newsletter | 16 settembre 2016 | micromega.net

PRIMO PIANO

Montanari: “Basta con i grandi eventi. Il M5S? Meglio del Pd”
intervista a Tomaso Montanari di Giacomo Russo Spena
“L’unica grande opera necessaria è la messa in sicurezza del territorio. Ma finché la cultura della politica è quella dei palazzinari…”. Dal NO alle Olimpiadi alla trasparenza nella ricostruzione post terremoto e alla politica culturale disastrosa del governo Renzi, parla lo storico dell’arte. Che non risparmia critiche ai 5 Stelle su Roma, ma avverte: “Il vero pericolo è lo scadimento oligarchico della democrazia italiana con la riforma costituzionale scritta dal Pd”.

LA SINISTRA E L’EUROPA

Brancaccio: “L’Unione non è più riformabile” intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena
Per l’economista chi parla ancora di cambiare l’Europa in senso progressista dovrebbe occuparsi di “miracolistica, non di politica”, ma bacchetta anche i cantori del ritorno alla sovranità nazionale: “Adoperano un linguaggio ambiguo, il movimento operaio è internazionalista”. Il problema principale non è l’immigrazione ma la circolazione indiscriminata dei capitali da un Paese all’altro: “Occorre pensare a un ‘labour standard’ sulla moneta, ma in Italia il dibattito politico è dominato dal nulla”.

L’impossibile uscita “da sinistra” dall’euro di Guido Iodice
Partendo dall’intervista pubblicata su MicroMega all’economista Brancaccio, il coautore di Keynesblog.com alimenta il dibattito sul tema della moneta unica: “L’euro è stato un errore ma il rischio è che la cura sia peggiore della malattia”. L’uscita sarebbe inevitabilmente a destra. Da qui le critiche alle tesi di Brancaccio.

La sinistra può esistere dentro l’euro? di Thomas Fazi
I problemi della sinistra europea vanno rintrecciati nella sua incapacità, da almeno trent’anni a questa parte, di concepire una realtà alternativa al neoliberismo, nonché nella sua accettazione acritica dell’idea della morte dello Stato-nazione. Da ciò deriva anche l’incapacità di immaginare un futuro (a sinistra) fuori dall’euro.

I falchi di Berlino rimettono a cuccia l’Europa mediterranea di Alessandro Somma
Nonostante la pacatezza delle dichiarazioni al vertice di Atene tra i leader dei sette Paesi dell’area mediterranea, si sono scatenate subito le reazioni rabbiose dei custodi dell’ortodossia austeritaria e neoliberale. Come fermare la corsa dell’Europa verso il baratro?

FILOSOFIA – IL RASOIO DI OCCAM
Riconoscimento o disaccordo? Honneth e Rancière a confronto di Giorgio Fazio
Ne “Il Rasoio di Occam” si è già discusso a lungo delle ultime pubblicazioni del filosofo tedesco Axel Honneth. Completiamo ora la ricognizione delle ultime fasi del suo pensiero, prendendo in considerazione il dibattito che egli ha recentemente ingaggiato con un altro protagonista della scena filosofica mondiale, Jacques Rancière.

SCIENZA – LA MELA DI NEWTON

Rifugiati climatici, non è soltanto un romanzo di Telmo Pievani
Nel suo ultimo bel libro Bruno Arpaia immagina una drammatica migrazione dall’Italia verso la Scandinavia, dovuta all’impazzimento del clima nell’ultimo quarto di questo secolo. Lo scenario e le sue fonti hanno generato un interessante dibattito con gli esperti sull’entità e sui tempi di manifestazione degli effetti del riscaldamento climatico.

Una storia dove i sensi sono protagonisti: il libro di Claudia Bruno da: nonoidonne

Una sorellanza interrotta

Silvia Vaccaro

Claudia Bruno, “Fuori non c’è nessuno”

Il romanzo d’esordio di Claudia Bruno, trentenne giornalista ambientale, si legge d’un fiato lasciando al lettore la voglia di saperne ancora delle due protagoniste, Greta e Michela, amiche sin dall’infanzia, diverse e anche per questo inseparabili. “Fuori non c’è nessuno” è una storia di sorellanza interrotta a causa delle scelte che le due hanno compiuto da adulte, scelte da cui non sempre si ha il tempo e la possibilità di tornare indietro. Attorno a questa amicizia densa, si muovono gli altri personaggi importanti, principalmente femminili, che intrecciano le loro storie e i loro ricordi alla vicenda principale. Anita, la nonna speciale del fidanzato di Greta, Katarzyna, donna delle pulizie polacca che tutti credono strana e che osserva il mondo dalla sua casa a piano terra e Isabella, la nonna di Greta, che appare a ogni apertura di capitolo con un conto alla rovescia fatto di filastrocche in dialetto e ricordi di un Sud lasciato indietro e in cui Greta sente di affondare le sue radici più profonde. L’ambientazione del romanzo è la cittadina desolata di Piana Tirrenica, fatta di “case con finestre sempre troppo piccole”, capannoni industriali e colate di cemento spesso lasciate a metà. Una periferia che racchiude in sé i molti luoghi d’Italia vittima dell’abusivismo edilizio, dell’avidità e dell’incuria. La bellezza del romanzo è certamente frutto dell’ossatura narrativa ben costruita ma anche di una grande sapienza stilistica. Tutta la storia è un’armonica sinestesia dove i sensi sono attori principali ed è proprio grazie al loro intreccio che ci si sente come avvolti e rapiti dalle pagine, dove non mancano i riferimenti al tempo presente fatto di precariato e insicurezza, di migrazioni e di incroci e scontri di culture. Un esordio promettente di cui vorremmo leggere presto un secondo capitolo.

Claudia Bruno
Fuori non c’è nessuno
Ed Effequ, pagg 224, euro 13,00

Escono per Marsilio i taccuini tenuti dal leader storico del Psi negli anni Settanta: l’amarezza per la mancata elezione al Quirinale, la simpatia per Marco Pannella da: ilcorrieredellasera.it

Nenni si schierò dalla parte di Craxi
negli ultimi appunti del suo diario

Escono per Marsilio i taccuini tenuti dal leader storico del Psi negli anni Settanta: l’amarezza per la mancata elezione al Quirinale, la simpatia per Marco Pannella

di PAOLO MIELI

Da sinistra: Bettino Craxi (1934-2000) con Pietro Nenni (1891-1980) in un’immagine tratta dal documentario La mia vita è stata una corsa, prodotto da Stefania Craxi Da sinistra: Bettino Craxi (1934-2000) con Pietro Nenni (1891-1980) in un’immagine tratta dal documentario La mia vita è stata una corsa, prodotto da Stefania Craxi

A Capodanno del 1980, quando Pietro Nenni morì, un suo vecchio amico, Dino Gentili, raccontò che pochi giorni prima l’anziano leader socialista gli aveva confidato le sue perplessità circa la conduzione del Psi da parte di Bettino Craxi, in quel momento sotto il fuoco concentrico dei suoi compagni di partito (si salvò soltanto grazie alla defezione di Gianni De Michelis dalla sinistra lombardiana e dal campo dei cospiratori). Gentili raccontò che Nenni aveva lasciato un memoriale in cui argomentava punto per punto le riserve sul suo delfino. La figlia di Nenni, Giuliana, sostenne che tra le carte del padre non c’era traccia di quello scritto e lasciò intendere che la rivelazione fosse parto della fantasia di una persona ostile al segretario socialista. Adesso che vengono pubblicati (da Marsilio) i diari di Nenni tra il 1973 e il 1979 — con il titolo Socialista libertario giacobino — si è portati a dar ragione alla figlia dello statista, dal momento che in quelle pagine non c’è traccia di qualcosa che assomigli neanche vagamente al memoriale di cui aveva parlato Gentili. Anzi nell’ultima annotazione, quella del 21 dicembre 1979, si parla di «accusa ingiusta» rivolta a Craxi e si accusano i capi del Psi da Nenni incontrati in quei giorni — da Riccardo Lombardi a Giacomo Mancini a Gaetano Arfè a Mario Zagari — di essere «interessati prevalentemente alle beghe del partito più che allo stato drammatico del Paese». Per poi aggiungere: «Purtroppo così fu nel biennio rosso 1919-21 e in modo ancora più accentuato nel biennio nero 1921-22». Parole che non sembrano appartenere ad una persona intenzionata a condividere l’iniziativa per far fuori Craxi.

