“Con la scusa del terrorismo ci tolgono i diritti”. Rodotà denuncia la deriva europea Fonte: L’Espresso Autore: Antonio Rossano

È dal giugno del 2013, quando Il The Washington Post ed il The Guardian pubblicarono le rivelazioni di Edward Snowden sulle attività di intercettazione e sorveglianza a tappeto messe in atto dalla Nsa, che il termine “sorveglianza di massa” è entrato nella discussione pubblica e nella consapevolezza collettiva.

Se da un lato è proprio di questi ultimi giorni la notizia che una Corte Federale di New York ha dichiarato “illegali” queste attività di sorveglianza, dall’altro, proprio in Europa, dopo gli attentati terroristici di Parigi, i governi di Francia e Spagna, sostenuti dai rispettivi parlamenti, hanno avviato un’attività di legiferazione mirata a censurare la libertà di espressione e ad attivare meccanismi giuridici e tecnologici volti a controllare massivamente i cittadini e le loro comunicazioni.

Con grave pericolo per la democrazia di quei paesi. Ma anche con il timore che quella che sta diventando una vera e propria deriva autoritaria, possa espandersi ad altri paesi del vecchio continente o comunque minarne l’integrità e la fragile unità istituzionale.

Per Stefano Rodotà è un momento di importante verifica della tenuta delle istituzioni ed ordinamenti europei da cui potrebbe nascere, sul piano della democrazia, un’Europa a due velocità.

Professor Rodotà, in Francia e Spagna la democrazia e la libertà di espressione sembrano a rischio. Cosa sta accadendo nel cuore dell’Europa?

Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice “l’unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile”. E questo è sempre avvenuto, è avvenuto in particolare dopo l’11 settembre, vicenda che ho vissuto in prima persona perché all’epoca presiedevo i garanti europei e ho avuto una serie di contatti continui con gli Stati Uniti che chiedevano un’infinità di informazioni da parte dell’Europa, cui abbiamo in parte resistito. Questa volta si tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione perché in questi anni si è parlato infinite volte di “morte della privacy”: questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90 l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy diceva , riferendosi alla potenza della tecnologia: “Voi avete zero privacy, rassegnatevi”. La verità è che il rischio non viene dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato. Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile.

C’è un “pericolo democrazia”?

Questo momento rappresenta un passaggio istituzionale importante, vi è una prepotenza governativa, rispetto alla quale i parlamenti non se la sentono di resistere: tanto in Spagna quanto in Francia, in sostanza c’è una accettazione sia della maggioranza che dell’opposizione. In Francia addirittura l’iniziativa è di un governo socialista, anche se sappiamo chi è Manuel Valls e perché è stato scelto. Tutto questo sta spostando l’attenzione e le garanzie nella direzione degli organismi di controllo giurisdizionali, cioè gli organismi che vegliano sulla legittimità di queste leggi dal punto di vista del rispetto delle garanzie costituzionali. Che sono le Corti Costituzionali in Europa e negli Stati Uniti le Corti Federali. Non vorrei che si dicesse “Eh cari miei voi la privacy l’avete già perduta perché la tecnologia in ogni momento vi segue e vi controlla”, perché la verità è che l’attentato ai diritti fondamentali legati alle informazioni viene dalla politica e questo è il punto. Non è la tecnologia.

La motivazione che viene proposta dai governi è sempre di voler individuare i criminali, non spiare i cittadini e con la tecnologia è possibile farlo…

