CasaPound, «il sindaco se ne lava le mani». Le opposizioni: «Fatto grave» da: ilgiunco.net di Daniele Reali

GROSSETO – Non sono per niente soddisfatti della risposta del sindaco. Sono i consiglieri di opposizioni di Grosseto. Dal Pd al Movimento 5 Stelle, dalla Lista Mascagni al Passione Grosseto. Tutti insieme per contestare il sindaco la sua «non risposta» all’interrogazione che chiedeva quali fossero i rapporti tra la sua maggioranza e CasaPound.

Una polemica scoppiata in città soprautto dopo l’apertura della sede di CasaPound e l’ufficializzazione del ruolo di Gino Tornusciolo, consigliere comunale di maggioranza, e responsabile grossetano del movimento di destra.

«In occasione dell’ultimo consiglio comunale – scrivono i consiglieri di minoranza – abbiamo illustrato al sindaco l’interrogazione, presentata da tutti i gruppi di opposizione, per avere risposta in merito alla presenza nella maggioranza di un movimento politico di matrice fascista, CasaPound. E’ noto infatti che la maggioranza che amministra la nostra città è composta da un consigliere, tra l’altro presidente di commissione, che ora è anche il responsabile della sezione grossetana di CasaPound, tanto da aver lasciato il gruppo nel quale era stato eletto».

«Registriamo dunque che oggi la composizione politica della maggioranza è variata: la coalizione che sostiene il sindaco non è più composta dai partiti con i quali lo stesso si era presentato ai cittadini, ma ha in sé una voce nuova. Già questo renderebbe opportuna da parte del sindaco una presa di posizione pubblica, non fosse che per rispetto verso i cittadini che l’hanno eletto, e verso tutti i grossetani che hanno il diritto di essere informati sui mutamenti politici che coinvolgono la loro amministrazione».

«In questo particolare caso un chiarimento si impone con ancora maggiore urgenza, perché stiamo parlando dell’ingresso nella maggioranza di un movimento politico che non fa mistero di aderire alle politiche del ventennio».

«Ma il sindaco se ne è lavato le mani e ha omesso di dare risposta, profondendosi in un intervento tanto accalorato quanto gravemente insufficiente, riuscendo nell’impresa di non pronunciare neppure una volta le parole CasaPound e fascismo».

«Una non risposta che manifesta l’imbarazzo politico nell’essere sostenuto da un movimento che in campagna elettorale dichiarava di sdegnare, e dal quale oggi non ha il coraggio di prendere le distanze. Una non risposta irrispettosa delle regole e delle prerogative del consiglio comunale, e in particolare delle forze di opposizione, ragione per la quale chiediamo fin d’ora un intervento del presidente del consiglio Claudio Pacella».

«Oggi, grazie al sindaco Vivarelli Colonna, Grosseto può vantare di essere entrata nella ristrettissima (e assai poco ambita) cerchia dei comuni amministrati da una maggioranza composta da un movimento politico di matrice fascista quale è CasaPound. Crediamo che Grosseto non meriti tutto questo, come non possiamo tollerare che il sindaco che custodisce la lavagna sulla quale i fratelli Matteini, prima di essere trucidati dai fascisti insieme agli altri ‘martiri d’Istia’, lasciarono l’ultimo saluto alla mamma, accetti di essere sostenuto da chi ancora oggi si dichiara fascista».

«L’antifascismo non è né di destra né di sinistra. L’antifascismo sta nella nostra Costituzione ed è patrimonio comune di tutti gli italiani. Non è infatti un caso se questa interrogazione è stata presentata congiuntamente da forze politiche tra loro diverse».

«Insieme, pretendiamo dunque che il sindaco risponda pubblicamente all’interrogazione che gli è stata presentata e dica una volta per tutte da che parte sta, assumendosene la responsabilità di fronte ai cittadini, ovvero se intende continuare ad essere sostenuto da un movimento politico dichiaratamente fascista oppure se, molto semplicemente, ritiene assolutamente indiscutibili e non negoziabili i valori dell’antifascismo».

La guerra sul faro di Mussolini: “Non riaccendete quella ferita” da: lastampa.it

Predappio, la Provincia dà via libera: “Sarà visibile da Rimini, porterà turisti”. Ma Anpi e comunità ebraica insorgono. I nipoti del partigiano ucciso: uno sfregio

Il castello di Rocca delle Caminate, nel Comune di Meldola, era la casa estiva di Mussolini. Nel 1927 in cima alla torre venne installato un faro che emetteva un fascio di luce tricolore visibile da 60 chilometri che segnalava quando il Duce soggiornava in Romagna.

