Ma davvero ci fanno fuori? da : ndnoidonne

Il patriarcato offre potere alle donne ma non modifica il sistema. Il femminismo ha pensato molto, ma ha inciso poco

Giancarla Codrignani

DONNA VIOLATA CHE DANZA, di GIULIA TOGNETTI

I titoli estivi dei media non debbono impressionare: notizie come “le giovani sono antifemministe” (in inglese women against feminism) sono i soliti scoop d’agosto. Questo non vuol dire che non ci siano problemi, soprattutto per chi si credeva che il patriarcato fosse finito. Bisogna invece rifare qualche conto, perché il primo segnale poco entusiasmante in campo femminista è stata, negli Usa, la bocciatura dell’Equal Rights Amendament, che doveva inserire la parità nella Costituzione americana: milioni di donne si erano mobilitate, le due Camere avevano approvato, ma gli stati non ratificarono entro i termini fissati. La ferita del 1982 non si cicatrizzò mai e il femminismo americano ne fu profondamente segnato.
L’avanzata degli anni Settanta (del secolo scorso) aveva prodotto la paura che le donne “vincessero”. Quindi si rialimentarono i non innocui costumi delle moms americane e delle frittelle con lo sciroppo d’acero, il tetto di cristallo basso per le lavoratrici in carriera e gli impedimenti a qualunque legge permissiva sull’aborto. Se ne accorse Susan Faludi che scrisse, guadagnandosi il Pulitzer, Backlash, “Contrattacco: la guerra non dichiarata contro le donne americane“. Era il 1991 e le italiane continuavano a scalare tutte le scale possibili: legge e referendum sull’aborto, fine del delitto d’onore, Nilde Iotti presidente della Camera e proprio nel 1991 nasce Linea Rosa e viene varata la legge 125 sulle “azioni positive”.

A proposito. Le “azioni positive” come sono finite? Come le “pari opportunità”: gli Enti Locali più avveduti (su impulso delle consigliere della Commissione ad hoc) le deliberano regolarmente per “favorire” e “programmare misure di contrasto” (chi se ne occupa lo fa per volontariato). Non è quindi strano che chi ha fatto le lotte non capisca che alle più giovani conquiste così dicano poco: d’altra parte nessuna di noi “vetero” fa qualcosa perché il Presidente del Consiglio smetta di tenere per sé la delega delle P.O.
Infatti il patriarcato – che di nuovo ha solo il fatto che molti maschi non nascondono il dubbio che le donne abbiano una marcia in più – tenta una nuova carta: dare alle donne pezzi di potere, posti di qualche eccellenza, purché nulla cambi del modello. Il governo Renzi è stato esemplare: dodici i ministri, sei donne e sei uomini. Perché gli asili nido diventino una priorità? Non ci pensa nemmeno la più settaria delle femministe: se c’è una minaccia di guerra la Pinotti (giustamente) va in Parlamento a proporre la partecipazione militare.

Non è una novità nemmeno questa. Nel 1978 Betty Friedan (spero che ci leggano tante ragazze e che chiedano a madri e nonne di spiegare chi era) si diceva convinta che il movimento non era più in grado di attirare le giovani. Noi non ce lo dicevamo, ma chi ha buona memoria sa che a quel tempo in Italia la legge sull’aborto divulgava la parola “autodeterminazione” e che nel 1982 l’Udi si sciolse come organizzazione centrale e gerarchica. Non fu un ballar di carnevale: a Milano le “vecchie” cambiarono la serratura della sede per impedire alle giovani di “rottamarle”. Non era bello e assomigliava molto all’intervento di D’Alema contro il governo del suo partito. Anche noi a scuola dai maschi?

Tentare di femminizzare il potere non significa risolvere i problemi delle donne con i proclami. In questi ultimi anni sia il potere, sia i problemi, sia le donne si sono grandemente trasformati. Molti obiettivi sono stati raggiunti, ma non abbiamo inciso sulla società che – come insegniamo ancora – è fatta anche di vita privata, di emozioni, di bisogni di nuova cultura, di maggiore intimità fra gli umani assediati dalle macchine. Il lavoro non è tutto, ma ciò che viene chiamato il sistema insidia non solo il lavoro, ma anche case, famiglie, generazioni.
Il femminismo ha pensato quasi tutto di un mondo delle donne. Tuttavia non esiste solo il pensiero. D’altra parte, nemmeno quello è privo di dinamiche (bisognava pur inventare la ruota). Ma quando il pensiero avverte che è ora di cambiare costume, allora bisogna fare politica. Che, probabilmente, se la volessimo femminile, andrebbe esplicitata nei fini, mezzi e metodi. I metodi, per esempio, sono rimasti i soliti anche per noi: o rivoluzione o riformismo, con la conseguenza di divisioni tra noi per scuole di pensiero, senza capacità di unire le proposte e alzarne il contenuto.

Un esempio: la legge sull’aborto è ancora discussa in molti paesi, ma se ne parla ovunque senza (o con meno) reticenza. Le giovani sanno che c’è o ci sarà una legge; e, comunque, si aspettano prima o poi la pillola abortiva. Ma il problema non era l’autodeterminazione?
Oggi ci si divide sul mantenimento del Senato. Ma davvero nel 2014 possiamo permetterci il palleggio legislativo continuo? Si possono citare molti casi, ma trovo eclatante (e intollerabile) che la legge sulla violenza sessuale – che non costava una lira allo Stato perché trasferiva lo stupro dai reati contro la morale a quelli contro la persona ed era una norma richiesta da tutte le donne, cioè il 52 % dell’elettorato – sia stata in campo per 20 anni e 7 legislature. Il fatto è che le istituzioni non le abbiamo inventate noi e sarà difficile renderle “di genere”. Tuttavia, anche nel più bieco riformismo, tentiamo di farle avanzare mentre sono in corso necessari cambiamenti: scommettiamo che in un mondo che cambia con tanta fretta le ragazze possono interessarsi delle libertà (anche di quella dei maschi, questa volta a partire da noi per cambiare i paradigmi).

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