Non tutto ciò che è tecnologicamente possibile è politicamente ammissibile e giuridicamente accettabile. C’è un momento in cui la politica si deve assumere le sue responsabilità e non può dire “ma la tecnologia già rende disponibile tutto questo”. La legge spagnola e la legge francese mettono radicalmente in discussione la libertà di manifestazione del pensiero. Finora commettere un reato nell’accesso ad un sito era previsto solo per la pedopornografia. Adesso in Spagna è previsto “l’indottrinamento passivo”: il semplice fatto che io vada su un certo sito può essere reato. D’altro canto, nella norma francese in discussione si è introdotta la possibilità di mettere in rete strumenti che consentono di seguire continuamente l’attività delle persone. Nella legge francese si usa addirittura l’espressione “boîtes noires” per definire dei congegni che riducono le persone ad oggetti, utilizzando un apparato tecnologico per verificarne minuto per minuto, il comportamento. E qui c’è una trasformazione stessa del senso della persona, della sua autonomia, del suo vivere libero. La Germania ha stabilito che non è possibile farlo, esiste una privacy dell’apparato tecnologico che si utilizza, estendendo l’idea di privacy dalla persona alla strumentazione di cui si serve. Inoltre, relativamente alla possibilità di entrare all’interno dell’apparato tecnologico dell’utente, che è una delle ipotesi al vaglio del legislatore, la Corte costituzionale tedesca recentemente ed ancor più recentemente la Corte Suprema degli Stati Uniti hanno affermato che non è legittimo. Se la Francia porta avanti questa discussione e la Germania resta ferma sui principi enunciati dalla sua Corte Costituzionale allora avremo nuovamente un’Europa a due velocità, dove i cittadini francesi perdono velocità, perdendo diritti.

Ma ormai forniamo, consapevolmente o meno, i nostri dati ovunque, in rete. Non è già andata perduta la nostra privacy?

Io so che se uso la carta di credito in quel momento sono localizzato, viene individuato che tipo di transazione viene effettuata e quindi si sa qualcosa sui miei gusti, sulle mie disponibilità finanziarie e così via. Però questo argomento non giustifica il fatto che poi, la conseguenziale raccolta delle informazioni implichi che chiunque se ne possa impadronire impunemente. Anzi il problema di uno stato democratico è quello di rendere compatibile la tecnologia con la democrazia. È questo il punto. Uno stato che dice di voler mantenere il suo carattere democratico non dice “visto che ho una tecnologia disponibile la uso in ogni caso”. Il problema ulteriore è che si sta determinando un’alleanza di fatto tra soggetti che trattano i dati per ragioni economiche e agenzie di sicurezza che li trattano per finalità di controllo. Perché, dopo l’11 settembre in particolare, l’accesso ai dati raccolti dalle grandi società da parte dei servizi di intelligence c’era e c’è stato solo l’accenno a qualche timida reazione, ad esempio, da parte di Google. Sappiamo che in quel momento si sedettero allo stesso tavolo gli “Over the Top” (intendendo con questo termine le grandi multinazionali dell’ICT – ndr) ed i responsabili delle agenzie di sicurezza.

Ma oltre la questione giuridica vi è la necessità di una maggiore consapevolezza degli utenti, che si rendano conto anche di cosa accade, di come sono gestiti i propri dati che capiscano l’uso che ne viene fatto…

Assolutamente d’accordo. C’è un grande problema culturale. È un problema che investe il sistema dell’istruzione ed il sistema dei media. Molte delle sentenze che ho citato, infatti, provengono da richieste di semplici cittadini o di associazioni che hanno portato davanti alle corti questi comportamenti. Quindi non c’è dubbio che oggi il problema, in largo senso, della “consapevolezza civile” è un problema fondamentale. I cittadini non sanno ad esempio, che possono rivolgersi persino al ministero dell’Interno per sapere se vi sono trattamenti in corso sul proprio conto. Addirittura in Italia, tramite il Garante, il cittadino in alcuni casi può accedere ai dati trattati dai servizi di intelligence che lo riguardano.

Moni Ovadia: «Il pugno di Francesco è lungimirante» da: vita.itmondo

di Lorenzo Maria Alvaro

Per lo scrittore la battuta del Pontefice non è casuale né ingenua: «è stato un modo con cui non solo ha chiarito che come Papa difende la Chiesa ma anche che non è indifferente al ridicolizzare le fedi, il tutto però sdrammatizzando. Oggi si tende a commentare tutto in diretta. Dovremmo cominciare a riattivare l’uso del cervello e lasciare da parte le budella»

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Il grande dibattito che l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi ha scatenato in Occidente è in particolare sulla libertà di espressione e sulla satira. Tutto è lecito? Non ci sono limiti? Proprio nel mezzo di queste discussioni è arrivata una battuta del Papa che è deflagrata come una bomba. Il Pontefice dopo aver chiarito che non si può uccidere in nome di Dio e chiarito che l’irrisione della fede è sbagliata ha concluso «se insulti la mia mamma, ti tiro un pugno». Per riflettere su questi temi abbiamo chiamato lo scrittore Moni Ovadia noto, tra le altre cose, in particolare per essere un formidabile raccontatore di barzellette ebraiche.  

