La “Catania bene” svelata da Sebastiano Ardita da: il centro di Pio La Torre

Cultura | 15 settembre 2015
Ho percepito due livelli sovrapposti di lettura in “Catania bene” di Sebastiano Ardita: l’uno personale e quasi intimo con il rimpianto per la Catania che avrebbe potuto essere e con il complicato ritorno in città dopo nove anni passati a Roma; l’altro centrato sull’analisi lucida del magistrato che ricostruisce”carte alla mano” le inchieste che negli anni ’90 hanno destrutturato la mafia catanese e colpito il sistema di potere politico-affaristico. La tesi dell’attuale procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribuna,e di Messina è chiara e condivisibile: “la vecchia Cosa Nostra che spara ed attacca lo Stato” è stata sostituita da un progetto criminale nuovo elaborato alle pendici dell’Etna che ha portato la mafia a “non solo inabissarsi , ma tagliare il legame tra i beni e l’organizzazione. Investire su nuove attività. Cancellare le origini stesse dei patrimoni mafiosi. Marcare la differenza col passato per poter contare su una discendenza tenuta realmente fuori da padrini ed iniziazioni, e così spuntare le armi dello Stato rispetto alla possibilità di aggredire le risorse di provenienza illecita.” A mio avviso. l’ipotesi rappresenta una chiave interpretativa valida in generale, non solo sul versante della Sicilia Orientale. Perciò nel contrasto alle mafia si conferma essenziale l’aggressione ai patrimoni ed alle aziende mafiose e la capacità di impedire che le immense ricchezze illegali accumulate negli anni scorsi riemergano sotto forma di attività formalmente lecite o addirittura inserite nel giro “alto” della finanza. Il dottor Ardita porta l’esempio della Sud trasporti di Catania e della nomina a presidente della FAI (Federazione Autotrasportatori Italiani) di Angelo Ercolano, incensurato ma figlio di Giambattista fratello di quel Giuseppe Ercolano che era cognato di Nitto Santapaola. Il rischio è, dunque, che rientri dalla finestra ciò che è stato fatto uscire dalla porta. “l’assist glielo ha fornito l’incapacità dello Stato stesso, durata anni, di mettere a punto strumenti validi per sequestrare e confiscare i beni”. Affermazione che appare quasi profetica, alla luce di quanto- allo stato degli atti come avvisi di garanzia- sembra evidenziarsi dall’inchiesta aperta dai magistrati della procura di Caltanissetta nei confronti di magistrati ed amministratori giudiziari di beni mafiosi. Se i comportamenti ipotizzati fossero provati in sede processuale, si sancirebbe l’emergere di un verminaio di interessi tale da proiettare un’ombra davvero oscura sulla gestione degli unici strumenti che la mafia ritiene veramente lesivi dei propri interessi. In attesa che l’inchiesta segua il suo corso, è necessario ed urgente accelerare la messa in opera della strumentazione per la gestione dei beni sequestrati che sono stati fortemente sollecitate da molte associazioni, a partire dalla Cgil, dal Centro Pio La Torre da Libera. Torno all’ottimo libro del magistrato catanese, che si innesta in una tradizione di studi sul sistema di potere della città etnea, come è verificabile già dalla bibliografia. Sebastiano Ardita inserisce giustamente la mafia catanese all’interno del sistema di potere che dominò la città nel cinquantennio postbellico, e si schiera contro quanti sostenevano esistere a Catania solo forme, ancorché ferocissime, di gangsterismo. Tuttavia, la caratteristica distintiva non risiede solo nella scelta di infiltrarsi nelle istituzioni, ma soprattutto nella capacità di incunearsi nella “Catania bene che domina tutto con la sua vocazione commerciale ed imprenditoriale e fornisce i quadri dirigenti di ogni settore: politica, amministrazione, economia e informazione, quest’ultima per anni gestita in monopolio dal quotidiano “La Sicilia”. Sono aspetti culturali duraturi che pervadono tutti i comportamenti di lungo periodo, a volte persino aldilà del dato cosciente. Ha ragione l’autore: non si può conoscere la Catania di oggi senza aver conosciuto quella di ieri. Essa è ancor oggi un luogo di contraddizioni, e non ha elaborato a sufficienza la consapevolezza che proprio gli errori e le scelte di chi deteneva il potere nella “raggiante Catania” degli anni sessanta hanno creato le condizioni per l’affermarsi di quella che l’autore definisce correttamente “una mafia padrona che da sempre si traveste e vive in mezzo ad un popolo aperto e generoso, un po’ vittima e un po’ complice”. Anch’io, per la piccola parte che mi è toccata, quel popolo l’ho conosciuto ed amato e so che oggi vive una fase in cui, nonostante gli sforzi generosi di chi governa la città, rischia di perdere la speranza di futuro e la capacità di reinventarsi che lo hanno sempre caratterizzato. La “caduta degli dei” non ha purtroppo prodotto nella città quella riflessione critica ed autocritica che, sola, rappresenterebbe la leva per una stagione di rinascita economica, sociale, della convivenza civile. Ho letto lo splendido capitolo sulla tangentopoli catanese, su Nino Drago e Rino Nicolosi qualche giorno prima della trasmissione “Presa diretta” di Riccardo Jacona: la dimostrazione che è ancora in pieno svolgimento la corsa per balzare sul carro vincente. Purtroppo, chi si presenta come rinnovatore della politica finisce sempre per sottomettersi alla logica del consenso ”comunque”. Anche per simili episodi, mi sono convinto da tempo che il manifesto ideologico del potere siciliano non è “I gattopardi” del principe Tomasi di Lampedusa, ma “I Viceré” del borghese catanese (anche se di origine napoletana) Federico De Roberto. Ma in ciò non mi permetto di coinvolgere le opinioni dell’autore di ”Catania bene”, un libro che vale la pena di leggere e sul quale vale la pena di riflettere. FRANCO GARUFI

