“La Cgil deve rompere con il Pd altrimenti l’aspetta un’altra terribile sconfitta”. Intervento di Cremaschi Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

In una intervista a Il Manifesto Sergio Cofferati sottolinea la differenza tra la mobilitazione da lui guidata, con successo, nel 2002 contro il tentativo di Berlusconi di colpire l’articolo 18 e quella promossa oggi dalla CGIL . Allora si univano opposizione sociale e opposizione politica oggi, dice Cofferati, bisogna mobilitare il popolo del centrosinistra contro chi lo rappresenta al governo. È vero, ma così non si sottolinea solo una difficoltà ma una contraddizione. Il collateralismo tra CGIL e PD è un dato di fatto e che esso sia avvenuto soprattutto tra il gruppo dirigente sindacale e l’attuale minoranza di quel partito non cambia la sostanza. Anzi la aggrava perché dà spazio al qualunquismo di potere di Renzi e della sua banda.Quando l’attuale minoranza del PD era maggioranza e sosteneva il governo Monti, la CGIL ha lasciato passare la più feroce controriforma delle pensioni d’Europa e la prima gravissima modifica dell’articolo 18. È stato infatti il governo dei tecnici, con il consenso di CGIL CISL UIL, ad aprire la via alla sostituzione della reintegra con il risarcimento monetario nel caso di licenziamento ingiustificato. E già abbiamo centinaia di licenziamenti che il giudice ha riconosciuto come ingiusti, che nel passato avrebbero avuto come conseguenza il ritorno del lavoratore colpito nel suo posto di lavoro, e che invece oggi si concludono con un po’ di soldi che non compensano certo un futuro di disoccupazione. È chiaro che Renzi vuole andare oltre, abolendo sostanzialmente la reintegra e soprattutto, come ha più volte dichiarato, togliendo ogni ruolo ai giudici. Che per lui come per ogni reazionario non debbono più ingerirsi nel rapporto tra impresa lavoratore: lì ci deve essere solo il mercato, non il diritto. Susanna Camusso ha colto la gravità dei propositi del segretario del PD capo di governo, ma cerca di chiudere un portone che ha lasciato spalancare. Se la CGIL avesse lottato sul serio contro Monti e la riforma Fornero delle pensioni, e allora c’ erano tra i lavoratori consenso e forza sufficienti, oggi non subirebbe impaurita gli sberleffi di Renzi, e soprattutto sarebbero i lavoratori a reagire. L’abilità manipolatrice permette invece al presidente del consiglio di esercitare una operazione in totale malafede, ma non per questo poco efficace. Il capo del governo mette assieme il dilagante scontento in tutto il mondo del lavoro verso la passività di CGIL CISL UIL, che per me è sacrosanto, con la vandea reazionaria di chi sostiene che il sindacato ha rovinato l’Italia. Lo può fare perché la CGIL, soprattutto in questi anni di crisi, si è ritirata dal conflitto per paura di perderlo. Così Renzi accusa di essere fermi agli anni 70 gruppi dirigenti sindacali che per primi hanno messo in discussione le pratiche e la cultura di quel decennio e che per primi in ogni riunione premettono : non siamo più negli anni 70!

Sergio Cofferati probabilmente ricorderà che in un congresso della CGIL di quasi venti anni fa con Claudio Sabattini fu posta la necessità della totale indipendenza della CGIL dal quadro politico. Quella scelta non fu fatta e ora il collateralismo da condizione di sopravvivenza diventa un danno. Renzi può vantarsi: noi con la CGIL non c’entriamo niente anzi, ma Susanna Camusso non può rompere con il PD. Se lo facesse, per i promotori del jobsact sarebbe un colpo ben più duro che quello di uno sciopero generale. Ma ripeto, con l’attuale intreccio tra sistema politico e sistema sindacale, che percorre tutto il paese, Camusso non potrebbe dire basta con il PD neppure se lo volesse.

Ma la questione non é solo di rapporti politici. Ancora una volta la CGIL deve verificare che il patto tra i produttori, cioè quell’accordo tra i rappresentanti delle forze produttive con il quale condizionare la politica che il gruppo dirigente sindacale persegue da anni, quell’accordo non esiste. Dalla Confindustria alle banche alle cooperative, tutto il sistema delle imprese ha mollato la CGIL e si è schierato con Renzi. CISL e UIL naturalmente han fatto lo stesso. Eppure solo il 10 gennaio di quest’anno si era firmato un testo sulla rappresentanza, per me liberticida, che veniva presentato come il nuovo avvio della stagione delle regole.

Anche sul merito dei provvedimenti del governo la CGIL non riesce ad avere una posizione senza contraddizioni. Come si fa ad accreditare la positività del contratto a tutele crescenti, quando è chiaro che con esso passa il principio che si é termine in ogni istante del rapporto lavorativo, perché in ogni momento si può essere licenziati ingiustamente e mandati casa? Anche la FIOM qui ha preso una cantonata.

Non credo che si possa davvero lottare contro la svolta reazionaria di Renzi, ispirata da Draghi e Marchionne, con il peso di tutte queste contraddizioni sulle spalle. Non credo che si possa ottenere un risultato restando in continuità con un modello sindacale che ha accumulato solo sconfitte. Renzi fa il gradasso e prende in giro la CGIL perché conta di aver sempre di fronte il solito sindacato rassegnato al meno peggio. O i sindacati, la CGIL, cambiano rapidamente e nella direzione esattamente opposta a quella seguita negli ultimi trenta anni, rompendo con il PD e con il sistema di potere che sostiene il governo, oppure sarà un’altra terribile sconfitta. Che ricadrà tutta sulle condizioni di un mondo del lavoro che già sta precipitando verso i livelli più bassi d’Europa.