Certo, si potrebbe insinuare che ai due curatori, Paolo Franchi e Maria Vittoria Tomassi, quelle carte non siano state fatte vedere. Ma sarebbe bizzarro, dal momento che in altre parti delle memorie sono state rigorosamente conservate (e pubblicate) annotazioni critiche nei confronti dello stesso Craxi. A partire da quella del 16 luglio 1976, quando il leader socialista, a coronamento della manovra che spodestò Francesco De Martino, fu eletto segretario del Psi. Quel giorno Nenni scrive che avrebbe meritato maggior attenzione la «candidatura» di Antonio Giolitti. Poi un’annotazione severa: «Craxi, per parte sua, arriva dove voleva senza imbrogli, anche se non per la sola via che conta, quella di un confronto politico di fondo… Infatti al Comitato centrale non ha neppure parlato». Colpa del fatto che, scrive Nenni, «attendere la propria ora non è più una virtù». Qui sì che Nenni prende le distanze da lui, rilevando come fosse «il candidato in primo luogo di Mancini, dei giovani della sinistra, di una parte dei demartiniani». I giornali, aggiunge, «lo dicono mio delfino; lo è stato nel 1969, quando io fui battuto in un Cc più drammatico di quello attuale, sulla questione della unificazione… In questi ultimi tempi faceva parte a se stesso». Però poi non gli farà mai mancare una nota di affetto. Ai tempi del sequestro di Aldo Moro apprezzerà la sua scelta di sottrarsi all’«isteria della ragion di Stato». E allorché nel luglio del 1979 il presidente della Repubblica Sandro Pertini gli affiderà l’incarico di formare il governo, lo paragonerà a Giulio Andreotti e scriverà: «Della generazione che ci ha sostituito è per certo il meglio preparato… Impossibile per me dargli l’appoggio che vorrei. Indirettamente gli serve un motto che circola per tutto il Paese: Nenni ha seminato, Craxi vendemmia. Così fosse!». «Ai numerosi apprezzamenti», rileva con acutezza Paolo Franchi, «corrispondono quasi altrettanti rilievi critici, spesso riferiti, i primi come i secondi, allo stile di comando dell’uomo». In generale, però, Nenni, prosegue Franchi, «sostiene, seppure con il distacco dettato dalla sua età e dal suo rango, il nuovo segretario, assai più di quanto avesse fatto con i suoi predecessori». Peraltro l’anziano leader si era da tempo allontanato dalla politica attiva. Non senza una punta di amarezza.

E gli uomini politici della generazione successiva alla sua? Nel febbraio del 1974 Nenni prende nota dei primi passi di Ciriaco De Mita, che sarà il rivale democristiano di Craxi. Lo fa in margine allo scandalo dei petroli e all’attività di quelli che furono chiamati i «pretori d’assalto». Riferisce che Giolitti ha sentito il «ministro De Mita» che diceva a Mariano Rumor: «Questi pretori sono dei banditi». Nenni non è d’accordo: «Sono semmai degli sprovveduti ma riflettono una volontà di pulizia morale e di onestà amministrativa che finirà per prevalere se tutto non dovrà essere sommerso e perduto di quanto fu creato trent’anni orsono». E sul finanziamento pubblico dei partiti scrive: «Un orrore, direi anch’io con Terracini». Simpatia per l’anziano comunista libertario Umberto Terracini oltreché nei confronti del giovane ancor più libertario Marco Pannella e delle sue campagne per divorzio e aborto.

Colpisce la sua diffidenza nei confronti dei sindacati. Affronta il tema del «carattere degenerativo e festaiolo della scioperomania». Un caso che riguarda il personale della Rai-tv: «lo sciopero doveva essere di quattro ore e si è risolto invece nell’abbandono del lavoro per tutta la giornata e in un ponte supplementare di tre giorni. Tre giorni di vacanza e non di lotta!». Ancora il 25 marzo del 1975: «Scioperi su scioperi. Oggi sciopero generale del pubblico impiego, ferrovieri compresi, direttamente rivolto contro il governo… nessuno sembra porsi il quesito: e poi? Eppure bisogna porselo, visto che lo sciopero è un mezzo, non il fine».

Resta in lui la delusione per le elezioni presidenziali del 1971, quando gli è stato preferito Giovanni Leone. Ma non nutre risentimento verso Leone, sul cui coinvolgimento nell’affare Lockheed manifesterà più di un dubbio. Piuttosto, riferisce, «non fui sostenuto quanto era necessario da Mancini, che era allora alla segreteria del Partito e forse neanche da De Martino». A decidere per Leone al Quirinale, scrive, «furono Saragat e La Malfa che gli portarono i loro voti». Si giustificarono «con l’argomento fasullo che io finivo per essere il candidato dei comunisti». Ma «in nessun caso io potevo essere eletto». Un’assemblea «moderata come il Parlamento non poteva fare di me, uomo della Settimana rossa, il capo dello Stato». Definisce una «posizione coraggiosa» quella di Enrico Berlinguer sul compromesso storico. Tiene però a precisare che «in verità si può governare con il 51 per cento dei voti; lo ha fatto e lo fa addirittura con il 47-48 per cento la socialdemocrazia svedese, lo ha fatto la socialdemocrazia tedesca». Critica i ritardi del Pci sulle società dell’Est e quando un gruppo di intellettuali comunisti si pronuncia contro la repressione in Cecoslovacchia, il suo commento è: «Alla buon’ora!» (13 gennaio 1977). Ai tempi del referendum sul divorzio, tra il 1973 e il 1974, segue la vicenda con grandi speranze attenuate da un qualche disincanto. Riferisce di un incontro con il comunista Paolo Bufalini che vorrebbe evitare il referendum ufficialmente per il timore di perderlo, in realtà per non far morire sul nascere la politica del compromesso storico. Apprezza, come si è detto, i radicali di Pannella. A referendum vinto racconta delle congratulazioni ricevute dal laburista britannico Harold Wilson e dal socialista francese François Mitterrand. Ma subito dopo, colti i segnali provenienti dalla politica, conclude sconsolato: «Il referendum? Due o tre giorni di entusiasmo, poi tutto finisce in scetticismo e scoraggiamento».

Poi quando Pannella entrerà in Parlamento, nel 1976, saluterà il suo come un «debutto clamoroso», prevedendo che saprà dimostrare «quanto può fare anche un piccolissimo gruppo se sganciato dalla ipocrisia delle concessioni tra governo e opposizione». Ma quando i seguaci di Pannella (assieme a qualche socialista) si batteranno per estromettere dal Quirinale Leone, sarà tra i pochi a vedere per tempo tutti i problemi dell’operazione: «Possibile che i radicali non se ne rendano conto? Possibile che ci siano socialisti accecati dalla demagogia al punto di non vedere a quale rischio esporrebbero la Repubblica?».

