COME ROTTAMARE RENZI IN TRE MOSSE (www.micromega.net) (copyright © Paolo Flores d’Arcais).

di Paolo Flores d’Arcais 

Se nel Pd c’è ancora qualche testa pensante anche vagamente sensibile ai valori di “libertà e giustizia” che definiscono la sinistra (due condizioni che escludono d’embléeBersani, D’Alema e compagnia cantando) già avrà individuato il “che fare”. In tre mosse. 

Primo: far cadere Renzi in una delle numerose fiducie che sarà costretto a porre per far passare in parlamento le sue pimpanti controriforme. Secondo: chiedere allora un immediato congresso del Pd, con le stesse modalità e procedure che portarono Renzi a impadronirsi del partito, partecipazione/iscrizione dei cittadini anche al momento del gazebo, ecc. Terzo, in contrapposizione a Renzi candidare per la segreteria del Pd Maurizio Landini, e parallelamente chiedere al Presidente Mattarella che al posto del governo sfiduciato, anziché sciogliere le camere, venga insediato un governo di “tregua repubblicana”, affidato tutto a personalità della società civile e capace di ottenere le convergenze autonome di parlamentari Pd, M5S e altri “volenterosi” sul programma e la credibilità dei ministri preposti a realizzarlo.

La razionalità di questo “che fare” non è difficile da riscontrare.

Renzi si accinge a completare la distruzione del Pd mutandolo in comitato elettorale personale, intenzione che del resto non aveva mai occultato. La sua politica, per profonda convinzione, è quella di realizzare la contro-rivoluzione di liberismo autocratico vagheggiata da Berlusconi ma restata in panne per i conflitti d’interesse e i crimini nell’armadio (sfociati finalmente in una condanna definitiva, dopo le tante sventate da leggi ad hoc e inciuci) e soprattutto per l’ondata di lotte civili, sociali, d’opinione, con cui la parte migliore della società civile ha saputo fare argine. In realtà il progetto politico di Renzi è la marchionizzazione del paese e delle istituzioni, e la contro-riforma della scuola ne costituisce la più luttuosa evidenza.

Renzi è in questo momento debolissimo, malgrado il fumo negli occhi della quasi totalità dei mass media (mai come oggi a “bacio della pantofola” verso l’establishment: ma il “marchionnismo” non è anche questo?). In un anno ha perso la metà dei consensi. La metà, il 50%, un voto su due rispetto al bottino elettorale delle europee, ci rendiamo conto?! Si è letto che sono due milioni di voti, ma nelle sette regioni in cui si è votato. In proiezione nazionale sono cinque milioni e mezzo. Non un’emorragia, un dissanguamento da mattatoio. In un solo anno: quello che passa tra la fiducia dei cittadini al renziano dire, mirabolante, e il giudizio sul renziano fare, miserabile. Perdere in un anno un voto su due non è una “non sconfitta” o una “non vittoria”, è un tracollo, una disfatta, una gogna e rottamazione civica impietosa.

Che quanto resti di “opposizione” nel Pd non colga l’attimo dimostrerebbe definitivamente che è ormai ridotta al livello del saracino Alibante di Toledo che “del colpo non accorto/Andava combattendo ed era morto” (Francesco Berni, L’Orlando innamorato, LII, 60). Se a questa “opposizione” resta invece ancora un barlume di “spiriti animali”, lucidità vuole che senza coltivare patetici propositi di riprendersi la ditta, decida di uscire di scena con un ultimo gesto di vitalità anziché nel vociare strozzato di un melmoso affondare.

Alla vecchia nomenklatura non è data la rivincita, la vendetta sì. A Landini, l’unica vendetta a disposizione di questi burocrati che nessuno rimpiange, può riuscire, da posizioni opposte, di società civile “giustizia e libertà”, l’Opa sul Pd che è riuscita a Renzi or non è guari. La nemesi è nelle possibilità della situazione attuale, ma implica lucidità in tutti i soggetti qui evocati, e razionalità e coraggio sono i pregi che da più tempo latitano presso quanti si dichiarano di sinistra.