Landini: “Piazza piena per salvare l’articolo 18!”Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

E così la mac­china della Cgil è par­tita: la piazza del 25 otto­bre – San Gio­vanni – dovrà tra­boc­care di per­sone. Altri­menti il flop sarebbe cla­mo­roso, e le bat­tute del pre­si­dente del con­si­glio Mat­teo Renzi potreb­bero dive­nire ancora più bef­farde e taglienti. Ieri infatti sia Susanna Camusso che Mau­ri­zio Lan­dini, i due lea­der Cgil e Fiom in ritro­vata unità, hanno comin­ciato a spro­nare il pro­prio popolo di dipen­denti, pen­sio­nati e pre­cari. Oggi a Bolo­gna il diret­tivo Cgil che farà il punto.

Ma soprat­tutto si tratta di una corsa con­tro il tempo, per­ché il Jobs Act è già in discus­sione al Senato e Renzi punta a por­tare, al ver­tice Ue sul lavoro dell’8 otto­bre, un testo «non pastic­ciato». Cioè il più vicino pos­si­bile all’idea che lui stesso ha della delega: un qual­cosa con un nuovo sistema di tutele (quali per ora, e con che coper­ture è un mistero), basta che sia fatto fuori l’articolo 18.

Lan­dini ha arrin­gato i metal­mec­ca­nici dal palco dell’Assemblea nazio­nale di Cer­via: quella che avrebbe dovuto sta­bi­lire le moda­lità del cor­teo del 18 otto­bre, due giorni fa con­fluito nella piazza del 25 gra­zie a un accordo con Susanna Camusso. «Penso che aver deciso que­sta ini­zia­tiva sia un fatto impor­tan­tis­simo –ha detto il lea­der delle tute blu – ed è neces­sa­rio che la Fiom sia parte deci­siva per la sua riuscita».

Il segre­ta­rio Fiom ha rilan­ciato con un’altra pos­si­bile mobi­li­ta­zione, annun­ciando l’imminenza di uno scio­pero gene­rale della sua cate­go­ria: «Sarebbe impor­tante se l’assemblea desse man­dato alla segre­te­ria per arri­vare anche alla pro­cla­ma­zione di uno scio­pero gene­rale dei metal­mec­ca­nici», ha detto.

Lan­dini ha poi invo­cato la neces­sità di inno­vare le forme di pro­te­sta: «Le mani­fe­sta­zioni vanno benis­simo – ha osser­vato – gli scio­peri sono asso­lu­ta­mente neces­sari ma, quando fai uno scio­pero, i cas­sin­te­grati e i pre­cari non pos­sono farlo». Uno «scio­pero al con­tra­rio», così lo ha defi­nito, in cui si invi­tano le figure che nor­mal­mente non lavo­rano, o che hanno impie­ghi sal­tuari, ad affian­carsi agli scio­pe­ranti con momenti di «lavoro utile»: come opere di manu­ten­zione, cura dell’ambiente, soste­gno alle ini­zia­tive sociali.

Lan­dini ha invi­tato i fiom­mini a impe­gnarsi nella riu­scita della mani­fe­sta­zione, spie­gando che è impor­tante per dare un segnale al governo. D’altronde, quella di abo­lire l’articolo 18, e altri ana­lo­ghi prov­ve­di­menti su tagli e bloc­chi dei con­tratti, «non sono deci­sioni prese libe­ra­mente dall’Italia, ma sono vin­co­late dalla Bce e dall’Europa».

Da Roma ha soste­nuto le ragioni della pro­te­sta anche Camusso: «È strano soste­nere di un decreto delega, che ha un suo lungo per­corso di attua­zione, che è un pren­dere o lasciare –ha detto la segre­ta­ria Cgil – Abbiamo detto tante volte come il tema di uni­fi­care il mer­cato del lavoro sia molto impor­tante e non si possa fare creando nuovi dualismi».

I dua­li­smi che Renzi creerà abo­lendo l’articolo 18, tra chi oggi lo ha come tutela e chi non lo avrà mai. E Camusso ieri ne ha avute anche per la Con­fin­du­stria: l’associazione gui­data da Gior­gio Squinzi negli ultimi giorni ha molto bat­tuto sull’abolizione dell’articolo 18, e ieri si è presa della «desa­pa­re­cida». «In que­sta sta­gione la vediamo così – ha spie­gato la lea­der sin­da­cale – Alterna soste­gno al governo a lar­vate cri­ti­che, non vediamo il pro­ta­go­ni­smo. È l’effetto di una poli­tica che le imprese hanno fatto, non fon­data su ricerca e innovazione».

Quanto a Cisl e Uil – più tie­pide nei con­fronti del governo, ma anche ral­len­tate dal cam­bio al ver­tice di Bonanni e Ange­letti – Camusso si è augu­rata che si ripren­dano a fare ini­zia­tive insieme: «Ci augu­riamo che riprenda un cam­mino uni­ta­rio basato sulla piat­ta­forma previdenza-fisco che ave­vamo defi­nito insieme e che adesso affronti anche i temi del mer­cato del lavoro».

Ma come si sa sull’articolo 18 le visioni dei tre sin­da­cati, e soprat­tutto di Cisl e Uil rispetto alla Cgil, non sono con­ver­genti: le prime due hanno aperto a un Jobs Act che eli­mini la rein­te­gra per i nuovi assunti, men­tre il sin­da­cato gui­dato da Camusso punta ancora a man­te­nerla in piedi, sep­pure posti­ci­pata di un numero X di anni (si era par­lato di 3 ini­zial­mente, ma anche que­sto ter­mine – sem­pre che la tutela venga con­ser­vata – non è affatto scontato).

C’è da regi­strare infine la difesa dell’articolo 18 da parte della pre­si­dente della Camera, Laura Bol­drini: «Credo che l’articolo 18 sia que­stione non cru­ciale per il cam­bia­mento – ha detto – Ho incon­trato mol­tis­simi impren­di­tori e ciò che lamen­tano sono troppe tasse, poco accesso al cre­dito, troppa buro­cra­zia, tempi lun­ghi della giu­sti­zia. Rara­mente ho sen­tito l’imprenditore che ha detto il pro­blema è l’articolo 18». «Non credo si fac­cia ripresa e cre­scita ero­dendo diritti a chi ancora li ha».

