Non è scontro di civiltà. E neppure di religione da: ndnoidonne

Non dimentichiamo che anche la religione cristiana è stata egemone per secoli, ha dettato regole del vivere e influenzato il pensiero

Stefania Friggeri

Acquerello di Giulia Tognetti

Onde evitare che il vento dell’islamofobia gonfi le vele delle forze reazionarie che additano nell’islam il nemico, declamando un cristianesimo identitario che proclama le radici cristiane d’Europa, è opportuno non dimenticare che anche alle nostre latitudini la religione cristiana ha goduto per molti secoli della totale egemonia culturale influenzando la modalità di sentire e di pensare, dettando i costumi e le regole del vivere civile. All’interno del mondo cristiano non sono mai mancati acerbi contrasti tra il potere spirituale e il potere temporale, ma il famoso detto “date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio” ha offerto solidi argomenti a favore della separazione dei poteri e il cristianesimo, dopo una lotta plurisecolare e sanguinosa fra la Chiesa e i regnanti, ha dovuto venire a patti col principio della laicità dello Stato. Anche se ancora oggi nelle società secolarizzate, compresa la Francia, l’invadenza della chiesa nella vita pubblica rimane militante, come conferma l’intervista rilasciata dopo il 7 gennaio da Lux, giornalista superstite di Charlie Hebdo: “La Francia, nonostante tutto, resta culturalmente un vecchio paese cattolico. E l’abbiamo visto bene in questo periodo di agitazione politica e continue manifestazioni intorno alla legge sul matrimonio per tutti. Una Francia profonda e retrograda che va ben al di là dei cattolici integralisti (quelli non li avevamo certo dimenticati perché ci hanno fatto circa dodici processi in vent’anni).” Dunque le vignette, a volte anche brutte e volgari secondo alcuni, scaturivano dal rifiuto di venire a patti con “la vecchia forza politica della Chiesa, quel potere oscuro che non è mai scomparso in Francia e che interviene pesantemente nelle questioni sociali … In uno stato laico la gente non si identifica rispetto alla religione o ad un gruppo etnico, ma rispetto alla cittadinanza … La Francia è forse l’ultimo baluardo dell’universalismo dei valori laici contro il comunitarismo ormai vincente.” A parere di Luz dunque l’agente patogeno dell’estremismo fanatico sarebbe il comunitarismo che riduce l’identità poliedrica di ogni individuo nell’identità unica e totalizzante della confessione religiosa e/o della comunità dei fedeli.
Nel suo “Identità e violenza”, uscito in Italia negli anni in cui si comincia a parlare di “scontro di civiltà”), Amartya Sen riflette a lungo su quanto sia problematica la condizione esistenziale di chi vive la competizione fra due diverse identità (ad es. “sono cittadino francese o sono in primo luogo un musulmano?”) soprattutto se, nel contesto sociale in cui vive, la persona viene vista non nelle sue molteplici sfaccettature identitarie ma come membro di una singola identità, religiosa oppure etnica (“L’ebreo è un uomo che gli altri uomini considerano ebreo, è l’antisemita che fa l’ebreo”, J.P. Sartre). Parole profetiche quelle di A. Sen se riferite ai ripetuti casi di violenza da parte di chi aderisce al fondamentalismo religioso: attraverso internet, o i compagni spesso incontrati in carcere, il giovane musulmano riesce a dare un senso al vuoto della sua vita recuperando le radici ataviche e facendosi membro della “Umma”, la comunità dei fedeli; e dopo aver cancellato le sue molteplici affiliazioni, identificando se stesso solo ed esclusivamente come un autentico musulmano, il futuro terrorista, ormai rinato (born again), entra nella comunità dei combattenti, ne sposa l’identità settaria e conclude l’affiliazione con un viaggio iniziatico. E oggi è forte il richiamo esercitato dall’ Isis a causa dei successi militari e del potente messaggio politico: il ritorno del Califfato, l’età dell’oro dell’islam, che restituirà ai musulmani “la dignità, la potenza, i diritti e l’autorità del comando” (Al Baghdadi).
