona di prestigio: presidente della commissione Affari costituzionali. È da quello scranno che fa in modo di cambiare nome: diventa Bozza Violante, quando sforna un progetto di riforme istituzionali che prevedono tra l’altro il premierato, la sfiducia individuale, il Senato federale e altre cose su cui tutte le forze politiche si dicono d’accordo senza mai votarle. Già che c’è, peraltro, Violante propone pure di sottrarre al Csm la funzione disciplinare sui magistrati: meglio un organo esterno nominato in maggioranza dai partiti, un plotone d’esecuzione politico. Nel 2007 trova pure il modo di dare una nuova testimonianza di quanto gli stia a cuore il destino di Mediaset. Il Cavaliere pare interessato all’acquisto di Telecom e, invece di interrogarsi sul conflitto di interessi o la creazione di un cartello dominante nel mercato delle telecomunicazioni, Violante e i Ds danno il via libera: «C’è un Berlusconi imprenditore e un Berlusconi uomo politico: se, come imprenditore, investe le sue risorse in un settore di importanza strategica per il nostro paese, non ci trovo niente di male». Confalonieri se la ride: «Ora pure il centro-sinistra fa il tifo per noi». È lo stesso periodo in cui scoppia il caso Clementina Forleo: il gip che chiede al parlamento di utilizzare le telefonate di alcuni politici, tra cui D’Alema e Fassino, a Giovanni Consorte. Il nostro perde il lume della ragione: «Prima di votare sull’autorizzazione», scandisce Violante, «la Giunta e poi l’Aula dovrebbero mettere nero su bianco la mancanza di lealtà da parte dei giudici di Milano e sottolineare l’abuso commesso dalla Forleo: un abuso che il parlamento ha il dovere di segnalare». Con tanti saluti alla separazione dei poteri fra politica e magistratura.

Gli ultimi anni: riserva della Repubblica

Dal 2008 Violante è fuori dal parlamento e allora gira, scrive, organizza convegni e fa il saggio. È il capo del dipartimento Riforme del Pd, a cui ha generosamente messo a disposizione la sua Bozza. Nel 2009 pubblica Magistrati, un pensoso tomo con cui abbraccia definitivamente senza pentimenti o rigurgiti del passato il personaggio del Violante garantista, anzi legalitario. Un pamphlet contro le toghe troppo e male politicizzate: «I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono», spiega Francis Bacon nella citazione iniziale. Da allora è un florilegio di amenità rubricate sotto la categoria della pacificazione nazionale, o della saggezza, o del garantismo anzi meglio legalitarismo. Al Giornale: «La vera separazione delle carriere deve essere quella tra magistrati e giornalisti, tra i quali a volte ci sono rapporti incestuosi». Le intercettazioni del caso Ruby? Al Corriere della Sera: «Cose del genere avvengono solo in Italia e in alcuni paesi del Centro e Sudamerica». È il 2011 e Violante prova di nuovo a farsi eleggere alla Consulta dal parlamento. Stavolta in accoppiata con Gaetano Pecorella, già avvocato di Berlusconi. Si spende Ignazio La Russa: «Posso testimoniare che Violante, da presidente della Camera, ha dato dimostrazione di una grande capacità di rinunciare alle sue idee sforzandosi di capire quelle degli altri». Si spende il guardasigilli Angelino Alfano: «Non spetta a me promuovere la nomina, certo lui ha recentemente espresso posizioni non distanti dalle nostre». Pure stavolta, però, non se ne fa niente.

Da Bozza a Lodo Violante

Ora Luciano Violante, per via del suo secondo nome, Bozza Violante, è anche entrato a far parte dei saggi scelti da Giorgio Napolitano per dettare al parlamento le riforme costituzionali e d’altro genere di cui pare che l’Italia necessiti. Il Quirinale si sdebita così delle appassionate difese regalate da Violante all’uomo del Colle nelle settimane infuocate delle polemiche per le sue telefonate con Nicola Mancino e per il suo incredibile conflitto di attribuzioni contro la procura di Palermo, rea di averle ascoltate e di non averle distrutte all’insaputa degli avvocati (cioè di non aver violato il codice di procedura penale e la Costituzione). In quei giorni, oltre a dare ragione ai colpi di mano del presidente, il nostro attacca a testa bassa i pm siciliani e addirittura i presunti mandanti di un immaginario complotto anti-Napolitano: «Di Pietro, Grillo, Travaglio e parte del suo giornale sono un blocco politico-mediatico che gioca sul disagio popolare», «aggredisce il Quirinale» ai «fini della conquista del potere» e «usa una parte del mondo giudiziario come una clava per realizzare un progetto distruttivo» e «abbattere i pilastri istituzionali»: «un serio problema democratico» che minaccia «la tenuta economica dell’Italia». Addirittura.

