Autore: fabrizio salvatori Smartphone, Greenpeace: “Di questo passo saremo sepolti dai telefonini. Occorre un diverso modello di sviluppo” da: controlacrisi.org

Sono più di 7 miliardi gli smartphone prodotti nel mondo dal 2007 ad oggi. Per produrre questa straordinaria quantità di dispositivi è stato impiegato l’equivalente di un anno di fabbisogno energetico in India. Solo nel 2014, secondo uno studio della United Nations University, sono stati prodotti 3 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici legati alla produzione di smartphone. Nel 2020 le persone che saranno in possesso di uno smartphone saranno 6,1 miliardi, ovvero circa il 70% della popolazione globale. Da questi dati, raccolti da Greenpeace USA nel rapporto “From Smart to Senseless: The Global Impact of Ten Years of Smartphones”, si comprende facilmente quanto la produzione e lo smaltimento degli smartphone hanno impattato significativamente sul nostro pianeta
“Se tutti gli smartphone prodotti nell’ultimo decennio fossero ancora in uso, ce ne sarebbero abbastanza per ogni persona sul pianeta. I consumatori sono spinti a cambiare telefonino così spesso che la media di utilizzo è di soli due anni: l’impatto sul pianeta è devastante”, afferma Elizabeth Jardim di Greenpeace Usa. “Quando si considerano tutti i materiali e l’energia richiesta per realizzare questi dispostivi, la loro durata e il basso tasso di riciclo, diventa chiaro che non possiamo continuare su questa strada. Abbiamo bisogno di dispositivi che durino più a lungo e, in sostanza, abbiamo bisogno di aziende che adottino un nuovo modello di produzione circolare”.
Greenpeace chiede all’intero settore IT di adottare un modello di produzione circolare, in modo da affrontare alla radice molte di queste sfide ambientali. Un caso esemplare è quello di Samsung, che dovrebbe impegnarsi pubblicamente al riciclo del Galaxy Note 7s, riducendo al minimo l’impatto sulle persone e sull’ambiente. Invece non è ancora chiaro cosa intenda fare con i 4,3 milioni di telefonini che ha ritirato dal commercio.
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TERRA DEI FUOCHI: I BAMBINI CONTINUANO A MORIRE, ADDIO A 8 ANGELI IN 20 GIORNI da: www.greenme.it Scritto da Marta Albè

I bambini della Terra dei Fuochi continuano purtroppo a morire di tumore e i dati sono a dir poco allarmanti. 8 bambini morti in 20 giorni, denunciano le famiglie che vivono il dramma di questi luoghi dove i veleni uccidono.

Nella Terra dei Fuochi rifiuti tossici e discariche abusive per anni hanno avvelenato l’aria delle province di Napoli e Caserta. Secondo i genitori dei piccoli scomparsi a causa dei tumori, non si può fare finta che non vi sia un collegamento con la drammatica situazione ambientale di questi luoghi.

Il comitato delle Mamme Vittime della Terra dei Fuochi ha preso la parola e ha espresso la propria rabbia negli ultimi giorni in una protesta di fronte alla prefettura di Napoli. Degli 8 bambini morti negli ultimi 20 giorni il più piccolo aveva solo 7 mesie il più grande 11 anni.

I bambini della Terra dei Fuochi si ammalano di tumori che di solito colpiscono gli adulti, come il tumore ai polmoni con metastasi al cervello che ha causato la morte di una bambina di 12 anni lo scorso dicembre. Altri bambini qui si sono ammalati di leucemia e sono morti in breve tempo.

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Le proteste e gli allarmi presentati dai genitori non vengono però ascoltati, anzi, la situazione viene fatta passare come nella norma e nella media nazionale dai responsabili dell’ospedale Santobono- Pausilypon.

Secondo i responsabili ospedalieri, sono morti 5 bambini negli ultimi due mesi e non 8 in venti giorni. Ma se ci si basa solo su freddi dati non ci si rende conto della gravità della situazione dei piccoli, delle loro malattie e della sofferenza delle famiglie e si vanno a nascondere le conseguenze negative della cattiva gestione dei rifiuti e dell’inquinamento.

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“Per loro non c’è giustizia” – dicono le mamme e le donne che si sono riunite per protestare di fronte a una situazione così grave.

Già lo scorso anno era stata denunciata la situazione dei troppi tumori e delle troppe vittime di queste malattie tra i più piccoli.

“Tutte queste patologie ammettono diversi fattori causali certi o sospetti, fra questi ultimi anche emissioni o rilasci di siti di smaltimento di rifiuti pericolosi e di combustioni incontrollate di rifiuti”aveva spiegato l’Istituto Superiore di Sanità nel 2016. E anche lo scorso anno non erano mancate le polemiche da parte degli ospedali sui dati relativi alle morti di tumore.

La storia si ripete e le vittime continuano ad essere dei bambini indifesi che meriterebbero di vivere a lungo in un ambiente sano e sicuro. Purtroppo non è così.