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Moni Ovadia

Cosa ne pensa di questo dibattito sulla libertà di espressione?
Il primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti dice che non si può arrestare nessuno prima che abbia parlato. E secondo me è sacrosanto. Quindi le censure non si possono fare a priori. Secondo me poi non si possono fare neanche a posteriori, a meno che non si rintracci una qualche forma di diffamazione o calunnia. Nel qual caso ci sono le leggi.

Secondo lei, al di là della legge, esiste un limite non valicabile?
Il limite da porre alla libertà di espressione è certamente un problema. Ad esempio, se io ridicolizzo una vittima di pedofilia, irridendone le esperienze e la sofferenza, come verrebbe preso? O se facessi satira sulle vittime della Shoah che cosa accadrebbe? È chiaro che ci deve essere un limite, ma deve essere etico, affidato alla coscienza di ognuno. Non può essere stabilito per legge.

C’è poi un’altra faccenda sul tavolo. Qual è l’oggetto della satira?
Certamente. Se io prendo in giro Ruini su, ad esempio, l’eterologa, a mio avviso sto facendo satira. Nel senso che il prelato che vuole intervenire sulle questioni che afferiscono alla sfera politica può essere un tema satirico. Ma se comincio a irridere la Vergine Maria o Gesù Cristo sto irridendo valori sacri. Qualcosa che è al di sopra di un chierico e delle sue azioni. E questo vale anche per l’ebraismo e per l’Islam. Sparare a zero con la satira su certi atteggiamenti dei rabbini in Israele è sacrosanto. Irridere la Torah invece no. Lo stesso vale per l’Islam. Nel caso dei mullah, è giusto poter essere satirici, anche in modo aggressivo. Maometto invece è un’altra cosa. Non per ragioni politiche, di politically correct o riverenza nei confronti del potere, sia chiaro. Si tratta di rispettare la fede autentica.

Insomma la satira colpisce vizi, atteggiamenti e peccati, non persone o simboli?
Esatto. La satira deve irridere i comportamenti non le figure. Io, ad esempio, sono stato personalmente molto contrario alla satira nei confronti di Brunetta, che si concentrava a colpirne le fattezze fisiche. Non è giusto fare satira su un handicap. Anzi, non credo sia proprio satira.

Un argomento che non vale solo per la satira ma per il concetto di libertà in generale. Libertà non può essere fare quello che si vuole…
Uno dei vizi di questo nostro mondo è quello che si pensa di poter fare qualunque cosa, l’importante è non dare fastidio. Invece, anche se non ci sono conseguenze di legge, non tutto è lecito. O la libertà ha contenuto o diventa arbitrio. Su questo ha ragione il mio amico Revelli. E aggiungo che l’attenzione alle sensibilità altrui non è illibertaria ma un esercizio intelligente della propria libertà.

E poi c’è il famoso pugno del Papa. Che ne pensa?
Io credo che abbia pensato a sé da ragazzo. Quando, probabilmente faceva a botte nelle periferie di Buenos Aires come tanti suoi coetanei. Ha fatto riferimento al “vilipendio” della mamma, che in castillano è una cosa estremamente pesante. Per altro dal punto di vista cattolico, guardando al comportamento di Gesù, non è una cosa così strana. La cacciata dei mercanti dal tempio lo fa prendendoli a pedate e bastonate. E il motivo era proprio la mancanza di rispetto per la fede. Gesù non fu tenero e mostrò molto vigore. In ogni caso ritengo che quella battuta sia stato un seme sapiente di lungimiranza.