di Franco Garufi

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“Santapaola era il boss che nessuno cercava” La presentazione del suo ultimo lavoro oggi alle 18.00 alla Feltrinelli.

“Santapaola era il boss
che nessuno cercava”

Venerdì 11 Settembre 2015 – 09:00 di

Parla l’ispettore di polizia che è stato costretto a lasciare la città dopo delicate indagini per mafia negli anni ’90. Adesso scrive libri sotto un nome in codice. La presentazione del suo ultimo lavoro oggi alle 18.00 alla Feltrinelli.

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Quando hai iniziato a lavorare a Catania e in quali reparti hai operato?

Dopo aver lavorato diversi anni a Roma, nel 1984 ho fatto rientro a Catania. Trasferito alla Squadra Mobile ho fatto numerose esperienze, dapprima nella sez. Furti e Truffe, poi alla Sez. Rapine, quindi alla Sez. Investigativa che si occupava di estorsioni e ricerca di latitanti. Successivamente sono stato trasferito alla Criminalpol. Poi … poi è successo qualcosa! Era il 1992, un anno che non dimenticherò mai. Di stragi e morti innocenti negli anni 80 ne avevamo già contati a decine. C’era stato il Maxiprocesso di Palermo che si era concluso con pesanti condanne. Ma non era bastato! Quello fu l’anno maledetto delle stragi di Palermo ed anche quello dell’uccisione dell’ Ispettore Lizzio a Catania. Nel 1992 in Sicilia era come essere in Afghanistan. Almeno, così la vedevo io! L’aria era pesante, irrespirabile, l’umore di tutti a pezzi, ci sentivamo profondamente colpiti, vulnerabili. Come in una guerra, dovevamo contrattaccare il nemico, che fosse vestito con la coppola o con lo smoking poco importava. Lo Stato doveva reagire ed in fretta. La risposta arrivò presto. In poco meno di un anno vennero arrestati i due latitanti per eccellenza, Santapaola e Riina e via via capitolarono quasi tutti i capi e gregari di Cosa Nostra. Lo Stato aveva risposto ed i mafiosi ne avevano tratto una insegnamento. Da lì partiva il suo lento ma inesorabile inabissamento. La mafia aveva capito che tenendo un profilo basso e lontano dai clamori, poteva svolgere meglio i propri affari. IL SILENZIO poteva essere più incisivo e determinante di una carneficina. Niente più rumore di rivoltelle e bombe, meglio le pallottole di carta. IL SILENZIO di una penna per firmare assegni ed atti notarili poteva rendere molto di più e senza arresti. Cominciava un’era nuova e il mafioso cambiava pelle diventando ancor più imprenditore e aprendosi alla politica attraverso i vari affiliati, laureati e feroci. Un anno che non dimenticherò mai il 1992 perché ha segnato anche la mia vita personale e professionale con un trasferimento per motivi di sicurezza in una tranquilla (si fa per dire) cittadina del nord dove la mafia c’era ma non si vedeva. O meglio si vedeva ma a molti faceva comodo far finta di non vederla, la peggiore delle mafie che ho cominciato a conoscere… la massoneria.