Concluso il bel lavoro con gli altri nove saggi presidenziali – che non dimenticano di chiedere il bavaglio sulle intercettazioni e altre cosette che tanto piacciono al Cavaliere in tema di giustizia – il nostro entra pure nel sinedrio dei 35 saggi nominati dal governo Letta per riscrivere la seconda parte della Costituzione. Poi assume anche un terzo nome: Lodo Violante. Si tratta della scappatoia offerta a Berlusconi per non decadere da senatore sulla base della legge Severino. Il nostro interviene al salvamento da par suo: «Ho detto soltanto che il Pd deve garantire anche a lui il diritto di difendersi davanti alla Giunta», minimizza lui dopo che parecchi elettori e iscritti del suo partito gli hanno fatto notare, per così dire, la loro contrarietà. A parte il fatto che Berlusconi s’è difeso nella Giunta per le elezioni in tutte le forme regolamentari, in realtà il Lodo Violante dice una cosa in più: chiediamo alla Corte costituzionale se la legge Severino sia applicabile o meno. No? Va bene pure la Corte europea. «Il Pd stava correndo il rischio del giacobinismo. Per questo ho parlato», offre il petto al fuoco sulla Repubblica. Non si tratta solo di applicare una legge? Macché: «L’idea di annientare l’avversario è tipica della politica debole, quella che non ha la forza di confrontarsi con gli oppositori. Abbiamo rischiato di farci prendere dallo sbrigativismo: è condannato, espelliamolo». Il fatto è, se è concesso essere un po’ maligni, che a giugno prossimo si liberano due posti alla Consulta e quello attualmente occupato dal neopresidente Gaetano Silvestri spetterebbe al centro-sinistra: per essere eletti, però, serve la maggioranza qualificata delle Camere e dunque, con questo parlamento, pure del Pdl. Arrivati alla Corte, poi, con quella maggioranza, nulla vieta di sognare un altro voto simile, un’altra poltrona, più prestigiosa, sull’altro lato di via del Quirinale. Solo che se questo è lo schema, Giuliano Amato al solito è già piazzato meglio: alla Consulta c’è già e, a giugno prossimo, ne sarà pure presidente. Mai sottovalutare l’importanza di essere Amato.

(18 settembre 2014)

Mafia, Riina intercettato: non trattai con Mancino da: antimafia duemila

mancino-nicolaAggiornam“L’agenda rossa l’hanno presa i servizi”

di Miriam Cuccu – 2 settembre 2014
L’incontro con Andreotti e il “bacio” mai dato, i rapporti con la politica e nello specifico con l’ex premier Berlusconi, di cui confida all’”amico” pugliese Alberto Lorusso ampie considerazioni. Le intercettazioni del “capo dei capi” nel carcere di Opera, dove si confidava con il mafioso della Sacra Corona Unita nell’ora d’aria, raccontano una storia vista da un inedito punto di vista: quello di chi ha preso possesso della Cupola di Cosa nostra plasmandola a sua immagine e somiglianza.

Berlusconi? “Gli davano soldi e quello costruiva”
È il 20 settembre 2013 il giorno in cui viene registrata la voce del boss corleonese, che accenna a Lorusso le ragioni dell’esponenziale crescita finanziaria di Berlusconi: “Quello costruiva, per i fatti suoi” commenta, poiché “forse erano amici, gli davano soldi, gli davano soldi, ci mettevano soldi”. E Riina aggiunge: “Dicono questo, dicono. Lui investiva lì, loro là erano…”. Riina di seguito racconta che Giovanni Brusca, insieme al cognato Leoluca Bagarella cercava un incontro con Mangano, lo stalliere di Arcore verso il quale il capo dei capi nutriva un profondo risentimento. “Se io ero fuori gli avrei detto: – a Brusca e Bagarella, ndr – disonorati che non siete voialtri pure, più disonorati di lui che ci andate a cercare a questo…”. “Giovanni Brusca – continua il boss di Corleone – era… a parlare con questo stalliere se li faceva incontrare con Berlusconi… per cinque minuti… e ha parlato con questo… questo, questo qua, amico di questo Berlusconi…”. Si trattava di Marcello Dell’Utri, oggi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. “Dell’Utri sì… forse Dell’Utri che li faceva incontrare. – conferma Riina –  Quando lui li incontrava, dice che aveva incominciato con Stefano (Bontate, ndr) prima”. Quindi si accanisce su Brusca: “Un pezzo di… non lo so, una persona che non ne capiva di queste cose. Questo Brusca era un bambino, un bambino, suo padre ci teneva, ci teneva, lui era uno spione, uno spione. Uno spione… si è rivolto a questi catanesi questo Brusca, a questi catanesi, a questi di Firenze… Gli ho detto: ma dov’è… ma che ci immischi, che ti immischi? Ha preso un proiettile, un proiettile… ma dove sei andato a trovarlo, dove li andavano a trovare, come facevano questi, questi? Questi proiettili… la Finanza che… Giovanni Brusca con questo catanese facevano, facevano, gli facevano quattro bordelli, perché poi gli facevano bordelli perché io ero carcerato’’.

