Verso lo sciopero generale Fonte: il manifesto | Autore: Mario Pierro

Corso Italia. Il direttivo Cgil a Bologna approva a stragrande maggioranza un documento contro la riforma del lavoro del governo Renzi. Camusso: «Se andrà avanti con un decreto sarà blocco totale». Prima tappa: il 25 ottobre a piazza San Giovanni a Roma

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Da Bolo­gna una Cgil com­patta ha uffi­cia­liz­zato ieri la data della mani­fe­sta­zione per il lavoro sabato 25 otto­bre a Roma in piazza San Gio­vanni. Il diret­tivo ha appro­vato un docu­mento finale con­tro il Jobs Act con soli quat­tro voti con­trari su 151 dele­gati: «È un record», ha detto la segre­ta­ria gene­rale Sus­sana Camusso. Poche ore prima, al mat­tino, dall’assemblea nazio­nale della Fiom a Cer­via, Camusso ha lan­ciato un monito al governo Renzi: «Se si deci­desse di pro­ce­dere attra­verso il decreto, biso­gnerà pro­cla­mare lo scio­pero generale».

La mani­fe­sta­zione del 25 otto­bre potrebbe essere il primo passo di un per­corso che con­durrà ad uno scio­pero gene­rale. «Siamo dispo­ni­bili al con­fronto, ma met­tiamo in conto anche la pos­si­bi­lità degli scio­peri. Quando orga­niz­ziamo un impe­gno dedi­chiamo le ener­gie lì – ha aggiunto Camusso — È evi­dente che il giorno dopo ci doman­de­remo come pro­se­guire per­chè quello non è la fine ma l’inizio di una sta­gione di mobi­li­ta­zione, che sarà legata a quanto avverrà». Camusso ha detto di «essere rispet­tosa» del pro­cesso in corso in Cisl e Uil e ha espresso la con­vin­zione che «entre­remo rapi­da­mente in un per­corso uni­ta­rio. È l’augurio che ci fac­ciamo». La posi­zione della segre­ta­ria Cgil ha rac­colto gli applausi dell’assemblea dei metalmeccanici.

Camusso ha pre­ci­sato di non volere stare dalla parte del «No», rea­gendo all’accusa ren­ziana sui sin­da­cati «con­ser­va­tori». «Non pos­siamo avere una sta­gione che è solo con­tro. Biso­gna ria­bi­tuare il Paese al fatto che non c’è solo il sì o il no ma anche un’altra pro­po­sta in campo: dob­biamo riven­di­care un diritto alla plu­ra­lità delle pro­po­ste e costruire un con­fronto che non è con­cer­ta­zione». In vista della legge di sta­bi­lità, la pro­po­sta alter­na­tiva della Cgil è «la patri­mo­niale sulle grandi ric­chezze». Le risorse così otte­nute potreb­bero essere usate «per far ripar­tire l’occupazione. Con­ti­nuiamo a pen­sare che la scelta di pigliar­sela con il mondo del lavoro sia la scelta di chi se la prende con il più debole e non ha la forza di con­fron­tarsi con i poteri veri».

Per Camusso non è vero che l’unica poli­tica espan­siva sia il taglio dell’Irap alle imprese: il recente pas­sato ha dimo­strato che non ha por­tato a inve­sti­menti nelle imprese e sul lavoro». In com­penso, il lavoro è stato ridotto ad un’idea «ser­vile» e «con meno diritti». «Noi — ha con­cluso — con­ti­nuiamo a pen­sare di essere più moderni di chi pensa che a can­cel­lare i diritti si vada verso il futuro anche per­chè il lavoro ser­vile è quello che ha carat­te­riz­zato l’ottocento, almeno rima­niamo verso il futuro».

Il segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini ha con­fer­mato la tem­pi­stica del per­corso illu­strato da Camusso, a riprova della ritro­vata unità tra i mec­ca­nici e la con­fe­de­ra­zione. «Deve essere chiaro a tutti che non sarà una mani­fe­sta­zione che con­clude una fase, ma una mani­fe­sta­zione che ini­zia una fase di mobi­li­ta­zione. Nella Cgil c’è sem­pre stata una discus­sione delle posi­zioni, que­sta è la forza della Cgil» ha detto Lan­dini che, prima di entrare nella Camera del lavoro dove il diret­tivo della Cgil ha discusso di Jobs act, ha aggiunto che la con­fe­de­ra­zione «non è mai stata divisa». Forse si rife­riva alla posi­zione del sin­da­cato con­tro Renzi che intende asfal­tare l’articolo 18 per dare un segnale ai custodi dell’austerità in Europa, non alle pole­mi­che che hanno diviso più volte la Fiom dalla Cgil negli ultimi anni.

«Non abbiamo inten­zione di accet­tare peg­gio­ra­menti e stra­vol­gi­menti dei diritti dei lavo­ra­tori — ha aggiunto — Ave­vamo già pro­cla­mato delle ore di scio­pero che si faranno nei ter­ri­tori, neces­sa­rie anche per pro­cla­mare lo scio­pero gene­rale della cate­go­ria». Rispetto all’ipotesi di una mobi­li­ta­zione uni­ta­ria con Cisl e Uil Lan­dini non ha escluso la pos­si­bi­lità di una con­ver­genza: «È impor­tante che la Cgil abbia una sua pro­po­sta, una sua piat­ta­forma e noi la rivol­giamo a tutti. È impor­tante lavo­rare per l’unità dei lavo­ra­tori che non è sem­pli­ce­mente la somma delle orga­niz­za­zioni sin­da­cali». «Non pos­siamo offrire l’idea di libertà del lavoro dando un mes­sag­gio che il sin­da­cato non è unito nel riven­di­care que­ste cose».

Poi l’affondo, pro­ba­bil­mente defi­ni­tivo, con­tro il governo Renzi. Per mesi si è voci­fe­rato sull’asse pre­fe­ren­ziale che Lan­dini avrebbe costruito con il pre­si­dente del Con­si­glio. Ieri il lea­der della Fiom sem­bra averci messo una pie­tra sopra. Il Governo Renzi «non è di cen­tro­si­ni­stra» ha detto. «Non vor­rei che il nostro pre­mier, fre­quen­tando troppo Mar­chionne e Detroit, pen­sasse di pren­dere la resi­denza in Svizzera».

Contro l’articolo 18 è chi pensa al lavoro come merce”. Intervento di Luigi Agostini, ex segret. nazionale Cgil” Autore: luigi agostinida. controlacrisi.org

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione di Luigi Agostini che mette insieme l’attacco all’Art. 18 con l’assenza di politica economica e con il Ttip. Tutto da leggere. 

La competitività è diventato l’argomento centrale di chi sostiene che l’articolo 18 rappresenta la ragione di fondo della scarsa competitività dell’apparato industriale italiano.
Partendo da tale assunto la deduzione politica è semplice: per la salvezza di tutti si può sacrificare il diritto di chi lavora (non ovviamente le proprie rendite o la propria roba). Poi si vedrà. Il discorso sulla competitività, fa scattare immediatamente il raffronto con quello che succede da altre parti, specialmente con la Germania, data la forza competitiva raggiunta dal suo apparato produttivo.Trascurando per un momento il discorso generale, cioè la miopia di una concezione che pensa che il superamento della crisi possa realizzarsi attraverso l’adozione di una forma di mercantilismo centrato sulle esportazioni, (qualcuno dovrà pur importare in tale schema), è forse utile circoscrivere e approfondire il tema.

La competitività della industria tedesca ha un nome sopra tutti gli altri, si chiama FRAUNHOFER.
L’apparato produttivo tedesco ha alle spalle una grande Agenzia pubblica (si badi pubblica) composta da circa quarantamila tra scienziati, tecnologi, ingegneri etc., espressione dei grandi Politecnici tedeschi, a cui ogni azienda, di fronte ad una qualsiasi strozzatura produttiva, può rivolgersi, stabilendo un contratto di ricerca, per avere risposta all’eventuale problema.
La FRAUNHOFER alimenta così, con le sue risposte, un continuo flusso di investimenti e, attraverso tale flusso, un processo di innovazione incrementale e sistemico. Gli investimenti infatti non si improvvisano, tanto è vero che oggi, pur portando la BCE il denaro quasi a costo zero, il cavallo non beve.

DOMANDA STRATEGICA: a quando una FRAUNHOFER italiana, vista anche la particolare struttura produttiva italiana in cui le grandi imprese, oltretutto sempre più ridotte di numero, hanno sostanzialmente smantellato i loro istituti di ricerca (Pensiamo al CSM a POMEZIA per la SIDERURGIA), e le piccole imprese vivono soprattutto copiando, o affidandosi al famigerato “genio italico”? Esempio quotidiano la vicenda dei cosiddetti distretti industriali e la loro tenuta messa a dura prova dall’atavico ed esasperato privatismo individualistico dei loro singoli componenti.

Quindi una FRAUNHOFER ITALIANA; riorganizzando, unificando, ristrutturando, potenziando e finalizzando i centri di ricerca che pur esistono e spesso anche di notevole qualità, facendo, per questa via, POLITICA INDUSTRIALE, CIOE’ INNOVAZIONE DI PROCESSI E DI PRODOTTI, e quindi Investimenti, e quindi Occupazione e Diritti.

OGGI, LA POLITICA INDUSTRIALE, NON ESSENDOCI PIU’ LE PARTECIPAZIONI STATALI ed essendo impossibili le svalutazioni competitive, PASSA ESSENZIALENTE PER TALE VIA MAESTRA.
Si tratta, se non si vuole ridurre il tutto a denuncia o invocazione, di dare quindi un seguito alla grande tradizione italiana dei Natta, degli Ippolito, dei Buzzati-Traverso e strutturare un nuovo ruolo del Pubblico a tale livello strategico, dopo il fallimento degli animals spirits del Mercato, testimoniato dalla sovraccapacità produttiva accumulata in questi decenni. La Anarchia del mercato, ammoniva già Marx, non poteva che portare a tali esiti esiziali.

Una Sinistra Pensante questo dovrebbe fare e non unirsi al coro di una classe dirigente di MISERABILI (NEL SIGNIFICATO del termine), senza idee e senza progettualità, unicamente dedita a scaricare su chi sta peggio, sostenuta da un sistema comunicativo in gran parte di “venduti al Capitale”, i costi delle sue scelte CHE HANNO PORTATO IN QUASI TUTTI I SETTORI, AD UN ACCUMULO DI SOVRACAPACITA’ PRODUTTIVA SEMPRE PIU’ DIFFICILE DA SMALTIRE E SOPRATUTTO DA SOSTITUIRE.

Qui infatti sta’ la ragione vera della crisi che stiamo attraversando, in tutto l’occidente, e specificamente in Italia, e della impossibilità di superarla, se non mettendo mano all’insieme del modello di sviluppo: modello produttivo e modello di consumo.

L’articolo 18 rappresenta storicamente l’avamposto più avanzato di una concezione che pensa il lavoro non come una merce tra le altre, da affidare al diritto commerciale; il lavoro in tale concezione rappresenta l’aspetto essenziale di ogni persona, a protezione del quale si costruisce appunto un diritto preciso, il diritto del lavoro.

L’articolo 18, -fra l’altro riformulato recentemente, rappresenta un grande test, perfino in termini di onestà e di disonestà intellettuale e morale. Non per caso, è oggetto degli attacchi più disonesti e faziosi, a partire da gente come Sacconi e Brunetta che, -travestendosi da Moderni Innovatori secondo il vero sport dell’idiotismo italiota- invitano a superare le” ideologie”, a “uscire dal novecento”, come se uno strumento di difesa verso la eventuale prepotenza padronale fosse una ideologia e non uno strumento di contenimento, è come se il capitalismo di oggi non fosse figlio e continuazione del capitalismo di ieri.

Viene se mai da pensare, per quello che si può intuire, data la segretezza in cui si stanno svolgendo le trattative del cosiddetto Patto Transatlantico tra STATI UNITI ed EUROPA, che l’articolo 18 e la libertà di dimensionamento si configurino, dato lo squilibrio di forze tra i due contraenti, come le prime vittime di un drastico ridimensionamento, se non azzeramento, dei diritti del lavoro che Sindacati e Sinistra politica hanno realizzato in EUROPA nel corso di lunghe lotte.

Tali lotte –e’ bene ricordarlo agli smemorati- hanno avuto in fondo un comun denominatore: condizionare la totale libertà dell’impresa capitalistica, “civilizzare “cioè, come alcuni dicono, gli spiriti animali del capitalismo, contrastare la tendenza spontanea dell’impresa capitalistica a ridurre il lavoro semplicemente a Merce, da affidare alle regole del diritto commerciale.

Una Sinistra sociale e politica-specie ai tempi di papa Bergoglio -qualora decidesse di ammainare il simbolo più ricco di significato del diritto del lavoro prodotto in Italia, per di più gratis, potrebbe essere ricordata come quel tale di EFESO che per passare alla storia incendiò il tempio di Diana: una delle sette meraviglie del mondo.

“No all’autunno rituale. Unire le lotte e esplicitare il confronto tra le forze del sindacalismo conflittuale”. Intervista a Cremaschia Autore: fabio sebastianida: contro lacrisi.org

L’autunno che si sta prospettando, dal punto di vista dell’azione dei soggetti politici e sindacali, rischia di rimanere molto indeterminato.
Il rischio evidente è che si faccia una stanca riproposizione di stagioni con il titolo “autunno caldo”, sapendo che anche meteorologicamente sono cambiate. E quindi bisogna attrezzarsi differentemente. Sull’assetto del lavoro nel nostro paese siamo alla resa dei conti finali. Renzi e Draghi mirano ad avere qualche flessibilità in più sulla moneta, questo potrà avvenire solo in cambio di una infinita flessibilità sul lavoro. E penso qui alla cantonata pazzesca di Landini quando ha considerato il presidente del Consiglio un interlocutore. L’esperimento Italia consiste nel tentare di costruire un governo di unità nazionale con l’idea di cambiamento, ovvero la politica della Grecia. Che poi è quanto scritto da Draghi e Trichet il 5 agosto del 2011. In quella lettera c’era il programma su tutto, dai licenziamenti ai tagli alle pensioni, alla flessibilità in uscita. C’è un secondo documento, poi, quello della banca J.P. Morgan del 28 maggio 2013. Lì si dice che per i paesi periferici non bastano le riforme economiche se non sono precedute dalle riforme politiche. Il punto centrale è che bisogna cancellare la protezione costituzionale dei diritti del lavoro. Renzi è l’uomo per fare questa politica.Cosa bisognerebbe fare secondo te?
Sarebbe necessario un investimento su tutte le lotte articolate che si possono fare e dall’altro una piattaforma per l’unificazione. E infine, una mobilitazione duratura contro il governo Renzi e il vincolo europeo. Quest’ultimo in Italia continua sfuggire tranne che per manifestazioni come il 28 giugno, che però molte forze radicali e di opposizione hanno snobbato. Al contrario di quanto è accaduto in Spagna Portogallo Grecia , da noi si fa fatica a mobilitarsi contro l’Europa del fiscal compact e di Draghi. Si tende ancora a ridurre tutto a Renzi e agli avversari italiani, e così si rischia un autunno di ritualità.

La Cgil sembra arrivata al capolinea. Si parla di tutto fuorché Dell’inefficacia della sua azione. Tattiche su tattiche che alla fine seppelliscono l’azione vitale del sindacato. Un finale inevitabile dopo la stagione della concertazione oppure c’è qualcos’altro?
Vedo che ora si proclamano le piazze per il lavoro, una sorta di talk show allargato con l’intenzione di far vedere che si esiste senza pero troppo confliggere con il governo. Non c’è niente di peggio di essere concertativi senza la concertazione. E ancora peggio è essere legati al PD, come lo è tutto il gruppo dirigente CGIL, e prendersi gli schiaffoni di Renzi. Non si è in grado di reagire. E’ inutile nasconderlo. La crisi del movimento sindacale italiano è la crisi della Cgil prima di tutto. Cisl e Uil, per loro conto, non sono molto diverse dagli anni 50. Sono un sindacato che si è sempre adattato. Sindacati di mercato, come li ha chaimati Claudio Sabattini. La Cgil ha sempre provato a forzare l’andamento del mercato costruendo controtendenze, e oggi semplicemente non ci prova più. Ogni tanto quando dico queste cose mi si dice che sono nostalgico degli anni settanta. Il problema di fondo è un altro, è che la cultura rivendicativa della Cgil non è quella degli anni settanta ma quella degli anni ottanta. Sto preparando su questo un libretto che uscirà in autunno. Mi sono reso conto che tutti gli aspetti di fondo della cultura della Cgil di oggi dal salario a flessibilità e orario sono nati negli anni 80 ovvero nel periodo del riflusso del movimento quando si cercò di trovare un’intesa con il riformismo craxiano. Tolta la concertazione resta la nudità del re, la cultura delle compatibilità. La prima cosa che dovrebbe fare la Cgil è rinnovarsi attraverso la ripresa dell’iniziativa e sbaraccare la cultura degli anni ottanta. La seconda è rompere con il PD. Ma come si fa se i gruppi dirigenti sono stati selezionati con la cultura degli anni ottanta e son tutti collaterali a quel partito? Per questo io penso che salvo sconvolgimenti, che sono il primo ad augurarmi, la Cgil non sia più riformabile. Sul terreno in cui si è infilata rischia addirittura di essere marginale.

Questo stronca qualsiasi ipotesi di interlocuzione interna
Non credo sia possibile una ricostruziome se non si investe in un progetto di incompatibilità. Negli anni ‘60 Bruno Trentin teorizzò che il salario doveva essere una variabile indipendente perché solo così si poteva forzare gli equilibri economici attraverso le lotte. Ora, con il fsical compact ogni diritto è totalmente “incompatibile”, nel senso che non c’è nemmeno più lo spazio per una rivendicazione. Per ripartire ci vuole un sindacato che si dichiari esplicitamente incompatibile.

Prima hai fatto un riferimento al sindacalismo di base, che comunque ugualmente un nodo di efficacia nelle lotte…

Ci vuole un processo costituente tra tutte le forze del sindacalismo conflittuale. Se le forze presenti in Cgil riescono ad uscire dalla nicchia in cui continuano a trovarsi possono dare un contributo importante al confronto con il sindacalismo di base. Ripeto, non si può rischiare di affrontare questa situazione con il quadro che è uscito dagli anni ottanta. E la crisi della Cgil è anche la crisi del sindacato di base. O prende piede l’idea che bisogna costruire un percorso comune oppure non se ne esce. Rottura e unità devono muoversi assieme. Oppure ci sarà quello che abbiamo già visto ma con difficoltà maggiori. Se la gente vede che si ripetono gli stessi riti senza ottenere risultati è chiaro che si allontana. Ci vuole un polo sindacale incompatibile e conflittuale con percorsi di unità di azione. Ci sono tentativi ed è tutto positivio ma bisogna fare un salto. L’accordo del 10 gennaio trasforma la concertazione in regime di complicità aziendale, chi rifiuta quel regime deve unirsi altrimenti o sarà riassorbito o sarà spazzato via. Ci si prospetta un futuro molto americano con un sindacato burocratico e aziendalista, mentre sono i padroni a decidere come devono essere fatti gli accordi. Senza un progetto per scardinare questo sistema ci saranno sì momenti di lotta, ci sono già oggi dai facchini della logistica ai tranvieri di Genova, ma da soli non saranno in grado di cambiare la tendenza negativa di fondo. Renzi, il padronato e le banche si rafforzano per le evidenti mancanze nostre. Per questo penso che tutto il sindacalismo conflittuale dovrebbe riunirsi attorno ad un tavolo non solo per decidere questa o quella manifestazione, ma per discutere sul serio su come si va avanti ..

Per la Fiom si sta chiudendo una fase iniziata con il No alla Fiat. Oggi sembra rimanere ben poco di quella rottura…
Il gruppo dirigente della Fiom fece nel 2011 una scelta. Quando all’inizio del 2011 si era costruito attorno alla Fiom un grande movimento di lotta che partiva dalla Fiat era chiaro che non poteva fermarsi lì. Se la Fiom avesse da lì scelto una rottura esplicita con il gruppo dirigente Cgil oggi le cose sarebbero diverse. Occorreva aprire un processo in cui la Fiom metteva insieme le forze con le quali era scesa in piazza. Nel gennaio del 2011 una iniziativa Fiom era diventata quasi uno sciopero generale. C’è stata una discussione esplicita e Landini ha detto che c’era un limite di compatibilità con la Cgil.E’ stato il momento della compatibilizzazione della Fiom. La Fiom è ancora una grande organizzazione ma sicuramente l’occasione è stata persa. Mi auguro che le iniziative in autunno riescano ma sono assolutamente confuse e contraddittorie. La Fiom deve prima di tutto dire che scende in piazza contro Renzi e poi essere disponibile al confronto con tutte le forze del sindacalismo di base e conflittuale. Altrimenti è un film già visto.

Cobas chiama il dissenso Cgil: “Costruiamo iniziative comuni su pensioni e orario?”. Intervista a Federico Giusti | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Federico Giusti, Cobas pubblico impiego, sono partite le assemblee di cgil cisl uil per approvare la piattaforma su fisco e previdenza: qual è la vostra posizione?
Innanzitutto le piattaforme si costruiscono non a tavolino ma a partire dai luoghi di lavoro e dalla società, l’esatto contrario di quanto sta accadendo. Le assemblee in agosto poi la dicono lunga sull’obiettivo della campagna che non vuole un coinvolgimento diretto e attivo della forza lavoro, dei giovani e disoccupati ma una sorta di via libera ad una trattativa al ribasso visto che il Governo Renzi non sta trovando opposizione da parte di Cgil Cisl Uil nonostante vada devastando la pubblica amministrazione e il welfare.Dall’interno della Cgil si fanno sentire voci critiche verso la propria segreteria generale, per essersi trovata d’accordo con Cisl e Uil su quella piattaforma e senza una una decisione democratica nei vari settori della Cgil stessa; noi vorremmo partire da queste considerazioni con una domanda: ve la sentite di contruire iniziative comuni sui contenuti e sulle pratiche di opposizione, oppure la stessa Rete 28 aprile si limita ad un dissenso formale che non va oltre le parole?.

Ma la critica si estende anche al contenuto della piattaforma?
E ci mancherebbe altro, del resto la posizione di Sergio Bellavita su Alitalia è pienamente condivisibile anche laddove critica Usb per avere sottoscritto una parte di questo infame accordo. Sul tema del fisco, la richiesta di ridurne il peso su stipendi e pensioni, di per sé condivisibile, non affronta il tema della lotta all’ingiustizia fiscale, per colpire come si dovrebbe patrimoni alti e medio-alti, rendite e profitti. Questo punto è dirimente, non una questione di principio ma il solo strumento per far arrivare risorse nelle casse statali per impedire la demolizione dello stato sociale (sanità, istruzione, assistenza ai cittadini senza lavoro perché colpiti dalla crisi in atto).

Sul tema delle pensioni -continua ancora la critica interna alla Cgil- non si chiede la cancellazione della legge Fornero, ma soltanto parziali correzioni degli elementi di maggiore ingiustizia, tra cui la questione dei cosiddetti “esodati” (lavoratori licenziati e spediti in mobilità in attesa di una pensione, poi mai arrivata). All’indomani della sortita governativa che minaccia un ulteriore aumento dell’età necessaria per andare in pensione, nulla la piattaforma Cgil-Cisl-Uil dice a questo proposito. Come pensiamo di costruire nuovi posti di lavoro se si va in pensione alle soglie dei 70 anni vuoi per le riforme previdenziali, vuoi perchè dopo anni di precariato hai assegni previdenziali da fame, calcolati con il sistema contributivo che andrebbe seriamente rimesso in discussione, al pari del meccanismo che ha eliminato ogni automatico adeguamento del potere di acquisto di salari e pensioni al costo della vita. Pensiamo ad un lavoratore dipendente da quasi sei anni senza contratto: quanto ha perso il potere di acquisto in termini reali? Centinaia di euro all’anno, migliaia, soldi che non saranno piu’ restituiti neppure in infima parte.

Hanno fuso nel frattempo alcuni fondi previdenziali integrativi (sirio e perseo, per esempio)…
Non c’è un euro e i lavoratori non si fanno piu’ abbindolare dalla sirena dei fondi previdenziali. Nell’ultimo anno non abbiamo piu’ visto i sindacalisti distaccati se non per promuovere i fondi previdenziali, la conseguenza è che tutti plaudono ai tagli dei permessi sindacali non capendo la posta in gioco. Un impiegato che sta per andare in pensione in un Comune a 64 anni di età e oltre 41 di contributi ci diceva: ” basta con i sindacalisti di mestiere che vengono a fare i piazzisti dei fondi previdenziali, se poi gli levano i permessi non vengano a piangere da noi”. Come dargli torto? Chi andrà a spiegare a questo lavoratore con quasi 40 anni di tessera Cgil che la Riforma della Pa lo colpisce direttamente come lavoratore e cittadino attaccando il lavoro e il welare?

Pericoloso, per tornare ala piattaforma, che sia riproposto il meccanismo del silenzio/assenso per destinare il proprio TFR ai fondi pensionistici della previdenza complementare. Il che vuol dire che, per non volere aderire a questa fregatura (dal 2007, anno di lancio in grande stile di questi fondi, l’investimento fatto da non pochi lavoratori che vi hanno aderito ha causato loro perdite notevoli di interessi rispetto a quelli maturati dal TFR lasciato in azienda), occorre che tu lo dichiari formalmente per iscritto, perché il silenzio, magari dovuto a dimenticanza, viene considerato adesione!

Quali sono allora le vostre proposte?
Come Cobas, mentre diciamo che siamo d’accordo con queste critiche provenienti dal seno della Cgil, vorremmo aggiungere che nella piattaforma non c’è alcun riferimento al peggioramento, introdotto dal decreto-legge del ministro del lavoro Poletti, ai contratti a termine e all’apprendistato; e neppure si dice qualcosa contro il nuovo attacco al Contratto Nazionale da parte dell’Associazione principale dei padroni, la Confindustria; e non si dice niente nemmeno rispetto a dichiarazioni forcaiole provenienti dall’interno del governo, tese ad abolire totalmente l’articolo 18, quello che conserva, anche se minima, una tutela rispetto ai licenziamenti illegittimi. Insomma, ogni rivendicazione contro il padronato resta tabù.

E meno che mai si affronta la questione del sostegno economico per disoccupati e precari. Quindi andiamo a proporre a chi è critico dentro la Cgil di costruire insieme nei luoghi di lavoro posizioni condivise e una pratica conseguente. Allo stato attuale manca proprio a una vertenza che risponda adeguatamente ai bisogni dei lavoratori, dei disoccupati, degli inoccupati, dei pensionati, dei precari, degli apprendisti.

Una vertenza che apra seriamente una stagione di riconquista dei diritti, quindi ripartiamo dalle posizioni comuni e soprattutto non lasciamo che attorno a queste assemblee si costruisca un consenso a posizioni , quelle di cgil cisl uil, che sono ormai la stampella su cui si sorregge il Governo.

In vista del prossimo autunno dovremmo costruire una piattaforma alternativa sugli stessi temi, non limitarci ad un mero dissenso. Ma chi se la sente di andare oltre gli steccati e ragionare a tutto campo?

Disoccupazione ai massimi dal 1977, il tasso tra i giovani vola al 46% e al Sud al 61%. Prc: “Disastro del Paese” da: controlacrisi.org

Nel primo trimestre 2014, con minore intensità, prosegue il calo tendenziale del numero di occupati (-0,9%, pari a -211.000 unità), soprattutto nel Mezzogiorno (-2,8%, pari a -170.000 unità). La riduzione degli uomini (-1,3%, 164.000 unità in meno) si associa a quella più contenuta delle donne (-0,5%, pari a -47.000 unità). Al persistente calo degli occupati di 15-34 anni e dei 35-49enni (rispettivamente -2,3 e -0,8 punti percentuali del tasso di occupazione) continua a contrapporsi la crescita degli occupati con almeno 50 anni (+1,0 punti).La riduzione tendenziale dell’occupazione italiana (-199.000 unità) si accompagna alla contenuta flessione di quella straniera (-12.000 unità). In confronto al primo trimestre 2013, il tasso di occupazione degli stranieri segnala una riduzione di 1,6 punti percentuali a fronte di un calo di 0,3 punti di quello degli italiani.

Nell’industria in senso stretto rallenta il calo tendenziale dell’occupazione (-0,3%, pari a -16.000 unità), cui si associa la nuova marcata contrazione di occupati nelle costruzioni (-4,8%, pari a -76.000 unità). L’occupazione si riduce anche nel terziario (-0,5%, pari a -83.000 unità), ma il calo riguarda solo il Mezzogiorno.

Non si arresta il calo degli occupati a tempo pieno (-1,4%, pari a -255.000 unità rispetto al primo trimestre 2013), che in più di sei casi su dieci riguarda i dipendenti a tempo indeterminato (-1,4%, pari a -169.000 unità). Gli occupati a tempo parziale continuano ad aumentare (1,1%, pari a +44.000 unità), ma la crescita riguarda esclusivamente il part time involontario (il 62,8% dei lavoratori a tempo parziale).

Per il quinto trimestre consecutivo scende il lavoro a termine (-3,1%, pari a -66.000 unità), cui si accompagna per il sesto trimestre la diminuzione dei collaboratori (-5,5%, pari a -21.000 unità).

Il numero dei disoccupati è in ulteriore aumento su base tendenziale (+6,5%, pari a +212.000 unità) e riguarda sia coloro che hanno perso il lavoro sia le persone in cerca del primo impiego. L’incremento, diffuso su tutto il territorio nazionale, interessa in quasi sei casi su dieci i giovani con meno di 35 anni. Il 58,6% dei disoccupati cerca lavoro da un anno o più (54,8% nel I trimestre 2013).

Il tasso di disoccupazione trimestrale è pari al 13,6%, in crescita di 0,8 punti percentuali su base annua; per gli uomini l’indicatore passa dall’11,9% all’attuale 12,9%; per le donne dal 13,9% al 14,5%. Aumentano i divari territoriali, con l’indicatore nel Nord al 9,5% (+0,3 punti percentuali), nel Centro al 12,3% (+1,0 punti) e nel Mezzogiorno al 21,7% (+1,6 punti).

Nel primo trimestre 2014, dopo tre trimestri di crescita, diminuisce il numero di inattivi 15-64 anni (-0,6%, pari a -92.000 unità). Il calo si concentra nel Centro, alimentato per oltre due terzi dalle donne.

Per il segretario del Prc Paolo Ferrero, si tratta di “dati disastrosi”, “il primo effetto della Riforma Fornero che ha aumentato a dismisura l’età per andare in pensione”. “Ci dicono che il governo Renzi – prosegue Ferrero – ha centrato l’obiettivo che ha scritto nero su bianco nel Documento Economico e Finanziario. Gli italiani che non lo sanno ma il governo Renzi nel suo documento programmatico ha previsto l’aumento della disoccupazione anche per il prossimo anno. E’ quindi inutile che Poletti faccia il volto preoccupato: il governo sta realizzando i suoi obiettivi, peccato che questi siano un disastro per il paese. Per battere la disoccupazione è necessario rovesciare la politica economica del governo: abolire la riforma Fornero e fare un piano pubblico per il lavoro, usando i soldi che oggi vengono regalati alla speculazione finanziaria.”

La legge liberista del lavoro Fonte: il manifesto | Autore: Giorgio Airaudo

Job Act. Anche gli economisti del Fmi dicono che tra la flessibilità e il lavoro non c’è un rapporto di causa-effetto

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Quando pochi mesi fa, il segre­ta­rio del Pd Renzi aveva chie­sto al governo Letta una svolta, a par­tire dalle poli­ti­che per il lavoro con il Job Act , gli ave­vamo voluto cre­dere. Sape­vamo che non era­vamo e non saremo stati d’accordo su tutto ma final­mente si met­te­vano in ordine le prio­rità e si ini­ziava a discu­tere delle solu­zioni per le ita­liane e gli ita­liani che hanno come prima ango­scia il lavoro. Il lavoro perso, ricer­cato, insi­curo, insta­bile per sé o per i pro­pri figli e spesso ora­mai per le pro­prie madri e i pro­pri padri (gli eso­dati creati dalla riforma delle pen­sioni di Monti).

Invece in par­la­mento abbiamo assi­stito a discus­sioni sur­reali che pro­pon­gono di esten­dere l’apprendistato ai cin­quan­tenni quando baste­rebbe pren­dere atto dell’errore e rimet­tere mano alla riforma For­nero abbas­sando da subito almeno l’età pen­sio­na­bile facendo ripar­tire il turn over . Ma il pre­si­dente del con­si­glio arri­vato “sere­na­mente” al governo ral­lenta e smen­ti­sce sul lavoro la tanto pro­pa­gan­data velo­cità pro­po­nen­doci un decreto e un dise­gno di legge. In nes­suno dei due prov­ve­di­menti tro­viamo la can­cel­la­zione delle tante forme di fles­si­bi­liz­za­zione inse­rite nel mer­cato del lavoro negli ultimi 20 anni. Dati Ocse dicono che, in Europa, l’Italia è il paese a più alta fles­si­bi­lità, di gran lunga supe­riore a quella di Ger­ma­nia e Francia.

Non si pro­pone di sosti­tuire que­ste forme pre­ca­rie con l’annunciato con­tratto a tutele pro­gres­sive, non si dice, come invece si ipo­tiz­zava nel Job Act , quali sono i set­tori stra­te­gici indu­striali per il paese e cosa si fa per difen­derli e svi­lup­parli men­tre il lavoro che c’è e potrebbe restare se ne va: dalla grande Fiat alla pic­cola Agrati, atten­dendo le intenzioni/condizioni di Ethiad per Ali­ta­lia e vedendo spe­gnere l’altoforno di Piom­bino difeso dalla miglior classe ope­raia ita­liana e dal papa.

Que­ste sono le domande che ave­vano e hanno biso­gno di rispo­ste veloci, invece il governo ci fa votare d’urgenza la dere­go­la­men­ta­zione dei con­tratti a ter­mine e la sva­lu­ta­zione del con­tratto d’apprendistato. Cioè pro­se­gue come tutti i governi che l’hanno pre­ce­duto nelle poli­ti­che della “auste­rità espan­siva”, quelle poli­ti­che che hanno depresso l’economia senza risa­nare i conti.
In con­ti­nuità con le indi­ca­zioni della Bce e della Com­mis­sione ci viene pro­po­sta nuova fles­si­bi­lità nei con­tratti dicen­doci che aiu­terà a creare nuovi posti di lavoro e a ridurre la disoc­cu­pa­zione, quando le evi­denze empi­ri­che ci dicono il con­tra­rio. Molte ricer­che hanno rile­vato che una mag­giore pre­ca­rietà dei con­tratti può addi­rit­tura deter­mi­nare più disoccupazione.

Anche Oli­vier Blan­chard, capo eco­no­mi­sta del Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale, è arri­vato a rico­no­scere che non vi è una pre­cisa cor­re­la­zione tra fles­si­bi­lità e ridu­zione della disoc­cu­pa­zione. E la ragione sta nel fatto che i con­tratti pre­cari se da un lato pos­sono spin­gere le imprese a creare posti di lavoro in una fase di cre­scita eco­no­mica, dall’altro con­sen­tono alle aziende di distrug­gere facil­mente quei posti di lavoro nelle fasi di crisi, come è acca­duto in que­sti anni in Ita­lia dove i primi licen­ziati “ignoti” di que­sta crisi sono stati i pre­cari a vario titolo e con­tratto.
In Ita­lia negli ultimi 5 anni abbiamo perso circa un milione di posti di lavoro con un incre­mento del 90 per cento delle insol­venze delle imprese. Sono per­dite colos­sali, di pro­por­zioni sto­ri­che, che andreb­bero affron­tate con una nuova poli­tica eco­no­mica pub­blica, imma­gi­nando un New Deal ita­liano per un New Deal europeo.

Vice­versa pen­sare di inver­tire la rotta con 80 euro in più al mese in busta paga, nean­che a tutti e in par­ti­co­lare non ai più deboli, inca­pienti, pen­sio­nati al minimo, false par­tite Iva nella crisi è un illu­sione. Mi viene in mente cosa mi diceva un vec­chio ope­raio metal­mec­ca­nico di Torino: «Quando ti rega­lano qual­cosa devi chie­derti cosa ti stanno per pren­dere». C’è biso­gno urgente di inve­sti­menti, ricerca, for­ma­zione, spe­cia­liz­za­zione e tec­no­lo­gia. La trap­pola della fles­si­bi­lità crea occu­pa­zione solo tran­si­to­ria; la con­suma, e poi la espelle, sep­pel­lendo, insieme ai posti di lavoro, le stesse imprese sem­pre più inca­paci di com­pe­tere lungo la linea della pro­dut­ti­vità e dell’innovazione.

La fles­si­bi­lità sosti­tuendo il lavoro (poco qua­li­fi­cato) al capi­tale e alla tec­no­lo­gia, erode la pro­dut­ti­vità, man­tiene le imprese (in par­ti­co­lare quelle pic­cole e pic­co­lis­sime) in uno stato di pre­ca­ria soprav­vi­venza, con il rischio di veder disin­te­grare il sistema pro­dut­tivo e occu­pa­zio­nale ita­liano in tempi bre­vis­simi se non si fuo­rie­sce da que­sto declino. E allora appare chiaro che il governo ha messo la fidu­cia sul decreto lavoro non tanto e non solo per­ché al sena­tore Sac­coni non è parso vero di poter otte­nere dal governo del segre­ta­rio del Pd ciò che non aveva otte­nuto come mini­stro dal governo Ber­lu­sconi, né per le modi­fi­che che la sini­stra del Pd ha appor­tato al testo (modi­fi­che che ridu­cono il danno ma non inver­tono il segno del Decreto verso una ulte­riore pre­ca­riz­za­zione dei con­tratti di lavoro con novità peg­gio­ra­tive della riforma For­nero, come l’eliminazione della cau­sale sui con­tratti a tempo deter­mi­nato e la pos­si­bi­lità di pro­ro­gare que­sti con­tratti con l’annacquamento dell’obbligo for­ma­tivo e di sta­bi­liz­za­zione degli apprendisti).

Ma per­ché senza la fidu­cia si sarebbe rive­lata tutta l’impotenza ad andare oltre, in que­sta alleanza di governo, oltre le poli­ti­che di auste­rità e di ridu­zione dei diritti dei lavo­ra­tori, oltre la pra­tica tar­diva, che ha sedotto anche l’ex mini­stro Bondi, di un blai­ri­smo con 15 anni di ritardo, oltre la sini­stra verso una terra di nes­suno. Resu­sci­tando un libe­ra­li­smo che ha fal­lito, creando nuove povertà, distrug­gendo la classe media, iso­lando e divi­dendo il lavoro e instal­lando un oli­gar­chia che nella crisi anche in Ita­lia con­ti­nua ad arric­chirsi. Un libe­ra­li­smo cri­ti­cato e supe­rato anche nei paesi d’origine.

Il mini­stro Poletti in que­sti giorni ha detto che «pre­fe­ri­sce una riforma che fun­zioni ad una riforma giu­sta che non fun­ziona». Io penso che frasi di que­sto tipo cer­ti­fi­chino i fal­li­menti non i risul­tati. Invece il nostro para­me­tro di giu­di­zio è cosa viene di buono ai pre­cari, ai disoc­cu­pati, agli ope­rai e al lavoro dipen­dente tutto. Noi non vediamo risul­tati per loro, vediamo ricat­ta­bi­lità, divi­sione e soli­tu­dine cre­scente e per que­sto abbiamo votato con­tro. Per costruire una sini­stra dell’ alter­na­tiva alle poli­ti­che di auste­rità e di grandi alleanze in Ita­lia e in Europa.

Mai più morti sotto i palchi! da: il manifesto

Roma 2012:
pre­si­dio dei lavo­ra­tori dello spettacolo

(da La Furia dei cervelli)

Una peti­zione per i diritti degli ope­rai dello spet­ta­colo live ha rac­colto oltre 80 mila firme. Inter­vi­sta a Paola Armel­lini, madre  di Mat­teo, dece­duto alle­stendo un palco di Laura Pau­sini. 
A poco più di due anni dall’incidente che causò la morte di Mat­teo Armel­lini, la Pro­cura della Repub­blica presso il tri­bu­nale di Reg­gio Cala­bria, ha con­cluso la fase inve­sti­ga­tiva indi­vi­duando sette per­sone alle quali viene con­te­stato il reato di omi­ci­dio col­poso.

Paola Armel­lini, la madre di Mat­teo, ha rac­colto più di ottan­ta­mila firme, e rin­gra­zia di cuore per aver fir­mato, ma dal Mini­stero del Lavoro ancora nes­suna risposta.

Oggi chiede di nuovo  che le norme sulla sicu­rezza del lavoro e le norme sulle costru­zioni attual­mente in vigore siano inte­grate con pro­po­ste a tutela degli ope­rai dello spet­ta­colo. E’ ora di dire basta ai morti sotto i palchi!

Di seguito l’intervista a Paola Armel­lini rea­liz­zata nell’agosto 2013

***

«Io resto in attesa. Sono ferma al 5 marzo 2012 quando mio figlio Mat­teo è morto schiac­ciato da una strut­tura che pesava ton­nel­late al Pala­ca­la­fiore di Reg­gio Cala­bria, men­tre si stava alle­stendo il palco per un con­certo di Laura Pau­sini». Da quel giorno Paola Armel­lini chiede nuove leggi per tute­lare gli ope­rai dello spet­ta­colo costretti a svol­gere un lavoro in con­di­zioni di scarsa sicu­rezza. Sul sito change​.org, ha lan­ciato la peti­zione «Sicu­rezza per gli ope­rai degli spet­ta­coli live: mai più morti sotto i pal­chi!» che ha rac­colto più di 40 mila firme in una man­ciata di giorni. L’appello è rivolto alle mas­sime cari­che dello Stato e al mini­stro del lavoro Enrico Giovannini.

 

Quali sono le pro­po­ste prin­ci­pali dell’appello?
In primo luogo la defi­ni­zione di una nor­ma­tiva con­trat­tuale spe­ci­fica per chi lavora nello spet­ta­colo live. C’è poi l’obbligo della coper­tura assi­cu­ra­tiva a carico del com­mit­tente o del datore di lavoro. E la veri­fica dell’idoneità delle loca­tion che accol­gono le mega strut­ture dei con­certi. L’anno scorso il Pre­fetto di Roma aveva preso posi­zione: i pro­getti devono essere pre­sen­tati in tempi utili per essere con­trol­lati. Oggi non se ne parla più.

Per­ché lo spet­ta­colo dal vivo è un sistema a sca­tole cinesi?
Que­sto mondo fun­ziona sul sistema degli appalti e dei subap­palti. Al ver­tice c’è una pro­du­zione che appalta il lavoro a coo­pe­ra­tive o società. Que­ste ultime subap­pal­tano ad una rete di for­ni­tori. Le società di pro­du­zione, i pro­mo­ter, i ser­vice e le coo­pe­ra­tive di gestione dei tour oggi for­mano una rete tal­mente com­plessa che il ver­tice della pira­mide spesso non sa cosa fa la base. E vice­versa. Per que­sta ragione chie­diamo l’introduzione dell’obbligo di pren­dere i nomi­na­tivi di chi sta sul cantiere.

Che cosa s’intende per «gigan­ti­smo» in que­sto mondo?
Quello dei con­certi è un busi­ness milio­na­rio. Il mer­cato della musica è forse l’unico in attivo oggi, impone ritmi fre­ne­tici e pal­chi sem­pre più grandi e tec­no­lo­gici. Oltre al gua­da­gno, que­sto gigan­ti­smo porta al rispar­mio sulla sicu­rezza dei lavo­ra­tori. Visto che la sicu­rezza costa, si pre­fe­ri­sce rispar­miare sulla mano­do­pera. Io non dico che biso­gna fer­mare tutto, ma che biso­gna con­trol­lare i turni e disten­dere i tempi affret­tati della programmazione.

Che cosa intende per «sicu­rezza»?
In que­sto set­tore la sicu­rezza è par­ti­co­lare. Tal­volta incro­cia quella dell’edilizia, ma la nor­ma­tiva dev’essere più spe­ci­fica. Il lavoro degli ope­rai dello spet­ta­colo, molti dei quali ope­rano in altezza, dev’essere con­si­de­rato un lavoro ad alto rischio. Biso­gna rego­lare i turni e non ren­derli illi­mi­tati com’è acca­duto a Mat­teo che il giorno prima di Reg­gio Cala­bria era ad Ancona. La sicu­rezza non è data solo dai guanti o dal caschetto. È un sistema molto più com­plesso: biso­gna dare più mezzi all’ispettorato del lavoro, per­met­tere alle Asl di inter­ve­nire 24 ore su 24. La sicu­rezza è data anche dal con­trollo sulla qua­lità del mate­riale e delle strut­ture. Basta una vite avvi­tata male come nel mec­cano e tutto può crol­lare. La sicu­rezza è anche un fatto cul­tu­rale e inte­ressa chi lavora in prima per­sona. Ma par­lia­moci chiaro: c’è la paura di per­dere il posto e que­sto fa sì che tutto resti sem­pre uguale.

Quale potrebbe essere il con­tri­buto degli arti­sti?
Si dice sem­pre che i can­tanti non c’entrano niente con i crolli dei pal­chi. Certo loro non si occu­pano degli ope­rai, ma qual­cuno dovrà occu­parsi del sistema dove lavo­rano anche loro. Come geni­trice io gli chie­de­rei: avete figli? Ogni vit­tima è un figlio, sia sul lavoro sia in guerra. Se i can­tanti danno valore alla vita, non pos­sono con­ti­nuare a sce­gliere le mega-strutture come se fos­sero un bel vestito da com­prare solo per­ché è stupendo.

La peti­zione ha rice­vuto rispo­ste fino ad oggi?
No. Sono parec­chio avanti con gli anni, ma fin­ché avrò vita con­ti­nuerò que­sta bat­ta­glia. Ripar­tirò ogni mat­tina per­ché non c’è più Mat­teo. E non lo fac­cio per­ché sono una madre addo­lo­rata, ma per le ingiu­sti­zie che sono seguite dopo la sua morte. Non voglio oboli, ma voglio la giu­sti­zia che spetta ai cit­ta­dini del mondo. Mat­teo era uno di que­sti e lui avrebbe voluto tutto questo.

Roberto Cic­ca­rell

La breccia di porta Renzi Fonte: il manifesto | Autore: Giorgio Airaudo e Giulio Marcon

Lista Tsipras. La posta in gioco non è semplicemente il risultato elettorale (superare la soglia del 4% non sarà semplice), ma riaprire il dibattito e una iniziativa su uno spazio politico a sinistra del Pd non subalterno e residuale

Matteo Renzi At The Democratic Party PD National Assembly

Girando per l’Italia, due sono le sen­sa­zioni per l’avventura appena ini­ziata della Lista per l’ Altra Europa con Tsi­pras : la dif­fi­coltà e la fatica (di rac­co­gliere le firme, ma anche di con­tem­pe­rare diver­sità e vec­chie rug­gini) e l’entusiasmo per un’iniziativa che ha rimesso in gioco ener­gie e spe­ranze per una sini­stra senza agget­tivi  e per un suo ritorno al par­la­mento euro­peo dopo cin­que anni di assenza. C’è innanzi il tre­mendo osta­colo con cui ci si è con­fron­tati — e che sem­bra sulla via di solu­zione — della rac­colta delle firme: rac­co­glierne 3mila in Valle d’Aosta e 15mila in Sici­lia è una richie­sta pale­se­mente incon­grua, ingiu­sta e ves­sa­to­ria verso chi cerca di per­cor­rere la strada di una rap­pre­sen­tanza poli­tica nuova. La posta in gioco poi non è sem­pli­ce­mente il risul­tato elet­to­rale (supe­rare la soglia del 4% non sarà sem­plice), ma ria­prire il dibat­tito e una ini­zia­tiva su uno spa­zio poli­tico a sini­stra del Pd non subal­terno e residuale.

Per chi avesse – anche den­tro Sel – guar­dato nei mesi scorsi soprat­tutto all’evoluzione interna del Pd dev’essere ormai chiaro che l’ipotesi di fare la quarta o quinta cor­rente di sini­stra den­tro il Pd (oltre ai civa­tiani, dale­miani, ber­sa­niani, gio­vani tur­chi, ecc) non ha alcun senso poli­tico: è una stra­te­gia con­dan­nata al fal­li­mento dal “nuo­vi­smo con­ser­va­tore” di Mat­teo Renzi. Anche nella ipo­te­tica rico­stru­zione di un rap­porto — dina­mico e con­flit­tuale — con il Pd, l’esistenza di una forza di sini­stra auto­noma, irri­du­ci­bile alle lar­ghe intese e radi­cal­mente oppo­sta alla logica dell’austerità e del fiscal com­pact diventa un pas­sag­gio fon­da­men­tale da per­cor­rere sino in fondo. Renzi, nel suo eclet­ti­smo deci­sio­ni­sta e velo­ci­sta, mescola con­fu­sa­mente qual­che buon pro­po­sito tutto da vedere (come il taglio dell’Irpef) nelle non indif­fe­renti moda­lità di ero­ga­zione con la con­ti­nua­zione della pre­ca­riz­za­zione del mer­cato del lavoro come rispo­sta alla domanda di lavoro: la più clas­sica e ver­go­gnosa delle ricette libe­ri­ste che sca­rica sulla soli­tu­dine della per­sona la respon­sa­bi­lità di un’ occu­pa­zione qual­si­vo­glia dove il lavoro è svalutato.

Se la Lista per l’Altra Europa dovesse otte­nere un buon risul­tato, nulla sarà come prima e nes­suna forza poli­tica che a que­sto risul­tato ha con­tri­buito potrà pen­sare di col­ti­vare la pro­pria auto­suf­fi­cienza. Bensì dovrà essere capace, con gene­ro­sità e pren­dendo l’iniziativa, di costruire un campo più largo e plu­rale, per­cor­rendo strade nuove. Non certo quelle della vec­chia sini­stra arco­ba­leno o dei vec­chi car­telli — redu­ci­sti e mino­ri­tari — di pic­coli par­titi e forze ormai con­su­mate in que­sti ultimi quat­tro anni che hanno cam­biato tutto nel pano­rama poli­tico e sociale.

Se, come ha detto più volte Nichi Ven­dola il tema non è quello del par­tito , ma della par­tita , quella da gio­care dopo il 26 mag­gio — se la Lista Tsi­pras avrà un risul­tato — è di pren­dere l’iniziativa, e non subirla, per met­tersi al ser­vi­zio della costru­zione di un campo della sini­stra senza agget­tivi. Una sini­stra sog­getto del governo del cam­bia­mento, radi­cal­mente alter­na­tivo alle lar­ghe intese e alle “pic­cole patrie” gene­rate dalla crisi della sini­stra, in grado di aggre­gare chi è col­pito dall’austerità. Quelle lar­ghe intese e quell’austerità che hanno segnato la subal­ter­nità di una parte della sini­stra euro­pea (come ricor­dato anche da Schulz) alle ricette di un con­ser­va­to­ri­smo tec­no­cra­tico che — pro­vo­cando depres­sione eco­no­mica, impo­ve­ri­mento e dise­gua­glianze — ha impe­dito un’uscita della crisi nel segno del lavoro, dell’eguaglianza e di un nuovo modello di sviluppo.

In que­sto senso vanno pen­sate anche le rela­zioni con il Movi­mento 5 stelle. Non si tratta né di farne degli “intoc­ca­bili della poli­tica”, né di imba­stire ope­ra­zioni poli­ti­ci­ste, spe­rando di stac­care qual­che pezzo di gruppo par­la­men­tare. Occorre par­lare diret­ta­mente a chi (mol­tis­simi vec­chi elet­tori della sini­stra) ha votato per i 5 Stelle e in secondo luogo assu­mere i temi, anche con mag­giore radi­ca­lità, che sono alla base di quel movimento.

La strada giu­sta , in Ita­lia come in Europa, è quella pre­sen­tata qual­che giorno fa a Bru­xel­les dall’incontro della Rete euro­pea degli eco­no­mi­sti pro­gres­si­sti (Euro-pen): fine dell’austerità, supe­ra­mento della pre­ca­rietà, demo­cra­tiz­za­zione delle isti­tu­zioni euro­pee, pro­mo­zione di un new deal sociale ed eco­lo­gico, regole dei mer­cati finan­ziari. E’ in gioco il supe­ra­mento delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste e con esse della tena­glia tecnocrazia-populismo che ha stri­to­lato in que­sti anni la poli­tica demo­cra­tica, la sovra­nità popo­lare, la rap­pre­sen­tanza, il lavoro.

Questi anni buttati dall’Europa da: il manifesto.it

Rodotà. “Andare oltre il mercato era un programma acquisito. Ormai non bastano le battute di Renzi. Bene la lista Tsipras, ma troppe gelosie in partenza. E torna La Via Maestra contro il pareggio di bilancio in Costituzione”

Stefano Rodotà alla manifestazione La Via Maestra del 12 ottobre scorso a Roma

Pro­fes­sore Ste­fano Rodotà, è anche lei pre­oc­cu­pato per il risul­tato delle ammi­ni­stra­tive francesi?

Sì, nel senso che temo possa avere un effetto di tra­sci­na­mento in altri paesi. Ma non capi­sco lo stu­pore, è un risul­tato lar­ga­mente annun­ciato che solo sbri­ga­ti­va­mente si può attri­buire alla cat­ti­ve­ria del popu­li­smo, dall’antipolitica, dall’antieuropeismo cieco. È piut­to­sto l’esito con­se­guente della poli­tica della Com­mis­sione euro­pea, che in que­sti anni ha fatto come Mar­ga­ret That­cher: «La società non esi­ste», hanno detto a Bruxelles.

Non vede qual­che segnale di cam­bia­mento di linea?

Adesso, nella fase pre­e­let­to­rale, e molto timido. Ma non è di qual­che bat­tuta del pre­si­dente del Con­si­glio ita­liano che abbiamo biso­gno, quanto di met­tere al cen­tro dell’agenda ita­liana un ripen­sa­mento pro­fondo delle poli­ti­che europee.

Renzi dice di volerlo fare, ma dice anche che intende rispet­tare tutti i para­me­tri europei.

Dovrebbe bat­tere un colpo in que­sta fase, in que­sta cam­pa­gna elet­to­rale. L’altra Europa non può aspet­tare che il pre­si­dente del Con­si­glio rag­giunga chissà quale risul­tato in Ita­lia. La que­stione è tanto matura da essere stata evi­den­ziata dallo stesso par­la­mento euro­peo, che in nume­rosi docu­menti ha cri­ti­cato i fal­li­menti della poli­tica della Com­mis­sione. Renzi con la pro­messa dei due tempi finirà pri­gio­niero dei vincoli.

Non trova che il ritardo delle isti­tu­zioni euro­pee sia a tal punto cro­nico che delle nuove regole fini­ranno per appro­fit­tare gli anti­euro, in cre­scita ovunque?

In poli­tica dei rischi biso­gna pren­derli. Con le nuove regole pos­siamo imma­gi­nare una cam­pa­gna elet­to­rale di dimen­sione euro­pea, in Ita­lia un discorso come quello della lista Tsi­pras non sarebbe stato altri­menti pos­si­bile. Altre volte le ele­zioni euro­pee si sono svolte in una sorta di indif­fe­renze. E a Bru­xel­les, in par­ti­co­lare dall’Italia, sono stati man­dati gli scarti della poli­tica nazionale.

Lei cita la lista Tsi­pras, ma come si può con­tra­stare il mes­sag­gio facile «no all’Europa» con il ragio­na­mento dif­fi­cile sull’altra Europa?

Io penso che sia pos­si­bile per­ché aveva comin­ciato a farlo la stessa Europa. Può darsi che que­sta mia con­vin­zione derivi dall’aver par­te­ci­pato alla scrit­tura della carta dei diritti fon­da­men­tali, ma ricordo che già nel giu­gno 1999 il Con­si­glio euro­peo di Colo­nia era arri­vato a porsi il pro­blema di supe­rare la con­ce­zione dell’Europa come sem­plice mer­cato comune. Una con­ce­zione che, si diceva già 15 anni fa, aveva dato tutto quello che poteva dare in ter­mini di costru­zione del famoso popolo euro­peo. Dopo di che solo il rico­no­sci­mento dei diritti comuni a tutti i cit­ta­dini sarebbe stata la con­di­zione di legit­ti­mità dell’Unione.

Ci vol­lero altri cin­que anni per arri­vare alla Costi­tu­zione, poi affon­data pro­prio dal refe­ren­dum fran­cese. Si può tor­nare indietro?

Non si può, ma di quello slan­cio si deve tenere conto. Senza dimen­ti­care gli errori com­piuti da una parte della sini­stra. Per­ché l’ostilità alla carta dei diritti fon­da­men­tali, o certe cri­ti­che, per quanto più fon­date, alla carta costi­tu­zio­nale euro­pea scon­ta­vano un otti­mi­smo senza fon­da­mento. Si diceva: fac­ciamo cadere quelle carte, poi faremo cose molto migliori. Non era così, la situa­zione poli­tica era molto nega­tiva e adesso paghiamo anche il prezzo di quella inconsapevolezza.

Come giu­dica l’avvio della cam­pa­gna elet­to­rale della lista Tsipras?

Ho visto qual­che inciampo, mi auguro che d’ora in poi si cam­mini in maniera spe­dita. Ma ci sono ancora molte resi­stenze, reti­cenze ed egoi­smi da parte delle forze poli­ti­che orga­niz­zate. Spero che tutto que­sto non si risolva nei disa­stri che abbiamo cono­sciuto con le liste della sini­stra arco­ba­leno e Ingroia nelle ultime ele­zioni poli­ti­che nazio­nali. Vor­rei ci fosse la con­sa­pe­vo­lezza che i patriot­ti­smi di gruppo hanno effetti distruttivi.

Prima ha cri­ti­cato il rigido rigore con­ta­bile della Com­mis­sione euro­pea, ma da due anni l’obbligo di pareg­gio di bilan­cio sta scol­pito nella nostra Costituzione.

Un grave errore com­piuto nella quasi totale una­ni­mità e assenza di dibat­tito. Io e altri facemmo appello ai par­la­men­tari per­ché con­sen­tis­sero almeno il refe­ren­dum, rice­vemmo indif­fe­renza. E così abbiamo por­tato la logica del rigore in Costi­tu­zione, senza che ci fosse richie­sto. Molti di quelli che adesso avan­zano qual­che cri­tica all’indirizzo di Bru­xel­les dovreb­bero ricor­dare le pro­prie responsabilità.

Il nuovo art. 81 si può cambiare?

È una norma costi­tu­zio­nale e non può essere oggetto di refe­ren­dum. Ma nei pros­simi giorni il gruppo pro­mo­tore della mani­fe­sta­zione del 12 otto­bre scorso, La via mae­stra, pre­sen­terà due ini­zia­tive col­le­gate. Una pro­po­sta di refe­ren­dum abro­ga­tivo di alcune parti della legge attua­tiva, stu­diata in modo tale che non sia dichia­rato inam­mis­si­bile dalla Corte Costi­tu­zio­nale e che abbia effetti sul bilan­cio pub­blico. E insieme un’iniziativa di legge popo­lare costi­tu­zio­nale per la modi­fica totale dell’articolo 81, sulla quale rac­co­glie­remo le firme. Spe­riamo di sol­le­vare quel dibat­tito pub­blico che due anni fa non c’è stato, in difesa della Costi­tu­zione e per una cri­tica all’Europa non anti­po­li­tica o anti­eu­ro­pei­sta. E lavo­riamo anche ad altre iniziative.

Quali?

Abbiamo già un testo in forma di pro­po­sta di legge per rifor­mare lo stru­mento dell’iniziativa legi­sla­tiva popo­lare. Pre­vede l’obbligo del par­la­mento di pren­dere in esame le pro­po­ste entro ter­mini certi, con la pos­si­bi­lità per i pro­mo­tori di seguirne l’iter nella com­mis­sione par­la­men­tare, la diretta strea­ming della com­mis­sione e l’obbligo di pas­sare il testo all’aula. Poi tor­niamo sui beni comuni, aggiun­gendo alla cam­pa­gna per l’acqua pub­blica la que­stione della cono­scenza in rete con una pro­po­sta di legge per inse­rire nell’articolo 21 della Costi­tu­zione il diritto di accesso a inter­net come diritto fon­da­men­tale del cit­ta­dino. E infine il lavoro, su tre fronti. Ripren­de­remo le pro­po­ste di legge di ini­zia­tiva popo­lare sul red­dito di cit­ta­di­nanza; inten­si­fi­che­remo la cam­pa­gna di con­tra­sto all’articolo 8 del decreto dell’agosto 2011 che con­sente la con­trat­ta­zione azien­dale in deroga alle leggi — gra­zie alla Fiom sap­piamo che sta pro­du­cendo tutta una serie di accordi che can­cel­lano i diritti dei lavo­ra­tori; infine c’è il tema della rap­pre­sen­tanza del lavoro. Su que­sti punti vogliamo insi­stere con una logica di decen­tra­mento, anche per supe­rare dif­fi­coltà che abbiamo avuto: di cia­scuna que­stione si occu­perà un pezzo della coa­li­zione sociale che vogliamo favorire.

Dei par­titi ha par­lato solo per denun­ciarne gli egoi­smi, li con­si­dera ormai inser­vi­bili? La Costi­tu­zione affida loro un ruolo centrale.

L’articolo 49, in base al quale i par­titi sono lo stru­mento dei cit­ta­dini per con­cor­rere alla poli­tica nazio­nale, sap­piamo che fu voluto da Lelio Basso, il quale in seguito ha scritto cose molto amare sulla dege­ne­ra­zione dei par­titi. Negli ultimi anni la pro­spet­tiva costi­tu­zio­nale si è com­ple­ta­mente rove­sciata; nei par­titi si sono create delle oli­gar­chie che hanno uti­liz­zato il con­senso non per ren­dere più age­vole la par­te­ci­pa­zione dei cit­ta­dini ma per per­pe­tuare il loro ruolo e potere. Vedo con molto pia­cere il ritorno della figura di Ber­lin­guer, ma non biso­gna con­fi­nare la sua denun­cia della que­stione morale in un recinto etico. La sua era una bat­ta­glia poli­tica tutta legata alla dege­ne­ra­zione dei par­titi, che ha finito col coin­vol­gere anche il suo par­tito. E anche oggi il Pd può andare incon­tro a brutte sor­prese. Renzi non ha negato l’intenzione di met­tere il suo nome nel sim­bolo, siamo com­ple­ta­mente fuori dalla logica di recu­pe­rare i par­titi nella loro funzione.

Renzi vuole essere giu­di­cato sui fatti.

Lo fac­cio. La nuova legge elet­to­rale ha al suo interno gra­vis­simi rischi di inco­sti­tu­zio­na­lità. È in più un’iniziativa schiet­ta­mente con­ser­va­trice che vuole chiu­dere la pos­si­bi­lità di accesso al par­la­mento attorno alle due forze (oggi) mag­giori. Il cosid­detto Ita­li­cum ha una cur­va­tura mag­gio­ri­ta­ria molto pesante che fa sal­tare il sistema delle garan­zie. La pro­po­sta del senato è poi un pastic­cio inac­cet­ta­bile. Non c’è nes­suno con un minimo di peso e ragio­ne­vo­lezza che non l’abbia detto, eppure ho l’impressione che non si voglia tener conto di que­sta massa di cri­ti­che, avvian­dosi così a ripe­tere l’errore fatto con l’articolo 81. Dall’insieme di que­ste pro­po­ste si ricava l’impressione di una chiu­sura del sistema e di un accen­tra­mento di poteri che mette in discus­sione l’equilibrio costi­tu­zio­nale e le garan­zie dei diritti indi­vi­duali e col­let­tivi, dei quali non a caso Renzi non parla. Trovo poi di estrema vol­ga­rità dire «vi tolgo dai piedi il senato così rispar­miamo un miliardo». In futuro si potrebbe pro­porre di rinun­ciare a qua­lun­que altra cosa essen­ziale per la vita della repub­blica, solo per rispar­miare. Que­ste dichia­ra­zioni sono il segno evi­dente di quanto è stato pesante il con­ta­gio dell’antipolitica.

Un italiano su cinque teme di perdere il posto Fonte: il manifesto | Autore: An. Sci.

La ricerca Isfol. Ansia di rimanere disoccupati nei prossimi 12 mesi. Più scendono titolo di studio, tutele, retribuzione e ore lavorate, maggiore è la paura del futuro

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Il 19,2% degli occu­pati ita­liani, ossia circa 4,2 milioni di per­sone, ritiene di poter per­dere il lavoro nell’arco dei 12 mesi che ha davanti a sé. È quanto emerge dalla III inda­gine Isfol sulla qua­lità del lavoro, che affronta anche il tema della job secu­rity . Un timore che si è acuito negli ultimi sette anni: ana­liz­zando infatti l’andamento rela­tivo al periodo 2006–2010, in cui ricade l’esplodere della crisi, si riscon­tra un aumento della per­ce­zione di rischio di ben 1,5 punti.

La sta­bi­lità lavo­ra­tiva viene per­ce­pita più cri­ti­ca­mente nei con­te­sti lavo­ra­tivi in cui ci sono stati tagli di per­so­nale: si osserva, infatti, che nel 2010 circa il 34% degli occu­pati che hanno assi­stito a una ridu­zione del per­so­nale da parte dell’impresa dichiara di poter per­dere il lavoro nell’anno suc­ces­sivo. Tale quota è cre­sciuta note­vol­mente rispetto al 2006, quando si atte­stava intorno al 23%, pro­ba­bil­mente anche in con­se­guenza alla crisi stessa.

Se si stu­diano le carat­te­ri­sti­che degli occu­pati in Ita­lia, si osserva una forte diso­mo­ge­neità nella quota di quanti per­ce­pi­scono un’instabilità lavo­ra­tiva. In gene­rale, i sog­getti mag­gior­mente espo­sti al rischio di espul­sione e che hanno con­tratti pre­cari sono quelli che dichia­rano mag­giore insi­cu­rezza lavo­ra­tiva. La pre­ca­rietà del rap­porto di lavoro è la carat­te­ri­stica che più di ogni altra ha un impatto nega­tivo sulla job secu­rity . Si tratta prin­ci­pal­mente di occu­pati gio­vani, donne, per­sone che lavo­rano con orari ridotti, occu­pati in pro­fes­sioni non qua­li­fi­cate e che per­ce­pi­scono una bassa retribuzione.

Mostrano una mag­giore incer­tezza sul pro­prio futuro gli occu­pati in pos­sesso di titoli di stu­dio medio-bassi, cioè quanti hanno mag­giori pro­ba­bi­lità di rica­dere nelle pro­fes­sioni meno qua­li­fi­cate e nei bad jo bs .

La pre­ca­rietà del rap­porto di lavoro è l’aspetto che più di ogni altro incide sulla per­ce­zione di insta­bi­lità lavo­ra­tiva: ben il 60,2% dei col­la­bo­ra­tori e il 52,9% dei dipen­denti con con­tratto a ter­mine ritiene di poter per­dere il lavoro nei 12 mesi seguenti. Gli occu­pati che lavo­rano su base ora­ria ridotta e quelli che svol­gono un lavoro con basse remu­ne­ra­zioni sosten­gono, in pro­por­zioni ben supe­riori alla media, di sen­tirsi insi­curi circa il pro­prio futuro.

Chi lavora part-time, infatti, per­ce­pi­sce insi­cu­rezza nel 25,8% dei casi, men­tre chi lavora con un ora­rio full-time crede di poter per­dere il pro­prio posto di lavoro sol­tanto nel 17,7% dei casi. Ana­lo­ga­mente, chi ha una retri­bu­zione infe­riore ai 900 euro men­sili si ritiene insi­curo nel 28,3% dei casi; tale quota si riduce dra­sti­ca­mente all’aumentare del gua­da­gno per­ce­pito, rag­giun­gendo valori intorno al 12% per gli occu­pati con uno sti­pen­dio men­sile non infe­riore a 1.750 euro netti.
Insomma, più è debole la posi­zione di par­tenza, e più in pro­por­zione aumenta l’ansia.