Qual è il tuo ricordo di Catania?

Ce n’è sono talmente tanti che non saprei da dove cominciare. A Catania sono nato e cresciuto. Con la città ho sempre avuto un rapporto di amore e di odio. Ma devo confessare che quando sono stato trasferito al nord, nonostante mi sentissi in parte tradito, ne ho sentito molto più la mancanza. Quell’amore per la mia città ho cercato di condensarlo in questo passaggio che ho scritto sul mio libro -Nelle mani di Nessuno – “ E poi il ritmo, mi manca il ritmo della vita di prima. Il sound etneo, il respiro profondo di Catania, la grande madre. Una città che in realtà non dorme mai e pulsa di vita senza sosta, nella bramosia di bruciare il tempo ad ogni singolo istante. Una città dove l’esistenza si gode con insaziabile voluttà, come un amplesso amoroso con la femmina dei tuoi sogni”.

Come operavano le forze dell’ordine nei confronti di Nitto Santapaola?

Nitto chi? L’innominabile? Il concetto astratto del boss? Ma lo era oppure no? Molti se lo chiedevano! Le risposte erano ingarbugliate. Ecco, queste erano le perplessità che ruotavano attorno a chi, a cavallo tra gli anni 70 e 80, aveva ottenuto un posto nella “società che conta”. Non può essere mafioso uno che ha il privilegio di avere al suo fianco un Prefetto e un Questore nel corso dell’inaugurazione della concessionaria d’auto PAMCAR. Non può essere mafioso uno a cui nel 1979 gli viene rilasciato il porto d’armi per il fucile e nel 1981 il passaporto. Sembrava un gioco a quiz dalla risposta sempre ambigua. Santapaola era il boss che nessuno cercava ma … poi qualcosa è cambiato. Nuova linfa investigativa e una magistratura più accorta cominciavano a scardinare le porte dell’omertà, anche con l’apporto dei primi pentiti. Purtroppo anche quando alcuni equilibri cambiarono e si cominciava a cercarlo veramente, e non per propaganda, non si riusciva a mettergli le mani addosso … probabilmente perché le talpe erano ovunque.


Com’era Catania in quel periodo?

A casa tengo come una reliquia qualche numero de I Siciliani di Pippo Fava. Basterebbe leggere qualcuno di quei saggi per capire il clima che si respirava. Gli omicidi, le bombe a seguito di estorsione, le rapine e gli scippi riempivano le pagine dei giornali. Catania era pericolosa, spavalda, arrogante, niente spazio alla normalità. La gente si adattava e viveva in quell’oblio indefinito che … ammutoliva. Era arrivata ad una soglia di non ritorno, stava perdendo tutto, l’identità, la libertà, la prosperità, la speranza. Io non direi com’era Catania in quel periodo. Cambierei la domanda in: è cambiata Catania? Avevo all’incirca 14 anni quando ho cominciato ad appassionarmi ai fatti della mia città, quando ho cominciato a sognare di diventare un Poliziotto. Leggevo i giornali e nel mio cervello avevo fissato i nomi delle famiglie mafiose e dei loro “carusi”, cioè dei picciotti che ne facevano parte. Ad ogni nome di persona associavo il quartiere a cui apparteneva. Ed allora era un susseguirsi di nomi di famiglie mafiose, clan e pregiudicati che ne facevano parte. Da allora ad oggi sono passati 40 anni e ancora devo sentire che la mia città è in mano alle solite bande di mafiosi di merda. I boss storici sono in galera ed i figli hanno preso il loro posto. E quando arresteranno i figli, il loro posto verrà preso dai figli e poi dai figli dei figli. Insomma sembra che arresti non ce ne sono mai stati, sembra di non aver fatto nulla di nulla. Loro vivi, ricchi e potenti. E i morti? Per chi hanno sacrificato la loro vita i valorosi rappresentanti delle Istituzioni, se questa feccia rimane la padrona della mia città? Forse saremmo condannati a sentire questi nomi ancora per i prossimi 100 anni? Ma quando lo Stato ( e non un pugno di volenterosi servitori dello Stato) deciderà di permetterci di debellare la mafia, usando il pugno duro e non di plastica? Provo molta rabbia, se penso a quante notti e giorni buttati al lavoro, all’acqua e al vento, per poter arrestare questa gente, mentre i nostri figli crescevano senza che ce ne accorgessimo. 
I nostri figli sono grandi, io e tanti miei colleghi in quiescenza e ancora nella mia città sento parlare di Santapaola … ca sammuccau a nostra città!!! E certamente la colpa non è solo di Santapaola ma di molti catanesi indifferenti, conniventi, colpevolmente distratti. Che tristezza!

