Corruzione alla Commissione Tributaria: 5 arresti In manette Virlinzi, Impallomeni e altri tre catanialivesicilia.it

Lunedì 08 Febbraio 2016 – 16:31 di

Arrestato Filippo Impallomeni, presidente di Sezione della Commissione Tributaria, l’imprenditore Giuseppe Virlinzi. Tutti i particolari in aggiornamento. TUTTI I NOMI DEGLI ARRESTATI

CATANIA- Corruzione alla Commissione Tributaria di Catania, 5 arresti eccellenti. Il giudice Filippo Impallomeni, presidente di Sezione della Commissione Tributaria, è stato arrestato con l’accusa di corruzione insieme al noto imprenditore Giuseppe Virlinzi e ad altri tre colletti bianchi di primo piano: Giovanni La Rocca, commercialista della Virauto Spa, Agostino Micalizio, direttore commerciale della stessa società e Antonino Toscano, cancelliere della commissione tributaria provinciale.

Le accuse, secondo il procuratore Michelangelo Patanè, sarebbero gravissime, tanto da consentire la conduzione in carcere degli indagati. Il giudice Impallomeni avrebbe utilizzato “per 5 anni”, auto fornite dalla Virauto in cambio di pareri favorevoli, sentenze che avrebbero consentito vantaggi fiscali per 800mila euro. In un caso, la sentenza della Commissione Tributaria si sarebbe basata su elementi “falsi”, e Impallomeni avrebbe tentato di sostuirla con una pronuncia di condanna, proprio mentre aveva capito di essere intercettato.

LE INDAGINI. L’accusa di corruzione in atti giudiziari è stata formulata dal Procuratore Michelangelo Patanè e dal Pm Barbara Tiziana Laudani. Riguarda due insospettabili: l’imprenditore Giuseppe Virlinzi e Filippo Impallomeni, presidente di Sezione della Commissione Tributaria di Catania e l’imprenditore Giuseppe Virlinzi.

TUTTI I NOMI DEGLI ARRESTATI. Arrestati Giuseppe Virlinzi, Giovanni La Rocca, commercialista della Virauto Spa, Agostino Micalizio, direttore commerciale della stessa società e Antonino Toscano, cancelliere della commissione tributaria provinciale

Filippo Impallomeni, insospettabile, considerato tecnico di altissimo profilo, è stato da sempre apprezzato per il ruolo svolto ai vertici della Commissione Tributaria. Non a caso a lui sono stati affidati i casi più delicati, come quello sulla presunta elusione fiscale a carico di Mario Ciancio. In passato, era stato scelto dal sindaco Raffaele Stancanelli, come tecnico, per guidare i vertici dell’Asec, colosso pubblico che gestisce il servizio di erogazione e distribuzione del gas a Catania.

Giuseppe Virlinzi è il fratello del Cavaliere Ennio Virlinzi, re del ferro, del cemento e principale immobiliarista di Catania.

LE DICHIARAZIONI DEGLI INQUIRENTI

Barbara Tiziana Laudani, pubblico ministero: “Nel luglio del 2015, mentre indagavamo, è stata emessa una sentenza della commissione Tirbutaria basata su dati falsi. Abbiamo verificato la disponibilità, in capo a Filippo Impallomeni, di autovetture della Virauto. Quando gli indagati erano intercettati, e avevano capito di essere sott’indagine, è stata tentata la sostituzione della sentenza favorevole con una di condanna”. “Ci tengo -ha sottolineato il Pm Laudani- a sottolineare il Gico per la preziosa collaborazione”.

Roberto Manna, comandante Gdf Catania: “Il Gip ha disposto 4 ordinanze di custodia cautelare in carcere, questo fa emergere tutta la gravità delle condotte, non sempre viene disposta la custodia in carcere, tranne quando venga provato un fatto grave. Ci siamo trovati davanti a un sistema ben strutturato e collaudato da anni. L’imprenditore dominus, il giudice elabora le sentenze, il commercialista che fa da tramite, e la concessionaria che fornisce gratuitamente autovetture, riparando anche la vettura della moglie del giudice della commissione tributaria”

Alberto Nastasia, comandante Tributaria di Catania: “Abbiamo eseguito accertamenti, intercettazioni e acquisito documenti che consentono di chiudere il cerchio di tutte le accuse presentate al Giudice delle indagini preliminari

LE ACCUSE DELLA FINANZA: I finanzieri ritengono “decisivo, il ruolo del Giudice Impallomeni, il quale, attraverso costanti contatti con il commercialista La Rocca e rivestendo sempre il ruolo di Presidente – relatore ed estensore delle relative sentenze -, provvedeva a redigere sentenze di accoglimento dei ricorsi presentati dalle società, garantendo in tal modo l’annullamento di accertamenti fiscali di rilevante ammontare. Di particolare rilievo una sentenza che, nel merito, è stata ritenuta del tutto illegittima in quanto basata su presupposti falsi, mentre in altri casi le sentenze di accoglimento dei ricorsi riconducibili al gruppo Virlinzi sono state emesse in tempi ristrettissimi. A fronte di tale “disponibilità”, il gruppo imprenditoriale assicurava nel tempo al Giudice la messa a disposizione gratuita di diverse autovetture, per le quali la concessionaria della famiglia Virlinzi si accollava anche tutti i costi di manutenzione, assicurazione, ivi compresi quelli di riparazione in caso di guasti e incidenti. Gli accertamenti volti ad acquisire la documentazione relativa alle predette autovetture hanno fatto emergere l’inesistenza di titoli giustificativi dell’uso delle stesse da parte del giudice. Nonostante ciò, su una delle due autovetture intestate alla concessionaria il Giudice Impallomeni aveva anche apposto un adesivo riportante lo stemma “magistratura tributaria”. La stessa concessionaria è stata utilizzata dal giudice anche per riparare l’autovettura della moglie, con spese, anche in questo caso, a carico del gruppo. Nel corso delle indagini, dopo l’effettuazione di alcune acquisizioni documentali presso la Commissione tributaria, sono stati accertati anche gravi condotte volte a depistare le indagini da parte del giudice. Particolarmente significativo è stato il tentativo posto in essere dal giudice, con la complicità del cancelliere TOSCANO, di recuperare da un ufficio della Commissione Tributaria una sentenza favorevole emessa e depositata nel luglio 2015 sempre nei confronti di un società del gruppo Virlinzi. L’intenzione era quella di sostituire alla sentenza di accoglimento del ricorso presentato dalla società una sentenza di condanna, al fine di “smontare” l’eventuale impianto accusatorio, posto che l’acquisizione di diverse sentenze riconducibili anche al gruppo VIRLINZI presso la Commissione Provinciale da parte della Guardia di Finanza aveva ingenerato allarme nello stesso. Tale tentativo, tuttavia, non è andato a buon fine, poiché la decisione era già stata depositata e registrata e, pertanto, i predetti si vedevano costretti a desistere dall’ulteriore azione criminosa. Gli arrestati sono stati condotti presso Casa Circondariale di Piazza Lanza a disposizione dell’Autorità Giudiziaria, ad eccezione del Toscano, posto agli arresti domiciliari”.

Mafia, non luogo a procedere per l’editore Ciancio da. larepubblica palermo.it

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Il gup del tribunale di Catania: “Il fatto non costituisce reato”. Il patron de La Sicilia era imputato per concorso esterno in associazione mafiosa

Mafia, non luogo a procedere per l’editore Ciancio
Mario Ciancio Sanfilippo
Il giudice per l’udienza preliminare di Catania ha disposto il non luogo a procedere per l’editore e direttore de La Sicilia, Mario Ciancio Sanfilippo, nell’inchiesta in cui era imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Per il gup il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Per il gup di Catania, Gaetana Bernabò Distefano, non c’erano elementi necessari a istruire un processo. Il gup ha prosciolto l’editore e direttore de La Sicilia, annunciando il deposito della motivazione entro i prossimi novanta giorni. L’udienza era stata caratterizzata dagli interventi dei legali della difesa, gli avvocati Carmelo Peluso, del foro di Catania, e Francesco Colotti, dello studio di Giulia Bongiorno.
In precedenza la procura di Catania aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo, ma il gip Luigi Barone in udienza camerale aveva sollecitato nuove indagini.

I pm avevano quindi presentato la richiesta di rinvio a giudizio e nell’avviso di conclusione delle indagini la procura di Catania sottolineava che “la contestazione si fonda sulla ricostruzione di una serie di vicende che iniziano negli anni ’70 e si protraggono nel tempo fino ad anni recenti” e “riguardano partecipazione ad iniziative imprenditoriali nelle quali risultano coinvolti forti interessi
riconducibili all’organizzazione Cosa Nostra” e in particolare a un centro commerciale.

Nel procedimento si erano costituiti come parte civile l’Ordine dei giornalisti di Sicilia, con l’avvocato Dario Pastore, i due fratelli del commissario della polizia di Stato Beppe Montana, ucciso dalla mafia, Dario e Gerlando, con il penalista Goffredo D’Antona, e Sos Impresa, associazione antiracket di Confesercenti, con il legale Fausto Maria Amato.

Regione, Raffaele Lombardo rinviato a giudizio Avrebbe nominato superdirigenti senza requisiti da: meriodinews.it

Redazione 17 Dicembre 2015

Cronaca – L’accusa per l’ex governatore è di abuso d’ufficio. Secondo i magistrati, gli incarichi a Rossana Interlandi – ex assessora regionale -, Nicola Vernuccio e Rino Lo Nigro non sarebbero stati giustificati dai titoli in loro possesso. In un caso, mancava anche laurea e master. Il processo inizierà il 7 febbraio

Avrebbe nominato tre superdirigenti nonostante non avessero i requisiti necessari. È questa l’accusa di cui dovrà rispondere l’ex leader dell’Mpa Raffaele Lombardo, rinviato a giudizio dal gup del Tribunale di Palermo Lorenzo Iannelli. La vicenda risale agli anni in cui Lombardo era presidente della Regione: secondo i magistrati, l’allora governatore si sarebbe reso protagonista di abuso d’ufficio nell’iter che portò alla nomina di Rossana Interlandi, ex assessora regionale, Nicola Vernuccio e Rino Lo Nigro a ruoli apicali nella burocrazia regionale. Il tutto, senza che i tre possedessero titoli sufficienti per svolgere gli incarichi. A essere giudicato, insieme a Lombardo, sarà anche il dirigente Antonino Scimemi.

Al centro dell’inchiesta – che originariamente aveva toccato anche l’ex assessore alla Sanità Massimo Russo – i rapporti tra l’ex governatore e i tre superdirigenti. Se nel caso di Interlandi e Vernuccio, i percorsi di entrambi si sono intrecciati con la storia del Movimento per l’autonomia – dove i due ebbero ruoli dirigenziali -, per quanto riguarda Lo Nigro, i magistrati hanno rilevato come l’allora direttore dell’Agenzia regionale per l’impiego fosse privo di qualsiasi requisito necessario alla nomina, compresi la laurea e il master. Questo il commento dell’ex presidente della Regione: «Si tratta di nomine del dicembre del 2009. Se ne sono già occupate la Corte dei Conti, che dopo attenta verifica ha disposto di non doversi procedere, e la Procura della Repubblica che, a sua volta, dopo un’accurata indagine, ha chiesto l’archiviazione. Anche il giudizio – concluso – consentirà di attestare l’assoluta correttezza dell’atto amministrativo».

Il processo contro Lombardo e Scimemi inizierà il 7 febbraio, davanti alla terza sezione del Tribunale di Palermo.

ITALIA “Ville e appartamenti coi soldi dell’8 per mille”, l’ex vescovo di Trapani nella bufera da. rainews

ITALIA “Ville e appartamenti coi soldi dell’8 per mille”, l’ex vescovo di Trapani nella bufera Si sta per chiudere l’indagine nei confronti del prelato accusato di appropriazione indebita, malversazione, diffamazione e calunnia nei confronti del suo ex economo Tweet Indagato l’ex abate di Montecassino: usava i fondi dell’8 per mille per viaggi e droga Sequestro di beni per 500mila euro all’ex abate di Montecassino 15 dicembre 2015 La Procura di Trapani sta per chiudere l’indagine a carico dell’ex vescovo Francesco Miccichè accusato di appropriazione indebita, malversazione, diffamazione e calunnia nei confronti del suo ex economo, don Antonino Treppiedi, verso il quale aveva cercato di stornare i sospetti per un misterioso ammanco nelle casse della Curia. Secondo le accuse è un fiume di denaro, quasi due milioni di euro provenienti dall’8 per mille destinato negli ultimi tre anni dalla Santa Sede alla diocesi di Trapani, quello che sarebbe finito nelle tasche dell’ex vescovo. L’ipotesi accusatoria dei pm Di Sciuva, Morra e Tarondo trova conferme anche dalle indagini delle Fiamme Gialle che sono riuscite a ricostruire un giro di bonifici e false fatture che avrebbero consentito all’alto prelato di ottenere grosse somme poi investite nell’acquisto di appartamenti e ville. Prima fra tutte quella di Monreale, in cui vive con la sorella dopo la rimozione dal suo incarico voluta da Papa Francesco, e che è attualmente adibita a Bed & Breakfast. Ma non c’è solo quella: ce n’è un’altra a Trabia , e tre appartamenti a Palermo uno dei quali è intestato alla giovane nipote. I pm indagano anche sul conto del prelato presso lo Ior che vede un deposito di 400mila euro: troppi secondo i magistrati e non compatibili né con il suo stipendio né con il suo patrimonio personale in quanto Micciché proverrebbe da una famiglia modesta. Sembra che il prelato negli ultimi tempi abbia tentato di avvicinare Papa Francesco per chiedergli un incarico e la cittadinanza vaticana che gli permetterebbe di sottrarsi alla giurisdizione italiana. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/vescovo-trapani-micciche-ville-soldi-otto-per-mille-eaaf707d-b6ac-49ea-826f-110c7825abdf.html

Comune di Falcone vs giornalista Mazzeo. Al via il processo dqa: antimafia duemila

di Antonio Mazzeo
Giovedì 10 dicembre alle ore 9 prenderà il via davanti al Tribunale di Patti (Messina) il processo contro il giornalista Antonio Mazzeo (in foto), imputato del reato di cui agli artt. 81 e 595 comma 3 (diffamazione a mezzo stampa) a seguito di una querela presentata dal Comune di Falcone per l’inchiesta pubblicata sul periodico I Siciliani giovani (n. 7 luglio-agosto 2012), dal titolo “Falcone comune di mafia fra Tindari e Barcellona Pozzo di Gotto”. Nella lunga inchiesta venivano descritte alcune vicende che avevano interessato la vita politica, sociale, economica ed amministrativa della piccola cittadina della costa tirrenica del messinese (speculazioni immobiliari dalle devastanti conseguenze ambientali e paesaggistiche; lavori di somma urgenza post alluvione del 2008, ecc.) nonché le origini e le dinamiche evolutive delle organizzazioni criminali presenti nel territorio, organicamente legate alle potenti cosche mafiose di Barcellona Pozzo di Gotto.

Il 24 agosto 2012, una settimana dopo la pubblicazione dell’inchiesta, la Giunta comunale di Falcone con il Sindaco avv. Santi Cirella e gli assessori Pietro Bottiglieri, Giuseppe Battaglia e Giuseppe Sofia, deliberò – onde tutelare l’immagine e la rispettabilità del paese – di conferire l’incarico all’avv. Rosa Elena Alizzi del foro di Barcellona per sporgere querela nei confronti di Antonio Mazzeo. Il 7 febbraio 2013, il Pubblico ministero Francesca Bonanzinga depositò una richiesta di archiviazione per il giornalista, contro cui fu presentata opposizione da parte della legale del Comune. L’8 luglio 2015, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Patti, dott.ssa Ines Rigoli, decideva di rigettare la richiesta di archiviazione e ordinava al Pm di formulare l’imputazione a carico del giornalista. Quattordici giorni dopo la Procura di Patti disponeva il rinvio a giudizio e fissava l’apertura del processo per il 10 dicembre.

Nella sua richiesta di archiviazione, il Pm Bonanzinga aveva riportato che Antonio Mazzeo, “seppur utilizza toni particolarmente forti ed espressioni suggestive, a parere di quest’ufficio, non travalica il limite di critica politica/storica posto che nella ricostruzione della storia del Comune di Falcone richiama fatti da sempre ricollegati al paese nonché problematiche sociali che attengono alla realtà del territorio locale”. “Nel caso di specie – proseguiva il Pm – la critica mossa dal giornalista non si risolve in un attacco sterile e offensivo nei confronti del denunciante ma in una amara riflessione sulla storia del Comune di Falcone, ove, il denunciante viene menzionato solo perché facente parte della gestione dell’Amministrazione Comunale”. Per tutto questo, concludeva la dott.ssa Bonanzinga, “non sussistono, pertanto, elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio nei confronti dell’odierno indagato”.

La penetrazione criminale nel tessuto sociale di quella parte della fascia tirrenica del messinese che da Milazzo e Barcellona Pozzo di Gotto si estende sino a Furnari, Falcone e Mazzarrà Sant’Andrea è stata documentata in centinaia di atti giudiziari, ordinanze di custodia cautelare, operazioni antimafia e sentenze anche passate in giudicato (vedi ad esempio quelle scaturite dalle operazioni Mare Nostrum, Torrente, Vivaio, Gotha, ecc.). Numerose indagini hanno poi accertato come ville e villini a Falcone e nel vicinissimo villaggio turistico di Portorosa (Furnari) siano stati utilizzati nel tempo come comodi rifugi per le latitanze di boss e gregari di mafia, anche provenienti dal palermitano e dal catanese. A Falcone, in particolare, ha risieduto stabilmente il mafioso Gerlando Alberti Junior, condannato in via definitiva per aver assassinato, nel dicembre del 1985, la diciassettenne Graziella Campagna di Saponara, testimone inconsapevole degli affari di droga e armi della borghesia mafiosa peloritana. Fatti storici inconfutabili dimenticati dagli odierni amministratori di Falcone, come è stato pure ignorato che gli ultimi tre reggenti della brutale cosca operante tra Patti, Furnari, Mazzarrà e Montalbano Elicona, alleata della mafia barcellonese (in ordine, Carmelo Bisognano e Santo Gullo, odierni collaboratori di giustizia, e Salvatore Calcò Labruzzo, condannato all’ergastolo in primo grado il 19 dicembre 2014 al processo Gotha-Pozzo 2) sono nati o hanno risieduto per periodi più o meno lunghi proprio a Falcone, dove, tra l’altro, hanno pure insediato alcune delle loro attività economiche più o meno lecite.

Nel decreto di citazione a giudizio di Antonio Mazzeo, il Tribunale di Patti afferma altresì che egli avrebbe offeso “l’onore e il decoro di Cirella Santi, quale Sindaco del Comune di Falcone”, perché nell’inchiesta giornalista pubblicata nell’estate 2012 compare in particolare l’affermazione che “a Falcone si sospetta che Salvatore Calcò Labruzzo possa aver condizionato l’esito delle elezioni comunali del 29 e 30 maggio 2011, che hanno confermato Sindaco l’avvocato Santi Cirella (…) Malavitosi, per lo più sconosciuti agli ambienti falconesi, avrebbero percorso il paese, casa per casa, per fare incetta di voti…”. Ebbene, quanto allora riportato dal giornalista, era stato più volte denunciato pubblicamente dal candidato a sindaco sconfitto alle elezioni amministrative, il bancario Marco Filiti, presidente del Comitato Rinascita Falconese, sostenuto elettoralmente da Sel, Fli ed ex Pdl. In un documento inviato il 3 agosto 2011 al Ministero degli interni e al Prefetto di Messina, pure i consiglieri del gruppo d’opposizione Falcone città futura scrivevano che “da notizie di stampa maturate a seguito di indagini giudiziarie, si è avuta conferma che elementi che hanno partecipato attivamente e fattivamente alla determinazione dell’esito elettorale amministrativo, risultano coinvolti in tali fatti criminali”. Alcuni di essi sarebbero stati successivamente riconosciuti nei volti comparsi sui quotidiani del 25 giugno 2011, con gli arresti delle operazioni antimafia Gotha e Pozzo 2. “Durante i giorni della campagna elettorale – ha dichiarato Marco Filiti – ho personalmente segnalato sia alla locale Stazione dei Carabinieri di Falcone che alla Questura di Barcellona, il ripetersi di atti vandalici e intimidatori nei nostri confronti, con il danneggiamento sistematico del nostro materiale elettorale e con la comparsa di scritte ingiuriose sui nostri manifesti: il tutto è evidentemente verificabile dagli atti depositati”.

A destare una certa inquietudine fu in particolare la presenza tra i candidati alle amministrative nel gruppo pro-Cirella di Maria Calcò Labruzzo, nipote di primo grado proprio di Salvatore Calcò Labruzzo (è figlia del fratello, anch’esso allevatore), avvocata con laurea alla prestigiosa Bocconi di Milano, e risultata poi la consigliere comunale più votata di tutti i 36 candidati delle tre liste partecipanti, con ben 159 preferenze personali. Madrina al battesimo della figlioletta di uno dei figli dello zio Salvatore, Maria Calcò Labruzzo è sorella di Antonio Calcò Labruzzo, imprenditore edile con diversi lavori effettuati a favore del Comune di Falcone. In molti ricordano ancora come il giorno delle nozze, proprio Antonio fu accompagnato all’altare dalla zia Concetta Maggio, moglie di Salvatore Calcò Labruzzo.

In un verbale zeppo di omissis, in data 28 settembre 2011, il collaboratore di giustizia (ex boss), Santo Gullo, nato e residente a Falcone, ad una specifica domanda degli inquirenti rispose che “la nipote di Calcò Labruzzo Salvatore è stata eletta al Comune di Falcone anche con i voti provenienti dalla sua famiglia”. “Calcò Labruzzo Salvatore mi chiese di raccogliere voti per lei, ma in questo caso non ricorremmo all’organizzazione, né ci avvalemmo di alcun mezzo illecito”, aggiunse Gullo. “Mi risulta che il fratello, però, pretendesse di ottenere dei lavori nell’ambito di tale Comune”. Numerosi tra i falconesi i testimoni del pressing elettorale a favore della candidata Maria Calcò Labruzzo da parte del chiacchierato zio Salvatore e di altri appartenenti alla famiglia allargata dei Calcò Labruzzo. Il 24 settembre 2013, il capogruppo di minoranza al Comune di Falcone, Carmelo Paratore (componente del direttivo provinciale del Pdl), ne ha parlato all’udienza del procedimento contro cinque consiglieri comunali “rei” di aver sottoscritto un documento che rilevava sospette anomalie nella vita amministrativa locale (il processo si è concluso con una sorprendente condanna degli imputati, nonostante originariamente il Pm ne avesse chiesto il non luogo a procedere). “Il signor Calcò Labruzzo Salvatore ha partecipato attivamente alla campagna elettorale con tutta la famiglia, l’ho visto con i miei occhi e lo posso dimostrare”, ha dichiarato Carmelo Paratore. “Ho visto altri elementi implicati nel procedimento Gotha partecipare alla campagna elettorale (…) Io stesso sono stato circondato dalla famiglia Calcò nell’ufficio elettorale comunale. Quel giorno loro ci volevano buttare, insieme all’attuale vicesindaco, allora assessore Pietro Bottiglieri, fuori dall’ufficio elettorale. Di questa mia affermazione c’è traccia per la denunzia fatta alla Caserma dei Carabinieri, che sono intervenuti nell’immediatezza e può essere confermato dai dipendenti comunali che lì erano presenti. Ad assediare il Comune di Falcone non c’era solo la famiglia Calcò. Basta prendere la stampa degli ultimi due anni per capire che i personaggi sono tanti. Io sono a conoscenza che molte delle persone, di cui la stampa dice di essere mafiose e sono oggi incriminate, hanno preso parte alla campagna elettorale. Faccio riferimento anche ai Campanino, alla famiglia del collaboratore di giustizia Gullo, il cui cugino primo è consigliere comunale dell’attuale amministrazione, al Bisognano, la cui nipote era sposata con un consigliere comunale della precedente amministrazione…”.

Un’inquietante vicenda si registrò lunedì 30 maggio 2011, secondo giorno di elezioni, quando a meno di un quarto d’ora dalla chiusura dei seggi, all’ufficio elettorale erano presenti numerosi congiunti dei Calcò Labruzzo (tra gli altri, lo “zio” Salvatore con la moglie; il di loro figlio Antonino, veterinario presso l’ASP di Barcellona e titolare di un ambulatorio a Falcone; Sebastiano Calcò Labruzzo, altro fratello di Maria, immortalato qualche ora dopo dai fotoreporter mentre sosteneva sulle proprie spalle il riconfermato sindaco Santi Cirella). Essi intendevano supportare la “richiesta” dei certificati elettorali da parte di una decina di cittadini stranieri residenti nel comune. “Davanti al seggio di Falcone e in quello di contrada Belvedere stazionarono in pianta stabile per tutti i due giorni di elezioni tanti componenti della famiglia Calcò Labruzzo insieme a diversi allevatori-sostenitori nebroidei”, riferiscono alcuni testimoni. “Quando la domenica mattina mi recai in visita al seggio di Belvedere ebbi un’amara sorpresa”, ricorda Marco Filiti. “Al tavolo della presidenza c’era tranquillamente seduta Maria Calcò Labruzzo. Mi recai subito all’uscita per invocare l’intervento del carabiniere che presidiava l’ingresso del seggio. Constata la presenza al tavolo della Calcò, egli ordinò a noi tutti candidati di allontanarci immediatamente dai locali di voto”.

Relativamente alle criticità registrate alle amministrative 2011 e più in generale sul rischio d’infiltrazione criminale nella vita politica-amministrativa di Falcone, sono state presentate tre dettagliate interrogazioni parlamentari: la prima il 12 novembre 2012 da parte dell’on. Antonio Di Pietro (Idv), la seconda il 24 ottobre 2013 dal sen. Domenico Scilipoti (Forza Italia), la terza e ultima il 25 settembre 2015 dai deputati del Movimento 5 Stelle Francesco D’Uva (membro della Commissione Parlamentare Antimafia), Villarosa, Lorefice, Mannino, Dadone, Lupo, Sarti, Rizzo e Cancelleri. “È necessario rilevare come nel territorio falconese sia emerso, nel corso degli anni, un preoccupante quadro di legami tra politica e criminalità organizzata, a seguito di numerose indagini e alcune dichiarazioni di collaboratori di giustizia, i quali, deponendo in sede di alcuni procedimenti giudiziari denominati Gotha e riguardanti il sistema mafioso di gestione degli appalti nel territorio barcellonese, avrebbero denunciato un sistema illecito attraverso il quale garantire l’affidamento dei lavori ad aziende legate alla criminalità organizzata”, scrivono i parlamentari di M5S. “In seguito alle numerose indagini portate avanti in questi anni dalle varie procure siciliane dal 2008 a oggi, tali dichiarazioni hanno potuto trovare effettivo riscontro nei numerosi arresti per associazione mafiosa a danno di imprenditori titolari di alcune delle ditte risultate vincitrici degli appalti; tra questi avvenimenti particolare rilievo assume proprio l’affidamento di parte dei lavori per la rimozione dal territorio dei fanghi causati dall’alluvione del 2008 a un imprenditore ritenuto legato ad ambienti di tipo malavitoso…”. Guai però a riportare tali fatti in un articolo di cronaca. A Falcone la mafia non esiste e affermare il contrario è profondamente lesivo dell’immagine e dell’onorabilità della città, ritengono sindaco e amministratori. Da qui il processo contro il giornalista Antonio Mazzeo che a Patti sarà difeso dall’avvocato Carmelo Picciotto.

Ad Antonio Mazzeo la piena solidarietà da parte di tutta la redazione di Antimafia Duemila nella speranza che venga fatta giustizia nel nome della libertà di informazione e del diritto di cronaca.

Ciancio ed il vicesindaco di Catania Marco Consoli da:lurlo.info/it


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Nel 2008 l’iter burocratico per l’approvazione del Pua – Piano Urbanistico Attuativo – mette in agitazione chi vi ha interesse. L’attesa del parere favorevole da parte del Consiglio comunale di Catania dilata i tempi. Renzo Bissoli scalpita, non è da meno l’imprenditore-editore Mario Ciancio. Questi dialoga con gli esponenti politici del comune, già nella prima puntata della nostra inchiesta viene fuori questo dato, quando Ciancio parlando con Vito Riggio, presidente dell’Enac, gli domanda notizie sull’autorizzazione Enac, perchè “quelli del Comune” la stanno richiedendo per far passare il progetto prima che ci siano le elezioni.

C’è qualcuno che spiega, dall’interno, all’editore catanese le dinamiche legate all’approvazione, l’iter e gli uomini da cui dipende il destino del progetto Stella Polare.

Più di una volta nelle intercettazioni investigative riccorre un nome ed è quello di Marco Consoli, che dal 2008 al 2013 è presidente del Consiglio.
Consoli politicamente riesce ad essere sempre dalla parte del vincitore. Seppur giovane costruisce una carriera politica che lo porta costantemente ad essere vicino alla poltrona della presidenza regionale. Agli esordi politici compare nelle fila dell’Udc in rapporti con Totò Cuffaro, poi diviene il pupillo di Raffaele Lombardo. Poco prima delle elezioni comunali del 2013 abbandona il partito autonomista per entrare nei ranghi nel Megafano. L’attuale carica di vicesindaco nell’amministrazione Bianco nasce dall’accordo con Crocetta.

La telefonata tra Ciancio e Consoli – Mario Ciancio, l’8 ottobre del 2010, discute al telefono con Consoli del problema Catania. Pare che quest’ultimo sia in compagnia di un ingegnere. L’allora presidente riferisce a Ciancio che Zapparrata ha lasciato l’incarico alla provincia ed è tornato al Comune. Consoli e Ciancio quindi discutono del nuovo piano regolatore. Nel corso della conversazione Mario Ciancio parla di Bissoli a suo dire “sautafossi” che ha comprato alla Playa dei terreni. Ciancio racconta a Consoli che l’impreditore a capo della società Stella Polare ha fatto un accordo con quelli della fiera di Milano e ha tutte le carte pronte, quindi l’editore chiede al presidente del Consiglio perchè non venga sbloccato a Bissoli il progetto.

L’intervista di ConsoliMarco Consoli sta dalla parte del PUA, non lo ha mai nascosto. In una intervista rilasciata al Quotidiano di Sicilia datata 17 novembre 2009 parla di Piano Regolatore e del Piano Urbanistico Attuativo “Mi riferisco al Pua meglio conosciuto come Variante Catania Sud. Riguarda quella parte del territorio che interessa la Playa. È importante che il Consiglio possa determinarsi in quanto si è perso troppo tempo – afferma – circa 4 anni, per l’adeguamento del Pua”. Riferendosi ancora al Pua dichiara “È importante non soltanto perché poniamo fine e chiudiamo una questione che è stata in una fase di stallo ma daremo un nuovo aspetto alla Playa. Finora è una zona fruita solo nel periodo estivo ma, per la sua caratteristica turistico-ricettiva, può essere valorizzata per tutto l’anno”.

L’intercettazione tra Mario Ciancio e Angela Ciancio – Il 17 aprile 2013 il Consiglio Comunale di Catania approva la variante al Pua. La stessa sera Mario Ciancio e la figlia Angela ne discutono gioiosamente al telefono.

Mario Ciancio: Bella Mia
Angela Ciancio: Papà, parti felice
Mario Ciancio:  Domani sono molto più forte nella trattativa
Angela Ciancio: Non c’è dubbio, non c’è dubbio
Mario Ciancio: Non c’è dubbio mi viene da ridere
Angela Ciancio: Io domani mattina scrivo a tutti gli avvocati
Mario Ciancio: Scrivi a tutti gli avvocati… è bellissimo… ventisei, ventisei alla prima seduta l’unanimità, l’unanimità!
Angela Ciancio: Quello che auspicava, quello che auspicava Consoli
Mario Ciancio:
Angela Ciancio: Bene, benissimo
Mario Ciancio: Questo è importante, questo è importantissimo… vabbè basta poi mi commuovo, ciao bella tesoro grazie
Angela Ciancio: Ciao papà, ciao

A parte la grande felicità espressa dall’imprenditore per l’esito positivo della seduta del consiglio salta all’occhio l’osservazione della figlia Angela. Consoli, Marco Consoli, ancora una volta ha parlato con la famiglia Ciancio e dei loro affari, in particolare ha espresso la migliore delle condizioni perchè il Pua fosse approvato ovvero l’unanimità che tira fuori da qualsiasi ambasce il progetto. L’attuale vicesindaco, l’allora Presidente del Consiglio conosce l’enorme interesse di Ciancio nei confronti del Piano Urbanistico Attuativo e per tutto il tempo in cui se ne discute al consiglio è la voce interna al comune che notizia l’editore sul destino e le migliori opportunità che questo possa avere, quasi un amico se non possa dirsi un facilitatore.

Alleanza Nazionale, chiuse le indagini su Ignazio La Russa: rischia il processo per peculato: “Usava la carta per viaggi e regali” da:l’huffngitonpost

Pubblicato: 17/11/2015 12:53 CET Aggiornato: 17/11/2015 12:54 CET
LA RUSSA

L’accusa è di essersi appropriato e di avere utilizzato 38mila euro in sette anni, prelevandoli direttamente dalle casse di Alleanza Nazionale. Il parlamentare di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa rischia il processo per peculato. L’inchiesta della procura di Roma è arrivata a un passaggio fondamentale: la chiusura delle indagini a carico dell’ex capogruppo di An. Scrive il Fatto Quotidiano:

Dagli accertamenti eseguiti dalla Guardia di Finanza sul patrimonio di An, sarebbe emerso che La Russa avrebbe utilizzato, tramite una carta di credito, fondi scaturiti da rimborsi elettorali affluiti su un conto corrente aperto al Banco di Napoli. Secondo l’accusa, il deputato FdI avrebbe usato quel denaro per acquisti a titolo personale. Circostanza che La Russa smentisce.Nei dettagli delle spese, si scopre come quel denaro sia stato utilizzato per voli (soprattutto Roma-Milano e Catania-Roma), ma anche per abbonamenti a Sky e acquisti nelle gioiellerie e bigiotterie del centro di Roma, in particolare in un negozio vicino al Parlamento.

La Russa smentisce le accuse: “Sono 40 anni che faccio politica e sono considerato un maniaco della trasparenza”, dice al Fatto. “Quella carta di credito era utilizzata dall’intero gruppo parlamentre. Non è una carta che avevo nel mio portafoglio. Non che io voglia scaricare assolutamente la responsabilità sui colleghi, ma spiegherò tutto alla procura. È una carta che chi ha usato, l’ha usata in base a direttive del gruppo preesistenti a me, o che ho dato io. Me ne prendo comunque la responsabilità politica, ma io non l’ho mai strisciata”. E gli abbonamenti Sky e l’alta bigiotteria? La Russa risponde così al quotidiano diretto da Marco Travaglio:

SKY: “In questo caso ad esempio si tratta di contratti fatti per le televisioni che c’erano negli uffici del gruppo An in via degli Uffici del Vicario 21. Ce n’erano almeno due di abbonamenti.

BIGIOTTERIA: “Saranno sicuramente riferite ai regali per qualche matrimonio dei parlamentari. Anche quando mi sono sposato, nel 1997, il gruppo mi ha fatto un regalo. So che ci sono un paio di negozi, storicamente sempre gli stessi ai quali si ci rivolgeva. Io non ci sono mai andato”

Liberarono i beagle di Green Hill, i cui proprietari furono condannati. E il tribunale di Brescia sanziona tredici attivisti animalisi autore fabrizio salvatori da. controlacrisi.org

Ieri, presso il Tribunale di Brescia, si è concluso il processo ai 13 attivisti imputati a vario titolo per furto, rapina, lesioni e resistenza al pubblico ufficiale per aver salvato piu’ di una sessantina di cani beagle dall’allevamento per la vivisezione Green Hill a Montichiari (Brescia) il 28 aprile 2012, poi posto sotto sequestro per il delitto di maltrattamento ed uccisione di animali il 17 luglio 2012.

Per due di loro la pena, sospesa, è di dieci mesi e 450 euro di multa. Gli altri dieci invece sono stati condannati a 8 mesi e una multa di 300 euro. Tra gli imputati solo una ragazza è stata assolta

La Lav ricorda che i titolari dell’allevamento e il medico veterinario di Green Hill sono stati condannati il 23 gennaio 2015 per i reati di uccisione e maltrattamento e l’allevamento ha poi definitivamente chiuso anche a seguito dell’approvazione della nuova normativa sulla sperimentazione animale che vieta allevamenti di cani allevati per la sperimentazione.

La difesa degli attivisti in questo processo ha contestato fino in fondo che potessero essere ritenuti colpevoli coloro che hanno liberato animali allevati in una struttura in cui e’ stato successivamente accertato, dallo stesso Tribunale, il maltrattamento e la morte, sottolineando la titolarita’ in capo all’animale di posizioni giuridiche tutelate dal diritto e l’impossibilita’ di considerare la vita di un animale al pari di un bene mobile oggetto di furto ed invocando, comunque, la legittima difesa dei ragazzi nell’interesse degli animali. Seppur rispettiamo quelle che sono le decisioni dell’Autorita’ giudiziaria, riteniamo che questa sentenza vada a confliggere con il riconoscimento dell’animale quale soggetto, essere senziente e non res, e la conseguenza che gli attivisti coinvolti non hanno assolutamente rubato qualcosa ma piuttosto salvato vite animali da maltrattamenti e uccisioni, come poi confermato successivamente dallo stesso Tribunale di Brescia con la storica sentenza di condanna per l’azienda del 23 gennaio scorso: “per questo auspichiamo che la Corte d’Appello possa valutare diversamente i fatti, alla luce dei successivi accadimenti nella struttura e relative vicende processuali, nonche’ un intervento legislativo che intervenga a chiarire una volta per tutte che un animale non puo’ essere considerato mera proprieta’ privata”.

Concussione, tre arresti a Palermo C’è anche il presidente di Rfi Lo Bosco da. il giornale di sicilia

di Ignazio Marchese— 29 Ottobre 2015
I tre indagati sono agli arresti domiciliari: oltre a Lo Bosco la misura cautelare riguarda i funzionari del Corpo forestale Giuseppe Marranca e Giuseppe Quattrocchi

 

PALERMO. La polizia di Palermo sta dando esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare a carico di 3 funzionari pubblici che devono rispondere dei reati di concussione e di induzione indebita a dare o promettere utilità. Due di essi sono accusati di avere percepito da un noto imprenditore agrigentino diverse tangenti per evitare “intoppi” nello svolgimento dei lavori relativi ad un appalto di 26 milioni di euro bandito dal Corpo forestale della Regione.

Tra gli arrestati, in relazione ad un altro progetto imprenditoriale, figura il presidente di RFI (Rete Ferroviaria Italiana), Dario Lo Bosco, nonché presidente dell’Azienda Siciliana Trasporti (AST) ed ex commissario straordinario della Camera di Commercio di Catania.

I tre indagati sono agli arresti domiciliari: oltre a Lo Bosco la misura cautelare riguarda i funzionari del Corpo forestale Giuseppe Marranca e Giuseppe Quattrocchi. Al centro dell’inchiesta due distinte vicende: quella che coinvolge Marranca e Quattrocchi è relativa a un appalto per l’ammodernamento della rete di comunicazione via radio; l’altra, che riguarda Lo Bosco, ha per oggetto l’acquisto di un sensore. Nell’indagine è coinvolto un grosso imprenditore agrigentino, Massimo Campione, titolare di una società di costruzioni.

Dall’università ai vertici di Ast ed Rfi: ecco chi è Dario Lo Bosco

Gli agenti della mobile lo hanno fermato all’aeroporto Falcone Borsellino con un foglio dove c’era un elenco con nomi e cifre. Secondo gli investigatori sarebbero le mazzette pagate per costruire le torrette antincendio in Sicilia. Fra quei nomi, riferimenti anche ad esponenti politici, su cui adesso si indaga. Campione starebbe collaborando.

Nei giorni scorsi Lo Bosco aveva smentito “categoricamente le voci che con stupore ha appreso su un eventuale interessamento, non si capisce a quale titolo, in un inchiesta della Procura della Repubblica di Palermo su presunte tangenti per appalti relativi a torrette antincendio, di cui non conosce assolutamente nulla”.

Tangenti, avviate perquisizioni nelle sedi Ast e Rfi di Palermo – Video

Gli uomini della squadra mobile questa mattina si sono presentati nella sede del comando corpo forestale in via Ugo La Malfa a Palermo. Insieme agli agenti c’era anche l’ex capo della Forestale Pietro Tolomeo. I poliziotti sono entrati nella sua stanza e hanno sequestrato alcuni documenti. Sequestri anche nella sede di Reti Ferroviaria Italiana alla stazione centrale e nella sede Ast, in via Ugo La Malfa.

CORPO FORESTALE DELLO STATO ESTRANEO ALLA VICENDA. «In merito alla notizia riportata oggi su diversi organi di stampa riguardante gli arresti di Funzionari pubblici in Sicilia per presunte tangenti su appalti, si precisa che tra essi non ci sono appartenenti al Corpo forestale dello Stato, del tutto estraneo alla vicenda». Lo si legge in una nota del corpo forestale, in cui si spiega che i due Funzionari sono del Corpo forestale della Regione Siciliana che è direttamente dipendente dalla Regione Autonoma.

Livorno, oggi il processo contro Asia/Usb per le contestazioni a Bersani e alla prefettura da: controlacrisi.org

Oggi 29 ottobre il Tribunale di Livorno deciderà sulle pesantissime richieste di condanna avanzate dal Pubblico Ministero nei confronti di Giovanni Ceravolo, dirigente dell’Associazione Inquilini e Abitanti (AS.I.A./USB), e di altri 19 attivisti livornesi.I fatti si riferiscono alla contestazione di fronte alla Prefettura di Livorno del 3 dicembre 2012, nata a seguito della dura reazione da parte delle Forze dell’Ordine nei confronti degli attivisti che il 30 novembre dello stesso anno avevano protestato durante l’intervento dell’allora segretario del PD Pierluigi Bersani.

Denuncia Angelo Fascetti, dell’Esecutivo nazionale AS.I.A./USB: “È evidente che le pesanti richieste di condanna del PM si inseriscono in un contesto più ampio, teso a reprimere il conflitto sociale nel nostro Paese e causato dal continuo attacco ai diritti, a partire dalla casa e dal lavoro”.

“Com’è palese – sottolinea Fascetti – che le politiche antisociali dettate dalla troika stanno producendo l’aumento di atti repressivi nei confronti di chiunque, a Livorno o nel resto del Paese, osi mettere queste politiche in discussione. Si vogliono criminalizzare le lotte per nascondere la sempre più evidente collusione tra criminalità organizzata ed apparati politici al governo di numerose amministrazioni pubbliche”.

“Sosteniamo Giovanni e tutti gli altri attivisti, augurandoci, come è avvenuto per Erri De Luca, che cadano i soliti teoremi e prevalga la giustizia”, conclude Fascetti.