GABRIELE MARTINI
INVIATO A PREDAPPIO (FORLÌ)

I calzini neri con la faccia di Mussolini costano 3 euro. Se ne compri cinque c’è lo sconto. Ne servono 15 per aggiudicarsi la felpa con l’effigie della Decima Mas. Il ragazzo romano, barba curata e scarpe griffate, opta per uno scaldacollo con la scritta «me ne frego» e un manganello. «A noi!», urla uscendo dal negozio. Appeso alla parete, tra souvenir di dubbio gusto, spicca un quadro che ritrae un faro. La firma è in basso a sinistra, ben leggibile: Romano Mussolini, quarto figlio di Benito e donna Rachele. Il prezzo non è trattabile: 600 euro. Il faro è quello che sorge a quattro chilometri da qui, sulla collina che domina Predappio. È il faro del Duce. Durante il Ventennio segnalava quando Mussolini soggiornava in Romagna. E ora c’è chi vuole riaccenderlo.

 

Il castello di Rocca delle Caminate, nel territorio del Comune di Meldola, era la residenza estiva del capo del fascismo. Oggi è proprietà della Provincia di Forlì. Nel 1927 in cima alla torre venne installato un faro che emetteva un fascio di luce tricolore visibile a oltre 60 chilometri di distanza. Il 28 settembre 1943, in questo edificio circondato da pini e cipressi, si tenne il primo consiglio dei ministri di quella che sarà la Repubblica Sociale Italiana. Nei mesi precedenti la Liberazione le segrete del castello furono luogo di indicibili torture nei confronti di partigiani e antifascisti. Come quelle che portarono alla morte di Antonio Carini, nome di battaglia Orsi, uno dei cinque membri del Comando generale delle Brigate Garibaldi, ucciso il 13 marzo 1944.

 

Ma la memoria, in questa fetta d’Appennino, slitta in secondo piano. «Vogliamo riaccendere il faro per attrarre turisti», spiega Gianluca Zattini, sindaco di Meldola. «Sarà visibile da Imola a Rimini e richiamerà quassù un bel po’ di gente. Stiamo definendo le pratiche per affidare la gestione, ci sarà anche un ristorante». Il pericolo, ribattono dal neonato comitato anti-faro, è che Rocca delle Caminate diventi luogo di pellegrinaggio del turismo nero. «Nero, rosso, bianco, io non ne faccio una questione di colore. Chiunque vorrà visitare il faro sarà il benvenuto», svicola il primo cittadino: «Chi si oppone fa una battaglia culturale di retroguardia». La Provincia di Forlì ha dato via libera, la proposta è stata approvata con voti bipartisan. «La rocca ha una storia millenaria, i nostalgici saranno una minoranza», dice il presidente dell’ente Davide Drei. Ma il Pd è diviso: il deputato catanese Giuseppe Berretta ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno sostenendo che «la riaccensione del faro è apologia di fascismo». Il collega di partito forlivese Marco Di Maio definisce le accuse «ridicole» e ribatte che l’obiettivo è «valorizzare un luogo straordinario, senza scordare la storia».

 

Anche all’interno dell’Anpi le posizioni sono sfumate. Tamer Favali, presidente della sezione di Forlì, mette i paletti: «Riaccendere il faro si può, ma allora diventi il faro della pace, questa è la nostra proposta». La coordinatrice regionale Anna Cocchi è meno accomodante: «Se è rimasto spento finora, deve continuare a esserlo. L’accensione era legata alla presenza di Mussolini, che non merita certo di essere ricordato. Il faro rievoca la sua persona e l’Anpi non dimentica». Giorgio Frassineti, sindaco Pd di Predappio, spalleggia invece l’iniziativa dell’omologo del Comune confinante: «Voglio restare fuori da questa polemica», premette. Poi sgancia il siluro: «Nel 2017 bisognerebbe interrogarsi su che senso abbia l’esistenza dell’associazione partigiani. Sinceramente credo che l’Anpi abbia esaurito il suo compito anni fa».