(2 giugno 2015)

Pd, scandali e risse: la deriva che Matteo Renzi non riesce a fermare da: l’epresso

Travolto dalle inchieste. Infiltrato da affaristi e mafiosi. Con gli iscritti in fuga. Il partito democratico è in crisi. E il segretario e premier non sembra poterla controllare

di Marco Damilano

02 aprile 2015

Pd, scandali e risse: la deriva che Matteo Renzi non riesce a fermare

Divisioni. Iscritti in fuga. Infiltrazioni di ogni tipo, comprese quelle della criminalità mafiosa. «Un partito buttato», travolto da indagini giudiziarie e da minacce di scissione. È il Pd che si avvia alle elezioni regionali di fine maggio raccontato nell’inchiesta dell’“Espresso” di questa settimana.

Leggi l’inchiesta integrale su Espresso+

Un viaggio da Nord a Sud in quello che l’ex ministro Fabrizio Barca nel suo rapporto sul Pd romano definisce «un partito non solo cattivo ma pericoloso e dannoso», in cui «traspaiono deformazioni clientelari e una presenza massiccia di “carne da cannone da tesseramento”» e che «subisce inane le scorribande dei capibastone». Con il più importante dei suoi leader storici, Massimo D’Alema, in guerra con la magistratura e con la stampa dopo intercettazioni e notizie senza rilevanza penale che accostano la sua fondazione ai dirigenti della cooperativa Cpl Concordia arrestati da pm napoletani.

vedi anche:

Pd

Ma che razza di partito è diventato il Pd?

Scosso dagli scandali, da nord a sud. Succube dei vecchi apparati. In calo drammatico di iscritti. Diviso fino al rischio di scissione. Si avvicinano le elezioni regionali e il Pd è del tutto fuori controllo. 
E Renzi sembra incapace di agire

A Roma e a Ostia il Pd è chiamato a liberarsi dai condizionamenti della mafia. In Calabria non è stata ancora completata la formazione della giunta di Mario Oliverio, eletta quattro mesi fa. In Campania c’è il caso di Vincenzo De Luca e l’arresto a Eboli di funzionari accusati di sfruttare donne immigrate: certificati falsi di residenza in cambio di voti alle primarie comunali per il Pd. In Sicilia c’è il candidato vincente alle primarie del Pd Silvio Alessi che in realtà è di Forza Italia. Nelle Marche, al contrario, il presidente uscente del Pd Gian Mario Spacca guiderà una lista civica di centrodestra con gli uomini di Berlusconi.

vedi anche:

Alfredo-Reichlinespressodondi-20150401171135978-jpg

Alfredo Reichlin alla minoranza Pd: ‘Basta divisioni interne’

“Cosa sarebbe del progetto di Renzi se dovesse rompere con la sinistra?” si chiede lo storico dirigente del Pci, partigiano e amico di una vita di Pietro Ingrao. E ancora: “Anch’io vedo 
le sue chiusure. Ma non mi sembra 
che ci sia nel Paese la richiesta di un nuovo partito”

In tutte queste situazioni c’è un solo protagonista, il Pd di sempre, con i vecchi uomini e i vecchi metodi, e un grande assente, il nuovo corso di Renzi. Decisionista da capo del governo, da segretario del Pd Renzi si rivela immobilista. Nei territori finisce in minoranza o è costretto ad affidarsi ai professionisti del trasformismo. E dietro di lui c’è il deserto. «vedo una contraddizione profonda tra il Pd di Roma e il territorio e tra Renzi e il renzismo.

Leggi l’intervista a Reichlin su Espresso+

C’è una grande distanza tra il segretario-premier e la sua classe dirigente», dice Antonio Bassolino. E sulla scissione, avverte il grande vecchio Alfredo Reichlin, «vedo in Renzi una preoccupazione. Lui sa che non si fa un partito del 40 per cento che vuole rappresentare il Paese nel profondo senza un rapporto con l’elettorato di sinistra e le sue rappresentanze». Ma anche per questo il Pd renziano rischia di apparire un’occasione perduta. Un partito buttato.

L’ARTICOLO INTEGRALE SULL’ESPRESSO IN EDICOLA VENERDI’ 3 APRILE E SU ESPRESSO+

Alberto Burgio: Pd, il dissenso ridotto a farsa Fonte: Il Manifesto | Autore: Alberto Burgio

Insomma, è pro­prio il caso di dirlo: molto rumore per nulla.