Art. 18, di nuovo scontro tra Cgil e Fiom: “La scelta del 18 ottobre è intempestiva e irrispettosa”Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Sulla risposta da dare al Governo la Fiom, anticipando la manifestazione al 18 ottobre spariglia le carte in tavola, riaprendo di fatto lo scontro con la Cgil, che intanto andava tessendo una complicatissima e delicatissima manifestazione unitaria in cui, ancora ieri, lo sciopero “è una delle possibilità”. Con la nuova data anche Cgil, Cisl e Uil dovranno fare i conti.

All’inizio della prossima settimana dovrebbe tenersi una riunione tra i tre leader di Cgil, Cisl e Uil. Anche le sigle del pubblico impiego, ben 14 in tutto dalla scuola alla sanita’, hanno deciso di scendere in piazza, con un appuntamento fissato per l’8 novembre contro il blocco della contrattazione. Che la temperatura tra Landini e Camusso stia di nuovo salendo lo si capisce da una dichiarazione del coordinatore della siderurgia, Gianni Venturi, che di fatto rappresenta la segreteria Cgil in Fiom. “La scelta della segreteria della Fiom – ha detto Venturi – non solo non rispettosa delle decisioni assunte nella riunione della direzione nazionale, ma intempestiva”. Cosi’, aggiunge, “si rischia di indebolire ulteriormente la ricerca e la prospettiva di una mobilitazione unitaria”.
“Le scelte di queste ore del Governo in materia di mercato del lavoro e di Statuto dei Lavoratori, mettono tutti di fronte alla responsabilita’ di costruire una risposta all’altezza della sfida che viene portata, non solo e non tanto ai sindacati, ma alla ‘civilta’ del lavoro’ di questo Paese”, spiega il sindacalista.Per la Fiom pero’ non c’e’ piu’ tempo e bisogna agire, perche’ il rischio e’ il “ritorno all’800”. Per Maurizio Landini sembra anche svanire il feeling con il premier: “sull’art. 18 Renzi deve dimostrare quanto e’ ‘figo’ all’Europa”, mentre bolla il contratto a tutele progressive a “una presa per il c…”.
L’Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati Fiom-Cgil – che si terrà il 26 e 27 settembre a Cervia – deciderà in dettaglio le modalità della manifestazion del 18, pronta a rilanciare anche su tutta la piattaforma di politica industriale chiesta dai metalmeccanici.

Sulla Cgil, c’è il giudizio molto critico di Gianni Rinaldini, esponente di punta di Democrazia e Lavoro, la corrente di opposizione in Cgil. “In Cgil siamo in situazione di stato confusionale”, ha detto Rinaldini nel corso del suo intervento all’ultimo Direttivo nazionale. Secondo Rinaldini si conferma una situazione interna bloccata, specie a seguito delle dichiarazioni di Susanna Camusso relative ad una manifestazione il 10 ottobre. “Ci si inventa la piattaforma unitaria su fisco e pensioni – ha proseguito Rinaldini – come documento su cui costruire iniziative. Gli esecutivi unitari non si sono riuniti. Non ci sono state assemblee nei luoghi di lavoro. L’attenzione si è spostata su altro. Abbiamo una totale sfasatura tra le dinamiche sociali e le rivendicazioni su fisco e pensioni. Volutamente unitarie con cisl e

Cgil, l’arma spuntata dell’iniziativa unitaria. Rinaldini: “Una situazione di stato confusionale” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Ieri il Direttivo nazionale della Cgil ha dato mandato alla propria segreteria, come richiesto dal segretario generale, Susanna Camusso, nella relazione introduttiva dei lavori, ”di realizzare un confronto con le segreterie di Cisl e Uil, per verificare le disponibilità allo sviluppo di una mobilitazione unitaria su una piattaforma condivisa. Intanto, sia la Cgil che la Fiom provano a tessere un dialogo con il governo lanciando un segnale di disponibilità sul contratto “a tutele crescenti” a patto che si venga eliminata la jungla dei contratti precari. L’articolo 18 e’ solo ”uno scalpo” da portare ai falchi dell’Ue, ha detto il segretario generale della Cgil Susanna Camusso. ”Sembrava – ha detto il numero uno della Uil, Luigi Angeletti – sembrava che si volesse eliminare l’articolo 18 per decreto. Una stupidaggine in se’. Ma Renzi non l’ha fatto. Perche’ non ha la forza. E questo vale anche per la riforma della Pubblica amministrazione, che finora si e’ limitata al taglio dei permessi sindacali. Tutto sembra urgente e intanto continuiamo a perdere posti di lavoro”. Anche per la Cisl, il contratto a tutele crescenti “va bene” ma solo “a condizione che serva a far fuori tutte le truffe in cui sono incappati i giovani”.

Sergio Cofferati che nel 2002 fu il protagonista della grande iniziativa al Circo Massimo, proprio contro l’attacco all’articolo 18, dà un giudizio negativo del’emendamento del Governo. “Il testo, che prevede il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianita’ di servizio, non esplicitando il mantenimento del reintegro tra queste tutele, cancella definitivamente i contenuti dell’art.18” dice Cofferati. Che, da ex sindacalista, osserva: “il reintegro non ha alcun rapporto con l’anzianita’ di servizio. Le tutele che sono modificabili sono solo quelle del risarcimento salariale”.Sull’iniziativa della Cgil c’è il giudizio molto critico di Gianni Rinaldini, esponente di punta di Democrazia e Lavoro, la corrente di opposizione in Cgil. “In Cgil siamo in situazione di stato confusionale”, ha detto Rinaldini nel corso del suo intervento al Direttivo nazionale. Secondo Rinaldini si conferma una situazione interna bloccata, specie a seguito delle dichiarazioni di Susanna Camusso relative ad una manifestazione il 10 ottobre. “Mentre noi sappiamo che la manifestazione dei meccanici è il 25 ottobre. Dopo il congresso si rifiuta di discutere autenticamente di ciò che è successo”. “Ci si inventa la piattaforma unitaria su fisco e pensioni – ha proseguito Rinaldini – come documento su cui costruire iniziative. Gli esecutivi unitari non si sono riuniti. Non ci sono state assemblee nei luoghi di lavoro. L’attenzione si è spostata su altro. Abbiamo una totale sfasatura tra le dinamiche sociali e le rivendicazioni su fisco e pensioni. Volutamente unitarie con cisl e uil mentre su altri temi (ad es. Job act) siamo su posizioni molto diverse. Si vocifera di una piazza dei lavori indetta dalla cgil. Per il 25 ottobre è confermata l’iniziativa della fiom. Sono in discussione iniziative unitarie sul pubblico impiego e pensionati. Occorre discutere domani e fare chiarezza sul percorso che vogliamo svolgere”.