È critico nei confronti delle dichiarazioni comuni tra i segretari del Pci e del Psi. Come quella di Berlinguer e De Martino dell’agosto 1975 sulla crisi portoghese. «Se il giudizio di fondo dei due partiti è diverso non ha senso firmare delle dichiarazioni comuni». Si dispiace quando Giorgio Amendola scrive in un libro che sua figlia Vittoria, morta ad Auschwitz, era comunista. Ma Amendola gli chiede scusa e aggiunge ironico: «Non vorrei che tu vedessi anche in questo episodio una prova dell’espansionismo comunista».

Lungimiranti le sue considerazioni sull’Europa: «Gli inglesi restano con l’Europa», scrive il 7 giugno 1975; «nel referendum la percentuale del sì è stata del 68,9% una vittoria superiore al previsto per gli europeisti e per Wilson che s’era in definitiva unito ad essi. Una sconfitta per la sinistra laburista assai pesante, che l’accomuna alla destra conservatrice non ancora guarita dalle nostalgie imperiali. Un fatto importante per l’Europa e per il mondo». E ancora: «L’Europa, mi ha detto Giolitti di ritorno da Parigi, ci guarda con sarcasmo o addirittura con disprezzo. Nessuna fiducia in noi e nella nostra capacità di ripresa, nel che forse c’è un errore… Il giudizio di Giolitti è molto pessimista come del resto lo è sempre stato dal 1964 in poi. Il guaio è che con il pessimismo non si guida una nazione» (2 giugno 1974). Ce n’è anche per i partiti fratelli: «Rimane un mistero che i socialdemocratici siano in declino proprio nei Paesi più prosperi dell’Europa» (4 ottobre 1976).

Nei diari c’è anche la Cina di Mao. Nell’agosto del 1973, la «Pravda» accusa Nenni di «avvalersi persino del maoismo pur di attaccare l’Unione Sovietica». «Sciocchezze», è la sua replica con due punti esclamativi. Ma quando nel settembre del 1976 Mao morirà, lascerà sul suo diario parole di grande ammirazione: «È stato uno degli uomini più grandi del secolo. È stato qualcosa di più del capo della rivoluzione in Cina: l’interprete di un popolo sospinto dalla sua stessa storia millenaria a segnare un’impronta nei tempi presenti». Sorprendente la benevolenza del suo giudizio: «Per Mao la rivoluzione culturale è stata il mezzo per liberare la rivoluzione dalle incrostazioni burocratiche, militari, poliziesche che la soffocavano. Ciò che è stato caratteristico in Mao è la fiducia nell’uomo, è la prevalenza della politica sulla tecnica e sull’economia, è la nozione dell’uomo. Liberare l’uomo per liberare l’umanità… Se questo pensiero rimane alla guida della Cina, allora il dopo Mao non intaccherà la sua opera gigantesca».

Le Brigate rosse all’inizio provocano in lui un distacco tra l’ironico e il preoccupato. «Siamo tra la banda Bonnot che riempì di sé le cronache criminali e politiche francesi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento», scrive il 6 giugno 1975, «e le bande che Stalin mandava all’assalto dei furgoni che trasferivano da una banca all’altra l’oro dei feudatari russi». Poi, il 19 gennaio del ’76, qualcosa cambia. In polemica con il Pci si spinge a «comprendere» le Br: «Nei testi delle Brigate rosse è presente un certo pathos romantico e rivoluzionario. Ma i comunisti trattano il capo banda da provocatore senza peraltro addurre prove o sospetti validi. Staremo a vedere. Io credo che non si possa negare la buona fede a chi mette in gioco la propria pelle». In seguito però le pagine più toccanti saranno quelle dedicate al sequestro e all’uccisione di Moro. All’epoca Nenni ha 87 anni. Tra i suoi appunti, i ricordi di quando a fine ’63 lui e Moro avevano costruito il centrosinistra («Solo nel 1964, quando insorse il caso De Lorenzo, rischiammo una rottura»). E parole di autentico affetto. Trattenuto sarà l’8 luglio il giudizio sull’elezione di Pertini, pur salutata come un evento storico: «Con lui la Resistenza entra al Quirinale».

È un uomo della prima metà del Novecento. «Il poeta Montale», scrive in occasione del conferimento del premio Nobel all’autore di Ossi di seppia, «l’ho letto con interesse (il poeta Carducci lo leggevo con entusiasmo); l’uomo lo conosco appena (per quanto egli sia collega a Palazzo Madama, si vede ancora meno di me), ma la sua vita non ha le contraddizioni di quella di Carducci, e neppure le passioni. È cioè un uomo prosaico come prosaica mi pare la sua vena poetica». Si dice sconvolto al cospetto delle «oscenità degradanti» di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Nello stesso anno, 1973, va a vedere La grande abbuffata di Marco Ferreri: «Tutto è volgare», scrive, «soprattutto l’abuso del nudo femminile… Sono contro la censura, ma siamo noi gli spettatori che dovremmo boicottare pellicole del genere, nelle quali è assente ogni valore artistico». Aggiunge che anche la figlia Giuliana «era fuori di sé per l’indignazione». Quando muore Anna Magnani, la contrappone alle attrici dei primi anni Settanta: «era di una stoffa diversa dalle star, dalle dive, dalle spogliarelliste». C’è in lui una sorta di innocente e fanciullesco autocompiacimento. Gli piace moltissimo Alighiero Noschese: «Mi ha imitato come non si poteva meglio. Nelle battute si sentiva molta simpatia per me… Più perfido nelle imitazioni di Preti e La Malfa». Nel novembre del ’74, quando la tv manda in onda il De Gasperi di Ermanno Olmi, protesta: «Io non ci sono… compaio a lato del protagonista in un corridoio del Laterano». Stesso rilievo al film di Roberto Rossellini Anno Uno.

Nel 1980 Nenni morì. Trascorsero dodici anni e (quasi) scomparve anche il Psi. Nell’uragano che travolse il Partito socialista da qualche parte si tentò di coinvolgere la figura di Nenni. Tant’è che nella fase più infuocata di Mani pulite, ricorda Franchi con fine ironia, non mancò chi propose di cambiar nome alla piazza principale della sua Faenza. Piazza che, osserva Franchi, fortunatamente gli è tuttora dedicata.

Bibliografia

Esce in libreria giovedì 1° settembre il volume Socialista libertario giacobino. Diari (1973-1979), che raccoglie gli appunti del leader socialista Pietro Nenni (1891-1980) curati da Paolo Franchi e da Maria Vittoria Tomassi (Marsilio, pagine 512, e 25). I diari di Nenni che risalgono a periodi precedenti sono stati pubblicati negli anni Ottanta in tre volumi, a cura della figlia Giuliana Nenni e di Domenico Zucaro, dalla casa editrice SugarCo. Il primo volume, che copre il periodo 1943-1956, uscì nel 1981 con il titolo Tempo di guerra fredda e una prefazione di Giuseppe Tamburrano. Il secondo, intitolato Gli anni del centro-sinistra, include i diari scritti da Nenni tra il 1957 e il ’66: venne pubblicato nell’82 sempre prefato da Tamburrano. Il terzo riguarda gli anni dal 1967 al 1971: uscì nel 1983 con il titolo I conti con la storia e una prefazione di Leo Valiani.