Addio piccoli angeli, continueremo a chiedere giustizia per voi

Fonte: sbilanciamoci.infoAutore: Guglielmo Ragozzino Ambiente, si apre l’era Trump

La scelta del direttore dell’Epa, la decisione di completare la rete di pipelines e la scelta come segretario di stato di Rex Tillerson indicano chiaramente la strada che il presidente Usa vuole perseguire

Entrato in carica il 20 gennaio, il presidente degli Stati uniti non ha perso tempo. Nei primi giorni ha fatto tra l’altro due scelte significative nell’intento di rovesciare la politica ambientale del suo predecessore ( Executive Order , 24 gennaio). Egli ritiene da sempre che le scelte di Barack Obama siano tutte sbagliate; dunque cerca di porvi subito rimedio per quanto gli è possibile. Alcuni si chiedono come faccia a riconoscere con tanta sicurezza gli sbagli, ma la risposta è che lo sa e basta; ormai si è stufato di ripetere che Obama è stato un falso presidente, nato chissà dove. Il circolo ristretto degli assistenti presidenziali, interloquendo con sussiego e fastidio, attribuisce gli errori cruciali di Obama allo scarso coraggio e alla sostanziale debolezza nei confronti del radicalscicchismo che per otto lunghi anni ha detenuto il potere effettivo a Washington, imponendo scelte perdenti in politica estera ed economica, avvilendo le classi medie, bruciando i posti di lavoro.

Le due scelte ambientali sono tra le più importanti dell’esordio: una è il blocco totale e preventivo dell’attività dell’Epa ( Environmental Protection Agency ) ente ambientale, ancor prima che il direttore prescelto, Scott Pruitt, ottenga l’approvazione del Senato. Tutto ciò senza nascondere, anzi mettendo in solare evidenza (o addirittura vantando) che Pruitt è scelto perché non crede nel cambiamento climatico e soprattutto esclude che nella catena di eventi meteorologici vi sia una responsabilità umana, che è poi proprio la convinzione che ha spinto gli scienziati radical chic a inventare l’era geologica dell’antropocene. L’origine della scelta del nuovo responsabile è dunque determinata anche – o soprattutto – da tali convinzioni. Pruitt, arrivato al dibattito sulla sua conferma al Senato, modera i toni: il suo credo precedente era forse eccessivo anche per i più convinti e talebani tra gli aderenti al tea party . Pensa di cavarsela assicurando i senatori della sua sollecita attenzione alla pericolosa crescita eventuale dell’anidride carbonica, ma senza esporsi troppo, senza offrire occasioni di critiche, rispondendo sul cambiamento climatico e sull’eventuale responsabilità umana, se non quella di ammettere blandamente di ritenere un po’ eccessive le ripetute negazioni di Donald Trump in merito. La linea di difesa prescelta, in Senato, è quella di dichiarare la propria attenzione in proposito, non escludere nulla, di mantenersi in attesa di ulteriori discussioni, informazioni e conferme. E’ probabile che il futuro zar dell’ambiente scelto da Trump per quel ruolo decisivo dell’Epa, fosse convinto di aver superato così le difficoltà; tanto più che il molto temuto senatore del Vermont, Bernie Sanders, non era presente. In una fase successiva dell’audizione, però, Sanders arriva. Pruitt, per mantenere il tono dimesso che gli hanno probabilmente consigliato di assumere, afferma di nuovo che la sua personale opinione in merito al cambiamento climatico è, tutto considerato, “irrilevante”; e Sanders reagisce: “Davvero? Lei sta per diventare capo dell’agenzia di protezione ambientale e dichiara irrilevante il suo personale convincimento se il cambiamento climatico sia causato dalle attività umane e dalle emissioni fossili?”. Il colpo finale di Sanders è di chiedere a Pruitt che attualmente è attorney general dell’Oklahoma se gli risulti un collegamento tra l’alto numero di terremoti verificatisi e l’uso smodato del fracking petrolifero nel suo stato. Alla risposta “ammetto di essere turbato”, Sanders lo incalza: turbato e basta? come ovvio, lei non avrà il mio voto. (in appendice lo scambio tra Pruitt e Sanders).

Se nella discussione sull’Epa, Trump sta dietro le quinte, limitandosi a ordinare all’Epa di non muovere un dito prima che il suo prescelto Pruitt entri in carica, il suo ruolo è di primo piano a proposito dei pipeline .

Trump dichiara subito di voler sveltire l’insieme “incredibilmente ingombrante” dei permessi federali e della revisione ambientale delle infrastrutture come ponti e strade. Di conseguenza promulga il suo ordine esecutivo in tema ambientale. Nel 2015 Obama ha bloccato la costruzione di due pipeline avversati dagli ambientalisti e dal popolo Sioux in lotta per difendere il territorio, l’acqua e il luoghi della tradizione religiosa che i pipeline mettevano a rischio. Tutte sciocchezze, per la destra americana compatta.