Lavoro, Fiom in piazza e sciopero di otto ore. La Cgil si accontenta della passeggiata con Cisl e Uil Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Al momento sono due le manifestazioni annunciate, una dal segretario generale di corso d’Italia, Susanna Camusso, e una dal leader dei metalmeccanici Maurizio Landini, entrambe di sabato: quella della Cgil nella prima decina di ottobre e quella della Fiom il 25 ottobre (accompagnata da un pacchetto di 8 ore di sciopero da mettere in campo in un momento diverso). Due iniziative che “non sono contrapposte”, si affretta comunque a spiegare Landini. La Cgil, che chiedera’ a Cisl e Uil di unirsi nella manifestazione nazionale, sostiene modifiche allo Statuto dei lavoratori ma per dare diritti a chi non li ha: “Proporremo una piazza per il lavoro”, spiega Camusso. Il direttivo della Cgil previsto per mercoledi’ 17 settembre esaminera’ la proposta della segreteria, ma è chiaro che non ci sarà alcuno sciopero. Del resto è quello che ha preteso Bonanni, il segretario della Cisl.

Le richieste della Fiom vanno dal rilancio della politica industriale alla lotta alla precarieta’, alla difesa dei diritti. “Il Jobs Act deve cambiare, perche’ quanto letto finora non ci convince”, aggiunge Landini. L’idea, ha spiegato Landini a margine di un’evento alla Festa dell’Unita’ di Firenze, e’ quella di mettere l’iniziativa “a sostegno di una serie di richieste che riguardano la politica industriale, gli investimenti, l’incentivazione dell’uso dei contratti di solidarieta’ e delle riduzioni d’orario per impedire i licenziamenti, e di una serie di proposte per riformare davvero il mercato del lavoro in un’ottica che difenda il lavoro, combatta la precarieta’, e si
ponga il problema di fare ripartire gli investimenti nel nostro Paese”.
La manifestazione, ha aggiunto il leader della Fiom-Cgil, “sara’ rivolta a tutti i metalmeccanici ma anche a tutti i giovani, i precari, i soggetti che pensano sia necessario rimettere al centro il lavoro, e cambiare le politiche economiche che in questi anni sono state realizzate, e anche per dire che le ricette della Confindustria di cancellare i diritti, cancellare i contratti nazionali, non ci sembra la strada da percorrere, e quindi noi proponiamo un altro percorso”.
Intanto sulla riforma del lavoro, con il nodo che riguarda in particolare l’intervento sull’articolo 18, e sulla riforma degli ammortizzatori sociali l’attenzione e il dibattito tengono banco, in attesa che giovedi’ riprenda l’esame in commissione Lavoro del Senato, dove l’obiettivo e’ portare il testo in Aula l’ultima settimana di settembre.

Pubblico impiego, per i Cobas i dipendenti pubblici hanno già perso tra i 4 e i 5mila euro a testa | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Di fronte al segretario della Cgil Susanna Camusso che in una intervista evoca l’autunno caldo il premier Renzi risponde con tono sprezzante. E se da una parte esclude l’intervento sulle tasse non chiarisce la posizione dell’esecutivo su pubblico impoiego e pensioni. I tagli, insomma, si faranno, e pure abbastanza corposi. “Se i sindacati vogliono un autunno caldo facciano loro…gia’ l’estate non e’ stata granche'”, e’ la battuta con cui il capo del governo liquida le preoccupazioni delle parti sociali, con le quali il dialogo in realtà il dialogo non e’ mai decollato. Per chiudere la polemica Renzi dovrebbe dire dove trova quei 5-6 miliardi che servono a rinnovare il contratto di lavoro. E ovviamente, tace.

I timori di un intervento che torni a bloccare il rinnovo del contratto di lavoro degli statali rimangono. I Cobas in un loro comunicato ricordano che già da tempo “in nome dell’emergenza sono state sottoscritte intese e accordi che hanno messo in ginocchio i lavoratori, distrutto il nostro potere di contrattazione e il potere di acquisto dei salari e delle pensioni. Sempre in nome dell’austerità e del risparmio hanno fatto pagare il debito alle classi lavoratrici, l’economia è ormai in piena recessione, non ci sono più i soldi necessari per gli ammortizzatori sociali, ogni giorno si perdono posti di lavoro”.
I Cobas ricordanno che i lavoratori pubblici (3 milioni e 400.000 unità), subiscono i contratti bloccati al 31 dicembre 2009, col congelamento del salario accessorio alle risorse complessive dell’anno 2010, col blocco dell’Indennità di Vacanza Contrattuale, con i tassi d’inflazione nel triennio 2010 – 2012 pari al 7,2%. Hanno perso fino ad ora, mediamente tra i 4.000 e i 5.000 euro pro-capite, con relativa ricaduta sul calcolo pensionistico e TFS/TFR anche perché non è previsto nessun recupero per il pregresso. “Continuare su questa strada, oltre a provocare le conseguenze sopra descritte – continuano – sta portando i dipendenti pubblici ad uno stato di prostrazione e sfiducia che si dovrà tradurre in conflitto con il Governo”.

