Da Mafia Capitale a Giarre Succursale? gazzettinoonline.it

Da Mafia Capitale a Giarre Succursale?

Da Mafia Capitale a Giarre Succursale?
settembre 02
09:57 2015

Da Mafia Capitale a Giarre Succursale? Dall’inchiesta giornalistica de “Il Fatto Quotidiano”, emergono inquietanti intrecci sulla gestione del Cara di Mineo. Sullo sfondo quell’appalto milionario da cento milioni di euro all’anno, appalti e fornitori, posti di lavoro e soprattutto voti da gestire.

mineo“In cima – riporta l’articolo del giornale nazionale – c’è la figura del sottosegretario Giuseppe Castiglione, indagato dalla Procura di Catania per turbativa d’asta, luogotenente di Angelino Alfano in Sicilia, genero del potentissimo senatore Pino Firrarello; poi ci sono tutti gli altri: faccendieri, politici e manager spregiudicati. Intorno un’intera provincia che cambia preferenze elettorali: dal centrosinistra al nuovissimo partito di Alfano e Castiglione. Eccolo qui il sistema del Cara di Mineo, il centro richiedenti asilo più grande d’Europa, finito nel ciclone dell’inchiesta su Mafia Capitale. Dalle rivelazioni di Luca Odevaine emerge un quadro inquietante. Egli stesso ammette davanti ai magistrati inquirenti di mafia Capitale di avere intascato 10mila euro al mese anche se – afferma – la richiesta complessiva era di 20 mila euro. Ma non erano solo per me: mi servivano per le cooperative sociali che presiedevo”. “Se ho favorito la vittoria delle gare per la gestione del centro? Sì, l’ho fatto” ammette nei verbali pubblicati dal Messaggero e dal Corriere della Sera.

Il racconto di Odevaine parte dal 2011 – si legge nell’inchiesta del Il Fatto – quando dopo lo scoppio della Primavera araba comincia l’ondata di sbarchi dal nord Africa.

Ed è a quel punto che Odevaine si materializza in Sicilia, dove incontrerà con l’allora presidente della provincia di Catania Castiglione e il giarrese Salvo Calì presidente della cooperativa Sisifo, iscritta a Legacoop, capofila dei gestori di Mineo fin dalla creazione del centro. Sisifo è il Consorzio di cooperative che dal 2011 gestisce il Cara di Mineo dopo aver vinto un appalto del valore di diverse decine di milioni di euro nel 2011 per gestire il servizio di accoglienza degli immigrati.

SALVO CALI'Ma chi è quel Salvo Calì che Odevaine tira in ballo? Fino al febbraio 2013 presidente di Sisifo è stato, per l’appunto, Salvo Calì, dirigente medico dell’Asp di Catania, già direttore sanitario a Giarre e Paternò e segretario del Smi, Sindacato medici italiani; nella metà degli anni ’70 è entrato a far parte nel Pci; è stato consigliere comunale del Pci dal 1980 al ‘90 e dal ’90 al ‘93, consigliere provinciale.

Salvo Calì nel novembre del ‘91 ebbe una grande opportunità: diventare presidente della Provincia di Catania, ma l’occasione sfumò e a conquistare la prestigiosa poltrona di Palazzo Minoriti al tempo fu Carmelo Rapisarda. Sullo sfondo di quella tormentata elezione accordi saltati per equilibri non trovati. In origine, il nome prescelto sarebbe stato quello di Clelia Papale ma nel Pci-Pds non tutti erano d’accordo. Anzi in quella circostanza ci sarebbero stati scontri durissimi e siccome il marito della Papale era quel Giacomo Torrisi, al tempo presidente della Lega cooperative, fu invitata a farsi da parte e in quell’occasione spuntò dal cilindro Salvo Calì. Sembrava fatta, ma anche sul nome del medico giarrese ci furono reazioni inattese di aspro dissenso. Calì non ce la fece. Oggi a distanza di molti anni, il nome di Calì spunta in questa vicenda torbida legata a Mafia Capitale e alla gestione del Cara di Mineo. È il famoso pranzo con sedia vuota.