Lungimiranza? Perché?
Quella battuta dice in una sola volta tre cose a tre mondi diversi. La prima è rivolta ai cristiani e dimostra come il Papa difenda la fede da chi la attacca. La seconda è rivolta al mondo occidentale e cattolico e tende a sdrammatizzare e stemperare la grande tensione. Infine la terza è rivolta ai musulmani comunicandogli che i cristiani non sono indifferenti alle questioni delle offese alla fede, ma chiarendo che non si può uccidere in nome di Dio. C’è poi un messaggio universale che potrebbe essere il quarto aspetto. Tutto il mondo capisce la differenza tra i terroristi che uccidono e il Papa che, pur con fermezza, fa una battuta di spirito.

A me ha ricordato Don Camillo di Guareschi…
Si è molto doncamillesco ma, ribadisco, anche molto lungimirante. Perché questa battuta in sostanza mira ad evitare la contrapposizione tra cristiani e musulmani. Credo sia stato un atteggiamento molto intelligente per stemperare la violenza. Altro che alimentarla. Comunque sono convinto che il problema, nella comprensione di quello che succede è che siamo diventati tutti troppo frettolosi. Arrivano le cose e noi le giudichiamo al volo. Bisognerebbe cercare di ragionare di più, confrontarsi. Riattivare l’uso del cervello e lasciare da parte le budella.

Venezia, ex direttore del Male: quando il potere ipocrita urla ”Je suis Charlie” da: l’urlo quotidiano

Il catanese che ha guidato la redazione dello storico settimanale satirico: ”Il fatto che Luttazzi non si sia più visto in Tv la dice lunga sulle imposizioni da parte di chi governava allora, e di chi ancora condiziona la vita pubblica italiana”. E aggiunge: ”D’altra parte la catena dei capi di Stato alla marcia di Parigi contro il terrorismo, fa comprendere il livello di ipocrisia quando di parla di libertà di espressione”

di Luciano Mirone

17 gennaio 2015

E’ stato il direttore del ”Male”, il ”Charlie Hebdo” italiano ai tempi degli anni di piombo. Il catanese Lillo Venezia è stato il secondo giornalista del dopoguerra, dopo Giovannino Guareschi, a finire nel carcere romano di Regina Coeli, sia pure per pochi giorni, con l’accusa di vilipendio alla religione cattolica e a un Capo di uno Stato estero (in questo caso il Papa). Con il settimanale satirico che ha diretto,  (fondato da Pino Zac, Vincino e Vauro Senesi) Venezia ha ha accumulato oltre duecento querele, con le accuse più svariate, dalla diffamazione all’oscenità. “Il Male” nacque fra gli anni Settanta e Ottanta, in un periodo drammatico per il nostro Paese, un periodo in cui le parole più usate dai giornali erano terrorismo, scontro ideologico, compromesso storico, Dc, Pci, Andreotti, Cossiga, Papa Wojtyla, Aldo Moro, Brigate rosse. Quel giornale irriverente, irriguardoso e beffardo, sia nei confronti del potere, sia nei confronti delle Br, rivoluzionò il modo di fare satira e in poco tempo diventò il punto di riferimento di migliaia di giovani “contro”, dagli studenti che occupavano le scuole e le Università, agli “indiani metropolitani”. Nato nel 1977, “Il Male” cessò le pubblicazioni nell’82. Aveva una tiratura media di 100 mila copie, che in certi periodi arrivavano a 160 mila. Costava 500 lire. Era il “Charlie Hebdo” del Belpaese ai tempi degli “anni di piombo”. Dopo la chiusura, Lillo tornò a Catania e assieme a Giuseppe Fava (ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984) fondò “I Siciliani”, ma questa è un’altra storia.

Lillo, cosa pensi del massacro di Parigi?