 

La comunità ebraica è preoccupata. «Qui c’è la tendenza a nascondere le malefatte del regime», lamenta Luciano Caro, rabbino di Ferrara. «A Predappio ci sono clamorose celebrazioni del fascismo: busti, bandiere, gadget, reliquie. Riaccendere il faro significa aggiungere ulteriore squallore». Ma gli amministratori locali non sembrano intimoriti dalle polemiche. Stime ufficiose calcolano che il turismo nero porti in paese almeno 40 mila presenze all’anno tra neofascisti in camicia nera e parate cialtronesche. Un business di cui la città non sembra intenzionata a privarsi. Al cimitero il viavai è incessante. Nella cripta che conserva le spoglie di Benito Mussolini i turisti si inginocchiano e lasciano dediche sul quaderno: «Il nostro onore si chiama fedeltà», «la storia ti darà ragione». Fino alla macabra preghiera di tale Giuseppe Pellegrini da Viterbo: «Fa che muoiano i clandestini, non tutti, vedi tu, basta che in Italia non vengano più».

 

Contro la riaccensione del faro si schierano anche i nipoti di Antonio Carini, comandante della Resistenza catturato il 6 marzo del 1944 e sottoposto alle torture più efferate proprio a Rocca delle Caminate. Il partigiano “Orsi”, ormai in fin di vita, fu legato ad un’auto, trascinato per vari chilometri fino a Meldola, pugnalato e poi buttato giù da un ponte. «In quel luogo nostro zio è stato trucidato e ucciso, riaccendere quel faro sarebbe una profanazione. È uno sfregio alla sua memoria e a quella degli altri antifascisti imprigionati», dicono Dirce Pedrini, Cesare e Libero Carini. «L’iniziativa della Provincia è una vergogna, speriamo cambino idea». Ma a Predappio trovare qualcuno che si opponga all’accensione del faro è un’impresa. A metà pomeriggio un gruppo di anziani ciondola fuori dal bar a pochi metri dall’ex Casa del Fascio, dove dovrebbe sorgere il museo del fascismo: «Da queste parti abbiamo un detto che recita così: Mussolini non ci ha fatto paura da vivo, non ce ne farà da morto».

Mengele, il medico nazista, e gli angeli della morte oggi di Luciano Armeli Iapichino da:linformazione.eu

Ci sono crimini nel vecchio libro della storia dell’uomo, annidati nella coscienza di ognuno, che, oltre i giorni della memoria, della ricorrenza e delle celebrazioni, varcano i confini della latenza e dell’inconscio, ritornano sotto forma di pensieri funesti e inquietano la quotidianità del vivere e l’apparente serenità dell’anima. E ci sono nomi che pronunciarli implica un immediato corredo d’immagini talmente crude da mettere a dura prova lo stomaco, il concetto di umanità e quello di incredulità.

Uno di questi è quello di Josef Mengele, l’Angelo della morte di Auschwitz.

Mengele, all’interno del sistema criminale votato alla Soluzione finale, ha incarnato la banalità del male, la “malvagità pura”, il custode del vaso di Pandora delle atrocità più inenarrabili, una sorta di Anticristo umanizzato talmente spettrale da gettare nel panico gli ufficiali nazisti in sua presenza all’interno del campo.

Mengele era il Lager. Era la selezione. Era quella voce del destino, “Links” (a sinistra) e “Rechts” (a destra), che sulla banchina decideva della vita e della gassificazione dei deportati. Era l’iniezione di fenolo, l’immediata esecuzione alla tempia, la cinica sperimentazione, la dissezione sui cadaveri ancora caldi poggiati su un tavolo di gelido marmo dopo la dose di Evipan e Cloroformio al cuore.

Mengele era la morte!

Il mito della razza ariana lo indusse a eseguire le più orribili sperimentazioni, al prezzo di atroci sofferenze, non solo su esseri umani adulti, sani, malati e nani, ma anche sui bambini e in particolare sui gemelli. Iniettava, ad esempio, negli occhi delle piccole vittime il colore blu di metilene al fine di convertirli dal castano; praticava, altresì, senza anestesia l’orchiectomia, l’asportazione dei testicoli, e inoculava nelle schiene delle donne dei veleni al fine di verificare i processi di sterilizzazione.

La cruda sperimentazione di Mengele, che amava collezionare feti, ossa e calcoli biliari, lascia solo immaginare il dramma psicologico di quelle povere cavie, sole e nude all’interno di quei freddi blocchi, defraudati dei sogni, dell’infanzia e dei genitori, in attesa di sevizie prive di una qualsiasi forma anestetica e della morte che paradossalmente correva a liberarli.