‘Con il sangue dei partigiani ci laverem le mani’: l’eccidio dei martiri di Villamarzana di Antonella Beccaria da: ilfattoquotidiano.it

| 16 agosto 2016

“Ricordo che alla sera si sentivano da lontano solo le loro voci che cantavano a squarciagola: ‘Con il sangue dei partigiani ci laverem le mani’. E così è stato”. Nazzarena Boaretto, il 15 ottobre 1944, aveva appena compiuto 16 anni, ma si ricorda nei dettagli gli anni della guerra, soprattutto quelli dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. I repubblichini, i nazisti dentro casa, i rastrellamenti, le deportazioni in Germania, le violenze, il coprifuoco, la caccia a chi aveva deciso che avrebbe combattuto per la Resistenza.

Ma lei, nata in provincia di Rovigo, si ricorda in particolare dell’eccidio dei martiri di Villamarzana. A cercare notizie sulla fucilazione di 43 partigiani, passati per le armi come rappresaglia dopo la cattura e la sparizione di quattro collaborazionisti, tra cui il figlio di un colonnello a capo di una caserma locale, la Silvestri, se ne trovano. Ma Nazzarena Boaretto, che oggi ha 88 anni e vive a Cervesina, nell’Oltrepo pavese, ha deciso di andare oltre e di mettere in fila i ricordi della ragazzina che fu.

Così ha scritto un libro, “Memorie di una vita“, se lo è autopubblicato distribuendolo tra amici e conoscenti e, a forza di passaparola, la voce dell’esistenza di questo volume che contiene anche fotografie si è diffusa. Dunque oggi Nazzarena torna nel Polesine, va nelle scuole, incontra i ragazzi e viene invitata anche all’Università di Padova. Perché la sua testimonianza riporta alla memoria una strage dimenticata, forse più di altre.

In quel pezzo di pianura che nel 1951 sarebbe stato sommerso da metri d’acqua del Po, fu sufficiente una lampada rimasta accesa perché i repubblichini puntassero su una cascina, a Castelguglielmo. Qui i partigiani nascosti furono riportati a Villamarzana, rinchiusi nella bottega del barbiere e, a gruppi di sei, trascinati in piazza dove finirono davanti a un plotone di esecuzione composto da dodici militari, per una metà in piedi e per l’altra in ginocchio. Poi i corpi furono lanciati sul cassone di un camion che se li perdeva strada facendo e buttati all’interno del cimitero di Villamarzana, senza essere seppelliti.

Dopo il massacro, i repubblichini non si accontentarono. Il giorno dopo fu preso anche il cugino di Nazzarena, Bruno Boaretto, catturato a causa di “una soffiata mentre si recava dalla morosa nel paese di Costa”. Preso a bottigliate, percosso e torturato con la fiamma delle candele sotto i piedi, alla fine crollò rivelando ai suoi aguzzini dov’erano sepolti i quattro fascisti. “Non appena confessò – scrive Nazzarena di Bruno – sicuro della sorte che gli era stata riservata, ebbe solo la forza di chiedere […] di essere ucciso sulla tomba di sua sorella [e] gli venne concesso”.

Poi fu preso il parroco del paese, don Vincenzo Pellegatti, che rischiò di essere ucciso sull’altare mentre celebrava la funzione del mattino, e il segretario politico di Villamarzana, Primo Murari, insieme al figlio e nipote, accusato di eccessiva compiacenza con i partigiani. Ci fu quindi la madre di due adolescenti, 14 anni uno e 15 l’altro. Il famigerato maresciallo “Bomba” le fece una proposta: “Scegli tu quale dei due figli vuoi che ammazziamo, sicuramente almeno uno dei due”. Ma la donna non ce la fece a decidere quale salvare.

Perché dopo tutti questi anni, in età avanzata e con i postumi di una frattura al femore, rimettersi in gioco per raccontare questa storia? “Lungi da me voler dare giudizi – scrive Nazzarena Boaretto all’inizio del suo libro – tanto meno fare considerazioni finali su ciò che è stato ed è accaduto nel bene (poco) e nel male (tantissimo)“. Il suo diario è “piuttosto un invito a tutti coloro che lo leggeranno oggi o negli anni a venire a prenderlo come un impegno morale affinché in futuro non possano più succedere cose come quelle di cui io stessa sono stata involontariamente testimone oculare […] rubandomi la gioia e la spensieratezza della mia giovinezza”.

Vivono nel nostro paese e hanno pubblicato libri in lingua italiana. Sono maggiormente le donne provenienti dall’Europa Centro-Orientale Cristina Carpinelli da: ndnoidonne

Dall’Est con furore letterario/1

 

La letteratura migrante è un’occasione di costruttiva reciprocità. Allo stesso tempo, decostruisce una visione etnocentrica del mondo, consentendo di rifuggire dalle secche di una mortifera autoreferenzialità e di aprirsi al rinnovamento imposto dalla storia. Essa traccia il sentiero di uno scambio autenticamente paritario fra culture diverse. Non si limita, infatti, a rielaborare criticamente in forma artistica i processi relativi al passato, né a descrivere quelli di creolizzazione tuttora in svolgimento al livello mondiale, ma offre, altresì, una speranza nuova per il futuro, alimenta le ragioni dell’utopia, in vista di un concreto orientamento sul fronte dell’incontro interculturale.

I migrant writers provenienti dall’Europa Centro-Orientale e Sud-Orientale hanno iniziato a pubblicare in lingua italiana dalla seconda metà degli anni Novanta. Alcuni di loro sono arrivati in Italia prima ancora del crollo dell’Urss, della caduta del muro di Berlino e dei diversi regimi comunisti dei paesi che avevano fatto parte dell’orbita sovietica (inclusi la Romania di Nicolae Ceauşescu e l’Albania di Enver Hoxha). Tuttavia, molti di loro sono arrivati in Italia dopo, nel corso degli anni Novanta, con i grandi flussi migratori dall’Est. Sono emigrati a seguito di crude realtà di guerra, oppressione e sfruttamento, o di povertà sperimentate sulla propria pelle nei loro paesi d’origine. Si pensi, soltanto, al peso che ebbe sui flussi migratori dall’Est, il conflitto nei Balcani, o la trasformazione delle economie dei paesi ex-comunisti da pianificate a economie di mercato, con l’uso di ricette neo-liberiste che spinsero milioni di individui sotto la soglia assoluta di povertà. La gran parte della produzione letteraria in lingua italiana di questi ultimi scrittori migranti appartiene agli anni Duemila.

L’attività principale di lavoro di tutti questi scrittori non è quella di romanzieri, poeti o prosatori (sono, in genere, mediatori culturali, traduttori, educatori, ecc.). L’attività letteraria coincide più sovente con la professione primaria tra i migrant writers, che vivono in Italia già da alcuni decenni. Volendo tracciare un loro “identikit”, possiamo affermare che questi scrittori/letterati sono, di solito, in possesso di un livello medio/alto d’istruzione e sono in gran parte donne. Ecco perché in questo articolo ci concentreremo sulla produzione letteraria femminile.
In via convenzionale possiamo identificare due gruppi di migrant women writers: Un “primo” gruppo, non più giovane (nato tra gli anni Trenta e Cinquanta), arrivato in Italia prima del crollo del comunismo, e un “secondo” gruppo (nato tra gli anni Sessanta e Ottanta) emigrato nel periodo in cui andavano consolidandosi nei paesi d’origine società post-comuniste, o a seguito della dissoluzione della Jugoslavia.
Fanno parte del “primo” gruppo, la scrittrice e poetessa ebrea ungherese Edith Steinschreiber Bruck [1932], che si stabilisce in Italia nel 1954, dove conosce Montale, Ungaretti, Luzi, e dove stringe amicizia con Primo Levi, che la sollecita a ricordare la Shoah. Tra le scrittrici migranti, Edith Bruck è considerata l’antesignana della letteratura testimoniale sulla Shoah; la traduttrice e mediatrice culturale, originaria del Montenegro, esperta di cultura balcanica e rom, Nada Strugar [1943], che vive in Italia (Brescia) da oltre vent’anni; la croata Vesna Stanić [1946], autrice di poesie, racconti e saggi. Trasferitasi a Roma negli anni Settanta, oggi vive e lavora a Trieste; la scrittrice slovacca Jarmila Očkayová [1955] arrivata in Italia nel 1974. Figlia di due genitori dissidenti, sostenitori di Alexander Dubček (interprete di una linea politica anti-autoritaria definita “socialismo dal volto umano”), è stata testimone durante la sua adolescenza di quella feconda stagione politica che fu la Primavera di Praga, stroncata nell’agosto del 1968 dall’occupazione del paese da parte dei carri armati sovietici; la scrittrice croata Sarah Zuhra Lukanić [1960] trasferitasi in Italia (Roma) nel 1987, vincitrice con la raccolta di racconti Rione Kurdistan del premio letterario “Mare nostrum” dedicato alla cultura migrante (Viareggio, 6-7 ottobre 2006).