“Una condanna totale ma per un gesto criminale ed efferato contro le libertà di espressione, ma anche contro qualcosa che non ci è stato raccontato per intero. Penso che dietro questo attentato solo apparentemente c’è una motivazione religiosa causata dalle vignette blasfeme sull’Islam e su Maometto, ma sostanzialmente qualcosa di più: quello che si sta verificando in Medio Oriente tra l’Iraq, la Siria, la Turchia, e il fatto che si stia componendo uno Stato islamico di natura integralista rispetto alla religione dell’Islam, mi fa pensare che ci sono in ballo parecchi interessi economici. Uno Stato islamico nato da poco, che può disporre di due miliardi di dollari, mi porta a ritenere che abbia alle spalle qualcuno che lo finanzia per creare panico, soprattutto in Occidente. Non dimentichiamo che in quella zona c’è un interesse particolare per un grande giacimento di petrolio e di gas che va dal mare di Gaza alle coste di Cipro, e lì molti hanno puntato i loro interessi, compresi Putin e Israele. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno fatto da detonatori rispetto a queste cose”.

Qual è secondo te la situazione della satira italiana, considerate le censure televisive a comici come Sabina Guzzanti e a Daniele Luttazzi che hanno fatto della satira politica la loro principale modalità di espressione?

“Sono degli episodi gravissimi. Il fatto che Luttazzi non si sia più visto in Tv la dice lunga sulle imposizioni da parte di chi governava allora, e di chi ancora condiziona la vita pubblica italiana. D’altra parte la catena dei capi di Stato alla marcia di Parigi contro il terrorismo, fa comprendere il livello di ipocrisia quando di parla di libertà di espressione e di satira. C’era il premier ungherese, il rappresentante del governo ucraino, lo stesso Benjamin Netanyahu, il presidente del Gabon. Non mi pare che in questi Paesi ci sia una grande libertà di espressione e di satira. In mezzo a tutti questi, il nostro Renzi non sfigurava affatto”.

Cosa ricorda dell’esperienza del ”Male”, che era un po’ il nostro Charlie Hbedo?

“Mi ero appena trasferito da Catania per lavorare nella redazione romana del quotidiano ‘Lotta continua’. Avevo 27 anni, mi occupavo di argomenti impegnati. Da qualche mese, nella stessa tipografia, si stampava ‘Il Male’, che in quel momento aveva bisogno di un giornalista iscritto all’Albo. Conobbi lì Vincino, Pino Zac (reduce dall’esperienza nel giornale parigino ‘Le Canard enchaîné’) e Vauro: ‘Faresti il direttore responsabile?’. Risposi subito di sì”.

Come fu l’impatto con questo giornale?

“Scioccante. La sede era nel quartiere romano di Monteverde. Quando arrivai, Pino Zac stava inscenando la benedizione ‘Urbi ed Orbi’ del Papa dal balcone della redazione, con una piccola ressa di curiosi riunitisi al piano terra. Arrivarono giornalisti, telecamere, fotografi, perfino la Digos. Poco tempo prima a Villa Borghese avevano inaugurato il mezzobusto di Andreotti assieme a Roberto Benigni. In redazione ebbi l’emozione di conoscere lo staff di vignettisti e scrittori, fra cui Sergio Saviane, Vincenzo Sparagna, Angese, Andrea Pazienza, Riccardo Mannelli, Jacopo Fo, Alain Denis, Jiga Melik”.

Chi prendevate in giro?

“Soprattutto il potere democristiano. Che non querelò mai. Il giorno del rapimento Moro facemmo la copertina con l’immagine dello statista democristiano e la frase: ‘Scusate, ma vesto Marzotto’. Un modo per sdrammatizzare e per prendere in giro le Br, fatto molto frequente allora”.

“Il Male” fece clamore anche per i famosi falsi.

“Un’iniziativa senza precedenti. Riproducevamo perfettamente le testate dei più importanti quotidiani italiani e facevamo dei falsi scoop attraverso delle edizioni speciali. La gente ci cascava. Nel ’78 la Nazionale di calcio fu eliminata dall’Olanda ai mondiali in Argentina. Si disse che i nostri avversari erano dopati. Uscimmo con un falso ‘Corriere dello sport’. Prima pagina a caratteri cubitali: ‘Annullati i mondiali’. Successe il finimondo, la gente scese in piazza a festeggiare, le redazioni impazzirono, Tosatti (direttore del ‘Corriere dello sport’) si incazzò. Qualche tempo dopo confezionammo un’altra notizia pazzesca: ‘Ugo Tognazzi nuovo capo delle Br’. L’attore, che era d’accordo con noi, il giorno dopo dichiarò alla stampa: ‘Rivendico il diritto alla cazzata”.