Pur tenendo presente tutte le grandi differenze del contesto storico e culturale, Loretta Napoleoni nel suo libro intitolato all’Isis argomenta così: “Negli anni quaranta ebrei di varie parti del mondo si unirono in una lotta contro gli inglesi per riconquistare la loro antica terra, una patria ancestrale donata da Dio, dove potevano nuovamente trovare la liberazione. Come l’antica Israele è sempre stata per gli ebrei la Terra Promessa, così il Califfato rappresenta per i musulmani lo stato ideale, la nazione perfetta in cui trovare la salvezza dopo secoli di umiliazione, razzismo e sconfitte per mano degli infedeli, ossia delle potenze straniere e dei loro associati musulmani.” L ’Isis, infatti, rappresenta un genere di stabilità non insolito nelle regioni che hanno sofferto conflitti prolungati dove la popolazione vive da anni nella miseria e nel terrore: vittima della violenza scatenata dalle guerre e dagli scontri tribali fra gruppi religiosi o fazioni politiche, vittima della corruzione delle èlites al potere colluse con gli interessi stranieri, vittima del cinismo dei grandi della terra che stanno a guardare, anzi no: foraggiano con soldi ed armi il gruppo “amico” e fanno la guerra per procura. E come ieri in Afganistan i telebani, dopo la dissoluzione dello Stato, hanno riempito il vuoto politico cacciando i signori della guerra, oggi l’Isis ha riportato l’ordine nelle regioni del Medio Oriente, dove l’autorità dello Stato si era dissolta nell’anarchia della guerra permanente.
Lo Stato islamico non prevede per le donne alcuna attività extradomestica, ma ha sviluppato programmi assistenziali e sanitari, coma la campagna antipolio, in un miscuglio di premoderno e moderno incomprensibile per l’Occidente. Dove nel settecento, grazie all’influenza benefica sul corpo sociale esercitata dai moralisti inglesi e dagli illuministi francesi, la religione ha cessato di essere una bandiera di combattimento; nonostante i privilegi di cui hanno continuato a godere le chiese cristiane, in Europa vengono scritti i primi Statuti attraverso i quali al cittadino viene riconosciuta la libertà religiosa, e dunque la libertà di pensiero e di espressione. Anche nel mondo musulmano, multiforme e diversificato come hanno dimostrato le cosiddette “primavere arabe”, sono presenti oggi forze che chiedono emancipazione dal potere religioso (ovvero dal patriarcato, dal sessismo, dalla omofobia, dal fondamentalismo) ma non v’è dubbio che questo processo sarà lungo, troppo lungo, soprattutto se consideriamo il potere esercitato dagli stati teocratici e dai loro petroldollari. E intanto in Europa si leva sempre più minacciosa la voce di chi chiama alla “guerra di civiltà”, individuando la soluzione di una crisi ormai globale attraverso misure inefficaci ma di forte impatto mediatico. Un quadro fosco perché se ci sforziamo di sfuggire alla scioccante emotività del presente e guardiamo agli avvenimenti in una prospettiva di lungo respiro, ne emerge che non saranno né la politica securitaria né l’attività dell’intelligence a liberarci dal fanatismo dei criminali che uccidono in nome di Allah, ma solo l’impegno delle forze che condizionano la politica internazionale a ripulire il verminaio che appesta il Medio Oriente. A partire dalla questione israelo-palestinese.