Perché sei stato costretto ad allontanarti da Catania

Le cose accadono ed a volte neanche tu riesci bene a capire cosa, chi, come, quando e perché è successo. Forse mi sono confidato con le persone sbagliate. Forse ho fatto qualche sopralluogo con il collega sbagliato. Forse qualcuno ha chiacchierato troppo. Addirittura sono arrivato a pensare che qualcuno mi voleva proteggere. Insomma, tanta domande senza risposte nella mia testa. Il bandolo della matassa era difficile da trovare. Avevo saputo e scoperto un bel po’ di cose importanti… importantissime della mafia catanese. Avevo fatto e fatto fare ad altri colleghi – per proteggere la fonte informativa – arresti importantissimi. Penso che qualche notizia è arrivata all’orecchio sbagliato e, in un momento in cui lo Stato in Sicilia stava traballando, ripeto era il 1992, qualche pezzo di merda di mafioso si è sentito così potente da minacciare un po’ di poliziotti, io fra questi. Le scelte erano due. O sperimentare se qualcos’altro di più grave poteva accadermi o andarmene per farmi dimenticare. Ho soppesato la cosa per circa sei mesi … poi altre avvisaglie ed allora ho deciso di proteggere me stesso e la mia famiglia.

Com’è cambiata la tua vita?

E’ cambiata totalmente. Come si fa a dire a dei bambini perché non possono più giocare con i cugini o andare al parco con i nonni. Come ci si può abituare a trovarsi dal caldo del sud al freddo del nord ed a vivere con la tua famiglia all’interno di una caserma. Sapesse quanto lavoro ho fatto per capire chi può avermi tradito. Mesi e mesi ad analizzare agende, turni di servizio, nomi di colleghi, di amici, di confidenti con i quali avevo effettuato sopralluoghi, avevo parlato per confrontare notizie o conoscerne delle altre, fare riscontri. Un’idea con il tempo me la sono fatta ma oramai è troppo tardi. Quello che penso lo scrivo nei miei romanzi e chi vuole capire capisca.

Perché hai iniziato a scrivere libri?

Come ho sempre detto era un sogno che avevo sempre coltivato e soprattutto perché avevo una storia complicata da raccontare, una storia che la gente doveva conoscere. Ma il mio obiettivo non era solo quello di raccontare la mia personale storia, infatti nei miei libri ci sono tanti protagonisti, ma mettere in evidenza la vita dura che conducono le Forze dell’Ordine nel tentativo, a volte estremo, di garantire la serenità ai cittadini e diffondere un senso di legalità.

Qual è il ricordo più bello che hai di Catania?

Anche in questo caso l’elenco sarebbe lungo. Certamente non dimenticherò mai il giorno che ho preso la patente. Pensavo mi bocciassero poiché avevo stupidamente rivelato all’istruttore di guida che guidavo da quando avevo 10 anni la Fiat 500 di mio padre. Da Poliziotto il ricordo più bello è stato il giorno in cui, libero dal servizio ed in compagnia della famiglia, ho affrontato due rapinatori che stavano facendo una rapina in un rifornimento di via Pietro dell’Ova. Il rapinatore mi ha puntato l’arma addosso ed io l’ho puntata su di lui, eravamo a distanza di due metri. Siamo stati circa un minuto a guardarci negli occhi. Lui era spaventatissimo, quello era il vero pericolo. Aveva non più di 16 anni, potevo sparare ma non volevo ucciderlo, né ferirlo. Era giovane, può rifarsi una vita, pensavo in quei pochi momenti di follia. Gli ho parlato, parlato, con calma, invitandolo ad arrendersi, dicendogli che lo avrei aiutato, che non doveva spaventarsi, insomma tante cose. Poi lui ha buttato l’arma a terra ed è scappato. Io l’ho inseguito ma lui correva troppo anche per Mennea. Ho recuperato l’arma! Aveva il colpo in canna! Ho rischiato troppo quel giorno ma ero felice di non aver ucciso quel giovane. Chissà … magari dopo quello spavento ha smesso di fare quella vita. Voglio pensare che sia così…

