“Dalla concertazione alla complicità, per la crisi del sindacato serve la rottura”. Intervento di Giorgio Cremaschi | Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

Quel terribile applauso che nella trasmissione di Fazio ha sottolineato un passaggio particolarmente reazionario di Renzi fa venire i brividi. Il Presidente del consiglio ha affermato che farà lavorare i disoccupati, e se i sindacati si opporranno pazienza.

Quindi secondo Renzi e il pubblico di Fazio i sindacati sarebbero contrari a far lavorare i disoccupati, quindi i disoccupati ci sono anche per colpa loro. È una vecchia baggianata che periodicamente percorre gli umori della destra: i sindacati hanno rovinato l’Italia e ora il presidente nuovo e moderno la fa sua, approfittando della crisi evidente e della burocratizzazione di CGIL CISL UIL. In questo modo Renzi strizza un occhio a chi verrebbe sindacati più forti ed efficaci e un altro a chi non li vorrebbe in nessun modo. È questo il suo modo di non essere né di destra, né di sinistra, cioè di essere di destra stando formalmente a sinistra.

Avendo passato un bel pezzo di vita sindacale a contestare la concertazione, posso ben dire che non sono a lutto per la sua fine, però non posso non tenere conto del fatto che essa cade dal lato della finanza, delle banche e delle multinazionali, e non da quello dei diritti del lavoro. Socialmente cade da destra.

Noi che la contestavamo da sinistra abbiamo più volte denunciato il fatto che lo scambio che stava alla base della concertazione, rafforzamento del ruolo istituzionale di CGIL CISL UIL in cambio della loro disponibilità ad accettare la regressione del mondo del lavoro, aveva qualcosa di insano. Questo scambio, il sindacato come istituzione stava meglio mentre per i lavoratori andava sempre peggio, non poteva durare all’infinito.

Renzi e il sistema di potere che lo ha messo lì e che oggi lo sostiene sono ingenerosi. Grazie alla collaborazione o non opposizione dei grandi sindacati abbiamo avuto la caduta dei salari, la precarizzazione di massa per legge, il peggioramento delle condizioni di lavoro, un sistema pensionistico che è tra i più feroci ed iniqui di Europa. Appena insediato come ministro dell’economia, Tommaso Padoa Schioppa spiegò che il suo governo, quello di Prodi, aveva gli stessi obiettivi di quelli della signora Thatcher, solo li voleva realizzare con la collaborazione e non con lo scontro con i sindacati.

Fino alla crisi la concertazione ha funzionato e lor signori dovrebbero essere riconoscenti alla moderazione sindacale. Ora però non serve più, con le politiche di austerità e i diktat della Troika, anche la sola immagine di essa non piace ai signori dello spread, per i quali il sindacato è negativo in sé. Come diceva il generale Custer degli indiani, per chi guida la finanza e ci giudica sulla base dei propri interessi, il solo sindacato buono è quello morto. Già nel libro verde del ministero del lavoro gestione Sacconi, si chiedeva il passaggio dal regime della concertazione a quello della complicità con le imprese. E questa è stata la richiesta dalla lettera BCE del 4 agosto 2011, assunta da Berlusconi che sperava così di salvarsi, e poi resa operativa da Monti.

Renzi è un puro continuatore di questa politica, ma è lì perché ha il compito di costruire attorno ad essa quel consenso che non ha mai avuto. Per questo dopo aver sostenuto Marchionne contro la FIOM, ora cavalca lo scontento sacrosanto che c’ è verso la passività di CGIL CISL UIL , ma per colpire il sindacato non per rafforzarlo. Renzi ha lamentato che la CGIL si svegli dopo aver dormito venti anni, ciò che vuole è che quel sonno continui per sempre.

Alla crisi e alla ritirata dell’azione sindacale Susanna Camusso e Maurizio Landini stanno reagendo in due modi conflittuali tra loro e comunque sbagliati.