Dopo lo scon­tro sulla «riforma» del Senato, ora di nuovo, sul lavoro, la mino­ranza Pd inghiotte il rospo. La sini­stra interna (3 ecce­zioni su 26 con­fer­mano la regola) si è pie­gata al ricatto della fidu­cia. Come se un ricatto costi­tuisse un alibi, come se la debo­lezza fosse una ragione. Ma se lo scorso ago­sto si trattò forse di un impre­vi­sto, adesso siamo a un copione spe­ri­men­tato, del resto con­forme alla sor­tita di Ber­sani di qual­che giorno fa. L’avviso sulla lealtà alla «ditta» – peral­tro riba­dito anche da ultimo – non fu dun­que una voce dal sen fug­gita, ma il pre­vi­dente annun­cio di quanto era già intuito, assunto, metabolizzato.

È stata una scelta grave in un pas­sag­gio stra­te­gico. Renzi ha aperto la guerra interna nel Pd su mate­rie cru­ciali. La modi­fica della Camera Alta stra­volge l’architettura costi­tu­zio­nale e mina alle fon­da­menta la rap­pre­sen­tanza demo­cra­tica, alte­rando la natura dello Stato. L’attacco ai diritti essen­ziali del lavoro subor­di­nato col­pi­sce il car­dine della Repub­blica anti­fa­sci­sta, oltre che la ragion d’essere di una sini­stra che possa legit­ti­ma­mente dirsi tale. Non si tratta di scelte improv­vi­sate, e non è casuale che su que­sti ter­reni il «capo del governo» abbia deciso di gio­carsi la par­tita. Sfon­dando sulla divi­sione dei poteri e sui diritti del lavoro, mor­ti­fi­cando il dis­senso e sfot­tendo le orga­niz­za­zioni sin­da­cali, Renzi intende mostrarsi in grado di gui­dare il «cam­bia­mento»: di svuo­tare la Costi­tu­zione del ’48 e di varare una nuova forma di governo fun­zio­nale alla sovra­nità del capi­tale privato.

Solo chi avesse perso qual­siasi capa­cità di giu­di­zio potrebbe sot­to­va­lu­tare la gra­vità di quanto accade. Nel giro di pochi mesi viene pren­dendo vita un regime auto­ri­ta­rio nel quale il capo della fazione pre­va­lente potrà con­trol­lare tutti gli snodi della deci­sione poli­tica. E si viene regre­dendo verso un’oligarchia neo­feu­dale in cui il lavoro è senza garan­zie, pre­ca­riz­zato nella radice del rap­porto con­trat­tuale, quindi ricat­ta­bile in ogni momento e desti­nato a salari sem­pre più bassi. Nem­meno manca, per i palati più esi­genti, il gra­zioso sar­ca­smo delle «tutele crescenti».

In tale sce­na­rio non incombe sui par­la­men­tari demo­cra­tici alcun vin­colo poli­tico o morale di lealtà verso il par­tito e il gruppo, né, tanto meno, verso l’esecutivo.

Non solo per­ché – anche gra­zie alla com­pro­vata obbe­dienza dei dis­si­denti – il Pd è diven­tato un par­tito per­so­nale, coman­dato col ricatto, il dileg­gio, l’insulto. Non solo per­ché ogni vin­colo viene meno quando sono tra­volti prin­cipi fon­da­men­tali della Carta e per­ché, chie­dendo la fidu­cia su una delega in bianco («inde­fi­nita e sfug­gente nei cri­teri», nota la Cgil), il governo ha vio­lato la Costi­tu­zione (e di ciò il pre­si­dente della Repub­blica dovrebbe tener conto, invece di lasciarsi andare a impro­pri apprez­za­menti del Jobs Act). Cia­scun par­la­men­tare del Pd ha il diritto e il dovere di deci­dere in piena auto­no­mia anche per­ché il governo pro­cede rove­sciando di sana pianta il pro­gramma in base al quale i par­la­men­tari demo­cra­tici sono stati eletti. Un tale governo non va pre­ser­vato. Va con­tra­stato e fatto cadere al più pre­sto, impe­gnan­dosi affin­ché il paese imboc­chi la strada della riscossa democratica.