Nel perverso ingranaggio del male azionato dalla follia nazista all’interno dei campi di concentramento, un’altra roncola in camice si aggirava a mietere vite umane: il dott. Eduard Wirths. Anche lui ebbe un ruolo decisivo nella selezione e nella cinica e spietata sperimentazione ai danni degli internati.

A differenza di Mengele, morto in Brasile nel 1979, Wirths s’impiccò come molti altri medici nazisti per evitare la morte certa per mano degli alleati e soprattutto il peso dell’umiliante sentenza della sua coscienza. Era lui che strappava letteralmente i figli dalle madri, recidendo una seconda volta e per sempre quel “cordone ombelicale” imposto da Dio, con una buona dose d’impassibilità e sotto l’egida della volontà sterminatrice del Fuhrer.

Le mostruosità perpetrate da questi ufficiali nazisti, con altre indicibili crudeltà messe in atto dal Terzo Reich, fanno di Mengele e dei suoi colleghi l’emblema per eccellenza del fanatismo legato a una sorta di nazi-scienza, macellai tra le belve e antitesi umanizzata del giuramento di Ippocrate.

La Storia è colma di esempi in cui l’intelligenza umana, lo studio specialistico e la cultura si sono messi al servizio dei genocidi o della volontà del male per assurde teorizzazioni o ideologie criminali; la scienza al servizio della morte; la biologia quale arma di soppressione di massa; la professione medica al pari di quella dei monatti.

Boia travestiti da dottori.

Sembra un paradosso, un ossimoro dell’esistenza, un guasto nei meccanismi di selezione tra vittime e carnefici: è stato così! E’ stata Storia! E continua a esserlo!

Angeli della morte in camice bianco hanno messo in atto, nel secolo scorso, nelle stanze di tortura ubicate a varie latitudini, azioni talmente criminali da oltrepassare i limiti del pensiero.

Scrive il dott. Robert Jay Lifton dell’Università di Harvard: “I nazisti non furono certamente gli unici a coinvolgere i medici nel male”. E ricorda “il ruolo svolto dagli psichiatri sovietici nella diagnosi dei dissenzienti come malati di mente, e nel farli internare in ospedali psichiatrici; quello dei medici in Cile nel ruolo di torturatori; quello dei medici giapponesi che praticarono la vivisezione ai prigionieri di guerra”; lo studioso americano segnala, altresì, casi in Sudafrica, negli Stati Uniti (con riferimento alle attività della Cia), in Russia e addirittura i medici turchi e la loro presunta complicità nel genocidio armeno.

E questa tipologia di sadismo umano, frutto dei perversi meccanismi della mente, in campo medico e paramedico, ha varcato, purtroppo, anche le soglie di questo Millennio, flagellando la spensierata quotidianità di vittime innocenti assurte, loro malgrado, agli onori della cronaca.

Come non ricordare, nel nostro Paese, il disprezzo della vita perpetrato dalla clinica degli orrori Santa Rita di Milano qualche anno fa? Una élite scientifica, costituita da primario, chirurghi, anestesisti e infermieri al servizio della morte, al fine di incassare i rimborsi del Sistema Sanitario Nazionale. Immotivate mutilazioni su degenti in piena salute o, nel peggiore dei casi e in barba a ogni forma di etica professionale o, semplicemente, barbarica, compiute anche ai malati in stadio terminale; seni e polmoni asportati ai fini contributivi. Scenario simile all’ospedale di Lugo (Ravenna) dove l’infermiera Daniela Poggiali si è resa artefice, secondo la condanna di I grado, di un diabolico piano criminale ai danni di anziani e conoscenti. Non un ultimo, in ordine di tempo, si ricordino le morti sospette all’ospedale di Saronno presumibilmente, secondo le accuse, causate dall’azione criminale di un medico e un’infermiera, amanti spietati.

Episodi, tutti, che richiamano a una malefica eloquenza: gli aguzzini vestiti di bianco, come surrogati dei loro colleghi nazisti teletrasportati ai giorni nostri, per devianza psichica o lucida razionalità, continuano a incarnare, nel migliore dei modi, la professione di carnefici.

Le corsie d’ospedale, tempio del male evocato da queste diaboliche presenze, si sono trasformate in moderne camere a gas con i posti letto assurti a loculi, in cui familiari apprensivi hanno abbandonato, loro malgrado, genitori e parenti a una sorte assurda e crudele.