Il completamento della rete di pipeline (meglio parlare del loro attuale incremento: mai mettere limiti alle fortune avvenire del petrolio, consiglierebbe un alto dignitario dell’Opec) risponde a due esigenze. Concorrere in modo sostanziale al processo d’indipendenza nazionale dell’energia ben presente nel pensiero trumpiano ed ereditato da molte amministrazioni precedenti, sia repubblicane che democratiche. Si tratta ovviamente, con forza rinnovata, di un trionfo dell’energia fossile, lasciando cadere le assurde fisime ambientaliste e la forsennata rincorsa alle rinnovabili. Rimettere al lavoro migliaia e migliaia di operai, cominciando da quelli espulsi dai lavori pubblici, americani al cento per cento, gli operai d’acciaio delle condutture, per trasportare attraverso il continente petrolio e gas. Trump flirta qui con un aggressivo sindacato dei lavoratori delle costruzioni: LiUNA (Laborers’ International Union of North America), forte, stando al suo messaggio pubblicitario di mezzo milione, di iscritti.

La costruzione di Keystone XL e di Dakota Access, due oleodotti da migliaia di chilometri, (tremila l’uno, tremila l’altro) il primo per rifornire di petrolio canadese le raffinerie e i depositi del sud degli Stati uniti, l’altro per mettere in circolo il petrolio e il gas del bacino di Bakken in North Dakota. Bakken è un gigantesco territorio ricchissimo di fossili e molto conosciuto per la pratica del fracking ,. Entraambi offrono secondo Trump l’opportunità di costruire negli Usa la tubazione necessaria, con acciaio americano, valvolame americano, centri di pompaggio americani, operai americani. A lavorare, a detta di Trump, sarebbero 28 mila, 28 operai siderurgici americani per costruire l’acciaio della condotta Keystone XL, cui si sommerebbero quelli del Dakota Access. Per inciso si può notare che XL (che significa Export Limited) distingue l’oleodotto in questione da un altro Keystone, già in funzione, che ha lo stesso inizio e la stessa conclusione, ma fa una grande curva che invece XL non fa, tirando diritto, da nord a sud, con buona pace del popolo Sioux. Dakota Access invece va da Ovest a est, incrocia XL a….ed è tutto da costruire. Le schede di wikipedia ci informano che a cose fatte l’occupazione stabile sarà di poche persone in ogni stato attraversato, data l’alta automazione del flusso di petrolio e gas. (e naturalmente saranno necessarie molte guardie all’impianto, per evitare che venga attaccato da nativi o da feroci ambientalisti)

Per due anni la siderurgia americana avrebbe dunque commesse e profitti. E dopo? Facile capire che dopo si potrebbero aggiungere altre pipeline e altra siderurgia. L’intreccio delle condutture grandi e piccole del gas e del petrolio nel centro e nel sud est degli Usa, dal North Dakota al Texas soprattutto, è una ragnatela fitta e molto forte. Difficile dire cosa possa avvenire dopo dopo , non tanto quando i petroli del Canada e di Bakken saranno esauriti, ma quando non ci saranno più pipeline da costruire, avendo raggiunto il massimo ingorgo possibile. Gli operai siderurgici organizzati dal sindacato LiUNA si dovranno riadattare alle difficoltà di lavoro precedenti. In questa linea di condotta le riconversioni del lavoro in direzione delle maledette rinnovabili si ridurranno a poco. Le scelte dell’amministrazione americana per la continuità energetica fossile avrà effetti esiziali sulla scelta degli altri duecento paesi che con americani e cinesi hanno discusso, approvato, sottoscritto e messo in opera le decisioni comuni e gli impegni di ciascun paese assunti nel summit di Parigi, nel novembre del 2015.

La scelta come segretario di stato di Rex Tillerson indica il resto del processo energetico trumpiano. ,Tillerson è più petroliere del primo degli sceicchi. Si tratta di un ingegnere edile conquistato, ancor fresco di laurea, dalle sirene dell’ExxonMobil (allora Esso), Tillerson ha fatto tutta la sua carriera, da giovane ingegnere a capo assoluto dentro ExxonMobil. Dopo Parigi, manda la sua benigna approvazione a quel tentativo di studiare energie alternative e sistemi di risparmio energetico, in un quadro di continuità fossile che ha da durare almeno per i prossimi sessanta anni. Dopo si vedrà; qualcun altro vedrà. Trump lo scrittura come una persona affidabile. Massimo tra i petrolieri, capace di guardarsi intorno, abile nel trattare con arabi e con russi. E’ una vita che non fa altro. Così gli Stati uniti di Trump non solo possono tirarsi indietro dalle insensatezze di Obama, anzi invertono addirittura la marcia, mostrando di non credere più che tanto alle illusioni di Parigi. Essi avvertono il mondo che, tutto considerato, è duro e saggio e non si ferma a sognare, di una constatazione precisa. Le decisioni prese per così dire da tutti i paesi per il futuro, sono in realtà scelte cinesi, indispensabili per ridurre l’eccesso di carbone utilizzato nelle loro produzioni industriali. La Cina, officina del mondo, in poche parole inquina troppo, agli occhi – e ai polmoni – dei cinesi. Detto altrimenti, le scelte del cop21 di Parigi sono determinate dalla politica interna sociale cinese. Troppo poco, avverte, cinguettando, il presidente americano, per cambiare la storia del mondo.