“Mai trattato con Mancino”
Con Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno imputato per falsa testimonianza al processo sulla trattativa Stato-mafia, Riina rifiuta qualsiasi collegamento: “Ma che vogliono sperimentare che questo Mancino trattò con me? Loro vorrebbero così, ma se questo non è avvenuto mai!”. Riina passa poi a parlare di Massimo Ciancimino, ugualmente imputato ma anche testimone chiave nello stesso processo: “Penso che vuole i soldi” commenta il boss, riferendosi al fatto che Ciancimino parli per interesse. Il figlio di don Vito, ex sindaco mafioso di Palermo, aveva in precedenza spiegato ai magistrati che lui, il padre e il colonnello Mori avevano convinto Provenzano a far arrestare Riina: “Tu, Ciancimino, sei un folle in catene!” sbotta il boss a Lorusso, perché “c’è un pentito (Balduccio Di Maggio, ndr) c’è uno che è andato con gli sbirri là con il furgone”. Eppure definisce l’amico Binnu “il re dei carabinieri”, da lui accusato di aver avuto ripetuti contatti con esponenti delle istituzioni. Riina se la prende anche con Matteo Messina Denaro, ultimo superlatitante di Cosa nostra, per aver intrattenuto rapporti con lo Stato. Il boss di Castelvetrano, a parere del “capo dei capi”, era “l’unico ragazzo che avrebbe potuto fare qualcosa perché era dritto, aveva avuto la scuola che gli avevo fatto io”, ipotizzando inoltre “che se n’è andato all’estero”. Il padrino si spinge fino a parlare dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, mai più ritrovata dopo la strage di via d’Amelio: “L’agenda rossa i servizi segreti gliel’hanno presa… Gliel’hanno presa ed è sparita”. Ma dei servizi segreti, il capo di Cosa nostra sostiene di non sapere niente.

Nuovi strali contro il fronte dell’antimafia
Riina non risparmia nemmeno il fronte dell’antimafia: della “signora di Firenze” Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione familiari vittime della strage dei Georgofili, parte civile nel processo trattativa, dice che “è accanita contro di me”. Ma gli ultimi inquietanti strali sono giunti, da parte del boss di Corleone, a don Luigi Ciotti, presidente di Libera: “Putissimu pure ammazzarlo” dice Riina a Lorusso in una delle conversazioni intercettate. Immediata la risposta del presidente Napolitano che ha inviato un messaggio di solidarietà. Non è la prima volta che ordini di morte da parte del capomafia fuoriescono dalle sbarre del carcere di Opera: in passato il pm Nino Di Matteo, che da pubblico ministero segue il processo trattativa a Palermo, è stato oggetto delle considerazioni di Riina su un attentato che si sarebbe dovuto pianificare per fargli fare “la fine del tonno”. Nei suoi confronti, però, nessuna parola di sostegno era giunta dal Presidente della Repubblica. Alessandro di Battista, esponente del M5s, scrive su Facebook a seguito delle minacce arrivate a Don Ciotti: “Perbacco, Presidente! In un colpo solo, oltre ad aver fatto il suo dovere, ci ha comunicato che ritiene plausibili le minacce di Riina. Insomma occorre prendere sul serio le parole dell’ex capo dei capi. Se sono plausibili le minacce a Don Ciotti sono plausibili le ammissioni sulla vicinanza di B. a Cosa Nostra – che Riina definisce “un vigliaccone” – e anche le minacce che sempre Riina ha rivolto più volte al giudice Di Matteo. Un capo dello Stato serio a questo punto – commenta Di Battista su Facebook – farebbe altre due telefonate: la prima al pm Di Matteo per esprimergli la stessa solidarietà espressa a Don Ciotti, la seconda al premier Renzi (e magari anche un sms alla Serracchiani), chiedendogli, gentilmente, se non sia il caso di interrompere la profonda e amorevole collaborazione con Berlusconi, un uomo che, pagando miliardi su miliardi alla mafia, ha contribuito alla sua crescita economica, strategica e organizzativa”.