“Castiglione – racconta Odevaine ai magistrati – non mi disse esplicitamente che Sisifo presieduta da Calì doveva vincere la gara, ma io capii perfettamente anche perché accompagnandomi all’aeroporto mi disse che Sisifo era per lui il gruppo più adatto a gestire Mineo; mi disse che erano cooperative di centrosinistra e quindi lui non aveva un interesse politico, ma li promuoveva perché li considerava capaci. Mi disse anche che vi era una esigenza politica primaria di favorire cooperative operanti sul territorio”.

E’ in questo modo che nasce la prima gara d’appalto milionaria per gestire Mineo, una gara che Odevaine racconta senza mezzi termini di avere praticamente truccato. “Il bando era scritto in modo da rendere certa la vittoria dell’Associazione temporanea d’imprese: la decisione fu presa congiuntamente da Paolo Ragusa, da me, da Castiglione, da Giovanni Ferrera“.  Ragusa, anche lui indagato con Castiglione, è un grande elettore del Nuovo Centrodestra, il partito creato da Alfano che nella zona del Calatino prende percentuali massicce di voti. A sentire Odevaine, non solo aveva ruolo nella gestione del centro, ma “imponeva la scelta dei fornitori dai quali acquistare e gestiva le convenzioni con i privati. privati presso i quali gli ospiti del centro potevano spendere 2,5 euro al giorno con una tessera”.

Ma non è finita qui: perché – secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano – dopo che Castiglione e Odevaine si accordano sul nome di Sisifo per gestire il centro, la rete comincia ad allargarsi. “Quando incontrai di nuovo Castiglione gli dissi che era necessario individuare una struttura in grado di gestire pasti, per cui gli consigliai di rivolgersi alla Cascina. In più di un’occasione Menolascina (dirigente della cooperativa) mi ha detto che La Cascina ha stretto rapporti con Lupi, Alfano e Castiglione e che finanziava la nascita di Ncd”. La cooperativa vicino a Comunione e Liberazione, dunque, secondo Odevaine è tra i main sponsor del nuovo partito di Alfano, diventato nel frattempo il principale partito politico dei comuni del Calatino.

Scontri a Roma, Sel raccoglie le firme per la sfiducia ad Alfano. Le testimonianze di sindacalisti e lavoratori Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Una raccolta di firme su una mozione di sfiducia individuale al ministro Angelino Alfano, che oggi pomeriggio riferira’ alle Camere sul ferimento degli operai e dei sindacalisti dell’Ast. Intanto, il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico parla, in una intervista radiofonica, di problemi nella catena di comando (“nessuno ha dato l’ordine di caricare”) e di malintesi. Per la presentazione della mozione alla Camera dei deputati, a norma di regolamento, serve la sottoscrizione del 10 per cento dei parlamentari, 63 firme.
La mozione, promossa da Sel, e’ in questo momento all’attenzione dei gruppi di opposizione al governo Renzi. Sel conta a Montecitorio 26 deputati che hanno gia’ sottoscritto la mozione. Per la presentazione della mozione sarebbe sufficiente la firma di una piccola parte del Movimento Cinque Stelle, che alla Camera ha 104 deputati. Per Alfano si tratterebbe del secondo voto di sfiducia individuale in Parlamento, dopo il caso Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Abliazov, espulsa dall’Italia in circostanze controverse la scorsa primavera.
Per accertarsi dello stato di salute dei lavoratori e dei dirigenti colpiti, il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, si è recata all’ospedale Policlinico Umberto I di Roma dove sono stati ricoverati e ha telefonato al ministro degli Interni, Angelino Alfano, per chiedere conto di quanto avvenuto, mentre una richiesta ufficiale di chiarimento al governo veniva rivolta anche dal segretario della Fiom, Maurizio Landini, che in queste ore ha riunito il Comitato centrale del sindacato per fare il punto della situazione e decidere sullo sciopero generale.
“Ci stavamo incamminando” verso il Mise, racconta Rosario Rappa, segretario nazionale della Fiom “quando c’è stato il blocco della polizia. Ed è partita subito la carica, selvaggia e gratuita”. E smentisce che i manifestanti volessero puntare a Termini, come sostenuto dalla polizia: “totalmente falso”. “Cercano di costruirsi uno pseudo alibi. E non dicano che c’erano infiltrati: i nostri erano 530, tutti registrati”.
Un altro sindacalista ferito, Cristiano Costanzi, si sfoga invece su Messaggero: “sono stato colpito a tradimento, da dietro, mentre cercavo di calmare gli animi degli altri operai”. “Ci hanno trattato come delinquenti. Invece siamo persone oneste che guadagnano poco e lavorano tanto”. “E’ stata una lotta tra poveri, perch‚ anche i poliziotti stanno vivendo un momento difficile”.
Manuel Feliziani, anch’egli ferito negli scontri, parla invece a Repubblica: “quando ho visto che gli animi si iniziavano a scaldare ho cercato di parlare con qualche poliziotto. Non ho fatto in tempo…”. “Sono stato colpito da una prima manganellata alla testa. Mi sono subito portato le braccia alla testa per ripararmi, ma lo stesso poliziotto mi ha colpito una seconda volta”.