Crimini contro l’umanità che se da un lato minano il sacrosanto diritto alla vita, dall’altro deplorano, ancora peggio, il rischio di ammalarsi.

Una verità, portata a spalla lungo la linea del tempo da iene sataniche, appare in tutta la sua indissolubile, aberrante crudeltà: la coscienza dell’uomo, di qualunque periodo storico e condizione socio-culturale, sembra sottomettersi alle ideologie perverse, ai sentimenti deviati e alla logica scellerata del dio Denaro.

A vincere, pertanto, saranno soltanto lo spettro di un vuoto etico di ritorno e la negazione di ogni elementare principio di responsabilità.

Luciano Armeli Iapichino

Spuntano le cassette registrate tra Falcone e l’ex estremista Volo da: antimafiaduemila.com

di Stefania Limiti e Antonella Beccaria
Ci sono diverse cassette audio delle conversazioni che Giovanni Falcone ebbe con Alberto Stefano Volo, l’ex neofascista che amava definirsi “agente al servizio dello Stato”. Volo, siciliano, oggi in precarie condizioni di salute e indisponibile a qualsiasi tipo di colloquio, rivelò al magistrato ucciso a Capaci il 23 maggio 1992 di aver fatto parte, dal 1967 al 1980, di un’organizzazione segreta che si chiamava Universal Legion, forse un “grappolo” di Gladio. Peraltro Volo parlò di qualcosa di molto simili all’organizzazione militare clandestina, nata ufficialmente per contrastare un’invasione da Est, prima che lo facesse il 24 ottobre 1990 l’allora presidente del consiglio, Giulio Andreotti.
La dichiarazione è nota da tempo, ma solo di recente sono saltate fuori le cassette nell’ambito delle indagini della Procura di Palermo.
Si tratterebbe di un pozzo di informazioni, anche se non è possibile per il momento conoscerne il contenuto. Volo suggerì a Falcone una pista? Oppure il magistrato aveva già messo le mani su informazioni preziose e di assoluta novità al tempo? Vedremo.
Intanto bene ha fatto l’avvocato Fabio Repici a opporsi all’archiviazione delle indagini sull’omicidio dell’agente del commissariato San Lorenzo Antonino Agostino, ucciso a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989 insieme alla moglie, Ida Castelluccio, sposata un mese prima e incinta di cinque mesi. Il legale, che rappresenta Augusta e Vincenzo Agostino, i genitori e i suoceri delle vittime, si sta battendo perché non si chiuda il capitolo delle indagini che chiama in causa i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto e l’ex poliziotto Giovanni Aiello, più noto come “faccia di mostro”. Motivo: esistono “acquisizioni sulla sinergia tra [gli indagati] e un blocco criminale individuato tra polizia e servizi segreti”.
“Il processo si deve fare anche per ripagare le persone offese dalle oltraggiose azioni di depistaggio, correlate alla necessità che possenti apparati criminali mantenessero l’impunità”, ha scritto Repici nella sua opposizione. E ora, in merito al giovane poliziotto, emerge che Falcone gli aveva chiesto di tutelare Volo tra il 28 marzo e il 18 maggio 1989, poche settimane prima del suo omicidio. Ma ci sarebbe di più perché Agostino avrebbe lavorato con il tecnico che ha sbobinato le cassette in cui si sentono le parole di Alberto Volo e dunque sarebbe stato pienamente a conoscenza del loro contenuto.
A Palermo si scava e si scava nei misteri dell’isola e tanti aspetti rimasti oscuri sono destinati a trovare una spiegazione. Un pezzo della spiegazione c’è e risponde a una domanda: come avevano fatto Falcone, Volo e Agostino a entrare in contatto? Il tramite tra l’ex estremista di destra e il giudice passa per Elio Antinoro, un altro poliziotto che stava al commissariato San Lorenzo. Compito che si assunse fu quello di portare Volo a Palazzo di Giustizia mantenendo il più stretto riserbo e, a fronte delle dichiarazioni rese, si era profilata l’esigenza di proteggerlo. Esigenza a cui avrebbe adempiuto anche Agostino.