Foto: Acquerello di Giulia Tognetti, gentilmente concesso

Per i morti del Charlie Hebdo: aboliamo ogni tutela legale del sacro Fonte: micromega | Autore: Raffaele Carcano *

Soltanto un mese fa il rapporto sulla libertà di pensiero mostrava quanto criticare la religiose fosse un’attività a rischio, nel mondo. Specialmente nei paesi a maggioranza musulmana.

Ieri, la repressione della libertà di espressione è arrivata anche sul continente europeo. In maniera terrificante. Jihadisti reduci da esperienze di guerra in Medio Oriente hanno assaltato la sede del Charlie Hebdo compiendo una strage. Vigliacchi incapaci di argomentazioni, ma in assetto paramilitare, hanno trucidato bestialmente dodici persone inermi, che armate soltanto di una matita si battevano per la libertà di tutti.

Il Financial Times li ha definiti “giornalisti stupidi” , gente che se l’è andata a cercare. Stupidi. Stupidi come i partigiani di fronte all’esercito nazi-fascista, stupidi come le vittime della mafia. Stupidi come le centinaia di migliaia di cittadini che ieri sera hanno riempito le piazze francesi, manifestando per un’idea di libertà che è enormemente più ampia di quella di mercato. I vignettisti e i giornalisti di Charlie Hebdo lottavano per la libertà di espressione di tutti, per poter dire “no” a qualunque potere e a qualunque ideologia totalitaria, religiosa o non religiosa che sia. L’autocensura è sempre una rinuncia alla propria libertà e, nel contempo, un invito a tutti gli altri a fare altrettanto per mera convenienza personale, ed è impressionante che siano stati altri giornalisti a scriverlo.

Un mese fa avevamo invitato le associazioni islamiche italiane a un’azione comune, basata sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, contro le discriminazioni commesse in nome o contro la religione. Non c’è stata risposta. Il mondo musulmano, purtroppo, sta facendo decisamente troppo poco per fronteggiare un fenomeno ormai planetario. Anche ieri le reazioni sono state deboli, talvolta addirittura offensive. L’imam di Drancy ha sostenuto che gli attentatori non hanno nulla a che fare con l’islam, sono soltanto “l’impersonificazione del diavolo”.

Dalil Boubakeur, rettore della grande moschea di Parigi e presidente del Consiglio francese del culto musulmano, ha detto che si tratta di un “colpo portato all’insieme dei musulmani”.

Ma l’insieme dei musulmani comprende anche coloro che hanno assaltato la redazione gridando “Dio è grande” e “abbiamo vendicato il profeta”! Non si può addurre alcuna scusa: è stato un atto di guerra compiuto in nome di Dio e della religione. Contro un giornale che era stato denunciato per vilipendio, esso sì, dall’insieme delle organizzazioni musulmane francese. Quale messaggio hanno trasmesso in questo modo ai loro fedeli più esagitati? Quanto incitamento alla jihad, non stigmatizzato, è stato pubblicato su internet nei mesi scorsi?

Una tradizione islamica riconduce a Maometto la decisione di far uccidere una poetessa, Asma bint Marwan, che lo aveva deriso: non è forse il caso di prendere le distanze da certi retaggi, da certi passaggi contenuti nei testi sacri che costituiscono modelli comportamentali incompatibili con qualunque religione si pretenda “di pace”?

Non può esserci civiltà democratica laddove la critica alla religione (e anche all’ateismo, ovviamente) non è libera. Le comunità religiose abbiano dunque il coraggio di rinunciare per prime a ogni protezione legale riservata al “sacro”, “al sentimento religioso”. Dio, se esiste, non ha certo bisogno di qualche legge per proteggersi. I leader religiosi invece sì, perché servono a immunizzarsi dalle critiche, a dotarsi di uno strumento utile alla conservazione del proprio potere. Ora devono scegliere da che parte stare: dalla parte della libertà di tutti o dalla parte del privilegio per sé.

Nei giorni scorsi tante voci, in Francia, hanno evidenziato un certo affanno nel comunicare l’importanza di avere istituzioni neutrali. L’assalto al Charlie Hebdo, proprio perché è una dichiarazione di guerra a un diritto umano fondamentale, può rappresentare uno di quegli eventi decisivi nella storia umana. Una risposta laica non può certo essere una reazione uguale e contraria a quella dei barbari assalitori, non può essere costituita dal rigurgito identitarista del “se ne ritornino tutti a casa loro, la nostre radici sono e resteranno cristiane” che possiamo trovare in troppi commenti. Una risposta laica non si dovrà mai abbassare al livello di selvaggi istinti tribali, ma dovrà far capire che la libertà è un bene così prezioso che, per difenderla, siamo disposti a batterci fino in fondo.

La libertà di espressione tutela tutti: atei, musulmani, cristiani. Se tutti, a cominciare dai legislatori, ci impegnassimo a rafforzarla, daremmo la risposta più potente a ogni terrorismo oscurantista. E i dodici caduti di Parigi non saranno morti invano.

* segretario Uaar