Fava: “Sulla rivendita delle aziende confiscate alla mafia è caos” da: antimafia duemila

fava-claudio-c-giorgio-barbagallodi AMDuemila – 10 ottobre 2014

“A Catania venduta dallo Stato alla stessa famiglia a cui era stata tolta”. Il deputato annuncia un’interrogazione al ministro dell’interno Alfano.
“Com’è possibile che un’azienda confiscata per mafia venga venduta dallo Stato alla stessa famiglia a cui era stata tolta?”. Se lo chiede il deputato di Libertà e Diritti – Socialisti Europei Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia che già annuncia un’interrogazione al ministro dell’interno Angelino Alfano. “Succede ancora una volta – spiega Fava – a Catania. La “Incoter”, confiscata a Vincenzo Basilotta, già condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa, è in procinto di cedere il suo più proficuo ramo d’azienda alla “Judica Appalti”, amministrata dal fratello Luigi Basilotta, indagato per truffa aggravata ed altri reati. Un gioco delle parti che ricorda quanto già accaduto in passato ad altre imprese catanesi, confiscate per mafia e cedute a prestanome dei vecchi proprietari. A subire le conseguenze, ieri come oggi, rischiano di essere solo i dipendenti di quelle aziende”. Il deputato ha annunicato che terrà lunedì mattina a Catania una conferenza stampa che farà il punto anche “sui criteri discutibili” utilizzati dalla prefettura di Catania per accogliere l’iscrizione nella cd. white list di aziende della famiglia Ercolano e della famiglia Basilotta.

Art. 18, Fiom: “E’ gravissimo attaccare i diritti. Per uscire dalla crisi, investimenti straordinari”| Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

La questione dell’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori continua ad agitare la maggioranza. Il Nuovo centrodestra, che nei giorni scorsi aveva proposto che il tema venisse inserito nel decreto legge cosiddetto ‘Sblocca-Italia’, anche ieri, per bocca dei ministri Angelino Alfano e Maurizio Lupi, ha continuato a rilanciare l’argomento in termini perentori. “Abolizione dell’articolo 18 entro la fine di agosto”, chiede il primo. “Non è solo un totem della sinistra da abbattere ma è il segnale più importante per dire che il sistema italiano del lavoro è cambiato”, aggiunge il secondo.
Parole che innescano una replica davvero poco convincente del vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini. La questione lavoro “sarà affrontata con la delega che in questo momento e’ in discussione al Senato. In quest’ambito – assicura – affronteremo senza chiusure pregiudiziali le proposte che verranno messe in campo. Anticipare quella discussione a strumenti che non sono propri credo sia sbagliato. Dentro la delega ci sono vari argomenti oggetto di riflessione, in particolare le politiche attive per il lavoro. Li’ ragioneremo senza tabù ideologici ma anche senza la tentazione di piantare bandierine”.

Più decisa la reazione del segretario della Fiom Maurizio Landini, per il quale mettere mano allo Statuto dei lavoratori “sarebbe un errore gravissimo”. L’articolo 18, secondo Landini, “è l’ultimo dei problemi dell’Italia. Tra l’altro è già stato modificato (riforma Fornero, ndr) e non ha creato nessun posto di lavoro, anzi ci sono stati più licenziamenti per motivi economici”.”Se il governo – ha detto Landini ai microfoni di Sky Tg24 Hd – vuole creare lavoro, deve mettere a punto dei piani straordinari di investimento, una politica industriale degna di questo nome. Se hanno in mente di seguire un’altra strada o i cattivi consigli di Alfano, debbono sapere che è un modo per gettare benzina sul fuoco in un Paese che è già sull’orlo di una situazione di tenuta sociale molto difficile”.