Camusso sempre più giù: precipita il consenso in Cgil da: il manifesto

Il caso. Dopo il Congresso, la leader perde ancora voti. Segreteria “blindata” in funzione anti-Landini e inefficacia rispetto al governo Renzi: debolezze che ormai non piacciono più neanche ai suoi

La segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso

Certo non deve essere per nulla facile tro­varsi al ver­tice di un sin­da­cato – ancor di più, della Cgil – quando al governo c’è un “asfal­ta­tore” come Mat­teo Renzi. Ma la segre­ta­ria Susanna Camusso, nono­stante le forti per­dite di con­senso interno subite al Con­gresso dello scorso mag­gio, non sem­bra aver ancora tro­vato la rotta giu­sta per ricom­pat­tare la sua orga­niz­za­zione, per por­tarla al livello richie­sto dalla sfida con il pre­mier. I numeri par­lano chiaro, ed è stato un crollo con­ti­nuo, inar­re­sta­bile: se per eleg­gere la sua mag­gio­ranza al Diret­tivo ha preso un buon 80%, al momento della ricon­ferma a segre­ta­ria quella cifra è pre­ci­pi­tata al 69%. Peg­gio ancora l’altroieri, quando per appro­vare la nuova squa­dra con­fe­de­rale, il Diret­tivo le ha con­cesso uno stri­min­zito 62%.

Di voto in voto, sem­bra avvi­ci­narsi peri­co­lo­sa­mente il 50% (potrebbe notare qual­che mali­gno), cifre a cui un sin­da­cato per tanti versi ancora “antico” come la Cgil – abi­tuato alle auto­ce­le­bra­zioni “bul­gare” – non pare pronto. Ma illa­zioni a parte, quei numeri vanno ana­liz­zati. Anche per­ché noi stessi, ieri, abbiamo par­lato di un 68% e non di un 62%: cifre entrambe vere, solo che la prima si rife­ri­sce al totale dei pre­senti, la seconda a quella degli aventi diritto. E al primo scru­ti­nio, come è avve­nuta que­sta ele­zione, secondo le regole della Cgil conta la seconda. Stesso iden­tico mec­ca­ni­smo si era veri­fi­cato alla ricon­ferma di Camusso: l’aveva votata il 73% dei pre­senti, ma sol­tanto il 69% degli aventi diritto.

Insomma siamo a una per­dita netta di 5 o addi­rit­tura 7 punti rispetto all’elezione a segre­ta­ria: la nuova squa­dra che ha inte­grato Nino Baseotto, Gianna Fra­cassi e Franco Mar­tini, è insomma quasi più sgra­dita della stessa lea­der? O più sem­pli­ce­mente, da ini­zio mag­gio a oggi si sono acuiti i mal­con­tenti insiti nella stessa mag­gio­ranza camus­siana, per­ché la segre­ta­ria non sta riu­scendo ad affron­tarli? Va tenuto conto anche del fatto che Camusso, per la sua rie­le­zione, ebbe 105 voti a favore su 151 aventi diritto, adesso ridotti a 94: con 39 con­trari (con­tro i 36 pre­ce­denti) e 5 aste­nuti (con­tro 2). Gli assenti sono saliti a 12 (con­tro 8), di cui ben 11 della maggioranza.

Insomma, senza voler affo­gare nes­suno con una messe di numeri, è evi­dente che Camusso con­ti­nua a per­dere pezzi. Cer­chiamo allora qual­che moti­va­zione “poli­tica” di que­sta caduta.

Innan­zi­tutto, la nuova squa­dra, e il ten­ta­tivo di iso­lare la mino­ranza: far entrare Nino Baseotto, segre­ta­rio lom­bardo, è un chiaro segnale di guerra. Baseotto aveva infatti fir­mato a fine marzo una let­tera a paga­mento su l’Unità di attacco fron­tale a Lan­dini. Prima ancora, aveva orga­niz­zato un con­ve­gno a Milano, per l’estensione del Testo unico sulla rap­pre­sen­tanza, a cui non aveva invi­tato sol­tanto la Fiom (piut­to­sto incre­di­bile, visto che è una delle cate­go­rie più coin­volte, e insieme l’unica voce dissonante).

Incon­tro mila­nese, tra l’altro, pas­sato alla sto­ria della Cgil non tanto per le tesi espo­ste dagli inter­ve­nuti, quanto più per le “botte” a Gior­gio Cre­ma­schi, che aveva chie­sto di poter intervenire.

Insomma, Baseotto è uno “sherpa”, un “pasda­ran” della segre­ta­ria, che assur­gendo al suo lato destro nel governo con­fe­de­rale della Cgil, ine­vi­ta­bil­mente segna in modo sim­bo­lico quasi una nuova mis­sion per la squa­dra. Esce Nicola Nico­losi, che sep­pure abbia svolto, nella stessa mag­gio­ranza, un ruolo di “spina nel fianco”, poi­ché appar­te­neva all’area Lavoro e Società, adesso essendo pas­sato con i “lan­di­niani” è asso­lu­ta­mente out.

Esce anche Elena Lat­tuada, ma lei andrà a sosti­tuire Baseotto alla guida della Lom­bar­dia. Per tirare le somme, la nuova segre­te­ria viene vista come una blin­da­tura ancora più forte di Camusso intorno a sé e ai suoi: il che già dal Con­gresso ha dato cer­ta­mente fasti­dio a strut­ture come l’Emilia Roma­gna, o lo Spi, che pur restan­dole leali, cre­dono sia comun­que giu­sto – per la salute dell’organizzazione e per una sua mag­giore effi­ca­cia – aprire alla minoranza.

Infatti erano state l’Emilia e lo Spi a sbloc­care l’impasse del Con­gresso, quando fu sospeso per 3 ore al momento dell’elezione degli organi di garan­zia, facendo tor­nare a più miti con­si­gli Camusso, che voleva occu­pare più caselle del con­sueto. Ma le cri­ti­che sono anche per la gestione “esterna” del sin­da­cato, e non solo per la carenza di demo­cra­zia interna: che risul­tati sta otte­nendo la Cgil?