Benché questi due gruppi di migrant women writers abbiano caratteristiche proprie, entrambi hanno condiviso uno stesso percorso di emancipazione letteraria che li ha visti impegnati nella costruzione di una scrittura “nuova” nello stile e nei contenuti, e che si è trasformata in un lasso di tempo relativamente breve da letteratura legata all’immigrazione (spesso di tipo autobiografico):

  • letteratura di testimonianza o di denuncia della condizione drammatica dell’immigrato, delle difficoltà di quest’ultimo a inserirsi nella società italiana e dei pregiudizi di cui è spesso vittima, o descrizione delle strategie di sopravvivenza adottate nei paesi d’accoglienza. Si pensi, al riguardo, al romanzo Voglio un marito italiano (Il Punto d’Incontro, 2006) della scrittrice ucraina Marina Sòrina[1973], con il quale l’autrice sfata il luogo comune secondo cui le donne dell’Est europeo sarebbero delle avide ammaliatrici pronte a sedurre e ad accaparrarsi un marito italiano, per acquisire la cittadinanza e poi fare i propri comodi;
  • a racconto delle proprie origini, o a letteratura sulla storia, cultura e tradizioni del proprio paese d’origine;
es: il libro Il sapore della mia terra (Angolo Manzoni, 2006) della romena Valeria Mocanaşu [1959], in cui quest’ultima racconta la sua infanzia trascorsa in un villaggio rurale della Romania comunista; il libro Rosso come una sposa (Einaudi, 2008) con il quale l’albanese Anilda Ibrahimi [1972] approda alla scrittura italiana. È una saga familiare (con qualche spunto autobiografico), attraverso cui l’autrice percorre la storia dell’Albania, dalla sua indipendenza ai nostri giorni, attraverso gli occhi e la vita di diverse generazioni di donne di una famiglia nel profondo sud albanese; la raccolta delle favole popolari di Serbia e Montenegro La cesta del principe (EMI, 2006) di Nada Strugar o Il re del tempoe altre fiabe slovacche di Pavol Dobšinský (a cura di Jarmila Očkayová, Sellerio Editore, 1988)
  • infine, a testi significativi del patrimonio letterario italiano con l’abbandono dei temi classici dell’immigrazione o del rimpianto per la propria terra, per affrontare, invece, temi universali: l’amore, la morte, la solitudine, la giovinezza, ecc.;
es: il romanzo “sull’amicizia e la morte” Verrà la vita e avrà i tuoi occhi (Baldini Castoldi Dalai, 1995) di Jarmila Očkayová. L’autrice mostra attraverso le sue protagoniste, Stefania e Barbara, che anche guardando il mondo da angolazioni completamente opposte si può riuscire a comporre un rapporto umano: metafora dell’incontro/dialogo con l’altro/a; il “romanzo d’amore e di guerra” L’amore e gli stracci del tempo (Einaudi, 2009) della scrittrice albanese Anilda Ibrahimi, con il quale l’autrice abbandona la storia e i ricordi del proprio paese per regalarci, invece, un intenso romanzo d’amore e di guerra ambientato nei Balcani degli anni Novanta. Il libro racconta le peripezie di Ajkuna (kosovara di etnia albanese) e Zlatan (serbo), due giovani innamorati che vivono a Pristina, capitale del Kosovo, separati dalla guerra. Durante la loro forzata separazione, entrambi hanno come unica risorsa il pensiero di potersi un giorno riabbracciare e insieme riprendere la loro esistenza da dove era stata così bruscamente interrotta. Ma la guerra non lascia inalterate le vite di chi l’ha attraversata. Quando dopo dieci anni si ritroveranno, niente corrisponderà più alle loro aspettative e ai loro desideri. La guerra si è portata via tutto il loro futuro da vivere insieme; il romanzo Le lezioni di Selma (Libri bianchi, 2007) di Sarah Zuhra Lukanić. Le lezioni cui si allude nel titolo di quest’ultimo romanzo sono date da una donna ebrea colta, sposata con un medico musulmano che, confinata in casa sotto il controllo dei militari serbi nella Sarajevo sotto assedio, rifiuta la legge dell’odio e vi oppone quella dell’accoglienza, mantenendo il dialogo con chi improvvisamente è diventato il ‘nemico’; Cercasi Daedalus disperatamente (Tracce, 1997) della croata Vera Slaven [1971] e, ancora, il romanzo La città dei tulipani (Tufani, 2005) della romena Ingrid Beatrice Coman [1971]. Ambientato in Afghanistan, è una storia di ribellione femminile agli orrori della guerra. Infine, il romanzo Il paese dove non si muore mai (Einaudi, 2005) della scrittrice albanese Ornela Vorpsi [1968]. La Vorpsi si concentra sulla condizione femminile in Albania e smaschera i due oppressori delle donne: la società patriarcale e il partito comunista rumeno di Nicolae Ceauseşcu.

(prima parte – continua)

*  Questo articolo è la sintesi di un intervento alla Tavola Rotonda “Fenomeni sociali e produzioni letterarie migranti” (Carroponte di Sesto San Giovanni – 2 giugno 2016), promossa dall’Assessorato Pace e Cooperazione Internazionale del Comune di Sesto San Giovanni (MI).

Un romanzo di Marilù Oliva sul demone del tempo, tra paure, dubbi e aspirazioni che diventano ossessioni inserito da Camilla Ghedini da: ndnoidonne