Usciste anche con dei falsi del “Giornale di Sicilia” e de “La Sicilia”.

“Sul ‘Giornale di Sicilia’ mettemmo la notizia dell’arresto di Vito Ciancimino (una cosa impossibile per quei tempi). Su ‘La Sicilia’ facemmo un titolo a nove colonne: ‘Gheddafi si compra Catania per 240mila miliardi’. Prima della pubblicazione intervistammo i catanesi: ‘Che ne pensate?’. ‘Se porta i soldi, viva Gheddafi”.

E il numero con la bustina di “dieci grammi di droga gratis”?

“Un’altra bufala. Era una bustina di pepe”.

La querela più clamorosa?

“Il sequestro del giornale prima che arrivasse in edicola. C’erano gruppi di integralisti cattolici, soprattutto del Veneto, che prima dell’uscita del giornale, si presentavano nelle varie Procure o caserme dei Carabinieri, chiedendo il sequestro preventivo. Davano per scontato che in copertina ci fosse il Papa o qualche frase blasfema contro il Vaticano. L’Ordine del Lazio propose la mia espulsione, me la cavai con un richiamo dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia. Devo ringraziare l’avvocato Nino Marazzita che ci aiutò gratis”.

Qual era il clima all’interno della redazione?

“Nei primi cinque giorni della settimana c’era un bailamme incredibile, discussioni, riunioni, come-facciamo-la-copertina? Il venerdì pomeriggio, come per magia, si faceva il giornale. Il lunedì, immancabilmente, si andava in edicola”.

Perché chiuse “Il Male”?

“Molti vignettisti cominciarono ad essere ingaggiati dalle grandi testate come ‘Repubblica’, l’’Espresso’, il Corriere della Sera’, venne meno l’entusiasmo che era il motore di quella iniziativa. Nel 2013 Vauro e Vincino hanno rifatto il giornale, con me direttore. Si vendeva abbastanza bene. Una copia costava 3 Euro. Poi gli editori hanno ritenuto di non investire più e abbiamo chiuso”.

Autore: fabrizio salvatori Charlie Hebdo, decine di migliaia in piazza in Francia per la libertà d’espressione e contro l’intolleranza.da: controlacrisi.org

“Sto al fianco di Charlie Hebdo, come tutti dobbiamo essere, per difendere l’arte della satira che è stata sempre una forza di libertà e contro la tirannia, la disonestà e la stupidità”. Così Salman Rushdie ha condannato su Facebook l’attacco terroristico di oggi contro il settimanale francese al quale ha espresso la sua solidarietà adottando, su Twitter, l’hashtag #JeSuisCharlie.
Uno dei pochi commenti che si sottrae alla marea islamofobica e reazionaria che sta montando da più parti con il chiaro obiettivo di scatenare una ondata di repressione “sempre utile”. Una giornata nera, quindi, per la critica corrosiva ed intelligente, in cui anche uno come Silvio Berlusconi, che contro la satira e la stampa più in generale ha sempre tuonato e vomitato parole di fuoco, di dire la sua.

Intanto, sono decine di migliaia le persone scese in piazza in tutta la Francia per esprimere la loro solidarietà e sostegno alla libertà di espressione. Secondo i primi dati ufficiali, riportati da Bfm Tv, sono quasi 20 mila le persone in piazza a Parigi, oltre 10 mila a Lione e Tolosa, 4 o 5 mila a Marsiglia. Superano il migliaio anche i presenti ai raduni di Lille, Bordeaux e Nantes. Intanto, diversi partiti, associazioni di giornalisti e gruppi per la libertà di stampa hanno indetto per
i prossimi giorni una lunga serie di sit in, cortei e altre forme di mobilitazione.