“Noi abbiamo intenzione di mobilitare i lavoratori – ha aggiunto il leader dei metalmeccanici Cgil – perchè vogliamo chiedere al governo di fare davvero dei cambiamenti di politica industriale e di aprire una discussione vera con l’Europa: ci sono una serie di vincoli europei che vanno cambiati”.
Critiche a Ncd da destra arrivano da Renata Polverini, ex segretaria generale dell’Ugl e ora di Forza Italia. “Stupisce che ancora ci sia qualcuno che possa ritenere l’articolo 18 come un’inibizione alle assunzioni e un limite alla flessibilità. Il problema della disoccupazione non si può attribuire ai diritti conquistati dai lavoratori bensì a un sistema economico asfittico incapace di creare nuova offerta di lavoro”.

Art. 18, Fiom: “E’ gravissimo attaccare i diritti. Per uscire dalla crisi, investimenti straordinari” | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

La questione dell’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori continua ad agitare la maggioranza. Il Nuovo centrodestra, che nei giorni scorsi aveva proposto che il tema venisse inserito nel decreto legge cosiddetto ‘Sblocca-Italia’, anche ieri, per bocca dei ministri Angelino Alfano e Maurizio Lupi, ha continuato a rilanciare l’argomento in termini perentori. “Abolizione dell’articolo 18 entro la fine di agosto”, chiede il primo. “Non è solo un totem della sinistra da abbattere ma è il segnale più importante per dire che il sistema italiano del lavoro è cambiato”, aggiunge il secondo.
Parole che innescano una replica davvero poco convincente del vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini. La questione lavoro “sarà affrontata con la delega che in questo momento e’ in discussione al Senato. In quest’ambito – assicura – affronteremo senza chiusure pregiudiziali le proposte che verranno messe in campo. Anticipare quella discussione a strumenti che non sono propri credo sia sbagliato. Dentro la delega ci sono vari argomenti oggetto di riflessione, in particolare le politiche attive per il lavoro. Li’ ragioneremo senza tabù ideologici ma anche senza la tentazione di piantare bandierine”.

Più decisa la reazione del segretario della Fiom Maurizio Landini, per il quale mettere mano allo Statuto dei lavoratori “sarebbe un errore gravissimo”. L’articolo 18, secondo Landini, “è l’ultimo dei problemi dell’Italia. Tra l’altro è già stato modificato (riforma Fornero, ndr) e non ha creato nessun posto di lavoro, anzi ci sono stati più licenziamenti per motivi economici”.”Se il governo – ha detto Landini ai microfoni di Sky Tg24 Hd – vuole creare lavoro, deve mettere a punto dei piani straordinari di investimento, una politica industriale degna di questo nome. Se hanno in mente di seguire un’altra strada o i cattivi consigli di Alfano, debbono sapere che è un modo per gettare benzina sul fuoco in un Paese che è già sull’orlo di una situazione di tenuta sociale molto difficile”.

“Noi abbiamo intenzione di mobilitare i lavoratori – ha aggiunto il leader dei metalmeccanici Cgil – perchè vogliamo chiedere al governo di fare davvero dei cambiamenti di politica industriale e di aprire una discussione vera con l’Europa: ci sono una serie di vincoli europei che vanno cambiati”.
Critiche a Ncd da destra arrivano da Renata Polverini, ex segretaria generale dell’Ugl e ora di Forza Italia. “Stupisce che ancora ci sia qualcuno che possa ritenere l’articolo 18 come un’inibizione alle assunzioni e un limite alla flessibilità. Il problema della disoccupazione non si può attribuire ai diritti conquistati dai lavoratori bensì a un sistema economico asfittico incapace di creare nuova offerta di lavoro”.