Riina, una escort dello Stato-Mafia per tutte le stagioni da: antimafia duemila

riina-lodato-okdi Saverio Lodato – 1° settembre 2014
A noi questo Totò Riina che torna a parlare per gli eterni aggiornamenti delle vicende di Cosa Nostra e dintorni, raccontando che a suo tempo Berlusconi, ogni sei mesi, gli faceva avere duecentocinquanta milioni delle vecchie lire perché negozi Standa e tralicci televisivi potessero vivere serenamente in Sicilia, ricorda tanto da vicino quelle escort che, armate di rossetto, cipria e vistose scollature, sfilavano a frotte negli studi televisivi alla page,  per raccontare le bravate notturne di Silvio, o di “papi”, se si preferisce, alla corte di Palazzo Grazioli. Quella era una fase in cui fra tanti, a sinistra, si era diffusa la folgorante convinzione che ogni puttana in più che finiva in prima serata rappresentava una picconata al robusto e ritorto albero del potere berlusconiano che, dai oggi e dai domani, sarebbe venuto giù per sempre. Sappiamo come andò a finire. L’albero è lì, con qualche ramo ormai seccato, tante foglie ingiallite, ma le radici non sono state particolarmente scalfite. In tanti si esercitano nello sport di chiedersi cosa farebbe o direbbe Giovanni Falcone, se oggi fosse ancora vivo, ogni qual volta la cronaca giudiziaria presenta casi spinosi e tempestosi. E noi, sommessamente, ce lo siamo chiesti a proposito del processo di Milano scaturito dall’ “affaire Ruby-Mubarak”, senza nulla voler togliere al puntiglio del pubblico ministero Boccassini… Ognuno si dia la risposta che vuole.