“La religione, una forma medievale di irrazionalità, quando si combina con le armi moderne diventa una reale minaccia alle nostre libertà”, ha aggiunto o scrittore anglo indiano contro il quale l’yatollah Khomeini emanò nel 1989 una fatwa nella quale veniva condannato a morte per aver compiuto “blasfemia nei confronti dell’Islam” nel suo libro “I versetti satanici”.

L’attentato contro Charlie Hebdo ha decimato la redazione dello storico settimanale satirico francese, nato sulle ceneri di Hara Kiri Hebdo, proibito in Francia nel 1970 dopo una copertina giudicata insultante nei confronti del generale De Gaulle, appena morto. Stéphane Charbonneau – questo il vero nome – si era sempre detto pronto a morire in piedi piuttosto che rinunciare alla libertà di espressione di cui Charlie Hebdo si è sempre proclamato paladino in Francia, pubblicando, tra l’altro, anche le vignette del profeta Maometto, quelle che nel 2006 dalla Danimarca avevano infiammato tutto il mondo islamico, provocando
numerosi morti. A France Info lo stesso Charb spiegava che la caricatura, in particolare quella più dura ed intransigente, permetteva di “sublimare la violenza: chissà cosa saremmo diventati senza la matita”. E agli islamici che lo accusavano di essere blasfemo, Charb aveva risposto, spiazzandoli: perché‚ non fate una rivista satirica contro di noi, i laici?

George Wolinski, 80 anni, era molto famoso anche in Italia, dov’è stato rivelato dal Linus di Oreste del Buono. Nato a Tunisi nel 1934, era considerato uno dei maestri del fumetto erotico francese, molto attento alla condizione femminile, sedicente “simpatico fallocrate” in un universo femminile sempre più libero e liberato in un paese come la Francia. Era anche un ottimo scrittore.
Cabu, 77 anni, è considerato un gigante del reportage a fumetti, ed aveva una tecnica quasi fotografica, oltre ad un senso del racconto dal ritmo cinematografico. E’ diventato famoso con il Grand Duduche, una sorta di studente ‘nerd’, alto e con gli occhialini tondi simili a quelli del suo autore. Ha coniato anche la figura del ‘Beauf’ (il cognato), cioè il francese medio e di mezza età, con la pancia e i baffi spioventi, un vero e proprio re della banalità e del luogo comune.

Tignous, 58 anni, infine. Bernard Verlhac, questo il suo vero nome, era forse il meno famoso dei quattro vignettisti-star di Charlie Hebdo, ma era altrettanto caustico dei suoi colleghi. Due esempi tra gli altri: la copertina di Charlie Hebdo dedicata a Gerard Depardieu pronto a scappare in Belgio per non pagare le supertasse francesi (“Può il Belgio accogliere tutto il colesterolo del mondo?” si legge accanto al ‘faccione’ dell’attore). E quella sul post primavera araba. Sotto la didascalia “Dopo la primavera araba, l’estate araba”, si vede una giovane donna in topless con il viso nascosto da un hijab.

Per i morti del Charlie Hebdo: aboliamo ogni tutela legale del sacro Fonte: micromega | Autore: Raffaele Carcano *

Soltanto un mese fa il rapporto sulla libertà di pensiero mostrava quanto criticare la religiose fosse un’attività a rischio, nel mondo. Specialmente nei paesi a maggioranza musulmana.

Ieri, la repressione della libertà di espressione è arrivata anche sul continente europeo. In maniera terrificante. Jihadisti reduci da esperienze di guerra in Medio Oriente hanno assaltato la sede del Charlie Hebdo compiendo una strage. Vigliacchi incapaci di argomentazioni, ma in assetto paramilitare, hanno trucidato bestialmente dodici persone inermi, che armate soltanto di una matita si battevano per la libertà di tutti.