La crisi di FI, Bonaiuti orbita con Ncd ma intanto si preparano altre defezioni Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

E così anche Paolo Bonaiuti lascia il partito dell’ex cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi approdando al Nuovo Centrodestra. O meglio, si sta avvicinando al Ncd. Nella giornata di oggi l’ex portavoce berlusconiano ha ricevuto un merito da Fabrizio Cicchito, una lama affilata da Giovanni Toti ed ha incontrato Angelino Alfano al Viminale.
La notizia, ormai, sembra essere data per certa e il sodalizio Bonaiuti/Ncd èsolo una questione di ore, forse di formalità, ma comunque è quasi fatta.
Le amarezze in casa forzista si fanno sentire e il consigliere politico di Forza Italia Giovanni Toti, in una nota, ha dichiarato: «Mi dispiace, Paolo è sempre stato un amico. Da giornalista ci ho lavorato per anni. Non capisco ancora la sua decisione. Andrà con Alfano. Quello che mi stupisce della politica in generale è che quando a qualcuno non va più bene, nonostante trent’anni di carriera, non dice: ‘signori non sono più d’accordo con il mio partito me ne vado a casa, vado in pensione…’. No. Cambia partito per star lì altri dieci anni. Questa è la cosa insopportabile».

Mentre Angelino Alfano afferma che, qualora Bonaiuti dovesse approdare al Ncd quella dell’ex portavoce berlusconiano sarebbe una «grande scelta di coraggio», Cicchitto non le manda a dire a Toti asserendo che le sue sono braccia rubate all’agricoltura.
In un botta e risposta di un paio di giorni, che ha visto il suo culmine nella giornata di oggi, Fabrizio Cicchitto si conferma strenuo difensore della linea che ha portato gli ‘alfaniani’alla scissione con l’ala, cosiddetta, dei falchi di Forza Italia.
Ma la pulizia in casa forzista è lampante, così come Alberto d’Argento su ‘La Repubblica’di oggi scrive: «Eppure i forzisti ora tremano, si teme che con il portavoce siano pronti a fare il salto del fosso altri 5 o 6 senatori. E dopo le europee c’è il rischio di smottamenti di massa».
Il dato da rilevare, nella faccenda interna al centrodestra italiano, è una: la ricostruzione ex-novo di un progetto politico riproposto dopo anni di distanza, non serve a nulla, se non suffragato da una imponente forza di volontàdel gruppo dirigente e militante.
Ammesso che quest’ultimo esista ancora e che i dirigenti siano tali.
Il partito di Alfano, dunque, si conferma sempre di piùcome bacino elettorale, ed elemento di unione, per gli esponenti forzisti che non sanno a che santo votarsi: crollato Berlusconi, crolla tutto e non si sa piùche fare.
Un po’come l’Alberto Sordi che interpretava il graduato italiano in ‘Tutti a Casa’di Comencini: i tedeschi sparavano addosso agli italiani che, a loro volta, non avevano ricevuto un ordine preciso mentre gli Stati Maggiori tentennavano, usando un eufemismo.
Lo Stato Maggiore, in realtà, in Fi c’è, ma èlatente. Il sogno Berlusconiano si va infrangendo giorno dopo giorno e i fedelissimi non sanno che pesci pigliare, stretti a metàtra la morsa della fedeltàal leader e le elezioni europee: Forza Italia è, comunque, in calo nei sondaggi.

Quegli stessi sondaggi che Berlusconi, per la verità, nei giorni in cui era Primo Ministro brandiva come un’arma contro ‘la stampa di sinistra’, mentre ora i deputati e senatori forzisti «cercano una saldatura con i malpancisti Pd per mettere in difficoltàRenzi», come riporta oggi D’Argenio.
Il partito-persona è il lascito dell’impropriamente detta Seconda Repubblica, è il comitato elettorale permanente, ormai, a farla da padrone nella geografia politica italiana tutta: il candidato traina il partito e non l’organizzazione stessa ad essere portatore di idee e persone.
Quella del partito di Berlusconi è la storia di un partito che va percorrendo il Viale del Tramonto mentre, a quanto pare, quello dell’ex delfino Angelino Alfano prende il largo, spicca il volo.

Ma, nonostante tutto, l’impronta del ventennio personalista si fa sentire anche in casa alfaniana con il nome del leader ben visibile in calce al simbolo.