C’è la piat­ta­forma su fisco e pen­sioni con Cisl e Uil – è vero – ma già da ora, per il low pro­file che le si è voluto (o potuto) dare, appare come una bat­ta­glia persa, come fu con­tro la riforma For­nero. E ci sono anche due altre mine poste da Renzi: la prima è l’invio auto­ma­tico dei 730, annun­ciato per il 2015. Vor­rebbe dire il tra­collo dei Caf, grande cen­tro di finan­zia­mento per le ini­zia­tive sin­da­cali. E ancora, il governo vor­rebbe dimez­zare i per­messi sin­da­cali del pub­blico impiego. Pic­coli ter­re­moti che toglie­reb­bero spazi e fondi alla Cgil, e che rischiano di far vacil­lare chi sta al vertice.

Congresso Cgil, il deja vu di Camusso: “Si riparte dalla mobilitazione sulle pensioni” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Quattro sfide della Cgil al governo” su pensioni, ammortizzatori sociali, lavoro povero e fisco. Sono quelle che lancia il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, dal XVII congresso nazionale, in corso a Rimini, “Il lavoro decide il futuro”. Quattro punti sui quali “aprire una vera e propria vertenza, da proporre a Cisl e Uil”. I “quattro temi” delle quattro sfide “rappresentano i lati del quadrato rosso” della Cgil (il logo), “che definiscono il nostro essere e il nostro fare”, afferma Camusso, che ha anche parlato della necessità di mettere in campo una mobilitazione contro l’evasione fiscale. “Tutte proposte nel solco del Piano del lavoro della Cgil e che non sono in cima all’agenda politica attuale. Temi – prosegue il segretario generale – da riportare al centro dell’attenzione, costruendo alleanze, ma soprattutto consenso, iniziativa, mobilitazione in tutti i luoghi di lavoro, in tutti i territori. Tornare a quell’antica passione di quale Paese vogliamo, di come lo proponiamo, di come ne discutiamo in tutti i luoghi, tenendo alte le bandiere della Cgil, ognuna delle quali deve dire ‘Il Lavoro decide il futuro'”.Nella sua relazione, Camusso, pur senza mai nominare Renzi ha tenuto il faccia a faccia con l’esecutivo cercando una strada per incalzarlo, soprattutto sulla porta in faccia presa sulla concertazione. “Contrastiamo e contrasteremo l’idea di un’autosufficienza del governo”, ha detto Camusso; che determina “una torsione democratica verso la governabilita’ a scapito della partecipazione”. E ha prodotto “vittime come gli esodati”. Sul Jobs act ha sostanzialmente riconfermato le critiche.
Camusso nella sua relazione non ha fatto nessun accenno a mobilitazioni o scioperi, né si è occupata più di tanto del dibattito interno. Anche in questo caso, senza quasi mai citare la Fiom, ha criticato aspramente il sindacato dei metalmeccanici paventando il pericolo di arrivare a una coabitazione molto simile a un condominio. Del resto, Camusso ha sottolineato che dopo il voto del referendum sull’accordo del 10 gennaio ora le polemiche vanno chiuse e non rimane che applicare quelle regole. “Continuare a dire che 80 euro dati dal governo – ha aggiunto Camusso – sono piu’ di quanto riusciamo a dare con un aumento contrattuale significa farci del male”.
Nella Fiom c’è molta insoddisfazione per la relazione del segretario generale. Nelle prossime ore Landini e i suoi ratificheranno il non riconoscimento dei risultati del congresso nei luoghi di lavoro e quindi della composizione del congresso nazionale. Il che equivale a non riconoscere le decisioni che verranno formalizzate. La Fiom è pronta a fare la sua battaglia già da subito. Intanto, avvalendosi della possibilità di raccogliere le firme per presentare una lista “del 3%”. La stessa cosa potrebbe fare Giorgio Cremaschi, leader del documento congressuale “Il sindacato è un’altra cosa”, che ha riportato il 2,7% nelle assemblee nei luoghi di lavoro.

Presenti ai lavori del congresso Roberta Fantozzi e Paolo Ferrero, rispettivamente responsabile Lavoro e segretario del Prc. “Le proposte avanzate da Susanna Camusso oggi al congresso della Cgil sono condivisibili – scrivono in una nota – dalla patrimoniale sulle grandi ricchezze alla rimessa in discussione della controriforma Fornero, fino alla lotta alla precarietà. Per realizzarle l’unica strada è una grande vittoria della lista L’Altra Europa con Tsipras, l’unica che mette al centro la difesa dei lavoratori e delle lavoratrici”. “Resta il rammarico perché quella della Camusso è di certo una buona relazione – aggiungono – ma per un segretario che si candida a gestire in futuro la Cgil, mentre in questi anni la Cgil ha fatto il contrario di quello che si dice oggi, a partire dal mancato contrasto alla sciagurata riforma Fornero delle pensioni”.

Porcellum versione Camusso | Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Lo scontro al Congresso Cgil. Sbarramento del 3% per entrare al Direttivo, tempi ridotti per il dibattito, numero di delegati non adeguato per la minoranza. Landini guida la nuova opposizione: “Regole così mai viste neanche nella peggiore assemblea di condominio”

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E così anche la Cgil può dire di avere il suo “por­cel­lum”. Se la rela­zione di aper­tura di Susanna Camusso ha aspra­mente con­te­stato la riforma costi­tu­zio­nale e la legge elet­to­rale del pre­mier Renzi, dall’altro lato al suo interno il sin­da­cato applica una norma che can­cella di fatto la rap­pre­sen­tanza pro­por­zio­nale e rende neces­sa­ria una soglia di sbar­ra­mento per entrare nel Diret­tivo. La norma fun­ziona così: per poter con­cor­rere all’elezione nel par­la­men­tino Cgil, devi rac­co­gliere firme pari al 3% della pla­tea dei dele­gati al Congresso.