Questo libro non esiste

E’ un demone sfrontato il tempo, con cui tutti facciamo i conti, spesso senza rendercene conto. Perché lo viviamo come sottrazione di possibilità, di occasioni mancate e mal impiegate. C’è quella parte della vita, la prima, in cui il tempo è futuro, quindi energia e costruzione. Poi c’è la maturità, col suo carico di delusioni e aspettative tradite, e il tempo diventa tiranno. In questa linea di confine sta quel punto esatto dell’esistenza che dà un senso al tutto, quello in cui non possiamo più permetterci il lusso di sbagliare. Altrimenti il sogno diventa rimpianto. Di tutto questo tratta Questo libro non esiste (Elliot), della scrittrice bolognese Marilù Oliva, che al grande successo di pubblico e critica è arrivata con la trilogia dedicata alla Guerrera. Lei ama i grandi progetti, quelli che non si esauriscono in un volume, perché lei il mondo lo osserva da diverse angolazioni. E così ha fatto con questo romanzo, che chiude – forse, ma non si sa, perché lei ama tenere i lettori sulla corda – un’opera iniziata con Le Sultane, proseguita con Lo Zoo e che vede dallo scorso 7 luglio in libreria Questo libro non esiste. Protagonista è Mathias, aspirante scrittore alla ricerca del proprio manoscritto perduto. Già, perché in una quotidianità fatta di salvataggi, backup e memorie esterne, Oliva ha creato un personaggio ‘estraneo’ al contingente, uno che non stampa i propri documenti, che non usa le chiavette. Uno che parla con un nonno defunto che voleva realizzare la macchina del tempo, uno che conosce a menadito il firmamento e forte di un involucro che piace alle donne, gioca la carta delle stelle per concupirle. Gli ingredienti del noir ci sono tutti: mistero, amore, tradimento, assassinio. Ambientato a Roma, città eterna, dà uno spaccato del mondo editoriale. Di quello che vissuto a casa, dal proprio divano, nei momenti di rilassante lettura, può apparire patinato, glamour, seducente. Ben altro è invece per chi vuole farne parte, per chi vuole emergere. Qui, tra feudi e piaggeria, la competizione fatta di perfidia e cattiveria lascia spesso poco spazio alla creatività, al genio, al merito. Qui, a tratti maldestramente, si muove Mathias, tra paranoie e dubbi alimentati dall’insicurezza personale e dalla coscienza di non avere rapporti amicali e sentimentali su cui fare affidamento, perché alterati in origine dalla sua volontà di presentarsi a metà. L’unica memoria ‘piena’ di cui dispone è quella antica, fatta di voci del nonno che sente solo lui. Mathias è figlio di Mafalda, una delle tre protagoniste de Le Sultane, la più tirchia, che Oliva aveva lasciato col marito malato nella periferia bolognese. E così, tra i due volumi, assolutamente autonomi, ecco emergere il legame, il cordone ombelicale del cui strappo portiamo nel corpo il segno, potendolo al massimo nascondere ad occhi non intimi. Ancora una volta c’è la famiglia, nucleo imperfetto che si vorrebbe talvolta negare o raccontare in maniera diversa, ma dal quale liberarsi è impossibile, perché lì, e solo lì, ci sono verità e risposte. E se col cielo possiamo provare a ‘barare’ e a ‘incantare’, con la ‘terra’ è impossibile. Perché qui tutto è tangibile.

Dossier: Classe operaia, il paradiso non esiste da: resistenze.org

 
A cura CCDP

25/07/2016

Zoltan Zigedy: Disoccupazione: diamo la pagella al capitalismo
Prabhat Patnaik: Perché abbiamo la disoccupazione?
Prabhat Patnaik: La struttura della forza lavoro mondiale
Zoltan Zigedy: Il movimento sindacale al bivio?
Lola Jiménez: Contraddizioni
Carmelo Suárez: Il capitalismo internazionale verso una nuova fase di aggravamento della sua crisi economica
Zoltan Zigedy: Le cooperative sono una cura per il capitalismo?
Partito Rivoluzionario – Comunisti (Francia): Sui sindacati in Francia
Nolwenn Weiler: Il lato oscuro del cioccolato: lavoro minorile e deforestazione

Autore: vittorio bonanni Il lungo racconto della solidarietà universale. Recensione al libro di Rosencof “Lettere mai arrivate” da: controlacrisi.org

Chi è nato nell’immediato dopoguerra e ha preso parte alle battaglie antifasciste degli anni ’60 e ’70 ha sempre avuto in testa una specie di identikit di chi durante il nazifascismo ha combattuto quella barbarie. Partigiano, ebreo, magari comunista o comunque di sinistra e con una grande apertura culturale e mentale. Una tipologia umana purtroppo “in via di estinzione” per ragioni complesse e svariate che non stiamo qui a ricordare. Tanti i nomi che ci vengono in mente: da Primo Levi a Leo Valiani; da Emanuele Artom a Claude Lanzmann.

Facendo un salto oltreoceano crediamo fermamente sia il caso di annoverare nell’ambito che abbiamo citato anche lo scrittore e poeta uruguaiano Mauricio Rosencof e il suo lavoro “Le lettere mai arrivate” (Las cartas que no llegaron), uscito nel 2000 e tradotto e pubblicato pochi mesi fa dalla Nova Delphi Libri, (pp. 148 più foto, euro 12,00) dove l’autore, ex guerrigliero nato nel 1933 da genitori ebrei polacchi, per resistere alla dura prigionia impostagli dalla dittatura militare (1973-1984), scrive una lunga lettera, o forse più lettere, al padre per mantenere vivi certi ricordi e il loro potere straordinario per chi cerca di sopravvivere in una condizione così drammatica. Anche se in realtà la lettera è stata scritta una volta uscito di prigione, come dice lo studioso Diego Simini, Rosencof l’ha scritta “come se vi fosse ancora rinchiuso”.

Il volume è diviso in due parti: la prima prevede tre capitoli, “Giorni del quartiere e di guerra”, “La lettera”, appunto, e “Giorni senza tempo”. La seconda parte è inaugurata da un saggio appunto del citato Simini, docente di Letteratura spagnola presso l’Università del Salento, dedicato a Rosencof ed intitolato “Raccontare l’assenza”, completata successivamente da riferimenti bibliografici e da una splendida sequenza fotografica della famiglia Rosencof. In questi ricordi dello scrittore, particolarmente attento anche alla narrativa per l’infanzia, come è il caso de “Le leggende del nonno di tutte le cose” (Nova Delphi Libri, 2011), si alternano ricordi del carcere come della persecuzione nazista con tutta la forza evocativa che possiamo immaginare. “E oggi sono qui, babbo – scrive in uno di questi dialoghi immaginari – e faccio il giro del mondo con tre passi corti, dietro front, tre passi corti, e di questo non te ne parlo, perché dovrei? Ma il mio mondo è questo – sembra gridare Rosencof al genitore – di due metri per uno, senza luce senza libro senza volto senza sole senza acqua senza senza e ti scrivo”. Qualche pagina indietro ed ecco l’incubo dell’olocausto: “Ci sono molte malattie nel ghetto, Isaac. Si soffre – scrive Rosencof – anche la fame, sai? E non c’è nessuno che ci voglia aiutare o ci voglia nascondere, e già cominciano le deportazioni”. Insomma un’alternanza storica caratterizza le pagine di questo struggente volume che ci ricorda quanto il ‘900 sia stato da un lato un secolo di grandi avanzamenti e conquiste continuamente contrastati da atti di barbarie che solo l’uomo nei suoi momenti peggiori riesce a concepire contraddicendo invece quegli alti momenti di solidarietà che fortunatamente proprio in queste occasioni di presentano, sia pure a fasi alterne e con intensità diverse. Ed evidentemente è proprio la solidarietà ad essere la struttura portante dei racconti di Rosencof.

Lo afferma bene Simini nella sua analisi sulla vita e le opere dello scrittore uruguaiano. “ Il significato ultimo del libro forse va cercato nella comunicazione che unisce le persone, nella solidarietà che riesce a vincere anche le situazioni più ostili”, come quelle appunto dei campi di sterminio nazista o delle prigioni dei militari di Montevideo. Ebbene “Le lettere mai arrivate” può essere considerato un vero e proprio strumento di guerra contro questi orrori. “E’ un inno all’umanità – sostiene sempre Simini – intesa come collettività, come somma di individui il cui risultato è molto maggiore della mera addizione. E’ un inno alla vita”. Qualcosa di cui ancor più oggi, dove la cultura della morte sembra essere pane quotidiano, ha bisogno il pianeta, dominato invece da fondamentalismi diversi ma tutti accomunati dalla necessità di annientare l’altro.

