La disuguaglianza? Un carburante necessario Autore: Emiliano Brancaccio da: controlacrisi.org

Il Nobel 2015 per l’economia assegnato allo scozzese Angus Deaton, per i suoi studi sul consumo, sulla povertà e sul benessere. Fautore di una macroeconomia fondata sull’analisi del comportamento razionale dei singoli individui, le sue analisi empiriche hanno spesso smentito i suoi stessi postulati. Sebbene impegnato nella lotta alla povertà nei paesi meno sviluppati, ha attribuito alla disuguaglianza un ruolo di traino dello sviluppo.

L’Accademia reale svedese delle scienze ha assegnato il premio Nobel 2015 per l’Economia allo scozzese Angus Deaton, docente negli Stati Uniti presso l’Università di Princeton, per i suoi studi dedicati all’analisi dei consumi, della povertà e del benessere [1].

Nato a Edinburgo nel 1945, Deaton ha dedicato buona parte della sua attività di ricerca all’arduo compito di sciogliere uno dei nodi chiave dell’individualismo metodologico, sul quale la teoria neoclassica dominante tuttora si basa: indagare sull’andamento di grandi variabili aggregate, come la composizione della domanda di beni o l’andamento nel tempo del consumo nazionale, partendo sempre da un’analisi del comportamento dei singoli individui. Per questo scopo, assieme a Muellbauer, Deaton elaborò nel 1980 il cosiddetto “sistema di domanda quasi ideale”. Per la sua notevole duttilità, questo criterio ha risolto vari problemi di aggregazione degli approcci precedenti e costituisce tuttora un punto di riferimento per la ricerca economica sulle decisioni di consumo. Esso tuttavia lascia irrisolta una questione rilevante, appena accennata dall’Accademia svedese delle scienze. Questo intero filone di studi poggia infatti sull’ipotesi di razionalità individuale tipica della teoria prevalente. Si suppone, ad esempio, che i consumatori non siano affetti da illusione monetaria, per cui un aumento di tutti i prezzi accompagnato da un pari aumento del reddito destinato ai consumi non dovrebbe modificare le loro decisioni di spesa. Deaton ha giustamente insistito sull’opportunità di concepire sistemi di analisi della domanda che consentano di verificare se l’assunzione di razionalità dei singoli individui trovi conferma nei dati. Il problema è che le verifiche empiriche effettuate da lui e da molti altri, al riguardo, tendono a smentire tale ipotesi. Un risultato che non crea alcuna difficoltà ai filoni di ricerca alternativi che rifiutano a monte l’individualismo metodologico e l’ipotesi di comportamento razionale, ma che determina invece notevoli complicazioni per la teoria neoclassica prevalente.

Negli anni più recenti Deaton ha concentrato i suoi studi nell’ambito dell’analisi della povertà e del benessere nei paesi meno sviluppati. In collaborazione con la Banca Mondiale, egli ha realizzato varie indagini dedicate alla raccolta e alla elaborazione di dati sui comportamenti di consumo delle famiglie. Tali ricerche, tra l’altro, hanno contribuito a definire criteri consolidati di calcolo degli standard di vita a livello mondiale. La difficoltà principale di questi studi riguarda l’annoso problema della carenza di dati disponibili, specialmente nei paesi più poveri. Per superare questo ostacolo Deaton ha dovuto ideare diverse strategie. Una prova della sua inventiva è rappresentata dal modo in cui cercò di verificare se fosse vero che nei paesi più poveri le famiglie tendono sistematicamente a discriminare le figlie femmine rispetto ai figli maschi. In assenza di dati diretti sulla ripartizione delle risorse tra i generi all’interno di ciascun nucleo familiare, egli suggerì il seguente criterio empirico: se alla nascita di un figlio maschio il consumo totale degli adulti della famiglia tende a contrarsi di più rispetto al caso in cui nasce una figlia femmina, ciò può indicare che al maschio vengono assegnate maggiori risorse. Adottando questa metodologia, è stato rilevato che tale discriminazione di genere, pur non essendo sistematica, trova conferme nelle fasi in cui le famiglie sono colpite da eventi avversi.

Nelle dispute sulla politica economica Deaton è intervenuto in varie occasioni, soprattutto attraverso le sue “Letters from America” pubblicate periodicamente dalla Royal Economic Society britannica [2]. Allo scoppio della crisi del 2008 egli appoggiò la politica di rilancio della domanda di merci avviata da Obama e criticò gli economisti vicini al partito repubblicano che la avversavano. La sua visione politica generale, tuttavia, è emersa più chiaramente nel 2013 a seguito della pubblicazione del libro “The great escape”, in cui celebra la “grande fuga” dalla povertà che ha caratterizzato gran parte dell’economia mondiale negli ultimi due secoli e mezzo. In varie parti del volume Deaton sembra abbandonare l’aplomb dell’accademico di rango per rispolverare una vecchia, confutatissima apologia del capitalismo concorrenziale, secondo cui la disuguaglianza costituirebbe un carburante necessario dello sviluppo economico: «Se un governo assicurasse a ciascuno lo stesso reddito, la gente lavorerebbe molto meno e di conseguenza persino i più poveri starebbero peggio che in un mondo che ammette le diseguaglianze» [3]. Da qui alla tipica esortazione dei repubblicani americani, di lasciare in pace i ricchi e di accontentarsi delle briciole che cadranno (si spera) dalla loro tavola, in effetti poco ci manca.