Que­sta regola ha creato ieri un pro­blema all’unica mino­ranza per il momento uffi­cial­mente pre­sente nel sin­da­cato, quella del docu­mento 2 di Gior­gio Cre­ma­schi: avendo preso quest’ultima il 2,4% dei dele­gati al Con­gresso, pari a 23 (su com­ples­sivi 953), le man­cano ben 6 firme – da chie­dere in giro, neces­sa­ria­mente agli avver­sari – per­ché l’area sia rappresentata.

E’ vero che a un certo punto, dopo il bastone, è arri­vata la carota: la segre­ta­ria con­fe­de­rale Elena Lat­tuada ha offerto la sua firma, facendo capire quindi che la stessa Camusso non vuole esclu­dere fat­tual­mente la pic­cola mino­ranza cre­ma­schiana, ma il prin­ci­pio rimane. “E’ la prima volta che si sce­glie di non appli­care il pro­por­zio­nale puro in Cgil: un deciso cam­bio di rotta che impe­di­sce a tutte le voci, spe­cial­mente a quelle in dis­senso, di essere pre­senti”, lamenta Cremaschi.

L’evento forse dall’esterno potrà sem­brare minimo, ma in effetti è un segnale che si inse­ri­sce in un qua­dro di forti scon­tri tra la mag­gio­ranza camus­siana e la scis­sione che si è creata nel suo stesso docu­mento, quella gui­data da Mau­ri­zio Lan­dini. Con Lan­dini si sono uniti altri espo­nenti di mino­ranza Cgil: Gianni Rinal­dini, Dome­nico Moc­cia, Nicola Nico­losi, e il trait d’union della nuova oppo­si­zione a Susanna Camusso sono gli emen­da­menti fir­mati da que­sti sin­da­ca­li­sti. Sulle pen­sioni, la con­trat­ta­zione, il red­dito minimo.

Sul cal­colo dei voti agli emen­da­menti si è sca­te­nata la guerra: secondo la mino­ranza, hanno preso il 46% dei con­sensi, e quindi – in base al prin­ci­pio dell’”equilibrato rap­porto” con­cor­dato con la mag­gio­ranza — avreb­bero dovuto avere un’adeguata rap­pre­sen­tanza (almeno il 30–35% dei dele­gati al Con­gresso). Ma agli emen­danti è stato rico­no­sciuto solo il 15%, e da lì a cascata quindi discen­derà una sot­to­va­lu­ta­zione della loro pre­senza al Diret­tivo. Lan­dini e Rinal­dini hanno più volte defi­nito il metodo di cal­colo appli­cato dai camus­siano come “truffaldino”.

In que­sto con­te­sto già tesis­simo, oltre al “por­cel­lum” ieri si è aggiunto il restrin­gi­mento dei tempi per pre­sen­tare le liste. In pra­tica, anzi­ché dare come ter­mine ultimo per la pre­sen­ta­zione delle liste per il Diret­tivo la con­clu­sione del dibat­tito (quindi almeno la serata di oggi, o la mat­ti­nata di domani), si è scelto di porre la dead line alle 9,30 di oggi. La mino­ranza lo ha preso come un affronto.

“Non ho mai visto regole simili nean­che nelle peg­giori assem­blee di con­do­mi­nio – ha pro­te­stato Lan­dini – Si chiude il dibat­tito senza nean­che averlo aperto, appena con­clusa la rela­zione del segre­ta­rio gene­rale”. Un attacco fron­tale a Camusso. “Se si fa una ope­ra­zione di que­sta natura, si con­ferma il carat­tere non demo­cra­tico e l’idea un po’ auto­ri­ta­ria di come si gesti­sce una orga­niz­za­zione come la Cgil”.

Pro­te­ste dello stesso tono sono venute da Mari­gia Mau­lucci, Ser­gio Bel­la­vita, Cre­ma­schi, Nico­losi, e Rinal­dini: “Per­ché pren­derci in giro e spen­dere tanti soldi se il con­gresso è finito ancora prima di ini­ziare? — si chiede l’ex segre­ta­rio della Fiom — Prendo atto che que­sto è un con­gresso che non c’è: per­ché pre­sen­tare liste prima che ognuno possa espri­mersi con­ferma che il con­gresso non esiste”.

A que­sto punto le liste saranno dun­que almeno due (quella di Camusso e quella rife­ri­bile a Lan­dini), e diven­te­ranno tre se Cre­ma­schi sarà riu­scito a met­tere insieme le 6 firme neces­sa­rie per otte­nere lo sdo­ga­na­mento. Fino a ieri sera si ragio­nava sulla pos­si­bi­lità che i com­po­nenti del diret­tivo pos­sano essere 151, ma non esi­ste un numero defi­nito: poi­ché le liste sono bloc­cate, se alcuni camus­siani temes­sero di rima­nere fuori, si potrebbe deci­dere da parte della mag­gio­ranza di ampliare quella cifra (il Diret­tivo uscente è com­po­sto da 179 mem­bri). Ma a quel punto, ovvia­mente, aumen­te­reb­bero pro­por­zio­nal­mente anche gli eletti della nuova minoranza.

Spi Cgil: “Renzi ci ascolti o scendiamo in piazza” | Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Il congresso dei pensionati Cgil. Carla Cantone al governo: “Ingiustizia non dare anche a noi gli 80 euro. Manderemo un milione di cartoline a Palazzo Chigi”. Sullo scontro Landini-Camusso: “Il Testo unico è importante, superare i limiti nella contrattazione”

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“Una ingiu­sti­zia annun­ciata, una vera genia­lità di ugua­glianza”. Carla Can­tone è duris­sima con Mat­teo Renzi: ai pen­sio­nati della Cgil, riu­niti in con­gresso a Rimini, non va giù il fatto che i lavo­ra­tori potranno avere gli 80 euro, men­tre tanti anziani – spesso pove­ris­simi – non vedranno un solo euro. “E per­ché – chiede la segre­ta­ria Spi – 600 euro di un pen­sio­nato sono forse diversi da 600 euro di chi lavora?”. Sta tutto qui, in que­sta domanda ele­men­tare, il nucleo del disa­gio. Snob­bati da Ber­lu­sconi, Monti, e infine Letta, gli over 65 non hanno certo miglior for­tuna con il pre­mier “rot­ta­ma­tore”: quello che ritiene con­ser­va­tore e fre­nante tutto ciò che supera i 40 anni.