Biassono, degradato il comandante dei vigili con la divisa da nazista da:milanocorriere.it

Giorgio Piacentini ora è un semplice agente agli ordini nel nuovo responsabile Mario Girelli. Il sindaco: «Ho voluto dare un segnale forte, gesto incompatibile per il capo delle forze dell’ordine di un Comune democratico e repubblicano»

di Marco Mologni

Il sindaco Luciano Casiraghi (Lega Nord) lo aveva detto: «Giorgio Piacentini, il comandante che aveva indossato la divisa delle Ss naziste, sarà degradato».
Da ieri, lo ha sostituito. Il comando della polizia locale di Biassono ha un nuovo comandante. Si tratta di Mario Girelli, 52 anni, comandante della polizia del Parco delle Groane. Piacentini potrà proseguire il suo lavoro a Biassono: ma, da ieri, come semplice agente.

«Ho voluto dare un segnale forte — spiega Casiraghi —: il gesto compiuto dall’ex comandante era incompatibile per il capo delle forze dell’ordine di un Comune democratico e repubblicano. Era necessario voltare pagina e ribadire il nostro fermo no al nazismo».

Il giorno dell’Epifania, Giorgio Piacentini aveva postato sul suo profilo Facebook una foto in cui indossava una divisa da ufficiale nazista. A essere inaccettabile era stato ancora di più il suo commento: «Proporrò al sindaco di istituire un corpo di polizia così, risolveremmo tanti problemi». Piacentini ha replicato di essere un appassionato di divise e che il suo gesto era goliardico, ma la spiegazione non ha convinto. Nemmeno il sindaco.

Anpi sia “messa fuorilegge”, la petizione online promossa dai Neonazisti di Varese da: ilfattoquotidiano.it

 

CRONACA
La Do.Ra., Comunità militante dei dodici raggi, è un’associazione neo-nazi che opera da qualche anno a Caidate, frazione di Sumirago. Nella petizione lanciata sul sito change.org chiede anche che “vengano processati per crimini di guerra tutti i partigiani ancora in vita”. Nel novembre 2014 la stessa associazione aveva profanato il sacrario dei partigiani a Monte San Martino

“Chiediamo che venga messa fuorilegge l’Anpi“. In una petizione on-line sul sito change.org la Do.Ra., un’associazione neo-nazi, chiede che in Italia venga “chiusa fino all’ultima sezione” dell’Associazione nazionale partigiani italiani. La richiesta però non si ferma a questo primo punto e chiede anche che “vengano processati per crimini di guerra tutti i partigiani ancora in vita”.

La Comunità militante dei dodici raggi (Do.Ra.) opera da qualche anno in provincia di Varese. I dodici raggi rimandano al ‘sole nero’, simbolo del castello diventato negli anni del nazismo la sede delle Ss (Schutz-staffeln, traducibile in ‘squadre di protezione’). La base è a Caidate, frazione di Sumirago, dove l’associazione ha promosso diversi eventi e raduni legati al mondo delle nuove destre italiane ed europee. In particolare aveva generato diverse polemiche il maxi-raduno organizzato da Do.Ra. il 20 aprile 2013: circa 400 militanti provenienti da tutto il nord Italia si erano incontrati alla Folla di Malnate. Ufficialmente era una serata per festeggiare il ventennale di ‘Varese Skinheads’, ma la data coincideva anche con la nascita di Adolf Hitler. E proprio in quella occasione era stata l’Anpi a segnalare la coincidenza delle date, chiedendo l’intervento delle autorità locali.

La Do.Ra. si era già resa protagonista nel novembre 2014 di un atto contro il sacrario dei caduti della battaglia partigiana del Monte San Martino. Alla vigilia dell’anniversario della battaglia combattuta tra il 13 e il 15 novembre 1943 sulle Prealpi dell’alto Varesotto, il Manipolo d’avanguardia di Bergamo e la Comunità militante dei Dodici Raggi avevano piantato 200 rune di algiz rovesciate (simboli usati sulle tombe delle Ss accanto alla data della morte) e avevano affisso uno striscione con la scritta “Guerriero d’Europa risorgi”. In quel luogo persero la vita 42 dei 150 partigiani del Cln che stavano tentando di arginare l’occupazione tedesca dopo la firma dell’armistizio.