Alfano visita l’indagato Ciancio e il caso finisce in Commissione Antimafia da : corriere della sera

Alfano visita l’indagato Ciancio e il caso finisce in Commissione Antimafia

Il ministro dell’Interno incontra il potente editore di Catania Mario Ciancio, indagato per concorso esterno con il clan Santapaola, riciclaggio e turbativa d’asta aggravata dal favoreggiamento alla mafia

di Antonio Condorelli

 

CATANIA- Due auto blindate e la scorta armata del ministro dell’Interno sabato scorso hanno atteso quasi due ore Angelino Alfano mentre incontrava il potente editore etneo Mario Ciancio, indagato per concorso esterno con il clan Santapaola, riciclaggio e turbativa d’asta aggravata dal favoreggiamento alla mafia. Una visita di cortesia, coronata anche da un’intervista televisiva durata quasi un’ora, che è stata celebrata con tanto di fotografia a tutta pagina dal quotidiano “La Sicilia” di Ciancio.

L'incontro tra Ciancio e Alfano pubblicato sul quotidiano di Ciancio 'La Sicilia'
L’incontro tra Ciancio e Alfano pubblicato sul quotidiano di Ciancio ‘La Sicilia’

Adesso quest’incontro è finito in commissione Antimafia e Claudio Fava ha assicurato battaglia definendo “grave” quanto accaduto e aggiungendo: “Alfano scelga: o fa il leader di partito e incontra chi vuole, oppure fa il ministro dell’Interno e in tal caso evita di porgere visita a indagati per reati di mafia. Non mancheranno occasioni, durante la missione odierna della commissione antimafia a Catania, per chiarire e approfondire”.

 

 

TURBATIVA D’ASTA. Il legale di Mario Ciancio, Enzo Musco, ha sempre sottolineato la totale estraneità ad ogni accusa del proprio assistito, evidenziando che l’editore catanese è stato più volte vittima di attentati intimidatori. Mario Ciancio ha precisato con una nota di non essere indagato per “turbativa d’asta”. In realtà la sua iscrizione è stata disposta con il deposito, avvenuto il 7 febbraio 2013, delle motivazioni della sentenza d’appello del processo sulle tangenti per la costruzione dell’ospedale Garibaldi di Catania, un affare milionario in odor di mafia.
“L’imputazione -scrive la magistratura- è di turbata libertà degli incanti aggravata ai sensi dell’art 7 L 203/91”, cioè con l’aggravante del favoreggiamento alla mafia. Alla luce di quest’indagine, l’incontro tra Alfano, Castiglione e Ciancio non è stato un incontro qualunque, ma un ritorno al passato. Agli atti del processo per le tangenti nella costruzione dell’ospedale Garibaldi, che hanno visto assolto Castiglione, c’è l’incontro con il potente senatore Pino Firrarello (suocero di Castiglione), “al quale parteciparono anche -si legge nella sentenza d’Appello- Giuseppe Castiglione, Stefano Cusumano e Vincenzo Randazzo avente ad oggetto la spartizione dei due appalti in questione”. Nello stesso processo sono entrati i tabulati del super consulente Gioacchino Genchi dai quali, scrive la magistratura, “risulta chiaramente sulla base degli agganci con la cella di telefonia mobile…che nella giornata del 1 ottobre 1997 vi furono numerose telefonate tra Mario Ciancio Sanfilippo, Ursino (braccio dx di Ciancio ndr), e Firrarello”. E ancora, sulla scorta delle dichiarazioni dell’avvocato Giuseppe Cicero, componente della commissione di valutazione della gara, unico condannato perché ha rinunciato alla prescrizione, la magistratura ritiene che “alla riunione de qua prese parte tra gli altri anche Mario Ciancio Sanfilippo, direttore del quotidiano La Sicilia, che tenuto anche conto di altro incontro, tenutosi presso il proprio ufficio, presso cui Ursino conduceva Sciortino e Cicero al fine di “indurli” anche con l’espressa minaccia che altrimenti sarebbero finiti in carcere e sarebbe stato lui a scegliere la pagina su cui pubblicare le loro foto”.