Da giovedì 21 luglio è in edicola, libreria, eBook e iPad il nuovo numero di MicroMega, un miscellaneo ricco di analisi e approfondimenti. In allegato due volumi con testi di Jean-Paul Sartre e Witold Gombrowicz

Apre il numero una lunga riflessione del direttore, Paolo Flores d’Arcais, su democrazia e Europa nel dopo Brexit: qual è il significato del risultato del referendum inglese? Questa Europa ha qualche chance di diventare davvero democratica o bisogna ripartire dalle fondamenta? Un’Europa che continua a confrontarsi con il grande tema dei nostri tempi: il rapporto fra religione e democrazia, fra fondamentalismo religioso – e islamico in particolare – e libertà di opinione. Su questi argomenti dialogano in maniera molto franca il filosofo musulmano Tariq Ramadan e l’attivista atea Maryam Namazie.

Questo numero della rivista ospita un’ampia sezione dedicata agli esteri: Joan Subirats fa un’analisi del voto spagnolo, Perry Anderson traccia un quadro molto approfondito della situazione brasiliana, Sara Hejazi descrive il faticoso e contradditorio percorso iraniano verso la democrazia e la laicità e Vania Lucia Gaito racconta quello che sta accadendo in Burundi, un paese nuovamente sull’orlo del genocidio.

Tornando all’Italia la rivista si occupa di Beni culturali con interventi del neoassessore all’urbanistica di Roma Paolo Berdini, che ricostruisce le pesanti responsabilità del centro-sinistra nel ‘sacco di Roma’, Francesco Erbani, che traccia un quadro del desolante stato dei Beni culturali in Italia, e infine Daniele Manacorda e Tomaso Montanari che si interrogano, da due punti di vista diversi, sull’opportunità o meno di ricostruire l’arena del Colosseo.

Rimanendo nell’ambito della tutela del paesaggio, l’attivista Antonia Battaglia e il direttore di Le Scienze Marco Cattaneo si confrontano sulla vicenda ‘Xylella’ in Puglia.

Ancora: l’ex ambasciatore Roberto Toscano invoca una azione europea contro la schiavitù contemporanea; Valerio Gigante spiega perché le ‘aperture’ del papa su vari temi – dalle donne prete ai gay alla comunione ai divorziati – sono solo fumo e niente arrosto;Niccoló Bellanca cerca di individuare il possibile nuovo blocco sociale di riferimento della sinistra e Pierfranco Pellizzetti analizza il rapporto fra giornalismo e cinema (p…).

Infine Giovanni Perazzoli intervista Rita Monaldi e Francesco Sorti, scrittori italiani di grande successo, ma all’estero: finalmente qualche mese fa Baldini&Castoldi ha iniziato a pubblicare i loro romanzi in Italia, ponendo fine a questo bizzarro ‘esilio letterario’.

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IL SOMMARIO

LA LINEA GENERALE

Paolo Flores d’Arcais – La sovranità è irrazionale? (Non c’è democrazia senza eguaglianza sociale)    
Che maggioranza e democrazia non coincidano non possiamo scoprirlo solo quando fa comodo. Con la Brexit è iniziata la morte dell’Europa, un’Europa che in realtà non è mai nata. Perché chi continua a riempirsi la bocca con ‘più Europa’ citando a sproposito Colorni, Rossi e Spinelli dovrebbe sapere che il tradimento del Manifesto di Ventotene è iniziato già negli anni Settanta, con la svolta liberista in cui ancora oggi siamo immersi. Quel testo delineava infatti esplicitamente un’Europa ‘socialista’, il cui faro fosse l’eguaglianza. Niente di più lontano dall’Europa della finanza e dell’establishment di oggi.

DIALOGO 1

Tariq Ramadan / Maryam Namazie – La libertà di espressione e il ricatto dell’islamofobia    
Il rispetto della sensibilità religiosa può e deve essere un limite alla libertà di espressione? Il professor Tariq Ramadan, docente di Studi islamici a Oxford, ritiene di sì e per questo considera le vignette di Charlie Hebdo su Maometto islamofobiche; Maryam Namazie, attivista atea e fondatrice del Consiglio degli ex musulmani britannici, pensa al contrario che la libertà di espressione non possa essere limitata e che l’accusa di islamofobia sia una trappola. Perché le persone vanno tutte rispettate, le idee e le religioni invece devono poter sempre essere criticate.

NOSTRA PATRIA È IL MONDO INTERO

Joan Subirats – Spagna, la nuova politica messa in standby?    
Se alle elezioni del 26 giugno scorso ha vinto l’establishment – in primis il Pp di Rajoy – e i partiti del cambiamento ottengono un risultato al di sotto delle aspettative, il governo in Spagna resta ancora un rebus perché nessuno ha la maggioranza assoluta. Intanto Podemos – che ha mancato il sorpasso sui socialisti – si interroga sull’alleanza con la sinistra classica di Izquierda Unida e ricerca formule alternative, e più radicate a livello locale, per rilanciare il suo progetto contro la Casta.

Perry Anderson – La disfatta brasiliana    
Le recenti proteste di massa che hanno portato in Brasile alla caduta di Dilma Rousseff sono solo in parte spiegabili con gli scandali che hanno investito negli ultimi mesi il Partido dos Trabalhadores. Se è vero infatti che, sul piano della moralità pubblica, l’organizzazione fondata da Lula non può ad oggi vantare alcuna differenza rispetto al resto della degradata fauna politica del paese, le cause profonde del terremoto politico che l’ha travolta vanno ricercate altrove: in anni di permanenza al potere, il Pt è stato incapace di costruire un suo blocco sociale. Questo fatto, unito alla perdita del sostegno della classe media di cui aveva inizialmente goduto, gli ha impedito di far fronte agli attacchi di una nuova destra quanto mai agguerrita e ideologicamente consapevole.

Sara Hejazi – L’Iran del dopo sanzioni    
Nel paese la rivoluzione khomeinista del 1979 è un lontano ricordo, da quell’islam politico e antioccidentale si è passati a un islam di Stato con i suoi organi di controllo pubblico simili a dei tentacoli del potere, capaci di arrivare ovunque. Ma la vittoria dei riformisti ha avviato un cammino verso un nuovo rapporto tra società e moschea e, sul piano economico, ha portato al boom del turismo e ad alcune significative liberalizzazioni. I diritti civili e il tema delle donne restano però questioni irrisolte.

Vania Lucia Gaito – Il Burundi sull’orlo di un nuovo genocidio?    
Ci sono paesi che non trovano pace. Il Burundi è uno di questi. Meno noto del suo vicino Ruanda, ha avuto una storia altrettanto tormentata, fra colonialismo europeo e genocidi. Oggi il paese si ritrova nuovamente nel caos, con gli oppositori del governo di Nkurunziza ricercati e sterminati casa per casa. Il tentativo è di aizzare nuovamente la guerra etnica fra hutu e tutsi. Tentativo che, almeno per il momento, non è riuscito.

ICEBERG – beni culturali e democrazia

Paolo Berdini – Le mani sulla città (e come liberare Roma dai ‘palazzinari’)    
Da città della sperimentazione e dei servizi a conglomerato di potentati e rendite fondiarie fino al sacco dei palazzinari. Il neoassessore della giunta Raggi spiega come il centro-sinistra in pochi anni sia riuscito a mutare il volto di Roma: “Con la conduzione del Giubileo del 2000 prende il via la costruzione di un sistema di potere alternativo al governo capitolino e proprio da questa esperienza saranno segnati gli anni successivi fino alla drammatica fase di Mafia capitale. Le città perdono ogni connotato di luoghi in cui si esprimono bisogni sociali per ridursi a mere macchine economiche che possono svilupparsi soltanto in assenza di ogni regola”.