Tutto que­sto, “nono­stante gli sms – rac­conta la stessa Can­tone – che ogni tanto ci scam­biamo con il pre­si­dente del con­si­glio”: “Io glielo scrivo: tu devi andare avanti, è vero che il Paese vuole cam­biare e che si attende tanto, ma noi abbiamo il dovere di dire quello che non ci sta bene”. Per­ché “se non vogliamo par­lare più di con­cer­ta­zione, chia­mia­mola come vogliamo: potremmo defi­nirla ‘modello Giu­ditta’, tanto per rife­rirci a Beni­gni, un altro toscano”, dice ancora la lea­der dello Spi. “Noi non dob­biamo pie­tire nes­sun tavolo, ma que­sto non vuol dire che rinun­ciamo a farci sentire”.

E allora, que­sta piazza? Lo Spi – 2.998.000 tes­se­rati, pari a metà Cgil — non solo invita i pro­pri iscritti a non rima­nere fermi, ma lan­cia anche un sasso che cer­ta­mente rim­bal­zerà nelle acque del con­gresso Cgil di mag­gio: si deve pen­sare a una mobi­li­ta­zione gene­rale con Cisl e Uil.

Per quanto riguarda gli over 65, Can­tone annun­cia il “card bom­bing” verso Palazzo Chigi: “Man­de­remo 1 milione di car­to­line a Renzi, con Fnp e Uilp, chie­dendo almeno un con­fronto con i mini­stri del Wel­fare e della Salute”. E se que­sta piog­gia di biglietti verrà igno­rata e rot­ta­mata dal pre­mier, allora sarà piazza: “Vedremo come ci rispon­de­ranno e quale mobi­li­ta­zione uni­ta­ria programmare”.

Ma non basta, per­ché i limiti della poli­tica eco­no­mica ren­ziana spin­gono alla neces­sità di una pro­te­sta più larga: “Dovremo guar­dare con atten­zione il Def e valu­tarne ogni effetto”, dice Can­tone davanti a una pla­tea stra­colma di ospiti. A sen­tirla sono venuti infatti l’intera segre­te­ria Cgil (inclusa ovvia­mente Susanna Camusso), tutti i segre­tari di cate­go­ria (in prima fila Mau­ri­zio Lan­dini), ma anche poli­tici come Ste­fano Fas­sina e Gianni Cuperlo. Quindi l’affondo: “Dob­biamo valo­riz­zare quanto è posi­tivo, ma anche respin­gere ciò che peg­giora l’equità e l’uguaglianza: per que­sto sarebbe il caso di comin­ciare a pre­ve­dere con Cisl e Uil una mobi­li­ta­zione gene­rale”. “Non sto chie­dendo uno scio­pero in anti­cipo – pre­cisa subito dopo — ma non fac­cia­moci tro­vare impre­pa­rati. Altri­menti ci impac­chet­tano, come è già avve­nuto con Monti e Fornero”.

Sin­da­cati impac­chet­tati come le auto di Mar­chionne? Come le tute blu con­dan­nate alla pre­ca­rietà e alla cassa inte­gra­zione eterna? Forse, il rischio c’è. E Can­tone è piut­to­sto severa non solo, pre­ve­di­bil­mente, con la riforma For­nero delle pen­sioni — che lo Spi vor­rebbe cam­biare per intro­durre una fles­si­bi­lità di uscita – ma anche con lo stesso sin­da­cato, che l’ha con­tra­stata male e troppo poco: “Siamo stati deboli, sol­tanto 3 ore di scio­pero: quella è stata una scon­fitta annunciata”.

Una bella auto­cri­tica, raris­sima nel sin­da­cato. Che non rie­sce a cam­biare ai ritmi della poli­tica, resta spesso ele­fan­tiaco e per que­sto offre il fianco ai nuovi lea­der che scon­fi­nano nel popu­li­smo, da Grillo a Renzi. Non a caso Can­tone ha invi­tato tutta l’organizzazione “a cam­biare”, a “stare di più sul ter­ri­to­rio e tra le per­sone”, a dare atten­zione “alla povertà”: i poveri, sia anziani che gio­vani, un po’ il filo rosso di tutta la sua rela­zione. Ma si deve, in par­ti­co­lare, saper par­lare ai pre­cari. La segre­ta­ria dello Spi era una dei pochi diri­genti Cgil pre­senti al con­gresso del Nidil: “E avreb­bero dovuto esserci tanti altri di noi ad ascol­tare”, rim­pro­vera la platea.

Da qui il pas­sag­gio alle pole­mi­che interne, agli scon­tri sul Testo unico, è natu­rale. Dopo il con­gresso Fiom della set­ti­mana scorsa, in cui Susanna Camusso e Mau­ri­zio Lan­dini – forse costretti dal con­te­sto – hanno rico­min­ciato in qual­che modo a dia­lo­gare, il richiamo all’unità pare obbli­gato: “Nella sto­ria della Cgil abbiamo avuto tanti con­flitti, e le cri­ti­che sono le nostre vita­mine. Ma poi si è arri­vati sem­pre a una sin­tesi: e più alte respon­sa­bi­lità hai, più devi sfor­zarti”. Chiaro il mes­sag­gio: se Lan­dini deve accet­tare di mediare, tocca però fare un passo avanti anche a Camusso.

D’altronde, le posi­zioni di Can­tone sono per appog­giare la segre­ta­ria gene­rale, ma dando atten­zione anche alle cri­ti­che dei metal­mec­ca­nici: “Il Testo unico è impor­tante – dice – E sarà utile per quando final­mente si vorrà fare una legge. Ma in quell’accordo ci sono dei limiti, come ad esem­pio il ricorso alle san­zioni: toc­cherà alle cate­go­rie, nel lavoro di con­trat­ta­zione, ten­tare di recuperarli”.