CONCORSO ESTERNO. La Procura di Catania aveva chiesto l’archiviazione del procedimento a carico di Mario Ciancio, ma il Gip Luigi Barone ha ordinato la prosecuzione delle indagini. Agli atti ci sono numerosi episodi contestati dalla Procura tra i quali spicca la realizzazione di un imponente centro commerciale. Nel marzo del 2001 il Tribunale di Reggio Calabria intercetta l’imprenditore Antonello Giostra, in quel momento indagato per mafia, poi prosciolto e oggi indagato con l’accusa di riciclaggio insieme all’editore etneo. Secondo le dichiarazioni del pentito Antonino Giuliano, che la Procura non ha riscontrato in fase d’indagine, Antonello Giostra “stava riciclando -si legge nella richiesta di archiviazione non accolta dal Gip- delle somme di denaro provenienti da Cosa nostra, ossia provenienti, tra gli altri, da Alfano Michelangelo e Sparacio Luigi, in un affare relativo alla costruzione di un importante centro commerciale a Catania, in società con l’editore Mario Ciancio Sanfilippo”. Giostra, si legge nel brogliaccio delle intercettazioni, “riferiva che Ciancio gli aveva fatto vedere due terreni, uno vicino all’aeroporto di 300mila metri quadrati e l’altro, sempre della stessa dimensione, dove c’è l’autogrill”. L’imprenditore, discutendo con un intermediario del gruppo Auchan, “precisava che Ciancio avrebbe garantito tutte le autorizzazioni possibili e immaginabili, senza pretendere una lira fino all’inizio dei lavori”. Nel 2005 l’amministrazione comunale guidata da Umberto Scapagnini, ex medico di Berlusconi aveva consentito l’approvazione di due varianti sui terreni di Ciancio, uno dei quali era lo stesso di cui parlava Giostra. Reso edificabile e con tutte le concessioni edilizie, l’ex terreno agricolo di Ciancio ha portato in dote al potente editore ben 28 milioni di euro, pagati -come aveva anticipato Giostra- dal Gruppo Auchan-Rinascente.

IL FAVORE. Agli atti del procedimento a carico di Ciancio c’è un’intercettazione -svelata dal mensile siciliano “S”- che è stata determinante per la condanna in primo grado di Raffaele Lombardo a 6 anni e 8 mesi di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. È il 28 luglio del 2008, Mario Ciancio ospita nel suo studio alcuni tra gli uomini più potenti del Meridione: Raffaele Lombardo, appena eletto alla presidenza della Regione, Vincenzo Viola, onorevole e socio di Ciancio nella vendita dei terreni e delle quote societarie del centro commerciale in questione, Sergio Zuncheddu, editore dell’Unione Sarda e titolare dell’Immobiliare Europea, società che aveva acquistato nel 2007 le quote di Ciancio e soci per la realizzazione della struttura, e Carlo Ignazio Fantola, consigliere d’amministrazione dell’Ansa e vicepresidente della Immobiliare Europea.
La riunione era stata organizzata da Ciancio, unico indagato insieme a Lombardo, per risolvere un problema burocratico sorto dopo l’inizio dei lavori di costruzione del centro commerciale. La direzione Urbanistica del Comune riteneva necessaria una variante e questo provvedimento avrebbe comportato -come lamentano gli interlocutori intercettati- il blocco dei lavori e il licenziamento di numerosi dipendenti. In quel momento ad eseguire il movimento terra e a fornire il cemento era Vincenzo Basilotta, arrestato nel 2005 e condannato per concorso in associazione mafiosa. Viola, socio di Ciancio, chiede a Lombardo il favore di “ammorbidire ma non in denaro” i dirigenti comunali per evitare la variante. Lombardo assicura il proprio intervento e le problematiche saranno superate. La Procura, dopo la condanna di Lombardo, sta valutando le eventuali responsabilità a carico di Ciancio che si è detto sempre estraneo ad ogni contestazione. Il legale di Ciancio Musco, ha sottolineato che l’editore “ha fiuto per gli affari e non ha mai favorito la mafia”.

NOTA DEL PORTAVOCE DEL MINISTRO DELL’INTERNO
“Surreale e infondata la polemica di Claudio Fava contro il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Il ministro era ospite di Michela Giuffrida, responsabile del Tg di Antenna Sicilia, la più importante tv regionale siciliana, per un’intervista, durata oltre quarantacinque minuti, all’interno della trasmissione “Contrappunto”, nel corso della quale aveva rilanciato la battaglia antimafia e aveva parlato di sicurezza e immigrazione. Al termine dell’intervista, il ministro è passato dalla redazione del quotidiano La Sicilia per salutare i giornalisti, il direttore e l’inviato del giornale, Tony Zermo, che il giorno prima lo aveva intervistato telefonicamente