Fonte: help consumatoriAutore: redazione Inquinamento, dall’Ue in arrivo sanzioni per circa un miliardo contro l’Italia

L’Italia intrappolata nello smog potrebbe pagare un caro prezzo per l’inquinamento dell’aria delle sue città. In termini economici, potrebbe arrivare una supermulta fino a un miliardo di euro dall’Europa. Senza contare le conseguenze devastanti sulla salute – tutte le agenzie internazionali concordano sul peso dell’inquinamento atmosferico che miete vittime ogni anno – e sulla vivibilità delle città. L’avrebbero già chiamata la “madre di tutte le sanzioni”: fonti stampa dicono che la Commissione europea starebbe valutando l’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia per violazione della direttiva europea sulla qualità dell’aria.
Spiega nel dettaglio La Stampa: “Fonti concordanti rivelano che, per metà febbraio, è atteso il parere motivato (secondo stadio della procedura avviata nel 2015) che inviterà Roma a correggere lo sforamento dei limiti minimi di biossido di azoto contenuti nell’atmosfera, inquinante che scaturisce per il 40 per cento dal traffico stradale. Per marzo, secondo la tabella di marcia dell’esecutivo, c’è in canna un secondo parere per una seconda variazione sul tema dell’irregolarità, stavolta per le «Pm10», le polveri sottili, killer invisibile che uccide anzitempo da noi come in nessun altro Paese dell’Unione”.
La qualità dell’aria in Italia è fra le peggiori: non si respira più bene da tempo e l’Italia è ormai al terzo posto per numero di giorni vissuti oltre la soglia massima delle emissioni, dopo Polonia e Bulgaria. Quest’anno si è già aperto nell’emergenza, con alcune città del Nord Italia in cui le centraline sono arrivate a misurare livelli di inquinamento fino a quattro volte i valori consentiti. Nei giorni scorsi Legambiente ha diffuso i dati del dossier Mal’aria di città 2017 – Come ridurre lo smog, cambiando le città in 10 mosse e della campagna annuale “PM10 ti tengo d’occhio” che monitora l’andamento giornaliero dei 96 capoluoghi di provincia: già nei primi 25 giorni di gennaio ben nove città hanno registrato oltre 15 giorni di superamento del limite giornaliero previsto per il PM10, con le situazioni peggiori che si trovano a Cremona (20 giornate di sforamento), a Torino (19 giornate) e a Frosinone (18 giornate) seguite da Treviso, Padova, Vicenza e Reggio Emilia (15 giorni di sforamento). Dati che fanno seguito a un 2016 davvero nero per l’aria italiana: lo scorso anno ben 33 città italiane sono risultate fuorilegge con il livello di Pm10 alle stelle, prima fra tutte Torino, seguita da Frosinone, Milano e Venezia. A livello regionale, le regioni a cavallo della pianura padana sono quelle che hanno registrato le maggiori criticità. I numeri sono drammatici se si considera l’impatto sulla salute: le ultime stime dicono che ogni anno l’inquinamento dell’aria causa oltre 467 mila vittime solo in Europa e i costi sanitari associati quantificabili sono tra 400 e 900 miliardi di euro all’anno sempre in Europa.
Se arriverà la supermulta tutto questo si pagherà caro anche in termini economici. Il Codacons già protesta: le sanzioni, afferma, le paghino gli amministratori inadempienti e non i cittadini. “Dovranno essere gli amministratori pubblici inadempienti verso la UE a pagare le sanzioni in caso di infrazioni comunitarie. Non è colpa dei cittadini, specie di quelli che utilizzano la bicicletta o auto ecologiche, se l’inquinamento non è adeguatamente combattuto – afferma l’associazione, che nel frattempo ha inviato un esposto preventivo alla Corte dei Conti – In caso di sanzioni UE, e si parla di sanzioni fino al miliardo di euro, dovranno essere gli amministratori che non hanno previsto un adeguato piano anti-inquinamento a pagarle”.
Federconsumatori ricorda che l’Italia è già stata condannata dalla Corte di Giustizia per la violazione dei limiti in 55 aree geografiche, nel 2006 e nel 2007. “Il collegamento causa-effetto tra la concentrazione di polveri sottili e morti premature è riconosciuto dall’OMS: stando ai dati dell’Agenzia europea dell’Ambiente nel 2013 polveri e biossido d’azoto hanno provocato la morte prematura di 87.670 persone. In Italia ammontano a circa 20.000 – afferma Federconsumatori – L’impegno del nostro Governo dovrebbe essere motivato da queste cifre, prima ancora che dagli importi della sanzione. Non possiamo, ogni volta, affidarci ad una “danza della pioggia” quando il livello di allerta supera la soglia di attenzione”.
Cosa fare? Le azioni da eseguire sarebbero davvero tante. Per Federconsumatori “è fondamentale prevedere una programmazione di incentivi ed agevolazioni tese, prima di tutto, alla sostituzione del parco delle auto che offrono servizio pubblico. Se taxi e NCC fossero tutte auto ibride o elettriche, l’inquinamento, anche acustico, diminuirebbe notevolmente. Inoltre, dall’altro lato, favorendo la vendita delle auto a basso impatto, magari prevedendo dei piani di rottamazione anche per i cittadini, specialmente nelle città maggiormente inquinate, si potrebbe agire positivamente sull’occupazione”. Si tratta di un cambiamento nei trasporti, culturale, sociale, che coinvolge amministrazioni e cittadini: in ballo non c’è solo la maximulta, ovviamente, ma la tutela stessa della salute pubblica.