Dire, com’è stato detto, che negare la fidu­cia sarebbe stato «irre­spon­sa­bile» per­ché la scelta sarebbe tra Renzi e la Troika è sol­tanto un modo per nascon­dere la realtà. Non solo que­sto governo si attiene in toto ai det­tami di Washing­ton, Bru­xel­les e Fran­co­forte (o qual­cuno si mera­vi­glia per la sod­di­sfa­zione di Dra­ghi e della Mer­kel?). Lo fa, per di più, impe­dendo alla gente di capire e di sot­trarsi alla morsa del nuovo regime che sof­foca il paese. Se una poli­tica di destra è fatta da un par­tito che si dichiara, almeno in parte, di sini­stra, che senso hanno ancora que­ste vetu­ste parole, e come si può pen­sare di poter cam­biare rotta?

Ma allora per­ché, ancora una volta, que­sto cedi­mento, che, come ognuno vede, demo­li­sce la cre­di­bi­lità della sini­stra demo­cra­tica? Per­ché que­sta obbe­dienza che rischia di ridurre il dis­senso interno a una farsa; che induce a par­lare di tra­di­mento del man­dato par­la­men­tare (que­sto ha detto in sostanza il sena­tore Tocci inter­ve­nendo in aula); che rende la mino­ranza com­plice del nuovo padrone del Pd, al quale non solo è offerta una pre­ziosa san­zione di onni­po­tenza (delle sue sprez­zanti rispo­ste alle timide richie­ste di modi­fica della delega resterà memo­ria), ma è anche con­cessa gra­tis l’opportunità di esi­bire, quando serve, una patente con­traf­fatta di sini­stra? Si può ter­gi­ver­sare e pre­di­care cau­tela, pur di sot­trarsi al giu­di­zio. Si può tacere, augu­ran­dosi di limi­tare il danno o di pro­pi­ziare svi­luppi posi­tivi. Ci si illude. Da sé le cose non cam­bie­ranno certo in meglio. Noi stiamo piut­to­sto con il segre­ta­rio gene­rale della Fiom che arri­schia un giu­di­zio duris­simo (votare la fidu­cia serve a «difen­dere le pol­trone») e ne trae le dovute con­clu­sioni («di un par­la­mento così non sap­piamo che farci»).

Non­di­meno, siamo tra i testardi che pen­sano che in poli­tica non si è mai all’ultima spiag­gia e che nes­sun fran­gente, per quanto grave, è irre­pa­ra­bile e defi­ni­tivo. Anche in que­sto caso, nono­stante tutto, sta­remo a vedere come andrà avanti que­sta sto­ria e come si con­clu­derà. Sen­tiamo che alcuni dis­si­denti saranno il piazza con la Cgil il 25 otto­bre. E che un espo­nente della mino­ranza del Pd, l’onorevole D’Attorre, annun­cia bat­ta­glia sul Jobs Act alla Camera, defi­nendo «inac­cet­ta­bile» che anche in quella sede il governo ponga la fidu­cia. Ne pren­diamo atto. Osser­vando che, se le parole hanno ancora un valore, que­ste equi­val­gono a pro­met­tere che, in tale non impro­ba­bile eve­nienza, la sini­stra del Pd arri­verà final­mente a quella rot­tura che non ha sin qui nem­meno ven­ti­lato. Vedremo.

Intanto resta che viviamo giorni cupi, gra­vidi di peri­coli, forieri di nuove vio­lenze e di più gravi ingiu­sti­zie. Giorni che get­tano nuove inquie­tanti ombre sul futuro di que­sta Repubblica

Jobsact, la sinistra Pd vota la 24° fiducia a Renzi. Prc: “Come ladri nella notte…”Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Con il voto di questa notte del Senato al Jobs act, il governo Renzi incassa la sua ventiquattresima fiducia. Dal giorno della sua nascita, tre al mese. Non c’è male per il “rottamatore” che vuole cambiare l’Italia no? Le prime due fiducie, quelle programmatiche, il Governo Renzi le aveva ottenute il 25 febbraio scorso. E via così, fidando su un partito che non si smentisce, sistematicamente mai! Deve essere per questa incallita abitudine che ieri, nonostante le minacce di sfaceli, alla fine anche Walter Tocci, oppositore del Jobsact, alla fine ha votato la fiducia e si è dimesso: l’unico. Un bilancio amaro, certamente per chi ha tentato da dentro il Pd di contrastare il cammino di Renzi.