Francesco Erbani – Ministero dei Beni culturali: avvitamento    
L’insofferenza serpeggia nelle soprintendenze, un patrimonio di saperi sempre più ridotto, senza ricambio e al quale si affianca un esercito di fantasmi: i precari. Il personale impiegato nella tutela del paesaggio e dei beni culturali in Italia è allo stremo e si sente in qualche modo sfiduciato dal ministro Franceschini, la cui attenzione è in gran parte concentrata sui grandi poli museali, i grandi siti archeologici e monumentali. Sulle deficienze strutturali invece si incide poco. Ma il tempo che passa non è un fattore neutro e senza interventi drasticamente correttivi la situazione non può che aggravarsi.

Daniele Manacorda – Colosseo e dintorni: tutela e valorizzazione del patrimonio culturale    
Nel luglio del 2014 un tweet del ministro Franceschini che si diceva d’accordo a “restituire al Colosseo la sua Arena” sca-tenò molte polemiche. L’idea era dell’archeologo Daniele Manacorda, che oggi qui ripercorre le tappe che lo portarono ad avanzare quella proposta e spiega perché ricostruire un’arena al Colosseo, utilizzandola per eventi culturali e sportivi compatibili con la tutela del monumento, sia la cosa giusta da fare.

Tomaso Montanari – Location Colosseo? No, grazie    
Mentre il patrimonio culturale e artistico italiano rischia la morte per stenti, Dario Franceschini riesce a trovare diciotto milioni e mezzo di euro per ricostruire l’arena del Colosseo e farne finalmente una sfavillante location per eventi di ogni tipo. Un progetto che – oltre a suscitare molte perplessità sulla sua fattibilità tecnica – sancirebbe la definitiva resa della politica culturale italiana ai diktat del mercato.

DIALOGO 2

Antonia Battaglia / Marco Cattaneo – Xylella: la scienza, la magistratura, i comitati    
Cos’è questo batterio che starebbe distruggendo gli ulivi del Salento, minacciando l’economia, il patrimonio e il paesaggio di un’intera regione? E come sarebbe giunto in Puglia? Nel ‘caso Xylella’ sono coinvolti diversi soggetti: dalle istituzioni locali ai tribunali passando per i comitati popolari, gli scienziati e, per ultima, la Corte di giustizia europea. Ma davvero l’eradicazione degli ulivi è l’unico modo per fermare il contagio? Un confronto tra un’attivista pugliese di vasta esperienza europea e il direttore di Le Scienze aiuta a far luce su questa complessa vicenda.

LABIRINTO

Roberto Toscano – La schiavitù, oggi    
Dagli haratin della Mauritania ai lavoratori immigrati in Qatar, dai pescatori del Myanmar ai lavoratori delle imprese tessili della comunità cinese in Italia, la schiavitù non è purtroppo un problema passato definitivamente alla storia. Un fenomeno scandaloso, che non ci possiamo permettere di ignorare e che va combattuto sia sul piano legislativo, con un Modern Slavery Act europeo, sia con consapevoli scelte dei consumatori per evitare di farsi complici acquistando prodotti che contengono lavoro schiavile.

Rita Monaldi e Francesco Sorti (in conversazione con Giovanni Perazzoli) – Bestseller e buchi neri della storia
Il loro primo libro Imprimatur, uscì in Italia nel 2002 per Mondadori. Dopo quell’esordio la coppia pubblicò altri otto romanzi storici, sempre e solo all’estero però. Finalmente qualche mese fa Baldini&Castoldi ha iniziato a far uscire i romanzi in Italia, ponendo fine a questo bizzarro ‘esilio letterario’. Romanzi ambientati nel Seicento, costruiti sulla base di lunghe e rigorosissime ricerche storiche che hanno condotto i due autori a portare alla luce documenti inediti e imbarazzanti. Come quelli che dimostrano che papa Innocenzo XI finanziò il protestante Guglielmo III d’Orange contro i cattolici inglesi.

Valerio Gigante – Donne prete, gay, comunione ai divorziati: tanto rumore per nulla    
Dal tema del sacerdozio al ruolo della donna nella Chiesa passando per lo scandalo pedofilia e i preti gay. Se il papa continua a ‘bucare’ gli schermi televisivi, a far parlare continuamente di sé, a suscitare seguito e ammirazione soprattutto nel mondo laico, in realtà nulla è granché cambiato. Solo parole: il tessuto ecclesiale resta ancora caratterizzato da una forte frammentazione, che né il pontificato della pope star Wojtyla, né quello tutto in ermellino di Ratzinger e nemmeno il Francesco style sembrano essere stati in grado di intaccare.

Nicolò Bellanca – Sinistra possibile: un ‘blocco sociale’ contro la diseguaglianza    
Se è certamente cambiata la composizione del mercato del lavoro, non è cambiata la necessità per la sinistra di individuare un blocco sociale di riferimento che possa essere coalizzato attorno ai temi dell’eguaglianza. Per farlo, occorre che la sinistra riconosca e analizzi le novità – radicali – all’interno del mercato del lavoro, che abbandoni la difesa (paradossale!) di rendite e posizioni acquisite e individui la nuova linea di conflitto sociale che percorre tutte le crescenti diseguaglianze sistemiche.

Pierfranco Pellizzetti – Il quarto potere al cinema
L’Oscar a ‘Il caso Spotlight’ ha portato nuovamente al centro del dibattito il rapporto fra stampa e cinema. Ma il livello artistico delle ultime pellicole è decisamente inferiore ai grandi classici sul tema, a partire da ‘Tutti gli uomini del presidente’. Forse perché la stampa stessa non è più quella di una volta.

www.micromega.net

Autore: redazione “Suicidate Attilio Manca”: giovedì la presentazione del libro-inchiesta di Lorenzo Baldo da: controlacrisi.org

E’ un caso irrisolto, con molte ombre e depistaggi, quello raccontato nel libro-inchiesta “Suicidate Attilio Manca”, del giornalista Lorenzo Baldo, vicedirettore di “Antimafia Duemila” che sarà presentato giovedì 21 luglio, alle ore 16, nella sala Aldo Moro della Camera dei deputati. A ricostruire la vicenda giudiziaria dell’uccisione dell’urologo che, nel 2003, fu costretto a visitare – e forse – anche a operare Bernardo Provenzano durante la sua latitanza in Francia, saranno i legali della famiglia di Attilio Manca: Antonio Ingroia e Fabio Repici che illustreranno i recenti elementi emersi che portano ad una tesi completamente diversa da quella frettolasamente archiviata come suicidio.

Parteciperanno Gianluca Manca, fratello della vittima e, in diretta Skype, la madre Angela che, nei giorni scorsi, con una lettera personale ha invitato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e che chiedono, da tempo, la riapertura del processo. Interverranno l’on. Paolo Bolognesi, promotore dell’evento, presidente dell’Associazione 2 agosto 1980, a cui si deve la recente approvazione della legge che ha introdotto il reato penale di depistaggio e il sen. Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare Antimafia. Coordinerà i lavori il giornalista Maurizio Torrealta. Al termine, l’attrice Annalisa Insardà leggerà un brano tratto del libro-inchiesta. L’evento sarà trasmesso in diretta streaming su http://www.antimafiaduemila.com