Fonte: contropianoAutore: redazione Roma. Il quartiere popolare di Torpignattara compie 90 anni. Un percorso di iniziative nel segno dei partigiani

Al via dal 12 gennaio 2017 le celebrazioni e iniziative per celebrare i 90 anni del quartiere romano di Tor Pignattara. Un fitto calendario di eventi, dalla posa delle pietre d’inciampo in memoria dei partigiani del quartiere uccisi alle Fosse Ardeatine alle passeggiate storiche tra archeologia e antropologia, passando per il fumetto sulla vita del partigiano Giordano Sangalli e la Festa della Liberazione del 25 Aprile

Si terranno a partire dal 12 gennaio 2017 le celebrazioni e iniziative organizzate dal Comitato di Quartiere Tor Pignattara, dall’Associazione per Ecomuseo Casilino ad Duas Lauros, dalla Scuola Popolare di Tor Pignattara e dall’Associazione culturale Bianco e Nero (organizzatrice del KarawanFest) per celebrare i 90 anni del quartiere romano del Municipio Roma 5. Sebbene l’insediamento dell’abitato risalga alla costituzione della stazione sanitaria nel 1882, la notte fra il 17 e il 18 luglio 1927 segna un momento storico: l’atto di inclusione dell’area urbana nel territorio amministrativo interno al Comune di Roma. Quella notte, infatti, divenne esecutivo il provvedimento che impose lo spostamento della cinta daziaria comunale oltre via dell’aeroporto di Centocelle: un atto amministrativo che trasformò Tor Pignattara da borgo rurale della campagna romana in ‘uno dei centri abitati compresi nel comune chiuso’ di Roma.

Il progetto ’90 Volte Tor Pignattara’ intende costruire un programma annuale di manifestazioni attraverso la diretta partecipazione delle tante realtà sociali e culturali operanti nel territorio. Numerosi eventi condivisi, per costruire un’offerta culturale plurale, in cui ogni realtà possa dare il proprio contributo. Il calendario delle celebrazioni prenderà avvio giovedì 12 gennaio 2017 alle ore 9:00 con un evento di straordinaria importanza: la posa di 6 pietre d’inciampo (Stolpersteine) in memoria dei partigiani del quartiere trucidati alle Fosse Ardeatine. L’iniziativa è parte dell’ottava edizione di Memorie d’inciampo a Roma, organizzata dall’Associazione ArteInMemoria, a cura di Adachiara Zevi e realizzata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Il 15 gennaio, invece, prenderanno avvio le Domeniche dell’Ecomuseo Casilino 2017, con una passeggiata storica che avrà come filo narrativo le vicende vissute dal quartiere nei nove mesi di lotta per la liberazione di Roma dal nazi-fascismo. Il ciclo di trekking urbani proseguirà quindi nei mesi successivi per accompagnare i cittadini alla scoperta del patrimonio storico, archeologico, antropologico, artistico e paesaggistico del territorio.

Ad aprile 2017, invece, verrà presentato il primo fumetto sulla vita del partigiano Giordano Sangalli realizzato grazie al laboratorio tenuto da Alessio Spataro per la Scuola Popolare di Tor Pignattara. Il 25 aprile, invece, spazio alla tradizionale Festa della Liberazione, che si terrà, come da tradizione, al Parco Giordano Sangalli. “Questo è solo un assaggio – sottolineano gli organizzatori – delle tantissime manifestazioni che comporranno il calendario delle celebrazioni. Stanno arrivando infatti tantissime adesioni che sono al vaglio del comitato promotore. Una partecipazione straordinaria che ancora una volta testimonia la vitalità di un quartiere che, attraverso il suo straordinario tessuto associativo, respinge l’immagine mediatica di periferia degradata e rivendica il suo ruolo centrale nel panorama sociale e culturale romano”.

Per sostenere questo obiettivo è stato realizzato un logo celebrativo, necessario per “segnalare” l’adesione del singolo evento all’iniziativa e un sito internet – http://www.90voltetorpigna.it – con fini informativi e promozionali. Le realtà associative che intendono aderire all’iniziativa – purché non affiliate a partiti politici e operanti senza scopo di lucro – non dovranno far altro che proporre la propria adesione compilando il formulario presente sul sito o inviando una mail a 90voltetorpigna@gmail.com

“Riteniamo – continua l’organizzazione – che promuovere la più ampia partecipazione possibile sia essenziale al raggiungimento degli obiettivi che l’iniziativa si prefigge: di diffondere la conoscenza del patrimonio storico e culturale del territorio fra le comunità che lo abitano e di richiedere formalmente il riconoscimento di Tor Pignattara come nuovo Rione del Comune di Roma, rivendicando il contributo del quartiere alla costruzione dell’identità democratica e multiculturale della città”.