Fonte: greenreportAutore: redazione Disastri ambientali, un nuovo studio conferma l’aumento irreversibile del livello dei mari

Anche se un giorno riusciremo a raggiungere le zero emissioni in atmosfera, le regioni costiere e i piccoli Stati insulari dovranno continuare a fare i conti per secoli con l’aumento del livello dei mari. A dirlo è un nuovo studio “Centuries of thermal sea-level rise due to anthropogenic emissions of short-lived greenhouse gases”, pubblicato su the Proceedings of the National Academy of Sciences da ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (Mit) e della Simon Fraser University, secondo il quale il riscaldamento climatico provocato da gas serra come il metano, i clorofluorocarburi, o gli idrofluorocarburi, che permangono nell’atmosfera solo per un anno o per alcuni decenni, possono causare un innalzamento del livello del mare per centinaia di anni dopo che gli inquinanti sono scomparsi dall’atmosfera.«Se si pensa di paesi come le Tuvalu, che sono a malapena sopra il livello del mare, la domanda che si profila è quanto siamo in grado di emettere prima che siano condannati. Sono già destinati ad andare sott’acqua anche se domani fermassimo del tutto le emissioni? – dice la principale autrice dello studio, Susan Solomon, che insegna chimica atmosferica e scienza climatica al Mit – E’ una ragione importante per capire quanto tempo dureranno i cambiamenti climatici e quanto l’aumento del livello del mare è già determinato». Gli altri autori dello studio sono Kirsten Zickfeld della Simon Fraser University e Daniel Gilford del dipartimento della Terra, e scienze atmosferiche e planetarie del Mit.

Recenti studi realizzati da diversi team di ricercatori, compreso quello della Salomon, hanno dimostrato che anche se le emissioni antropiche di CO2 dovessero cessare del tutto, il riscaldamento atmosferico che producono e l’ aumento del livello del mare continuerebbero per più di 1.000 anni. Al Mit spiegano che «Questi effetti – essenzialmente irreversibili su scale temporali umane – sono dovuti in parte al tempo di permanenza dell’anidride carbonica: Il gas a effetto serra può rimanere nell’atmosfera per secoli dopo che è stata emessa da ciminiere e tubi di scappamento. Diversamente dall’’anidride carbonica, altri gas serra come metano e clorofluorocarburi hanno durata molto più brevi. Tuttavia, studi precedenti non avevano ancora precisato quali potessero essere i loro effetti a lungo termine sull’innalzamento del livello del mare».

Per rispondere a questa domanda, il team della Solomon ha analizzato un certo numero di scenari climatici utilizzando un’Earth systems model of intermediate complexity (Emic), un modello climatico computazionalmente efficiente che simula la circolazione oceanica e atmosferica per prevedere cambiamenti climatici per decenni, secoli e millenni. Attraverso l’Emic, il team statunitense ha calcolato sia l’aumento medio della temperatura globale che il livello del mare, in risposta alle emissioni antropiche di CO2, metano, clorofluorocarburi e idrofluorocarburi e dice che «le stime per l’anidride carbonica concordano con le previsioni degli altri e hanno dimostrato che, anche se il mondo dovesse smettere di emettere anidride carbonica a partire dal 2050, fino al 50% del gas rimarrebbe in atmosfera più di 750 anni dopo. Anche dopo che le emissioni di anidride carbonica cessassero, l’innalzamento del livello del mare dovrebbe continuare ad aumentare, arrivando al doppio del livello stimato per il 2050 in 100 anni, e quattro volte tale valore in altri 500 anni.

La Salomon spiega che questo è dovuto alla “inerzia dell’oceano”: «Mentre il mondo si riscalda a causa dei gas serra – anidride carbonica inclusa – le acque si riscaldano e si espandono, causando la risalita del livello del mare. La rimozione del calore aggiuntivo dell’oceano provocato dai gas, anche di breve durata, e di conseguenza l’abbassamento del livello del mare, è un processo estremamente lento. Mentre il calore entra nell’oceano, va sempre più in profondità, provocando una continua espansione termica. Allora deve essere trasferita di nuovo nell’atmosfera ed emessa verso lo spazio per rinfrescarsi e questo è un processo molto lento, di centinaia di anni.”

In un particolare scenario di modellazione del clima, il team ha valutato la risposta del livello del mare ai diversi scenari di emissioni di metano : uno nel quale si continuerebbe ad emettere il gas ai tassi correnti, gli altri che prevedono lo stop delle emissioni di metano in tre diverse date: 2050, 2100 e 2150.