Il Financial Times li ha definiti “giornalisti stupidi” , gente che se l’è andata a cercare. Stupidi. Stupidi come i partigiani di fronte all’esercito nazi-fascista, stupidi come le vittime della mafia. Stupidi come le centinaia di migliaia di cittadini che ieri sera hanno riempito le piazze francesi, manifestando per un’idea di libertà che è enormemente più ampia di quella di mercato. I vignettisti e i giornalisti di Charlie Hebdo lottavano per la libertà di espressione di tutti, per poter dire “no” a qualunque potere e a qualunque ideologia totalitaria, religiosa o non religiosa che sia. L’autocensura è sempre una rinuncia alla propria libertà e, nel contempo, un invito a tutti gli altri a fare altrettanto per mera convenienza personale, ed è impressionante che siano stati altri giornalisti a scriverlo.

Un mese fa avevamo invitato le associazioni islamiche italiane a un’azione comune, basata sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, contro le discriminazioni commesse in nome o contro la religione. Non c’è stata risposta. Il mondo musulmano, purtroppo, sta facendo decisamente troppo poco per fronteggiare un fenomeno ormai planetario. Anche ieri le reazioni sono state deboli, talvolta addirittura offensive. L’imam di Drancy ha sostenuto che gli attentatori non hanno nulla a che fare con l’islam, sono soltanto “l’impersonificazione del diavolo”.

Dalil Boubakeur, rettore della grande moschea di Parigi e presidente del Consiglio francese del culto musulmano, ha detto che si tratta di un “colpo portato all’insieme dei musulmani”.

Ma l’insieme dei musulmani comprende anche coloro che hanno assaltato la redazione gridando “Dio è grande” e “abbiamo vendicato il profeta”! Non si può addurre alcuna scusa: è stato un atto di guerra compiuto in nome di Dio e della religione. Contro un giornale che era stato denunciato per vilipendio, esso sì, dall’insieme delle organizzazioni musulmane francese. Quale messaggio hanno trasmesso in questo modo ai loro fedeli più esagitati? Quanto incitamento alla jihad, non stigmatizzato, è stato pubblicato su internet nei mesi scorsi?

Una tradizione islamica riconduce a Maometto la decisione di far uccidere una poetessa, Asma bint Marwan, che lo aveva deriso: non è forse il caso di prendere le distanze da certi retaggi, da certi passaggi contenuti nei testi sacri che costituiscono modelli comportamentali incompatibili con qualunque religione si pretenda “di pace”?

Non può esserci civiltà democratica laddove la critica alla religione (e anche all’ateismo, ovviamente) non è libera. Le comunità religiose abbiano dunque il coraggio di rinunciare per prime a ogni protezione legale riservata al “sacro”, “al sentimento religioso”. Dio, se esiste, non ha certo bisogno di qualche legge per proteggersi. I leader religiosi invece sì, perché servono a immunizzarsi dalle critiche, a dotarsi di uno strumento utile alla conservazione del proprio potere. Ora devono scegliere da che parte stare: dalla parte della libertà di tutti o dalla parte del privilegio per sé.

Nei giorni scorsi tante voci, in Francia, hanno evidenziato un certo affanno nel comunicare l’importanza di avere istituzioni neutrali. L’assalto al Charlie Hebdo, proprio perché è una dichiarazione di guerra a un diritto umano fondamentale, può rappresentare uno di quegli eventi decisivi nella storia umana. Una risposta laica non può certo essere una reazione uguale e contraria a quella dei barbari assalitori, non può essere costituita dal rigurgito identitarista del “se ne ritornino tutti a casa loro, la nostre radici sono e resteranno cristiane” che possiamo trovare in troppi commenti. Una risposta laica non si dovrà mai abbassare al livello di selvaggi istinti tribali, ma dovrà far capire che la libertà è un bene così prezioso che, per difenderla, siamo disposti a batterci fino in fondo.

La libertà di espressione tutela tutti: atei, musulmani, cristiani. Se tutti, a cominciare dai legislatori, ci impegnassimo a rafforzarla, daremmo la risposta più potente a ogni terrorismo oscurantista. E i dodici caduti di Parigi non saranno morti invano.

* segretario Uaar