Ma poiché la “via del buoncostume al socialismo” non l’ha ancora inventata nessuno, l’effetto boomerang è stato che oggi Berlusconi, grazie all’ editto renziano, vidimato dal capo dello Stato, è stato cooptato fra i padri della patria, gli viene riconosciuto un ruolo  di “inter pares”, e, se proprio vogliamo dirla tutta, si è definitivamente consacrato il principio che, ammesso che scopasse, scopava a sua insaputa. Ora il paragone potrà sembrare ardito, ma, a ben vedere, non lo é. Partiamo da lontano.
Da Giulio Andreotti, per esempio. Oggi Riina fa sapere che per incontrarlo in Sicilia lo incontrò, ma “bacio” niente, solo languidi sospiri…  E’ toccato all’attuale procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, tenere il punto in un’intervista al “Corriere della Sera” in cui, chi intervistava, insisteva petulantemente che Andreotti fu “assolto” dalla Cassazione per quelle viscide frequentazioni che riguardavano un sette volte presidente del consiglio. Andreotti infatti, con buona pace di Bruno Vespa e della stragrande maggioranza dei media italiani, fu “prescritto” dalla Cassazione per quegli incontri, ci si perdoni la rozzezza stilistica, e persino “condannato” a pagare le spese processuali. Il grande Ciccio Ingrassia, intervistato nei tempi che furono dal TG1, alla domanda,  che allora teneva banco perché si trattava di buttare in caciara il processo di Palermo, “ma secondo lei, è possibile che Riina e Andreotti si siano baciati?”, diede una risposta di rara finezza: “non lo so se si sono incontrati. Ma stia tranquillo che se si sono incontrati si sono baciati …”. In Italia spesso sono solo i comici e i vignettisti ad avere il dono innato di essere lapalissiani, ma così cogliendo il vero; tutti gli altri attaccano il carro dove vuole il padrone. I politici italiani, con stomaco più capiente dello struzzo, hanno tranquillamente sorvolato su quei decenni di “andreottismo” perché hanno imparato l’arte di edificare “politicamente” sulle macerie evitando l’incombenza di rimuoverle.
Ora occupiamoci di Berlusconi e dei 250 milioni che “u zu Totò” riceveva semestralmente, a suo dire, in quanto rappresentante della ditta Cosa Nostra, da quello che sarebbe diventato il leader di Forza Italia. Per avere una verifica della “notizia” basterebbe bussare a una cella di Rebibbia, chiedere a Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, vita parallela la sua a quella di Silvio e che avrebbe fatto sbizzarrire la penna di un Vasari. Dell’Utri, purtroppo, come uno stoico, si ispira al motto “acqua in bocca”, ma se decidesse di raccontare perché un assassino patentato come Vittorio Mangano finì alla corte di Arcore, perché ci finì, e qual era il suo effettivo mandato, che tutto era tranne che un “mandato equino”, ne sentiremmo delle belle. Ma è così l’Italia. Ci sono in circolazione, spesso con tutti i timbri della carta bollata, “mezze verità” che devono accontentare tutti. Una verità “sola”, “solare”, “unica”, su nessuna delle miriadi di storie nere, criminali, economiche e politiche, che hanno insanguinato la Repubblica, è lusso che non ci possiamo permettere. Torniamo a Riina.
Giova ricordare che gli “aggiornamenti”, di cui parlavamo all’inizio, risalgono sempre a quel colloquio “live”, grazie alle registrazioni carcerarie, avvenuto nel carcere di Opera a Milano, fra Riina e un ceffo della Sacra Corona Unita che qualcuno pensò bene di affiancargli durante l’ora d’aria. Il “fatto” risale all’agosto dello scorso anno. Ma viene fuori a ondate successive. E questo non è bello. Non è rispettoso nei confronti dell’opinione pubblica. Anche il “format” della telenovela più seguita deve avere una sua fine. Insomma, questa storia del colloquio di Opera, sa di giochino che, tirato troppo alla lunga, rischia di diventare sporco. Cerchiamo di metterci d’accordo. Qual è la posizione di Riina? Fino a prova contraria è un pluriergastolano per delitti e stragi. Non è mai stato, non ha mai voluto esserlo, un “collaboratore di Giustizia”. Allora cos’ è? E’ la gran “voce” che parla dal di dentro dei poteri criminali? Può farlo in assenza di contraddittorio? Senza filtri? Può abbattersi come un meteorite sulla testa di milioni di italiani a reti unificate? Pare proprio di sì.
A questo proposito è davvero curioso che almeno una volta al mese, in Italia, scoppia la polemica perché qualcuno ha parlato da qualche parte, spesso capita nelle facoltà universitarie, senza avere gli adeguati requisiti morali. Oddio ci fosse qualcuno che si levasse indignato al cospetto degli sproloqui del Riina! Tutti in adulazione. In venerazione. Proni alla gran “voce” che parla dal di dentro. Non lo straccio di un editoriale di Eugenio Scalfari o di Giuliano Ferrara. Non il balbettio dell’opinionista, Emanuele Macaluso. Non un monito del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Certo. Riina sta al gabbio. Per fortuna di tutti noi. E non ha grandi possibilità di spostamenti.
Ma se per assurdo qualche conduttore di talk show riuscisse ad accaparrarselo in prima serata, sai che share, sai che ascolti, sai che poltrone girevoli e che fondali, e che luci… Ammetterete che neanche questo è bello. Insomma, è come se qualcuno stesse utilizzando una vecchia escort del calibro di Totò Riina, che indubbiamente di segreti, e non segreti di camera da letto, ne conosce tanti, per un eterno aggiustamento di quelle “mezze” verità, di cui parlavamo prima, che si danno in pasto agli italiani. Perché Riina si presta, modestamente crediamo di averlo capito. Riina ormai lo fa, l’abbiamo scritto cento volte, perché conosce benissimo l’esistenza dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato, e sa che la contrapposizione fra Stato e mafia è stata una bella favoletta che per decenni ha tenuto banco. Al punto in cui è, con famiglia ed eredi a cui pensare, e soldi a palate, che forse nessuno gli cerca più, che gli costa fare qualche “favorino” a quello Stato-Mafia con il quale in fondo è sempre andato d’accordo, lui e tutta Cosa Nostra, nei secoli e nei secoli? A tal proposito sarebbe interessante che il sito “Dagospia”, diretto dal collega Roberto D’Agostino, che per definizione si occupa, fra l’altro, di “retroscena”, adoperasse l’arma dell’inchiesta per scoprire come è possibile che a un anno esatto dal colloquio di Opera si continui ancora – giornalisticamente, s’intende – a mungere latte fresco. Ci sovvengono – infatti – le parole tratte da “La Baronessa di Carini” dal compianto Vincenzo Consolo: “O gran manu di Dio, ca tantu pisi, cala, manu di Dio, fatti palisi”.

“O grande mano di Dio, che tanto pesi, cala, mano di Dio, fatti palese”.

Ma Riina non è Dio. E’, scusate la volgarità, un semplice pezzo di m…

saverio.lodato@virgilio.it