In tutti e tre gli scenari migliori, il metano verrebbe rapidamente eliminato dall’atmosfera, e il riscaldamento atmosferico associato a questo potente gas serra diminuirebbe ad un tasso simile. «Tuttavia – evidenziano i ricercatori – il metano continuerebbe a contribuire all’innalzamento del livello del mare per secoli». Ma hanno anche scoperto che «Più a lungo il mondo tarda a ridurre le emissioni di metano, più a lungo i livelli dei mari rimarranno elevati».

La Salomon aggiunge: «Sorprendentemente, un gas con una durata di 10 anni, può effettivamente causare duraturi cambiamenti del livello del mare. Così, non bisogna arrivare a smettere di emettere ma dovremo tornare del tutto allo stato pre-industriale. Conviveremo con questo per un tempo molto lungo».

Sembra uno scenario sconfortante, ma i ricercatori hanno voluto capire se i regolamenti precedenti sugli inquinanti hanno avuto un effetto significativo sulla crescita del livello del mare. Il team si è concentrato sul trattato internazionale forse di maggior successo fino ad oggi: il Protocollo di Montreal, ratificata da 197 paesi nel 1989, che ha effettivamente frenato le emissioni di composti dannosi per l’ozono in tutto il mondo.

I dati sono molto incoraggianti: il Protocollo di Montreal, progettato per proteggere lo strato di ozono eliminando gradualmente sostanze inquinanti come i clorofluorocarburi, ha anche contribuito a frenare l’innalzamento del livello dei mari. «Se il Protocollo di Montreal non fosse stato ratificato e i Paesi avessero continuato a emettere clorofluorocarburi nell’atmosfera – dicono i ricercatori – entro il 2050, il mondo avrebbe sperimentato fino a ulteriori 6 pollici di innalzamento del livello del mare», circa 15 centimetri.

«Mezzo piede è piuttosto significativo – fa notare la Solomon – E ‘ancora un altro enorme motivo per cui il protocollo di Montreal è stata una buona cosa per il pianeta».

I ricercatori sottolineano che «Gli sforzi per frenare il riscaldamento globale non dovrebbero invertire in fretta l’innalzamento del mare e gli impatti a lungo termine dell’ innalzamento del livello del mare dovrebbero essere presa seriamente in considerazione. La principale conclusione politica di questo studio è che la natura di lunga durata dell’innalzamento del livello del mare accresce l’importanza delle precedenti azioni di mitigazione».

Cambiamenti climatici e scelte energetiche da: controlacrisi.org

La politica italiana per il contrasto ai cambiamenti climatici appare poco convinta se si considera la scarsità di risorse e di strumenti a disposizione e la poca attenzione dedicata a coerenti scelte energetiche. Le proposte di Sbilanciamoci!

La politica del nostro Paese per il contrasto ai cambiamenti climatici, in attuazione dello storico Accordo di Parigi, appare poco convinta se si considera la scarsità di risorse e di strumenti a disposizione previsti nel Disegno di Legge di Bilancio 2017 (AC 4127- bis ) e la poca attenzione dedicate a coerenti scelte energetiche.

Nella Tabella B del Disegno di Legge è previsto un accantonamento di 60,748 milioni di euro sul bilancio del Ministero dell’Ambiente per finanziare interventi in esecuzione dell’Accordo di Parigi del 12 dicembre 2015: un accantonamento che serve, però, anche a finanziare interventi di bonifica e il ripristino dei siti inquinati, la difesa del suolo e interventi diversi.

Le uniche risorse certe per interventi subito realizzabili, in campo energetico e climatico, sono dunque quelle indicate in Tabella 9 (Bilancio di previsione del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare): per interventi a favore della mobilità sostenibile, l’efficientamento e il risparmio energetico, vengono stanziati 6,315 milioni di euro (lo 0,02% dell’ammontare complessivo della Manovra 2017, pari a circa 27 miliardi di euro).

Inoltre, all’art. 2 della Legge di Bilancio si conferma al 31 dicembre 2017 (senza stabilizzarlo una volta per tutte) il cosiddetto Ecobonus, cioè la detrazione al 65% per le spese relative agli interventi di riqualificazione energetica degli edifici, con modulazioni che arrivano al 70% nel caso interessino l’involucro degli edifici condominiali e al 75% nel caso si raggiungano determinati standard (così come si fa per le misure antisismiche), con proroga in questo caso sino al 2021.

Si tratta di misure non coordinate e di scarsa efficacia, date le limitatissime risorse messe a disposizione, rispetto alle sfide che il nostro Paese dovrebbe affrontare. L’Italia, dopo la Cop22 di Marrakech (7-18 novembre 2016) dovrà mettere a punto a partire dal 2017 la Strategia Nazionale sul Clima, come previsto dall’Accordo di Parigi, e presentarla alle Nazioni Unite. È questo un obbligo non solo in sede europea, ma anche multilaterale.