Lettera ANPI Catania a Questore e Prefetto di Catania per vietare manifestazione Forza Nuova a Palagonia

anpi

Catania 4/9/2015
Al Signor Questore di Catania
A Sua Eccellenza Prefetto di Catania

Il movimento neofascista “Forza Nuova” ha deciso di scendere in piazza a Palagonia il prossimo 6 settembre con manifestazione per “la formazione di comitati di cittadini per il controllo del territorio specie nelle zone isolate” una riedizione delle vecchie ronde a carattere razzista vietate dalla nostra Costituzione Repubblicana.
La nostra associazione si stringe al dolore della famiglia delle vittime dell’efferato omicidio dei due coniugi Solana, effettuato dall’ivoriano. Tutta questa violenza non giustifica il razzismo e la nascita di “comitati di cittadini” per la vendetta contro i migranti presenti al CARA di Mineo.
Da anni l’ANPI di Catania ha chiesto la chiusura del centro e ne ha denunciato il malaffare che prolifica sulla pelle dei migranti.
Da tempo denunciamo il rifiorire di rigurgiti fascisti, in tante forme, ma sempre con i soliti vessilli, i soliti richiami a ideologie fasciste e naziste, da tempo sconfitte e superate. Ci sarà qualcuno che abbia il coraggio di vietarle? Ci sarà qualcuno nelle istituzioni pubbliche che abbia chiara la concezione che emerge da tutta la Carta Costituzionale, di assoluta contrarietà ad ogni forma di fascismo e che ricorderà che il fascismo è anche quello delle leggi razziali e delle persecuzioni contro gli ebrei e che questo basta, da solo, per rendere penalmente illegittima, ai sensi della legge Mancino, qualunque manifestazione che a quella ideologia si richiami, o ne faccia apologia o mostri di volerne continuare, in qualunque forma, la tragica esperienza?
Vorremmo tanto che Lei Signor Prefetto e Signor Questore aveste presente la  Carta Costituzionale e  verificaste l’incompatibilità con essa della manifestazione preannunziata, traendone le conseguenze. Vorremmo ricordarvi che aggressioni ai migranti e agli attivisti della rete antirazzista sono già avvenute. Soprattutto, vorremmo che si considerasse che non si tratta (solo) di un problema di ordine pubblico, ma di coerenza con i principi costituzionali.
La democrazia deve essere difesa e garantita, prima di tutto,  da parte dei pubblici poteri. Ad essi ci rivolgiamo perché vogliamo che revochino questa manifestazione e non autorizzino manifestazioni future.

Santina Sconza
presidente ANPI Provinciale di Catania

Migranti, la lunga scia di morte A Catania le salme e i sopravvissutida: livesiciliacatania

di

Quarantanove morti in mare (nella foto il container refrigerato dove sono stati trasportati i corpi). Quattrocentosedici sopravvissuti: tra loro donne in stato di gravidanza e bambini. Lutto cittadino domani in città: oggi, niente fuochi per Sant’Agata. La comandante, Lise Dunham: “Abbiamo raccolto prove che forniremo al governo italiano”. IL VIDEOFOTO

, Cronaca

CATANIA. L’ennesima tragedia del mare ha scritto la sua sceneggiatura: forze dell’ordine, volontari, istituzioni, giornalisti. E, poi, loro: i migranti sopravvissuti. Quattrocentosedici in tutto. Un numero. Come quello dei morti al largo delle coste siciliani soffocati nella stiva della nave con la quale avrebbero voluto approdare verso la speranza della libertà: le persone che non ce l’hanno fatta, alla fine, sono state ben 49.
Due, le operazioni di soccorso eseguite dal dispositivo di sicurezza. La prima, quella con i 49 morti ed i 313 superstiti, ha portato in salvo 42 donne (una di queste in stato di gravidanza) e 9 minori. Nel secondo barcone, quello con 103 migranti, vi erano invece 4 donne e 5 minori.

Ad essere tratti in salvo sono stati migranti provenienti dai Pesei sub-sahariani, nord-africani (in prevalenza Marocco e Egitto) e asiatici (come India e Bangldesh). Tutti approdati, questa mattina, a bordo del pattugliatore Siem Pilot battente bandiera norvegese al molo di Mezzogiorno del Porto di Catania. Attivato il sistema di accoglienza con Croce Rossa e Protezione Civile: tutto sotto il coordinamento della Prefettura che deciderà sull’iter burocratico legato alle salme delle vittime che sono state trasportate all’interno di una cella frigorifera al reparto di medicina legale dell’ospedale Garibaldi. Sui tempi, molto dipenderà anche dalla magistratura (che ha aperto un fascicolo contro ignoti per “omicidio colposo”) visto il necessario e opportuno esame autoptico che verrà eseguito sui corpi.

Sul posto, gli agenti della Squadra Mobile che – con il supporto di carabinieri e guardia di finanza – hanno avviato l’indagine volta a individuare la presenza di possibili scafisti sui superstiti. Presente alle operazioni di sbarco il vice-sindaco Marco Consoli (“I superstiti non resteranno a Catania ma verranno inviati in altre regioni d’Italia: siamo pronti a seppellire qui le vittime”) e l’assessore comunale al Welfare Angelo Villari. Intanto, il tradizionale spettacolo pirotecnico per festeggiare Sant’Agata, previsto per stasera, è stato sospeso in segno di rispetto.

A margine dello sbarco la Comandante della Siem Pilot, Lise Dunham, ha incontrato i giornalisti per fornire dettagli sulle operazioni di soccorso: “Abbiamo fatto alcune indagini a bordo del barcone ed abbiamo raccolto delle prove che forniremo al governo italiano che coordina l’inchiesta. Abbiamo parlato con alcuni dei migranti che conoscono l’inglese: molti erano tristi per avere perso i loro mariti. Alcuni dei sopravvissuti hanno problemi di salute ma non si tratta di casi gravi. Qualche caso di disidratazione e dissenteria. A bordo abbiamo dato loro cibo e acqua e abbiamo cercato di tranquillizzarli fino all’arrivo a Catania”.

I migranti sarebbero partiti da Zuwara, in Libia, la notte tra venerdì e sabato scorsi. Questo da quanto hanno saputo alcuni mediatori di Save The Cildren che hanno parlato con alcuni superstiti.  Giovanna Di Benedetto di Save The Cildren al Porto di Catania ha precisato che sono poche le informazioni raccolte. “Hanno raccontato – afferma – che c’erano molte persone nella stiva che sono morte asfissiate. Alcuni di loro sono del Bangladesh e quindi abbiamo seri problemi di comunicazione. I sopravvissuti – ha concluso – sono già sugli autobus e saranno subito trasferiti verso il Nord Italia: Torino, Milano, Bologna e Firenze”.

COMUNICATO STAMPA licenziamento Gioacchino Lunetto

COMUNICATO STAMPA
licenziamento Gioacchino Lunetto

Ancora una volta l’ANPI di Catania deve intervenire a denunciare atteggiamenti fascisti e razzisti, questa volta denunciamo l’atteggiamento del dirigente della Polfer di Catania Gioacchino Lunetto.
Le sue frasi razziste e fasciste sul suo profilo fb sono incompatibili col suo ruolo di appartenete alla polizia di stato. Riteniamo che questi atteggiamenti sono un grave danno all’immagine delle forze dell’ordine, che a Genova durante le manifestazioni del G8 si sono macchiate di atti indegni di un paese democratico con l’uso della tortura, non possono loro stesse tollerare questi atteggiamenti.
Visto che la Digos di Catania ha trasmesso alla Procura gli atti sulle dichiarazioni pubblicate dall’ispettore Lunetto, e il questore ha disposto l’avvio di opportune valutazioni per l’adozione di provvedimenti disciplinari.
Chiediamo alla Magistratura di Catania, visto che gli atteggiamenti del Lunetto sono contrari alla Costituzione della Repubblica Italiana e alle sue leggi di allontanarlo in modo definitivo dal servizio.

Catania 20/6/2015

Santina Sconza Presidente Provinciale ANPI Catania

Sequestro antimafia di 17 milioni di euro a Mario Ciancio Sanfilippo da: sud press

ciancio

Appena giunto comunicato ufficiale della Procura di Catania che riportiamo integralmente

In data 16.06.2015 il Tribunale di Prevenzione di Catania, in accoglimento della richiesta presentata dalla Procura Distrettuale della Repubblica, ha disposto il sequestro di ingenti somme di denaro riconducibili all’editore catanese CIANCIO SANFILIPPO Mario.

Sono stati sottoposti a sequestro antimafia un rapporto bancario intrattenuto da Ciancio, per il tramite di una società fiduciaria del Lichtenstein, in un istituto di credito con sede in Svizzera in cui sono depositati titoli e azioni per un valore, stimato allo stato, di circa 12 milioni di euro  e, inoltre, è stata sequestrata la somma in contanti di circa 5 milioni di euro depositata presso una filiale di una banca etnea.

 

Il sequestro è stato eseguito in data 17.06.2015 dai Carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) Sezione Anticrimine di Catania, a cui erano state delegate le indagini penali e patrimoniali.

 

Come è noto la Procura di Catania ha esercitato l’azione penale nei confronti di Ciancio Sanfilippo Mario per avere lo stesso, da numerosi anni, apportato un contributo causale a cosa nostra catanese e, per tale motivo, proprio in data 19.06.2015 si terrà la prima udienza preliminare al fine di stabilire se l’imputato dovrà o meno essere sottoposto ad un processo.

 

In tale contesto la Procura di Catania, oltre a raccogliere e riscontrare le dichiarazioni di collaboratori di giustizia ed a ricostruire complessi affari promossi dal Ciancio nei quali aveva interesse la mafia, ha delegato indagini patrimoniali che si sono spinte a ricercare anche dei fondi detenuti illegittimamente all’estero dal Ciancio. Si sono, così, individuati, tra gli altri, depositi bancari in Svizzera, alcuni dei quali schermati tramite delle fiduciarie di paesi appartenenti ai cosiddetti paradisi fiscali; gli accertamenti sono stati agevolati dalla cooperazione prestata, tramite rogatoria e in adesione ai trattati internazionali, della Procura Svizzera di Lugano, la quale ha acquisito dagli istituti bancari documentazione bancaria rilevante.

 

Altre approfondite indagini sono state delegate al Nucleo di Polizia Tributaria di Catania che ha acquisito le movimentazioni bancarie e altre informazioni sulle quali il consulente del Pubblico Ministero, la società multinazionale Price Water House Coopers S.p.A. (PWC), specializzata in revisioni in bilancio, sta ricostruendo il patrimonio del Ciancio negli anni.

 

La richiesta di sequestro urgente è stata presentata dalla Procura Distrettuale della Repubblica nel momento in cui è venuta a conoscenza del fatto che Ciancio Sanfilippo Mario aveva dato l’ordine di monetizzare i propri titoli detenuti in Svizzera e di trasferire il ricavato in istituti di credito italiani.

Nella richiesta di sequestro sono stati ricostruiti numerosi affari del Ciancio che risultano infiltrati da Cosa nostra catanese sin dall’epoca in cui l’economia catanese era sostanzialmente imperniata sulle attività delle imprese dei cosiddetti cavalieri del lavoro, tra i quali Graci e Costanzo.

Le indagini hanno consentito di accertare l’esistenza di una sperequazione non giustificata tra le somme di denaro detenute in Svizzera ed i redditi dichiarati ai fini delle imposte sui redditi in un arco temporale assai ampio.

COMUNICATO STAMPA ANPI CATANIA SULLE INDAGINI RELATIVE AL CARA DI MINEO

 

anpi
L’ANPI di Catania esprime sdegno e preoccupazione per le notizie relative ai legami tra numerosi esponenti della classe politica capitolina, l’organizzazione criminale “Mafia capitale” e il CARA di Mineo. Già da tempo abbiamo denunciato in pubbliche manifestazioni la nostra preoccupazione per la conduzione amministrativa e politica dei dirigenti del CARA di Mineo.

Lo scenario emerso dalle inchieste fornisce la peggiore conferma dei nostri sospetti, ci meraviglia che nonostante che da tempo le associazioni antirazziste e alcuni politici denuncino fatti gravissimi, nessuno sia intervenuto a fermare la gestione del gruppo LA CASCINA.

Invitiamo la magistratura a continuare la ricerca delle responsabilità senza timore per nessun potere politico.

Invitiamo il ministro Alfano di commissariare la gestione del Cara di Mineo oggi stesso o trarne le giuste conclusioni e domani dimettersi.

Da parte nostra continueremo a vigilare e denunciare la corruzione che mina la democrazia.

ANPI Provinciale Catania

Catania 7/6/2015

con preghiera di pubblicazione

Santina Sconza