La segretaria generale della CGIL difende la linea ed i comportamenti della CGIL di oggi, ne nega la burocratizzazione e la passività e ripropone la concertazione su scala ridotta, come azione comune delle cosiddette parti sociali, sindacati e Confindustria tutti nella stessa barca. L’accordo del 10 gennaio é una disperata difesa della casa che crolla, ma in realtà aggrava la crisi democratica del sindacato attraverso regole autoritarie e corporative.

La risposta di Landini parte dalla giusta denuncia di questa crisi democratica, ma poi finisce per scegliersi con interlocutore proprio quel Renzi che è avversario politico di un sindacato davvero rinnovato.

Camusso, per non cambiare, si aggrappa all’intesa con CISL UIL e Confindustria, così prestando il fianco alla demagogia renziana contro le caste sindacali.

Landini, che afferma di voler cambiare, si aggrappa a Renzi, così compromettendo tutto il senso della sua battaglia.

Entrambe queste scelte sono il segno che la CGIL è una organizzazione in piena crisi, i cui gruppi dirigenti hanno sinora tentato tutte le strade tranne una. Quella di rompere con i palazzi della politica e del potere e con ogni collateralismo con il centrosinistra, per ricostruire la piena autonomia di azione sociale.

Il sindacato deve cambiare e la sfida di Renzi va raccolta, ma proprio per lottare meglio contro il suo governo, ultimo esecutore delle politiche di austerità.

Il bellissimo film americano Fronte del porto negli anni 50 denunciava la corruzione nel sindacato. Questa c’era davvero, ma il film si collocava nella campagna maccartista per colpire la sinistra radicale e i comunisti, e in particolare il sindacalismo conflittuale educato dalle lotte degli anni della presidenza Roosvelt.

Alla fine la corruzione sindacale rimase tutta, ma il sindacato era stato epurato proprio dei suoi elementi più combattivi. Un contributo lo diede anche l’ attore e futuro Presidente Ronald Reagan, con le sue denunce contro i militanti radicali nel mondo dello spettacolo.

Il gattopardo Autore: Giorgio Cremaschi da: controlacrisi.org

Quando nel 1994 Silvio Berlusconi vinse le elezioni per la prima volta fu sollevato lo scandalo sul ruolo determinante che nel risultato elettorale aveva giocato il suo controllo su una parte rilevante del sistema della informazione. Questo scandalo non era solo sollevato da sinceri democratici, ma anche da quella parte del mondo dell’informazione controllata da chi era estraneo od ostile agli interessi di Berlusconi.
Ora De Benedetti, Berlusconi, Squinzi, Caltagirone, John Elkann, i rappresentanti italiani di Murdoch, cioè tutti coloro che in Italia gestiscono il sistema dell’informazione, e mi scuso con chi ho dimenticato, sono sostenitori, simpatizzanti o disponibili verso Matteo Renzi. Il suo è il primo governo delle larghe intese radiotelevisive, visto che l’ente pubblico Rai è da sempre il puro registratore dei rapporti di potere e quindi sta con Renzi per vocazione naturale.
Renzi è stato mediaticamente costruito ben più del padrone di Mediaset. Finora è stato solo un mediocre sindaco di Firenze, che non ha dato nessun particolare segno di innovazione: ha litigato con i tranvieri , ha lamentato le difficoltà a trovare i soldi per coprire le buche nelle strade, ha tagliato un pò di servizi accusando Roma, insomma ha fatto modestamente quello che fa la normalità dei sindaci, naturalmente godendo dello scenario di una delle città più belle del mondo. Cosa lo ha fatto diventare presidente del consiglio allora? Un gigantesco investimento mediatico sulla sua persona.
Se penso a quello che devono fare coloro che perdono il lavoro per farsi ascoltare, salire sulle gru è il minimo, o al fatto che il congresso CGIL, dove sono in discussione questioni rilevantissime per il lavoro ed il paese, è emerso dalle nebbie mediatiche quando Landini è stato minacciato di provvedimenti disciplinari e qualcuno è stato aggredito in una normale assemblea. Se penso a come funziona davvero la selezione e la costruzione delle notizie e delle personalità pubbliche nel mondo di oggi, resto stupito della magnifica costruzione mediatica che ha portato al governo del paese lo sconosciuto Renzi.
E ora la costruzione continua, il governo è un format.
Tolto il ministro della economia che è il fiduciario delle banche e del Fondo monetario internazionale, lì non si scherza, e qualche figura chiamata per maquillage democratico, il format del governo è: i giovani al potere, finalmente.
Peccato che questi giovani siano tutti pecore Dolly della politica. Ricordate quell’ovino clonato che i realtà si scoprì essere nato già biologicamente vecchio?
Ecco, la gioventù al governo è tutta clonata dai precedenti gruppi dirigenti, lo stesso presidente del consiglio a me ricorda un pò Craxi e un po’ Forlani, con una spruzzata di Andreotti per il gusto delle battute ciniche. Essi devono rappresentare il nuovo nella più pura tradizione del Gattopardo: cambiare proprio tutto perché non cambi proprio nulla.
Ma perché tutto questo? Perché i governi tecnici nella loro fredda brutalità distruggono consenso e questo è molto pericoloso per un sistema di potere che sa perfettamente che le politiche di austerità non sono una emergenza temporanea, ma il modo di funzionare che si vuole imporre all’economia e alla società per tutti i prossimi anni. Ci vuole più consenso e quindi bisogna inventare una narrazione che appassioni un poco, che illuda che alla fine usciremo dalla crisi. Renzi serve a questo, intanto passa un po’ di tempo poi si vedrà.
Quando poi il personaggio comincerà a stancare se ne inventerà un altro con gli stessi mezzi, sono sicuro che i talent scout del palazzo sono già al lavoro nella selezione tra nuove sconosciute promesse.
Oggi i signori dell’informazione sono al governo del paese, verrebbe da dirgli: governate allora! Ma sono sicuro che quando le cose cominceranno ad andare come al solito la grande informazione si scoprirà di governo e di lotta e contribuirà alla caduta di Renzi, come è accaduto agli inizialmente santificati Monti e Letta
Questo almeno fino a che tutte e tutti coloro che son fuori dai palazzi non saranno in grado di organizzarsi e di scontrarsi con i poteri veri, per cambiare le cose sul serio.

ANPInews 108

 

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

APPUNTAMENTI

Il 22 febbraio, a Crespellano – Valsamoggia (BO), con la partecipazione di Carlo Smuraglia e Valerio Onida, manifestazione per il centenario della nascita di Giuseppe Dossetti    

ARGOMENTI

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

I fatti politici non hanno smentito le mie preoccupazioni della settimana scorsa e si sono affrettati a disperdere i miei sogni. Non entrerò, come sempre, nelle vicende interne del PD e neppure – specificamente – in quelle relative al Governo del Paese. Ma se la mia indicazione di fondo era che bisognava occuparsi rapidamente dei problemi reali del Paese, ottenendo da subito una vera riforma della politica, da me considerata prioritaria rispetto ad ogni altra cosa, devo dire che la smentita è stata rapida e netta

Nella news-letter uscita la settimana scorsa, esprimevo giudizi preoccupati sulla situazione politica e poi indicavo una mia “agenda” ideale, considerandola come una sorta di sogno, probabilmente destinato a morire. I fatti non hanno smentito le mie preoccupazioni e si sono affrettati a disperdere i miei sogni. Non entrerò, come sempre, nelle vicende interne del PD e neppure – specificamente – in quelle relative al Governo del Paese.Ma se la mia indicazione di fondo era che bisognava occuparsi rapidamente dei problemi reali del Paese, ottenendo da subito una vera riforma della politica, da me considerata prioritaria rispetto ad ogni altra cosa, devo dire che la smentita è stata rapida e netta.

E’ ben difficile parlare di “nuova politica” di fronte al rapidissimo mutamento di situazione che si è verificato nel giro di una settimana, col Governo Letta “indotto” alle dimissioni e il “trionfo” del nuovo Segretario del PD, che si avvia alla conquista di gran carriera del posto di Presidente del Consiglio, sulla base semplicemente delle decisioni adottate dal suo partito(…)

Un giornale (“Libero”) ha attaccato con una certa violenza le dichiarazioni che ha reso al GR1, in occasione della “giornata del ricordo”, la Vicepresidente nazionale dell’ANPI, Stanka Hrovatin, che – peraltro – aveva già mandato ad un giornale locale il testo della sua intervista, in cui – davvero – non c’era nulla di criticabile.  La Segreteria nazionale ha inviato, allora, una lettera al Direttore di “Libero” – con tanto di testo integrale dell’intervista – chiedendone la pubblicazione. Il giornale l’ha pubblicata, ma omettendo il testo dell’intervista stessa e poi, come al solito, aggiungendo – secondo una cattiva abitudine di diversi giornalisti, che non riusciamo davvero ad apprezzare – una breve postilla di conferma delle opinioni precedentemente espresse (…)

A tutti coloro che vedo molto ben collegati fra loro e con altri, in varie parti d’Italia, ed alle Sezioni che discettano, propongono misure disciplinari ed altri interventi e prendono posizioni risolute (dimenticando, fra l’altro, che le Sezioni dovrebbero – secondo il Regolamento – occuparsi del loro ambito territoriale e per il resto portando le loro opinioni ed eventualmente i loro dissensi, negli organismi provinciali competenti), vorrei raccomandare, prima di tutto, la calma. Non c’è nessuna operazione “revisionista” che parta dalle nostre fila

Colgo l’occasione, in attesa di un ragionamento più articolato, che farò prossimamente dopo averne discusso anche in Segreteria – per raccomandare la calma a quelli fra i nostri iscritti che sono un po’ inclini ad irritarsi, spesso senza aver approfondito. A tutti coloro che vedo molto ben collegati fra loro e con altri, in varie parti d’Italia, ed alle Sezioni che discettano, propongono misure disciplinari ed altri interventi e prendono posizioni risolute (dimenticando, fra l’altro, che le Sezioni dovrebbero – secondo il Regolamento – occuparsi del loro ambito territoriale e per il resto portando le loro opinioni ed eventualmente i loro dissensi, negli organismi provinciali competenti), vorrei raccomandare, prima di tutto, la calma. Non c’è nessuna operazione “revisionista” che parta dalle nostre fila. C’è una discussione in atto; ci sono iniziative di riflessione e di confronto; si può essere d’accordo o no, ma raccomanderei di farlo senza anatemi, senza condanne pregiudiziali, senza stentoree affermazioni(…)

ANPINEWS N. 108

Renzi ha sacrificato Firenze alla propria “smisurata ambizione”. L’intervento di Ornella De Zordo Fonte: altracitta.org/ | Autore: Ornella De Zordo

 

Dunque è arrivato il momento, quello che Renzi assicurava non sarebbe mai arrivato. Lasciato il “mestiere più bello del mondo”, fatto fuori un presidente del consiglio senza aprire una crisi e senza un voto in parlamento, arriva l’autoinvestitura a premier, senza alcun voto popolare, e che nessuno osa contrastare. Una guerra lampo, che ha lasciato sul campo oltre al non rimpianto Letta, anche le spoglie di una democrazia che certo non stava bene, a forza di porcellum, conflitti di interesse mai affrontati, scandali vari, e un ceto politico così impresentabile. Ma che a questo punto sembra proprio defunta. Il sindaco più assenteista d’Italia, che ha sempre snobbato il consiglio comunale ritenuto più un fastidio che altro sulla luminosa strada del leader, ora sembra progettare lo stesso destino per il parlamento: ha aperto e chiuso una crisi/non crisi, fatto fuori Letta con un intervento nella direzione di un partito, operato la sua autoinvestitura sulla base di un paio di milioni di voti presi alle primarie, senza che i 47 milioni di elettori italiani siano stati in alcun modo interpellati. Come se le primarie di un partito possano trasformarsi nella legittimazione per arrivare allo scranno di presidente del consiglio. En passant ha anche resuscitato B., con conseguenze non prevedibili ma sinistre, solo per propria convenienza. Le motivazioni di questo brusco cambio della guardia non esistono: stessa maggioranza a larghe intese, stesso parlamento, stessi metodi da vecchia politica e silenzio su un programma che dovrà comunque tenere conto delle mediazioni e dei condizionamenti di alleati imbarazzanti, espliciti e impliciti. Ma andiamo con ordine. A Firenze Renzi ha costruito una possente macchina mediatica, ha piazzato amici e sodali in ogni punto chiave dell’amministrazione e degli enti che contano, ha tessuto le relazioni necessarie alla propria smisurata ambizione. E la città, e i suoi problemi? Come abbiamo visto non era questo al centro delle attenzioni del giovane Renzi: troppo più importante la sua carriera, il suo successo. Inevitabile quindi che ai roboanti proclami di inizio mandato, buoni per riempire le pagine dei giornali, seguissero ben pochi risultati. La pedonalizzazione del Duomo, certo, con tutte le ombre che si porta dietro una decisione, diciamolo, un po’ improvvisata. Un piano strutturale “a volumi zero”, a patto che non si conteggino i volumi da realizzare che ci sono eccome. Ma anche una città con maggiori conflitti, diritti negati, crescente disagio. Una città che ha fatto grandi passi verso quella divisione in “due città” che il nuovo sindaco di New York ha denunciato in campagna elettorale e sta combattendo: la città vetrina, la città in vendita, lustrata a specchio, esibita e promossa come una merce, e la città altra, delle difficoltà di tanti a tirare avanti, a trovare una casa, a muoversi, in molti casi a sopravvivere. L’importante è che questa città non sfregi l’immagine dell’altra. Ora pare che voglia affidare a un “reggente- successore” la guida della città “tanto amata”. E meno male che l’unica cosa che veniva sbandierata in ogni occasione erano le primarie, lavacro salvifico capace di giustificare tutto, anche il vuoto. Ma si fanno quando fanno comodo, altrimenti si passa il turno, via con le nomine e le investiture. Certo, quando si comincia a fare gli apprendisti stregoni con le regole della democrazia si rischia seriamente di soffocarla e farla soccombere. Fino ad oggi era stata negata la sostanza della Costituzione italiana, di cui molti avevano invocato la reale applicazione. La scalata renziana ha sfrontatamente sancito un ulteriore passaggio, perché ha contraddetto persino la lettera di quell’art 1 che recita: La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (L’illegittimità costituzionale delle scorciatoie istituzionali di Renzi ci portano nella direzione opposta verso la demolizione della Carta Costituzionale.)De Occorre reagire a tutto questo. Lo faremo dai territori e dalle tante realtà che dal basso si battono per la affermazione di più diritti e si rifiutano di vivere all’interno di un marketing Sappiamo che la crisi profonda che ci sta travolgendo, a parte quella economica di cui dobbiamo ringraziare i potentati economici che vedono proprio in Renzi un riferimento, è una crisi etica, di cultura politica, di statura morale della classe dirigente ma anche di una popolazione che non vuole sopportare tutto in silenzio. Sappiamo che uscire da tutto ciò, dal proseguimento del berlusconismo con altri mezzi, sarà difficile, e potrà avvenire solo voltando decisamente pagina rispetto a chi, peraltro, ha profondamente tradito una tradizione democratica e progressista che pure nel nostro paese era ben presente.

UDI Unione Donne in Italia Comunicato stampa IL GOVERNO ITALIANO E LE OLIMPIADI DICHIARATAMENTE OMOFOBE

 

 

Già archiviata la “protesta” del governo italiano contro le politiche russe “antigay”. Il nostro Presidente del Consiglio è andato – a differenza di altri che hanno disertato-  perché pareva fosse costretto da superiori esigenze, però là avrebbe dovuto manifestare – secondo le sue dichiarazioni – la contrarietà dell’Italia ad ogni discriminazione contro i gay.

 

Sarà, ma l’unica cosa che abbiamo visto – e che rimarrà di queste Olimpiadi –  è la foto di Letta, sorridente, che stringe la mano a Putin.

 

Dal giorno dopo, si volta pagina e della Russia e delle violenze sulle persone LGBTIQ non si parla più, mentre il web è invaso dalle immagini della inadeguatezza dell’organizzazione russa.

 

Peccato, però, per l’occasione persa!  Non è più facilissimo trovarsi in un paese – tra quelli geograficamente vicini – che pratica politiche di Stato omofobe ed incita all’odio omofobico. Pertanto, sarebbe stata un’ottima occasione, per il nostro Presidente del Consiglio, per prendere una posizione chiara e non ipocrita rispetto ai diritti e alle libertà delle persone LGBTIQ.

 

Se l’avesse fatto, avrebbe giovato alle tante persone omosessuali russe esposte a rischio di violenze e persecuzioni, ma anche alle tante persone omosessuali italiane che attendono, da troppo tempo, lo smantellamento del muro dell’omofobia di Stato.

 

E invece, niente, una parolina di circostanza e niente più, il che è ancora peggio, perché rende chiaro quanto il “tema” sia, per il nostro Premier, di scarsa importanza.

 

 

Per questo motivo, vogliamo denunciare questa inaccettabile trascuratezza e chiarire che non ci  sfugge il profondo significato politico unendoci, nell’espressione del dissenso, ad Arcilesbica ed a tutte le associazioni LGBTIQ italiane.

 

UDI Unione Donne in Italia

Sardegna, la “mano dell’uomo” e quella del governo. Ecco perché il disastro era annunciato Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

“Era gia’ tutto scritto e ora e’ del tutto inutile scandalizzarsi: almeno ci si risparmi la farsa di indicare nei cambiamenti climatici la responsabilita’ di questa ennesima, immane tragedia”. A parlare è Leopoldo Freyrie, presidente del Consiglio nazionale degli Architetti. In Sardegna l’allerta maltempo è ancora attiva perle prossime 24-36ore. Oggi, nella giornata di lutto nazionale, si contano i danni, ma intanto arrivano altre emergenze,come il rischio di crolli e l’inquinamento da liquami. Insomma, i 200 milioni stanziati dal Governo rischiano di essere una “goccia nel mare”. Infuriano le polemiche sul dissesto idrogeologico e qualcuno dice:”La legge di stabilità ci ha legato le mani”. Non solo, la furia dei tagli dei tagli ha azzerato anche uno stanziamento di un milione e mezzo prorio su questo capitolo di bilancio.

Il “capolavoro” di Cappellacci
Quella che è stata sicuramente un precipitazione di proporzioni eccezionali si sta trasformando in una catastrofe in piena regola, grazie a quella che il vescovo di Tempio-Ampuria chiama “la mano dell’uomo”. Anche lui dall’altare nel corso dell’omelia dei funerali di sei vittime tuona contro le responsabilità degli amministratori pubblici. E tra i responsabili il governatore Ugo Cappellacci li supera tutti. La revoca, scoperta proprio inquesti giorni di un milione e mezzo di risorse per l’assetto idrogeologico lo marchia a fuoco. E lui è costretto a rispondere con un no comment. Quel milione e mezzo di euro era stato assegnato agli enti locali per il Piano di Assesto Idrogeologico, ma poi è stato cancellato: la legge regionale n. 21 di Agosto,“Sostegno alle povertà e interventi vari”, sopprimeva la quota 2013 di uno stanziamento triennale destinato a “ampliare ed approfondire il quadro conoscitivo dell’assetto idrogeologico del territorio regionale, individuando in particolare le criticità idrauliche e da frana e la relativa pericolosità di aree non ancora studiate interne ai territori comunali”. Enormi quantità di fondi che avrebbe permesso di sistemare con le dovute procedure di sicurezza fiumi, bacini d’acqua ponti e strutture nei pressi dei centri abitati. Invece, per l’anno in corso, sono stati tagliati, cancellati, rimossi.“Il piano paesaggistico è illegale”
Certo, dirà qualcuno, in una situazione in cui la città di Olbia in poche decine di anni ha subito 21 condoni urbanistici quello del governatore sembra “solo” un “peccato veniale”.
Stefano Deliperi, presidente del Gruppo di intervento giuridico, continua:“È vero, fra raffiche di vento a 100 km orari è venuta giù tanta pioggia, ma è vero anche che vittime e danni vi sono stati soprattutto in quartieri edificati in zone a rischio idrogeologico come nella piana olbiese, a Putzolu, a Santa Mariedda, a Baratta, sulla costa di Pittulongu. Com’era già accaduto nella tragica alluvione di Capoterra”. “Urbanizzazione selvaggia, scellerato consumo del suolo, disprezzo e violazione di ogni norma di pianificazione incalza Freyrie: questi fattori uniti all’arroganza ed alla assoluta mancanza di una visione di lungo periodo di una classe politica sorda a tutti i suggerimenti, hanno portato alla conta dei morti di queste ore”. Intanto, alcuni deputati del Pd Michele Anzaldi, Luigi Bobba, Federico Gelli, Ernesto Magorno, annunciano la presentazione di una interrogazione urgente al ministro dei Beni e attivita’ culturali in cui chiedono di chiarire la natura del nuovo piano paesaggistico che rispetto al quadro normativo del 2006 presenterebbe modifiche tagli da configurarsi come un nuovo piano e non come un aggiornamento o revisione. Grazie a questo verrebbero sbloccate illegittimamente lottizzazioni ferme da oltre 10 anni e permettere di realizzare in tutte le aree, compresa la fascia costiera, ampliamenti del 15% dell’attuale cubatura”.

Olbia distrutta da 21 sanatorie in 40 anni
Olbia è una città dove, in meno di 40 anni, si sono susseguiti 21 “piani di risanamento”, che tradotto vuol dire condoni. Per spiegare la tragedia di Olbia bisogna partire da questo punto. Perche’ ogni intervento di prevenzione e pianificazione non puo’ prescindere da un attento utilizzo del territorio. “Olbia e’ una citta’ nata senza regole” ammette l’assessore alla Protezione Civile Ivana Russo, un’avvocatessa di trent’anni al suo primo mandato. “Il problema si chiama Puc, Piano urbanistico comunale: su questo noi abbiamo fatto e vinto la campagna elettorale”. I 21 piani di risanamento significano di fatto 21 sanatorie, praticamente quasi tutta Olbia era abusiva ed e’ stata sanata. “E noi – dice Russo – abbiamo le mani legate perche’ la gente ha pagato gli oneri di urbanizzazione ed ora e’ a posto per la legge. Nonostante le case siano costruite a 15 metri dai canali, sopra i letti dei fiumi, in punti dove sono secoli che esondano i torrenti, sono in regola”. Una situazione che fa dire all’assessore che “per noi, che si allaghi tutto in caso di pioggia, e’ ordinaria amministrazione”.

I danni della legge di stabilità
Ma non possono esserlo le vittime, le distruzioni. “No certo. Ma per intervenire dovremmo fare degli interventi strutturali”. Fateli, allora. “Lo sa che abbiamo 50 milioni di attivo e non possiamo toccarli per colpa del patto di stabilita’? – risponde l’assessore – Vogliamo utilizzare i nostri soldi per mettere in sicurezza il territorio ma non possiamo spendere e cosi’ da comune virtuoso rischiamo di diventare comune del terzo mondo. Le faccio un esempio: se incasso 300, posso spendere al massimo 150. Gli altri 150 finiscono in un fondo di salvaguardia che, tra l’altro, non e’ piu’ a nostra disposizione: sono nella banca centrale grazie al governo Monti”. Ma non solo: “per tutto cio’ he concerne le acque piovane, abbiamo una persona. Una persona su 60mila abitanti. E non possiamo assumere perche’ il turn over e’ bloccato cosi’ come i contratti a tempo determinato”. Con quei 50 milioni, sostiene Russo, “potremmo mettere a norma tutte le scuole di Olbia, ma non possiamo farlo”. Oppure si potrebbe fare un serio intervento sul sistema fognario e su torrenti e canali ad esempio. “Questo e’ ancora un altro problema – spiega l’Assessore – . La gestione della rete fognaria e’ della societa’ Abanoa, che e’ di proprieta’ della regione. Mentre le acque bianche e reflue sono di competenza del comune”. In pratica significa che ad un soggetto spettano gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria in via Rossi e all’altro in via Neri. Ma se chi opera in via Rossi non fa il suo, quel che viene fatto in via Neri non serve a nulla. E viceversa. Il comune si e’ dotato, nel settembre dell’anno scorso, del piano di protezione civile in cui si ipotizzano una serie di scenari a rischio, tra cui quello in caso d’alluvione. Vengono previsti una serie di interventi pre e post emergenza che dovrebbero ridurre al minimo i danni e, soprattutto le vittime. Ma allora cosa e’ che non ha funzionato? “L’allerta meteo e’ arrivata, e’ vero. Ma non e’ che in 24 ore si possono fare interventi strutturali su fiumi e canali o sulla rete fognaria – ammette sconsolata l’assessore – devono essere messi in sicurezza prima. Ma non posso spendere”. E dunque? “Che ci siano responsabilita’ politiche negli anni, e’ evidente”. Gia’, non bastano 24 ore per riparare i danni di 21 sanatorie.

“E’ una fortuna che siamo ancora vivi”
“E’ una fortuna che siamo ancora vivi”, dice la famiglia De Candia, che ha già visto l’alluvione del 1979. “Stavolta non c’e’ stato niente da fare, in mezzora l’acqua ha raggiunto il metro e settanta”, raccontano. Bandinu il quartiere di Olbia dove i De Candia hanno un locale, è stretto tra il mare, lo stadio e i canali di raccoglimento dell’acqua che viene dalla diga a monte della citta’: qui Cleopatra ha scaricato tutta la sua violenza e solo per un destino curioso oggi si contano i danni e non le vittime. Perche’ non serve un esperto per capire che quelle case, in quella conca che sta sotto il livello del mare, non avrebbero dovuto esserci. Edifici cresciuti abusivamente tra gli anni sessanta e settanta e poi sanati in uno dei tanti condoni edilizi, vero male italiano contro il quale nessuna prevenzione potra’ mai abbastanza, firmati da politici di ogni colore. A Bandinu la voce popolare dice che l’onda e’ arrivata perche’ hanno aperto la diga, a monte. O che abbia ceduto qualche canale di supporto. Quel che e’ certo e’ quel che dice la signora Paola Padiglia, in via Sulcis: “bastano due gocce d’acqua e i tombini sembrano fontana di Trevi. Non li puliscono mai. Non puliscono i canali di scolo. E poi avviene questo”. Paola l’altra sera era in casa. “E meno male, altrimenti mia madre sarebbe morta. Sono riuscita a portarla al piano di sopra appena in tempo”. “Scrivetelo, scrivetelo, che qui non fanno nulla. Sono quarant’anni che abito qui, non hanno mai fatto nulla. E ogni volta e’ la stessa storia. Stavolta e’ andata peggio”.