Una task force tecnica ha lavorato presso la Presidenza del Consiglio, ma al momento non è ancora chiara la sede istituzionale in cui verranno elaborati gli indirizzi di carattere politico; mentre, come è noto, appare ormai naufragato l’intento del Governo di dotare l’Italia di un Green Act , che doveva riguardare in primo luogo proprio le politiche del nostro Paese in materia climatica ed energetica, come preannunciato nel gennaio 2015 dal Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi.

Come abbiamo visto, nella Legge di Bilancio 2017 non c’è alcuna traccia, né alcuna anticipazione di strumenti che costituiscano le basi per una Strategia Nazionale di Decarbonizzazione, né che in qualche modo servano a creare le premesse per piani di attuazione, prima di tutto in campo energetico, che ci portino decisamente fuori dalla dipendenza dai combustibili fossili e favoriscano le energie rinnovabili, il risparmio e l’efficienza energetica (l’ultimo documento governativo è l’ormai inattuale Strategia Energetica Nazionale pro-fossili del 2013 del Governo Monti).

Bisogna ricordare che in questa situazione di stallo rispetto agli indirizzi governativi, pur in presenza dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, negli ultimi anni in Italia il carbone ha rafforzato la propria posizione nel settore termoelettrico, passando da un contributo del 12% della produzione nel periodo 1990-2000, al 17% dal 2000 al 2010, al 24% nel periodo 2006-2014, con un picco del 28% nel 2014.

Il Regno Unito nel 2013 ha introdotto il meccanismo di “Carbon Floor Price” (Cfp), uno strumento fiscale (a cui anche la Francia sta pensando) che fa pagare agli operatori elettrici per le proprie emissioni di anidride carbonica la differenza tra un valore minimo fissato per legge (nel caso britannico 21 euro/t) ed il valore dell’Ets (Emission Trading System, che prevede la messa all’asta delle quote di emissione). L’introduzione di questo meccanismo ha permesso da solo di arrestare la crescita della generazione elettrica a carbone e di rispondere agli obiettivi di decarbonizzazione stabiliti in precedenza.

LE PROPOSTE DI SBILANCIAMOCI!

Introduzione anche in Italia del Carbon Floor Price

Sbilanciamoci! propone, sulla scorta dell’esperienza positiva realizzata dal Governo del Regno Unito, di introdurre anche in Italia il meccanismo del “Carbon Floor Price”, come primo strumento concreto per valutare correttamente il costo delle emissioni, a integrazione del sistema Ets (in via di ripensamento su scala comunitaria). Questo consentirebbe di favorire la Strategia Nazionale di Decarbonizzazione, puntando nel 2017 a un valore di 20 euro/t di anidride carbonica emessa, linearmente crescente a 30 euro/t nel 2030, con entrate per lo Stato che nei primi anni saranno non inferiori in media a 1 miliardo di euro.

Maggiori entrate: 1.000 milioni di euro

Ritocco royalties e canoni per le trivellazioni offshore

Le estrazioni di gas e petrolio in Italia sono esenti in diversi casi dal pagamento di royalties, malgrado queste siano già estremamente basse rispetto ad altri Paesi europei. Le aziende petrolifere non pagano nulla ad esempio sulle prime 20mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma, le prime 50mila tonnellate prodotte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti in terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard estratti in mare. Completamente gratis sono le produzioni in regime di permesso di ricerca, e sono molto bassi i canoni per la ricerca ed estrazione. Inoltre, le royalties che le imprese pagano alle Regioni possono essere dedotte dalle tasse pagate allo Stato. Si propone quindi di eliminare tutte le esenzioni dalle royalties, aggiornare i canoni per la concessione delle aree al livello dell’Olanda e abolire la deducibilità delle royalties, in modo da ristabilire una più equa fiscalità sulle estrazioni di petrolio e gas. Con canoni di tipo olandese gli introiti per le casse italiane sarebbero di circa 15-17 milioni di euro (dieci volte di più di quanto avviene attualmente). Se non ci fosse questa soglia di esenzione, per lo Stato il guadagno derivante dalle royalties passerebbe da 400 milioni a circa 488 milioni di euro. Si avrebbero quindi maggiori entrate pubbliche per un ammontare complessivo di 104 milioni di euro.

Maggiori entrate: 104 milioni di euro

Promozione e installazione di impianti fotovoltaici con accumulo

Si chiede la reintroduzione degli incentivi in conto energia per la sostituzione dei tetti d’amianto con il solare fotovoltaico e, come già fatto in Germania, si propone di introdurre un sistema di incentivi rivolti a famiglie e piccole e medie imprese per l’installazione di impianti fotovoltaici integrati con sistemi di accumulo vincolati a contratti di net-metering programmato con almeno il 60% della produzione in autoconsumo. A copertura di questi incentivi si destinano 200 milioni di euro.