Il dissenso ha preso forma, nel documento, presentato direttamente alla stampa a Palazzo Madama e preparato in maniera “estemporanea” che vanta 36 firme tra i democrat: 27 sono i senatori, tutti, pressoche’, firmatari degli emendamenti della minoranza Pd alla legge delega; 9 sono invece i deputati, tutti membri della Direzione. Tra questi ultimi spiccano due membri della segreteria Dem, Micaela Campana e Enzo Amendola, i bersaniani D’Attorre e Zoggia, l’ex segretario Epifani e uno dei Democrat piu’ oltranzisti nel dissenso anti-renziano come Stefano Fassina. Tutta gente che in molti casi, come Epifani, ha avuto un andamento ondivago e che ora tenta di ricrearsi una verginità. Non c’e’ solo Area Riformista nel gruppo; ma manca il nome di Pier Luigi Bersani e manca quel Pippo Civati che da tempo si pone all’estremo opposto del renzismo, tanto che ieri sera, sono stati almeno due i senatori civatiani – Casson e Ricchiuti – a uscire dall’Aula al momento del voto di fiducia. E sul punto il messaggio del documento e’ chiaro: “non e’ nella nostra natura non votare la fiducia a un Governo Pd ma ora il testimone passa alla Camera, dove ci batteremo con determinazione per passi avanti”. Passi avanti? Alla Camera il Governo dorme sonni tranquilli. E in quanto ai cosiddetti miglioramenti c’è da mettersi le mani nei capelli. Mancano, ad esempio adeguate garanzie “sull’invasivita’ dei controlli” (video) e manca, soprattutto, “la parte riguardante le tutele nei casi dei licenziamenti disciplinari”. Ma il documento del dissenso va oltre il merito del Jobs Act, con “un giudizio non positivo” su un ricorso alla fiducia che stoppa il dibattito, manifesta “le difficolta’ e le debolezze del Governo” e “non potra’ essere riproposto alla Camera”. Concetto letteralmente ribadito da un altro ‘big’ della sinistra Pd, Gianni Cuperlo. E invece è questo che accadrà.
La tensione, al Nazareno, resta insomma alta e rischia di invadere l’Aula di Montecitorio. Civati accusa il Pd di fare “la cosa piu’ di destra” della sua storia ed evoca dimissioni tra senatori.

“Non sono indifferente alla responsabilita’ di rispettare le decisioni prese dal mio partito- dice Walter Tocci- e neppure alla responsabilita’ del rapporto di fiducia tra la mia parte politica e il governo. Sono altresi’ consapevole che i margini di maggioranza al Senato sono piuttosto esigui e non ho alcuna intenzione di causare una crisi politica”. “Anche se ho sempre sostenuto- spiega- che l’alleanza tra partiti di destra e di sinistra dovesse essere a tempo e non per l’intera legislatura. Sarebbe meglio per tutti se la prossima primavera si tornasse a votare per formare un governo con un chiaro e determinato mandato elettorale. Ma, ripeto, questo non posso e non voglio deciderlo io. Saranno le massime autorita’ istituzionali a definire i tempi della legislatura”.

Sulla vicenda è intervenuto il segretario del Prc Paolo Ferrero: “Come ladri nella notte voteranno la fiducia su una delega che lascia mano libera al governo nella demolizione dei diritti dei lavoratori – scrive Ferrero in una nota – un atto che si pone contro la nostra Costituzione. Se il parlamento voterà la fiducia sul jobs act abdicherà la propria funzione e cederà tutti i poteri all’esecutivo, a questo governo che obbedisce alla Merkel”.

Lavoro, i giovani del Pd scrivono a Renzi: “Il Jobs act non è la strada giusta” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Pd sotto tiro per il Jobs act e il decreto lavoro. C’è una mezza rivolta ne partito, a partire da regioni importanti come l’Emilia Romagna. Non solo, dall’esterno arrivano vere e proprie azioni mirate. Ieri gli insegnanti precari che da due settimane tengono un presidio davanti alla sede del PD a Milano per chiedere un impegno sul tema della Scuola Pubblica e della stabilizzazione di chi insegna da troppi anni come precario, hanno occupato simbolicamente la sede del PD esponendo il loro striscione. Intanto si annuncia lo sciopero dei precari della scuola per l’11 aprile con un corteo a Roma.A dire nero su bianco che il decreto Lavoro “non e’ la strada giusta” e per questo va ritirato e’ Vinicio Zanetti, segretario regionale dei Giovani democratici dell’Emilia-Romagna, che ha spedito una lettera al premier Matteo Renzi proprio alla vigilia della conferenza economica del Pd di domani a Viano, nel reggiano, con il responsabile Economia del partito, Filippo Taddei. Il segretario dei giovani del Pd (che alle scorse primarie appoggio’ Gianni Cuperlo) non e’ nuovo alle critiche al decreto Lavoro, che defini’ “una porcata pazzesca” non piu’ tardi di tre settimane fa. “Basta con la precarieta’- scrive Zanetti- non ne possiamo piu’. E’ inutile negare che in Italia, in questi anni, si e’ gia’ abbastanza abusato dei contratti a termine o a progetto e delle false partite Iva. Basta. La nostra e’ ormai diventata una vita precaria, senza la possibilita’ di costruirci un futuro. Non possiamo piu’ immaginare o sognare una vita dignitosa, perche’ gia’ sappiamo che molto probabilmente non ne avremo i mezzi e dovremo pesare sulle spalle dei nostri genitori per tanti anni”.
Zanetti chiede a Renzi se “e’ questo il futuro che vuoi per i giovani del tuo Paese. Io non credo che sia la strada giusta e per questo, a nome di tantissimi giovani precari, ti chiedo: ritira il decreto Lavoro”, che “introduce piu’ precarieta’ o, di fatto, la legalizza piu’ di quanto non lo fosse gia’”. Piuttosto, suggerisce il segretario dei giovani del Pd dell’Emilia-Romagna, “riduci il numero delle tipologie contrattuali e inserisci il contratto unico a tempo indeterminato a tutele crescenti, come dovrebbe prevedere il Jobs act”. “Caro Matteo- scrive il numero uno dei giovani Pd in Emilia-Romagna al premier- riconsegnaci la possibilita’ di sognare e di vedere un futuro davanti a noi”. In Italia, ricorda Zanetti, “la disoccupazione giovanile e’ al 43%, la piu’ alta di sempre; due milioni di ragazzi non studiano e non lavorano; un’intera generazione e’ senza speranza e non vede un futuro davanti a se'”. Pero’, sostiene il segretario dei Giovani democratici, “molti ragazzi ripongono tanta fiducia nei tuoi confronti e, nonostante non ti abbia votato al congresso, penso e spero che tu sia veramente in grado di cambiare e risollevare le sorti di questo Paese”. Finora, infatti, “le tue proposte e i tuoi provvedimenti sono andati nella direzione giusta- afferma Zanetti- il taglio dell’Irpef; il pagamento dei debiti della Pa; l’aumento delle tasse sulle rendite finanziarie; gli investimenti sulla scuola, sugli insegnanti e sull’educazione, anche se spero che ci saranno anche investimenti sul diritto allo studio”. Inoltre, continua Zanetti, “ci piace la tua visione di Europa, ma soprattutto del ruolo che l’Italia deve avere in Europa”. Quello che invece proprio non va, invece, “e’ il decreto lavoro”, ribadisce il segretario dei giovani Pd emiliano-romagnoli.

Partito democratico, rivolta degli iscritti dell’Aquila: “Ci tagliate i fondi” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Il Pd dell’Aquila sul piede di guerra contro il partito a livello regionale e nazionale e quindi contro il governo Letta: argomento, l’insufficienza dei fondi per la ricostruzione della citta’ devastata dal sisma nel 2009 che, come sottolineato in una conferenza stampa, “sono finiti”. Lunedì sarà pubblicato l’ultimo elenco di contributi, “poi i cittadini resteranno a bocca asciutta”.
La protesta per ora e’ simbolica, con la sostituzione delle bandiere del partito nella sede e nei comitati cittadini con quelle neroverdi – i colori della citta’ – e con un’assemblea convocata per lunedi’ alle 17. Ma c’e’ aria di mobilitazione. Contestato anche l’annuncio dei 600 milioni di euro in piu’ per i prossimi tre anni – che si aggiungono al miliardo 200 milioni gia’ stanziato – dato ieri dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, l’abruzzese Giovanni Legnini, con il quale c’e’ frizione.

Ma come c’è il fiscal compact!
Bizze precongressuali? Capricci di qualche leaderino locale che in una fase di profonda trasformazione del gruppo dirigente sgomita per arrivare qualche piano più in sul? Può darsi. E non è così importante appurarlo. E’ interessante capire un’altra dinamica, quella del leghismo piddino. Il grande partito di governo, quello che pur di assicurare una guida al paese sta subendo fino in fondo i colpi di coda del gruppo Tnt (“Tanto non tramontiamo”) facendosi triturare e triturando a loro volta, per reazione uguale e contraria, tutti i più elementari diritti democratici, mostra la corda. Non ce la fa più a tenere i suoi. La vicenda dell’Aquila potrebbe essere il primo campanello d’allarme. Non l’ammezzaranno i giovanilismi degli sgomitanti leader, non la fine di ogni più stracciato,e schiavo, tricolore (ridicolo come hanno gestito la vicenda Nsa); non lo annullerà il berlusconismo di ritorno, né i vari piccoli e grandi comitati d’affari che si riorganizzano via via attorno a qualche opera, consiglio d’amministrazione, onlus, filiera bancaria che sia. Il Pd morirà di spasmi atroci a colpi di leghismo interno, di quelli che ormai disperati non riescono più ad intercettare un’euro nemmeno quando i propri amici stanno al governo. E allora giustamente si fanno girare le scatole. L’Italia in fondo è quel paese là. E il Pd sembra esserselo dimenticato. Nella sua folle corsa verso una non meglio identificata “responsabilità nazionale” sta di fatto frantumando il paese creando barriere, visibili o invisibili, tra un campanile e l’altro. Ed è su questo che cadrà il “rigore costi quel che costi”. Insomma, il massimo che ha generato la politica suicida del Pd è la più classica della guerra tra poveri. Verrebbe da chiedere ai piddini dell’Aquila: “Perché il vostro terremoto dovrebbe essere più importante del disastro della sanità, del paradosso dell’istruzione che sta di fatto negando il diritto allo studio a centinaia di migliaia di ragazzi, della disoccupazione giovanile che taglia pezzi di futuro come fosse un gioco?”. Perché? Avete detto di sì al fiscal compact, o no? L’avete addirittura messo in Costituzione. A che cosa pensavate quando l’avete fatto? Sbaglio, o il terremoto all’epoca già c’era stato?

“Si può dare di più”
“Il totale e’ lontanissimo da quello che ci serve e per la ricostruzione pubblica non c’e’ un euro”, protesta l’ex parlamentare Giovanni Lolli, che nei mesi scorsi aveva chiesto a Legnini di dimettersi da deputato per subentrare al suo posto alla Camera. Lolli invita alla mobilitazione: “Qualunque cosa l’abbiamo ottenuta solo dalla protesta. Senza il casino del sindaco Cialente, la fascia da sindaco tolta e le bandiere tricolori ammainate – ha ricordato Lolli – quel miliardo e 200 milioni non sarebbe mai arrivato e anche questi ultimi 600 milioni sono arrivati solo perche’ facciamo casino”. “Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di inserire il nostro problema nella loro piattaforma nazionale. Il giorno dello sciopero mi auguro che questa citta’ si fermi. Mi aspetto che Pdl e Udc dell’Aquila abbiano lo stesso nostro comportamento di protesta” ha detto ancora Lolli. Secondo la senatrice Stefania Pezzopane, “a livello regionale pensano che stiamo alzando troppo i toni? Possono pensarla come vogliono, noi stiamo con i nostri concittadini e ne condividiamo l’angustia e la sofferenza e facciamo la nostra protesta a partire dalle bandiere”. “Abbiamo manifestato contro il governo Berlusconi, contro il governo Monti e siamo pronti a farlo anche contro il governo Letta – ha detto il segretario comunale Pd, Stefano Albano -. Il fatto che il Pd ne sia parte decisiva non ci fa tentennare, saremo ancora piu’ determinati