Coalizione Sociale – Verso la mobilitazione del 17 Ottobre: Assemblea Nazionale a Roma il 13 Settembre Fonte: coalizionesocialebari.itAutore: Red.

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In questi anni di crisi, austerità e ricatto del debito pubblico, chi in alto ha deciso e imposto l’austerità e accresciuto le diseguaglianze ha convinto gran parte della popolazione che soffre gli effetti della crisi che la responsabilità di tale situazione non fosse di chi ha causato la crisi e con la crisi si è arricchito, ma di noi cittadini. Come se la causa della povertà e delle diseguaglianze fossero i diritti dei lavoratori, la pensione, la scuola e l’università pubblica, e sanità pubblica, il contratto nazionale, il diritto alla casa, i beni comuni, l’accoglienza degna dei migranti; come se fosse possibile fuggire dalla miseria del presente rinchiudendosi in piccole patrie e nella guerra tra poveri, nel tutti contro tutti.

Ciascuno di noi, maggioranza invisibile in Italia e in Europa, vede la povertà come una minaccia sempre più concreta. La comprensibile paura di perdere quel poco che rimane a ciascuno viene usata per alimentare un clima di violenza, aggressività verso tutti coloro che vivono nella medesima condizione, se non addirittura peggiore, gli altri poveri o a rischio povertà, italiani e non, vengono percepiti o rappresentati come una minaccia. Chi era ricco è diventato sempre più ricco grazie a una economia bastata su ricatti, livellamento verso il basso e crescita delle diseguaglianze.

Se il lavoro soffre, se chi lavora è povero fino ad essere ricattato dall’usura di stampo mafioso, se soffrono i tanti giovani senza lavoro, se soffre senza sosta il Meridione, se si è sempre più disposti a lavorare mettendo a rischio la stessa vita, se si riduce sempre più il ruolo dello stato sociale e si privatizzano i beni comuni, vuol dire che siamo in una vera e propria “economia della sofferenza”. Non si può dire la stessa cosa per imprese, banche e finanza: per le 40 big di Piazza Affari gli utili sono saliti, nel 2015, di 12 miliardi. E, più in generale, crescono le disuguaglianze: ci dice l’OCSE che il 20% più ricco della popolazione italiana possiede il 61,4% della ricchezza, mentre quello più povero lo 0,4%.

Dopo 8 anni di crisi e di politiche di austerity tra Monti e Renzi, viviamo in un paese più povero, più diseguale, un paese sconfitto e risentito, un paese in cui invece di lottare contro la povertà si fa la guerra ai poveri, un paese in cui si alimenta l’odio per i poveri, per i migranti che sopravvivono alle sciagure della traversata e per coloro che non ce la fanno. L’Europa dell’austerity, infatti, non è solo quella che ricatta e indebita il popolo greco, che offre piani di salvataggio che si rivelano la partita doppia truccata della rendita bancaria, che con il pareggio di bilancio in Costituzione riduce la sovranità e la democrazia, ma è anche quella che alza i muri, come accade nell’Ungheria di Orban, dove a fare le barriere anti-rifugiati e migranti che scappano dalla rapina delle risorse naturali e dalla devastazione climatica, ci sono i disoccupati. Poveri contro poveri. Penultimi contro ultimi. E come se non bastasse, nel Mediterraneo, anche quando – come accade al confine tra la Turchia e la Siria – ci sono donne, lì curde, che provano a resistere al fondamentalismo, la scelta dell’Europa è di lasciarle sole per opportunismo politico e economico.

In questi anni sono stati molti i tentativi che ogni singola realtà ha messo in atto per fermare il corso degli eventi: il referendum sui beni comuni, le vertenze nel lavoro, le campagne su reddito, e pensioni, le mobilitazioni dell’università e della scuola, altre sono in corso come quelle sullo sblocca Italia e altre ci saranno, per esempio su rappresentanza e diritto di sciopero o per il diritto a città migliori e diverse, ma se ogni campagne è giusta e degna, nessuna è sufficiente a se stessa.

Il 6-7 giugno scorsi a Roma ci siamo incontrati la prima volta e ci siamo detti che il nostro obiettivo è fermare la catastrofe: come? Unificando il lavoro, connettendo le persone, difendendo i beni comuni, combinando mutualismo, conflitto sindacale e consenso sociale, puntando alla liberazione e condivisione dei saperi, strumento per liberare noi stessi, per combattere la disuguaglianza, la crisi della democrazia e cambiare radicalmente l’attuale modello di sviluppo. Dal lavoro, dalla povertà, occorre far emergere un nuovo modo di intendere la politica; dalle lotte, la spinta per farla finita con le politiche dell’austerità della Banca Centrale e della Commissione ed essere invece cittadini di una Europa democratica. Tutto questo, per noi, significa “Coalizione sociale” . Ed è a partire da ciò che abbiamo messo in coalizione in queste settimane – al livello territoriale oltre che nazionale – che vogliamo metterci in cammino, promuovere e organizzare mobilitazioni sociali ampie e radicali, in Italia e in Europa, capaci di contrastare la devastazione imposta dalle politiche neoliberali.

È inaccettabile che chi lavora o è alla ricerca di un lavoro, chi ha a cuore il bene comune della società, dell’ambiente in cui viviamo, debba subire in silenzio ed essere indotto a odiare chi è nelle sue stesse condizioni o addirittura in condizioni peggiori, mentre corrotti e corruttori possono continuare a delinquere immuni, perché garantiti, o a godere di ricchezze patrimoniali gigantesche tutelate da politiche da politiche fiscali che favoriscono la rendita.

In questo senso, riteniamo la giornata del 17 ottobre una grande occasione , sulla quale far convergere le nostre energie migliori: giornata mondiale per l’«eradicazione della povertà», il 17 ottobre è stato già indicato dalla campagna “Miseria ladra” come momento di mobilitazione per il reddito minimo garantito; la Coordination Blockupy ha rilanciato con forza 3 giorni di mobilitazione, dal 15 al 17 ottobre, contro il vertice UE di Bruxelles, indicando nel 17 tappa di convergenza transnazionale contro le politiche di austerity. Per entrambi questi motivi, il 17 ottobre si prefigura come una giornata per l’autunno.

La povertà non può essere combattuta con soluzioni caritatevoli, che umiliano e lasciano comunque nell’indigenza le persone. La povertà si contrasta ridistribuendo la ricchezza socialmente prodotta, con politiche sociali degne per persone degne, con un investimento sulla fomazione per un sapere di tutti e per tutti, tramite Il lavoro, il reddito minimo garantito, il contratto nazionale, il salario, un nuovo rapporto tra tempo di lavoro e di vita, con i diritti per il lavoro subordinato e autonomo, con l’estensione universale del welfare.
C’è bisogno di democrazia e di convergenza delle lotte, c’è bisogno di condividere progettualità di innovazione sociale, di rigenerazione delle città.

Per questo proponiamo di vederci il 13 settembre a Roma in un’assemblea nazionale e di riconvocare anche tavoli tematici che si sono riuniti a giugno per giungere alla mobilitazione del 17 ottobre con una mobilitazione che cresca nei territori, nelle assemblee, nei nostri quartieri, nell’impegno quotidiano di ciascuno di noi. Perché la maggioranza non vuole essere né povera, né invisibile, ma libera di potersi unire per decidere della propria vita.

La Coalizione Sociale

Alleanza contro la povertà: al via la mobilitazione | Fonte: rassegna

 

Si è riunita oggi (19 marzo) nella sede della Cgil nazionale l’Alleanza contro la povertà, composta da 33 associazioni e promotrice del Reis (Reddito di Inclusione Sociale), una proposta organica di Piano nazionale contro la povertà. Il Reis, che si configura come Livello Essenziale, ha come obiettivo il contrasto alla povertà assoluta ed è uno strumento di politica sociale fondato sulla necessità di integrare un intervento di sostegno al reddito con un’adeguata politica dei servizi (lavoro, istruzione, salute, integrazione, etc.). E’ quanto si apprende da una nota della Cgil Nazionale.

Nei giorni scorsi l’Alleanza ha incontrato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Graziano Delrio per chiedere al governo di assumere come centrale il tema della povertà assoluta e di dedicare impegno e risorse su questo fronte. Nelle prossime settimane l’Alleanza promuoverà un’iniziativa di carattere nazionale a Roma e due iniziative territoriali, una a Bari e una a Milano, con l’obiettivo di mobilitare l’opinione pubblica e di creare le condizioni necessarie affinché su questo tema si passi dalla propaganda all’azione.

Per informazioni: www.redditoinclusione.it

SOGGETTI FONDATORI DELL’ALLEANZA CONTRO LA POVERTÀ IN ITALIA
Acli, Action Aid, Anci, Azione Cattolica Italiana, Caritas Italiana, Cgil, Cisl, Uil, Cnca, Comunità di Sant’Egidio, Confcooperative, Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Federazione Nazionale Società di San Vincenzo De Paoli Consiglio Nazionale Italiano – ONLUS, Fio.PSD, Fondazione Banco Alimentare ONLUS, Forum Nazionale del Terzo Settore, Jesuit Social Network, Legautonomie, Save the Children, Umanità Nuova-Movimento dei Focolari

SOGGETTI ADERENTI ALL’ALLEANZA CONTRO LA POVERTÀ IN ITALIA
Adiconsum, Arci, Associazione Professione in Famiglia, ATD Quarto Mondo, Banco Farmaceutico, Cilap EAPN Italia, CSVnet – Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato, Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia, Federazione SCS, Fondazione Banco delle Opere di Carità Onlus, Fondazione ÉBBENE, Piccola Opera della Divina Provvidenza del Don Orione, U.N.I.T.A.L.S.I. – Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali

Giornata mondiale contro la povertà. Appuntamento venerdì 17 ottobre davanti Montecitorio

In occasione della Giornata Mondiale per l’eliminazione della povertà che si celebra venerdi 17 ottobre, Miseria Ladra, la campagna del Gruppo Abele e Libera con l’adesione di tante realtà del sociale, associazioni di volontariato, studentesche , le cooperative sociali, associazioni cattoliche promuove un sit-in a Roman davanti Montecitorio dalle 10 alle 18 con la parola d’ordine Stop alla povertà, diritti e dignità per tutti e tutte. Sono previsti interventi dei rappresentanti delle realtà del sociale e del volontariato. un microfono aperto darà voce ad alcune delle vittime della crisi. Inoltre una staffetta podistica si alternera’ tutto il giorno intorno alle strade del Parlamento con gli atleti che indosseranno le maglie con la scritta STOP POVERTA’ e i numeri della crisi. Alle ore 18.00 l’iniziativa proseguirà presso il Sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano, attorno alla Lapide in onore delle vittime della miseria.”Circa 16 milioni di persone- commenta Giuseppe De Marzo, coordinatore nazionale della campagna Miseria Ladra – pari al 26% della popolazione del nostro paese vivono in condizioni di povertà. Sul versante occupazionale viviamo una crisi senza precedenti: oltre 3,2 milioni di disoccupati, più del 44% di disoccupazione tra i giovani con punte ben oltre il 60% al sud, 4 milioni di precari. Davanti a questi numeri non c’è piu’ tempo da perdere: è necessario un impegno della politica con provvedimenti strutturali per rendere illegale la povertà nel nostro paese. Senza una lotta concreta, efficace alla povertà non c’è futuro “. (Intervista a Controlacrisi)
“Non c’è, più tempo da perdere- prosegue i promotori dell’iniziativa – i dati del 2013 denunciano e confermano un ulteriore peggioramento delle condizioni economiche e sociali. Aumento della povertà, maggiori ingiustizie sociali ed ambientali, frammentazione della coesione sociale, corruzione, limitazioni e tagli nell’erogazione dei servizi sociali, rendono ancora più macroscopiche le diseguaglianze, favorendo la spirale negativa che riproduce la crisi. Il quadro normativo europeo complica ulteriormente le cose. Le politiche di austerità ed i trattati di stabilità e governance hanno inibito la spesa pubblica e in particolar modo quella sociale, considerata come un costo insopportabile. o. I dati, gli studi effettuati, la storia europea e la nostra Costituzione considerano invece la spesa sociale e gli investimenti pubblici non solo un dovere etico-istituzionale ma uno strumento fondamentale per il rilancio dell’economia. Con un obiettivo preciso: rendere illegale la povertà”

“Protestiamo perché ci vogliono far credere che la povertà è normale”. Intervista a Giuseppe De Marzo | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Giuseppe De Marzo è il coordinatore nazionale della campagna “Miseria Ladra”

In questo autunno di movimenti sociali e proteste c’è anche spazio per dire una cosa importante a favore della dignità delle persone…
Il 17 è la giornata mondiale per l’eliminazione della povertà. Le Nazioni unite nel 1993, quando la vararono, scrissero che intendevano cancellarla del tutto. La nostra costituzione e la stessa carta dell’Onu parlano indicano la povertà come la più grande illegalità. Nella nostra costituzione viene delineata anche una precisa strategia volta a garantire la dignità della presona che fa leva sulla rimozione degli ostacoli economici.

Quali sono i numeri della povertà in Italia?

Da otto milioni a 10 milioni in povertà relativa con 516 euro e sei milioni in povertà assoluta. Nel nostro paese, dall’esplodere della crisi la povertà è raddoppiata. Siamo maglia nera in Europa. E non dobbiamo dimenticare che abbiamo un milione e 423mila minori indigenti. Siamo di fronte a cifre che in appena due anni sono raddoppiate. Siamo maglia nera in Eruopa anche per quanto riaguarda la dispersione scolastica, 17% contro 13%.

Quali sono gli esatti criteri di valutazione sulla povertà?

Si è poveri quando perdi lavoro e welfare. Sono elementi che mantengono la dignità umana. Senza dignità non c’è democrazia. E quando la democrazia è debole vengono fuori mafie e criminalità, che sono le vere vincitrici della crisi. Per questo il 17 saremo in piazza a Montecitorio non solo con Libera a e Gruppo Abele ma con tanti altri che su questi terreni combattono una battaglia quotidiana. L’idea di rimettere al centro la dignità della persona, ripropone la civiltà dei diritti e non la civiltà della compassione per chi è rimasto indietro. Dignità e civiltà come dice la nostra costituzione.

Quali proposte avete?

Abbiamo proposte molto concrete come il blocco sfatti e l’utilizzo dei beni confiscati, che in Italia sono più di undicimila. Occorre creare nuovo welfare perché i sindaci sono colpiti dalla legge di stabilità. Ci stiamo alleando con i sindaci sui territori perché la povertà bussa alle porte delle città. Oggi siamo felici di vedere come ci si rende conto in tanti della drammaticità della situazione. Le politiche di austerity fanno malissimo perché fa affluire le ricchezze verso l’alto sottraendole dal basso. Chiediamo inoltre 400 miliardi di investimenti europei su occupazione e sostenibilità a livello euroepeo come anche il reddito minimo. Solo l’Italia, la Grecia e la Bulgaria non hanno questa misura.

Cosa accadrà il 17 ottobre quindi?

Quel giorno dalle dieci alle diciotto saremo davanti a Montecitorio. Dalla Fish al Comitato 16 novembre, Libera e Gruppo Abele, solo per citarne alcuni. Ci sarà una specie di speak corner,e anche un bel gruppo di podisti che gireranno davanti al Parlamento per una corsa contro la povertà. Diciamo che quello che ci interessa è che siano presenti le principali realtà che si impegnano nei territori sui temi del welfare e della diffusione di una cultura contro le mafie. Quello che vogliamo ricordare ai parlamentari e alle istituzioni è che le Nazioni unite ci chiedono che cosa stiamo facendo per comabattere la povertà. Non gli si può rispondere con funambolismi o dicendo che stiamo intervenendo sull’Articolo 18

La povertà, razzismo d’Europa Fonte: Il Manifesto | Autore: Daniela Padoan

«La casa di tutti noi è in fiamme, anche se ognuno cer­casse rifu­gio nella sua tana minu­scola e illu­so­ria». Sono state forse que­ste parole — con­te­nute nell’appello con cui alcuni intel­let­tuali hanno sen­tito che occor­reva guar­dare alla Gre­cia come a una sorella — a con­vin­cermi che qual­cosa di nuovo stava acca­dendo: l’irrompere della realtà, la neces­sità di nomi­nare la mise­ria come una pre­senza che ci inter­pella, che minac­cia le nostre esi­stenze, che erode un mondo di con­cetti di cui ci è rima­sta in mano un’inutile se non dan­nosa carcassa.

Né l’Europa divisa nuo­va­mente in caste è un rifu­gio, né lo è la nostra esi­stenza pic­co­lo­bor­ghese, dove la parola «povertà» ha finora riguar­dato solo e sem­pre gli altri.

Per­ché l’Europa – intesa come mostro buro­cra­tico al ser­vi­zio del capi­tale indu­striale e finan­zia­rio – abbia ogni inte­resse a occul­tare la que­stione sociale, è evi­dente: ridurre la sof­fe­renza degli uomini e delle donne a numeri, sta­ti­sti­che, sot­to­com­mis­sioni, rego­la­menti e pro­ce­dure signi­fica ane­ste­tiz­zare la rab­bia, la ribel­lione, la rea­zione col­let­tiva. Signi­fica ren­dere la disoc­cu­pa­zione, il licen­zia­mento, la per­dita di ogni pos­si­bi­lità di sosten­ta­mento, la debo­lezza davanti alla malat­tia e alla vec­chiaia, una que­stione pri­vata, un fal­li­mento dei sin­goli. Ma per­ché la que­stione sociale sia stata con­si­de­rata mar­gi­nale dai par­titi della sini­stra, che pro­prio nel non saper­sene fare inter­preti hanno decre­tato il loro disfa­ci­mento, è meno evi­dente. Da un certo punto in avanti, la sini­stra ha smesso di rap­pre­sen­tare i più deboli, è diven­tata sorda al dolore, all’umiliazione, ha dele­git­ti­mato ogni sen­ti­mento di rivolta di fronte al sopruso. Si è fatta par­te­cipe e media­trice di poli­ti­che deva­stanti, ali­men­tando dot­trine di sacri­fi­cio di fronte al disa­stro, assu­mendo il con­cetto di crisi come feno­meno natu­rale, scia­gura ine­lut­ta­bile dalla quale solo gli esperti pos­sono trarci in salvo.

La povertà, parola impro­nun­cia­bile, è diven­tata – da ossi­fi­ca­zione nelle figure ras­si­cu­ranti per­ché estreme del clo­chard, del bar­bone, del sen­za­tetto, del drop-out – una que­stione di atti ammi­ni­stra­tivi, nor­ma­tivi, una mate­ria di diret­tive: una poli­tica occul­tata sotto sigle illeg­gi­bili che in Gre­cia si è con­cre­tiz­zata nel fatto che i malati muo­iono di can­cro senza più assi­stenza ospe­da­liera, che le uni­ver­sità chiu­dono, che il tasso di mor­ta­lità neo­na­tale giunge alle per­cen­tuali di quello che era­vamo soliti chia­mare Terzo Mondo.

Abbiamo ancora nelle orec­chie gli eufe­mi­smi ai quali sono ricorse, nel tempo, diverse dit­ta­ture per masche­rare i pro­pri atti cri­mi­nali: la mat­tanza com­piuta dalla dit­ta­tura argen­tina, che fece spa­rire tren­ta­mila oppo­si­tori get­tan­doli in mare dagli aerei, venne chia­mata «pro­cesso di rior­ga­niz­za­zione nazio­nale»; l’eliminazione indu­striale nelle camere a gas di sei milioni di indi­vi­dui venne chia­mata, nella Ger­ma­nia nutrita di Goe­the, «solu­zione finale della que­stione ebraica». Oggi, nella demo­cra­tica Europa, nata sulle rovine della Seconda guerra mon­diale come anti­doto alle dit­ta­ture, una poli­tica eco­no­mica agita da un potere sovra­na­zio­nale con il vas­sal­lag­gio dei governi demo­cra­tici viene chia­mata auste­rity , fiscal com­pact , pareg­gio di bilan­cio, ristrut­tu­ra­zione del debito.

Quando, tre anni dopo il default dell’Argentina, andai a Bue­nos Aires per scri­vere un libro sulle Madri di Plaza de Mayo, ebbi modo di vedere i  car­to­ne­ros che vive­vano a migliaia nelle bidon­ville tutt’attorno alla città, e i bam­bini che si pro­sti­tui­vano in pieno giorno sulla cen­tra­lis­sima Ave­nida 9 de Julio. La pre­si­dente delle Madri, Hebe de Bona­fini, mi portò in un mani­co­mio dove gli inter­nati, che chia­mava «pri­gio­nieri psi­chia­trici», erano abban­do­nati a se stessi, nella spor­ci­zia, con quasi nulla da man­giare. Ricordo che, davanti al mio scon­certo, più volte mi disse: fai un errore se ci guardi come un mondo diverso dal tuo, siamo solo il primo esem­pio, la prima pale­stra del neo­li­be­ri­smo, arri­verà anche da voi. «Noi Madri», ripe­teva, «cre­diamo che i disoc­cu­pati siano i nuovi desa­pa­re­ci­dos del sistema, e che la man­canza di lavoro sia uno tra i peg­giori cri­mini con­tro l’umanità. Un lavoro degno è un diritto umano ina­lie­na­bile e la sua man­canza porta con sé la fame dei bam­bini e la distru­zione delle famiglie».

La casa di tutti noi è in fiamme, e le nostre tane sono minu­scole e illu­so­rie. Ma nomi­nare la realtà è già di per sé un atto rivo­lu­zio­na­rio: signi­fica non solo uscire dall’oscurità, ma ritro­vare un senso di fra­tel­lanza. Non un chi­narsi sui deboli da una posi­zione di illu­mi­nata supre­ma­zia, ma un con­di­vi­dere affanni e spe­ranze. Que­sto moto inte­riore è stato archi­viato dalla sini­stra tele­vi­siva e pro­fes­sio­nale come naïf, ciar­pame di vec­chie litur­gie, con il risul­tato di lasciare agli arrin­ga­tori di piazze la pos­si­bi­lità di par­lare al dolore e all’umiliazione delle per­sone, al senso di rivolta con­tro l’ingiustizia, che ancora è la vera molla capace di farci uscire dalle nostre clau­stro­fo­bi­che e pri­vate prigioni.

L’incendio che avanza rischia di abbat­tersi sui paesi medi­ter­ra­nei chia­mati Pigs – un acro­nimo che rimanda, più che a un lap­sus, all’emergere di un antico disprezzo non sopito, ben­ché si sia poi tra­sfor­mato in Piigs, con l’ingresso dell’Irlanda, e sia stata coniata l’alternativa Gipsi, a dimo­stra­zione di quanto i fan­ta­smi non risolti della vec­chia Europa raz­ziale aleg­gino ancora nell’inconscio collettivo.

Uno spet­tro si aggira per l’Europa, ed è lo spet­tro della povertà. Igno­rarlo, o fin­gere che non ci riguardi, ha lasciato un enorme numero di uomini e di donne privi di rap­pre­sen­tanza; espo­sti – come scri­veva Han­nah Arendt a pro­po­sito delle rivo­lu­zioni fran­cese e russa – a cadere dalla dimen­sione della libertà a quella del biso­gno, deviando verso l’assolutismo. E il risve­glio che ci attende all’apertura delle urne euro­pee rischia di essere molto duro, con un’ascesa del blocco nazio­na­li­sta, raz­zi­sta e xeno­fobo che va dal Front Natio­nal di Marine Le Pen, che potrebbe diven­tare il primo par­tito in Fran­cia, a  Job­bik , il movi­mento di estrema destra di Gabor Vona, attual­mente terzo par­tito unghe­rese, pas­sando per il par­tito belga Inte­resse fiam­mingo di Vlaams Belang e la lista Veri Fin­lan­desi di Timo Soini, senza dimen­ti­care Alba Dorata e la Lega Nord .

Veniamo da una sto­ria che, nel Set­te­cento, nel cuore dell’Europa, ha con­ce­pito l’ideologia che chia­miamo raz­zi­smo – ovvero la «natu­rale» supre­ma­zia dell’uomo occi­den­tale, maschio, bianco, dotato di logos, nei con­fronti dei «sel­vaggi» delle colo­nie, gra­dual­mente pros­simi, in base al colore della pelle e ai tratti soma­tici, alla scim­mia; una sto­ria che, nell’Ottocento, con il dar­wi­ni­smo sociale, ha teo­riz­zato e pra­ti­cato la sop­pres­sione dei più deboli – dei malati, degli han­di­cap­pati, degli omo­ses­suali, dei «devianti» di ogni spe­cie – tra­mite le dot­trine dell’eugenetica e le pra­ti­che di ste­ri­liz­za­zione for­zata e di euta­na­sia; una sto­ria che, nel Nove­cento, ha pia­ni­fi­cato e attuato lo ster­mi­nio su base raz­ziale, con l’invenzione delle camere a gas e dei campi di annien­ta­mento. C’è una gerar­chia del disprezzo, il cui pre­ci­pi­zio abbiamo visto in Ausch­witz, che la nostra tra­di­zione di pen­siero ci ha adde­strato a rico­no­scere come «natu­rale», arti­co­lan­dola in uomo-donna, cultura-natura, logos-barbarie. È con que­sta tra­di­zione che dob­biamo fare i conti. Non ser­vi­ranno le litur­gie della memo­ria a pre­ser­varci dal ritorno di quella furia omi­cida, ma solo un pro­fondo ripen­sa­mento delle radici cul­tu­rali che tutt’ora ci nutrono.

Se anche è stata dimo­strata l’inesistenza scien­ti­fica del con­cetto di razza appli­cato agli uomini, per­mane un raz­zi­smo para­dos­sale, un raz­zi­smo senza razze, rivolto con­tro i poveri, resi cate­go­ria, desti­tuiti di uma­nità, pos­si­bili da sfrut­tare e da annien­tare. Torna attuale il pro­blema della schia­vitù, che siamo abi­tuati a col­lo­care nel mondo antico e negli Stati sudi­sti del cotone, men­tre, nella nostra sto­ria recente, un paese colto e tec­no­lo­gi­ca­mente avan­zato ha pro­get­tato la sot­to­mis­sione di tutti gli altri popoli euro­pei: una parte di essi sarebbe stata sop­pressa, gli altri sareb­bero stati fatti schiavi, così da garan­tire la supre­ma­zia e lo «spa­zio vitale» del popolo germanico.

La Lista L’Altra Europa con Tsi­pras ha posto come punto qua­li­fi­cante del suo pro­gramma la lotta alla xeno­fo­bia e al raz­zi­smo, e la ricerca di poli­ti­che fon­date sui prin­cipi di giu­sti­zia, acco­glienza, soli­da­rietà e inclu­sione sociale. Per­ché, come ripe­tono le Madri di Plaza de Mayo, «non si vince alla lot­te­ria, d’essere poveri». Si tratta di poli­ti­che decise dagli uomini, e il solo modo che abbiamo per cam­biarle è abbrac­ciare l’orizzonte con­ti­nen­tale, costruendo un’Europa che non sia una giu­sti­fi­ca­zione meta­fi­sica della sot­to­mis­sione, un moloch che richiede il sacri­fi­cio dei deboli, ma una garan­zia di demo­cra­zia e di inclu­sione. È neces­sa­rio tor­nare alle ori­gini del pro­getto euro­peo, alle moti­va­zioni pro­fonde della sua costi­tu­zione, prima di essere som­mersi da un nuovo fascismo.

La sola comu­nità pos­si­bile, scri­veva Geor­ges Bataille, è quella di coloro che non hanno comu­nità, ed è a loro (a noi) che dob­biamo ten­tare con tutte le nostre forze di dare rappresentanza.

* La ver­sione inte­grale di que­sto testo verrà pub­bli­cata nel pros­simo numero della rivi­sta Inchiesta

Sanità e crisi, crescono le esperienze degli Ambulatori sociali Autore: claudia galati da: controlacrisi.org

La crisi economica e il costo sempre crescente delle cure mediche e dei farmaci hanno determinato un aumento della povertà sanitaria in Italia: dal 2007 al 2012 la povertà assoluta è cresciuta di circa il 60%, incidendo sul 6,8% della popolazione, pari a 4,8 milioni di persone, come emerso dal primo rapporto sulla povertà sanitaria e sulla donazione dei farmaci in Italia della Fondazione Banco Farmaceutico, presentato il 14 gennaio scorso a Roma presso il Centro Frentani alla presenza tra gli altri del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Il Rapporto ha evidenziato come nelle famiglie povere si spendono in media 16,34 € al mese per la sanità (pari a circa il 2% dell’intero budget familiare) rispetto ai 92,45 € spesi in media dalle famiglie italiane (pari al 3,7% dell’intero budget familiare). Complessivamente, ogni mese le famiglie povere italiane spendono 21,5 milioni di euro per acquistare farmaci, pari al 3,4% della spesa privata farmaceutica complessiva.

Le donazioni di farmaci raccolte dalla Fondazione – i più diffusi sono quelli contro l’acidità (11,5%), gli analgesici (11,2%), gli antiinfiammatori (7,7%), i preparati per la tosse (6,8%) e i farmaci contro i dolori articolari e muscolari (5,8%) – hanno aiutato nel 2013 quasi 680 mila persone, di cui il 51% sono donne e il 57% sono italiani, tra cui più di un assistito su tre sono minori.

Non sorprende dunque che gli italiani senza dimora, in condizioni di grave povertà e che non possono permettersi le cure mediche chiedono assistenza agli Ambulatori Sociali, associazioni di volontariato nate a partire da fine anni ’80 inizialmente ad appannaggio quasi esclusivo degli stranieri e sparse in tutta Italia. Queste forniscono prestazioni mediche a supplire o a fare da ponte con il Servizio Sanitario Nazionale. “Quello che ci chiedono sono soprattutto farmaci da banco, il paracetamolo per esempio, perché non hanno la possibilità di acquistarlo. Davanti a un problema serio, come una cardiopatia, magari fanno il sacrificio di comprare il farmaco o fare analisi accurate, anche perché in questi casi sono sostenuti dal sistema sanitario. Ma quando la patologia non è considerata grave si tende a trascurare, e questo può creare problemi seri”, ha affermato il responsabile dell’ambulatorio medico di Sant’Egidio, Sandro Mancinelli. In più, se si aggiunge che per prendere un appuntamento in una struttura pubblica occorrono mesi, “è normale che il settore resti in mano al privato, ma è un problema per le tasche dei malati”, ha concluso.

Altro problema serio sono le cure dentali, costose ormai anche per italiani cui è un lusso potervi accedere. “Ormai la debolezza del sistema sanitario la riscontriamo sempre più spesso, nella nostra funzione di “ponte” tra il disagio e gli ospedali. Ed è fenomeno che non ha ricadute solo sugli stranieri, che sono la nostra principale utenza, ma su tutti”, ha denunciato Alberto Barbieri, responsabile dell’associazione “Il Camper Medu” dei Medici per i diritti umani.

Le patologie riscontrate sono soprattutto malattie della povertà: infezioni respiratorie acute per la vita all’addiaccio, ma anche problemi dermatologici legati a cattive condizioni igieniche.

L’ambulatorio di Anteas di Centocelle (Roma), il primo ambulatorio infermieristico sociale del Lazio, gratuito e aperto a tutti, è un’iniziativa rivolta all’assistenza di anziani e immigranti che non possono permettersi neanche le prestazioni mediche più banali. Ad assistere i pazienti, un medico in pensione e un’ex caposala.

In un’intervista di Gary Stix della rivista scientificamerican.com, Gino Strada, il fondatore di Emergency, ha esternato la propria riflessione su salute e sanità nazionale: “Purtroppo negli ultimi 30 o 40 anni c’è stata una tendenza opposta, per la quale la medicina è solo un business come la vendita di automobili. Ci sono persone che vendono farmaci o cure mediche nello stesso modo. Non è una grande idea. Lo si vede oggi in Europa. Sempre più persone non possono permettersi le cure. L’Italia è un luogo di immigrazione. Inizialmente i nostri centri erano destinati agli immigrati. Poi lentamente ci siamo accorti che tra il 20 e il 25% dei pazienti sono italiani che non possono permettersi di pagare il servizio nazionale. […] In Italia, il bilancio annuale per la salute è di circa 100 miliardi di euro all’anno. Il 30 % di questa cifra va nelle tasche di investitori attraverso accordi tra istituzioni private e il sistema pubblico, i rimborsi e così via. Quindi, se cominciamo a eliminare questa quota dai costi della salute, la cifra comincia ad apparire molto più ragionevole.”