Costo: 200 milioni di euro

Introduzione di una tassa automobilistica sull’emissione di CO 2

Si chiede che la tassazione dei veicoli, ora legata alla cilindrata e ai cavalli fiscali, sia cambiata progressivamente legandola all’emissione di CO 2 , in modo tale da colpire progressivamente i veicoli più potenti ed ecologicamente inefficienti (come i Suv o i veicoli di vecchia immatricolazione). Le entrate ammonterebbero a oltre 500 milioni di euro.

Maggiori entrate: 500 milioni di euro

Eliminare i sussidi alle fonti fossili

Si propone di eliminare i sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili sia nel settore della generazione elettrica che dei trasporti (autotrasporto), attraverso un intervento sulle bollette che elimini tutte le voci legate a fonti “assimilate”, rimborsi per centrali inquinanti di riserva o nelle isole minori, oneri impropri e vantaggi per i grandi consumatori che devono essere sostituiti con incentivi per gli interventi di efficienza energetica.

Autoproduzione da fonti rinnovabili

Si propone di cambiare il meccanismo di scambio sul posto dell’energia elettrica, elevando fino a 5 Megawatt la possibilità di accedere al meccanismo per gli impianti da fonti rinnovabili e in cogenerazione ad alto rendimento, come alternativa agli incentivi. Si propone inoltre di introdurre per gli impianti da fonti rinnovabili e in cogenerazione ad alto rendimento fino a 200 Kilowatt la possibilità di accedere allo scambio sul posto di energia attraverso net-metering programmato, ossia di bilancio tra energia elettrica prodotta e consumata nell’anno. Si chiede infine di introdurre la possibilità per l’energia termica ed elettrica prodotta da impianti da fonti rinnovabili fino a 5 Megawatt e in cogenerazione ad alto rendimento, che non beneficiano di incentivi, di poter essere venduta attraverso contratti di vendita diretta tra privati o a soci di cooperative o a utenze condominiali.

Strumenti aggiuntivi per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio

Si propone di affiancare allo strumento dell’Ecobonus, confermato dalla Legge di Bilancio 2017, la possibilità a singoli o soggetti pubblici di perfezionare accordi con Esco e istituti di credito per il finanziamento e la gestione di interventi finalizzati al risparmio energetico, rendendo subito operativo il Fondo per l’efficienza energetica (da alimentare anche con Fondi comunitari della nuova programmazione 2014-2020) introdotto con il Decreto Legislativo 102/2014 e stabilendo criteri per l’accesso da parte di privati ed enti pubblici. Per quanto riguarda la riqualificazione energetica degli edifici condominiali, si chiede inoltre di puntare su una revisione del meccanismo dei Certificati bianchi: in particolare, occorre estendere e potenziare gli obiettivi nazionali annui obbligatori di risparmio energetico a carico dei distributori di energia elettrica e gas per l’ottenimento di tali Certificati fino al 2020 e aumentarli a 15 milioni di Mtep/anno (dall’attuale previsione di 7,6 al 2016), rendendoli così convenienti per gli interventi di riqualificazione del patrimonio edilizio.

Autore: fabrizio salvatori Otto mesi a Nicoletta Dosio per non aver osservato gli arresti domicialiari. Locatelli (Prc): “Misura vessatoria, continuerà a disobbedire” da: controlacrisi.org

Il Tribunale di Torino ha inflitto otto mesi di condanna a Nicoletta Dosio, storica esponente No Tav, per non aver ottemperato alla misura cautelare degli arresti domiciliari. In attesa del pronunciamento in secondo grado Nicoletta è stata riaccompagnata in Valsusa, di nuovo agli arresti domiciliari.

“Una misura vessatoria, palesemente ingiustificata, rivolta unicamente ad interdire il diritto di manifestare contro la realizzazione di un’opera distruttiva e inutile, alla quale Nicoletta continuerà a disobbedire”, commenta il segretario del Prc di Torino Ezio Locatelli.
WChe la misura restrittiva sia smaccatamente politica e giuridicamente infondata  – continua Locatelli – è dimostrato dalla stessa istanza presentata dalla Procura della Repubblica – istanza che sarà vagliata il 20 dicembre – di revoca degli arresti domiciliari”.

L’istanza oltre che essere basata “sull’insussistenza di eccezionali ragioni cautelari … sulla insussistenza di ragioni cautelari tout court” è motivata dalla necessità di “interrompere una ritualità mediatica finalizzata alla propaganda delle ragioni della “militanza anti-Tav”. Commenta Locatelli: “Più chiaro di così! Nicoletta è stata vittima di una operazione smaccatamente politica, nonché giuridicamente infondata nel contesto di una più generale strategia repressiva che punta a ridurre il conflitto sociale in Valsusa a mera questione di ordine pubblico. La sua disobbedienza civile è un atto di dignità e di denuncia dell’insostenibilità del clima di stato d’assedio e di repressione che si respira da anni in Valsusa. Non c’è altra via possibile: a Nicoletta deve essere ridata piena libertà e data assoluzione piena rispetto a ipotesi di reato, frutto di una macchinazione politica. A lei e a tutto il movimento No Tav, in lotta contro un’opera affaristica e contro la repressione, va tutta la solidarietà di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea”