Cara di Mineo: a breve le richieste di rinvio a giudizio di Mario Barresi da: lasicilia.it

Il Centro era un “bazar” delle «finalità criminali»: corruzione elettorale e turbativa d’asta i reati per cui procedono i pm di Catania

E sarà lo show down. La scelta su chi si ritiene vada processato: alcune posizioni (soprattutto di dipendenti assunti in cambio di voti) potrebbero essere riviste. Ma soprattutto la strategia accusatoria nella costola siciliana di Mafia Capitale: il racconto di ciò che, secondo i pm, accadde fra il 2011 e il 2014 nel centro di accoglienza per rifugiati più grande d’Europa, che tutt’ora ospita in media 3mila persone.

 

«Molteplici attività criminali»

Ricostruiamo gli elementi più importanti. Alcuni tratti dalle 16 pagine di avviso di conclusione indagini già anticipate nell’edizione del 26 novembre. Altri, inediti, contenuti nelle migliaia di pagine del fascicolo, già nella disponibilità delle parti.

Per usare una secca citazione dei pm catanesi, il Cara di Mineo è «gestito con molteplici finalità criminali». Di più: si ipotizza l’esistenza di «una vera e propria associazione a delinquere che ha utilizzato il Consorzio dei Comuni e le cooperative aggiudicatrici dell’appalto per la commissione di molteplici reati». Una «complessità» della «vicenda criminale» gestibile soltanto «attraverso una capillare organizzazione in grado di interferire sulle articolate procedure amministrative» legate al Cara, ma anche «delle procedure di assistenza verso i migrati».

Le «finalità criminali», per l’accusa, si concretizzano in «acquisizione di appalti con ribassi anomali ed economicamente vantaggiosi soltanto per le cooperative aggiudicatrici», nella «spregiudicata gestione dei posti di lavoro (circa 400) per l’illecita acquisizione di consenso elettorale» e nel «consolidamento di apparati di governo locale che consentono la conservazione dell’attuale status quo».

 

La turbativa d’asta

Si parte dagli appalti. È dalle carte dell’inchiesta romana, infatti, che si arriva a Mineo. E il collegamento è Luca Odevaine, il “facilitatore” di politici, coop e clan capitolini, che ha già patteggiato 2 anni e 8 mesi per tangenti nel processo di Roma. A Catania è indagato, ma anche “aspirante pentito” del processo sul Cara di Mineo. Nei tre interrogatori resi ai pm catanesi in carcere, Odevaine si assume molte responsabilità. E racconta la (sua) verità: da chi, come, quando e perché quegli appalti sarebbero stati truccati.

Ed è anche (ma non soltanto) su questi verbali che la Procura fonda l’accusa di turbativa d’asta, oltre che per lo stesso Odevaine, anche per Giuseppe Castiglione (da poco confermato sottosegretario all’Agricoltura, indagato in veste di soggetto attuatore del Cara), Paolo Ragusa (ex presidente di Sol.Calatino, nell’Ati che vinse le gare) e per Giovanni Ferrera (direttore generale del consorzio “Calatino Terra d’Accoglienza”), Salvo Calì (all’epoca dei fatti presidente del “Consorzio Sisifo”, aderente a Legacoop) e per i tre vertici di “La Cascina”, superpotenza della cooperazione cattolica: Salvatore Melolascina, Carmelo Parabita e Francesco Ferrara. Sono loro, per l’accusa, i “sarti” di quello che Raffaele Cantone definì «un bando cucito su misura». Questi gli specifici addebiti: Castiglione, Odevaine e Ferrera «predisponevano i contenuti del bando con la precipua finalità di garantire il successivo affidamento» al gruppo vincente; Ragusa, Melolascina, Cammisa, Parabita, Ferrara e Calì «si riunivano appositamente in Ati solo dopo aver avuto rassicurazioni sull’aggiudicazione dell’appalto da parte di Castiglione e concordavano – con lo stesso Castiglione, con Odevaine e con Ferrera – caratteristiche del bando tali da garantire la successiva aggiudicazione all’Ati». Le medesime ipotesi di reato per gli stessi 9 indagati ricorrono, per la Procura negli appalti del 2011 e del 2012. Nel primo caso il requisito sospetto è «un impianto di produzione dei pasti entro il raggio di 30 km dal centro di accoglienza»; nel secondo l’aver gestito, negli ultimi tre anni, «almeno tre strutture d’accoglienza» e «un servizio di ristorazione per un numero non inferiore alle 2.000 persone». Dal 23 giugno 2013 si apre «una fase di transizione»: prima del super-bando triennale da 100 milioni, i pm ricostruiscono che «le proroghe saranno 7, con una spesa giornaliera di 34,60 euro per migrante».

Si arriva alla gara del 2014. Per la quale l’ipotesi di turbativa d’asta coinvolge sempre Ferrera, Odevaine, Castiglione, Melolascina, Cammisa, Parabita e Calì. Ma stavolta ci sono anche il sindaco di Mineo, Anna Aloisi, e tre uomini della “Pizzarotti”, proprietaria dell’ex Residence degli Aranci: Aldo Buttini, Stefano Soncini e Fabrizio Rubino. Nella primavera 2014 Castiglione, scrivono i pm, «individuava, in accordo con Paolo Ragusa (suo referente politico locale), Anna Aloisi come candidata sindaco (poi eletta) del Comune di Mineo, che, a sua volta, avrebbe garantito l’affidamento dell’appalto a soggetti economici graditi allo stesso Castiglione». Sono Odevaine e Ferrera a fare il bando. Aggiungendo altri criteri, fra i quali un bonus per chi ha gestito «servizi di manutenzione di complessi residenziali» e «acquedotti destinati al consumo umano» per almeno 3.000 utenti. Vince il “Consorzio Casa della solidarietà”. Un nome nuovo, ma con le vecchie coop.

 

La corruzione elettorale

Più delicata, anche dal punto di vista probatorio, l’accusa di corruzione. Al sottosegretario Castiglione vengono contestate due ipotesi di reato. Nella prima è assieme al sindaco Aloisi. Entrambi «accettavano la promessa di voti per loro e per i gruppi politici nei quali gli stessi militavano (Pdl, Lista “Uniti per Mineo” e Ncd) nonché la costituzione di 15 circoli Ncd nei diversi comuni del Calatino» in cambio del «turbamento della procedura ad evidenza pubblica» con «conseguente assegnazione dell’appalto» all’Ati che comprendeva il consorzio Sol.Calatino di Ragusa, che «si occupava della raccolta dei voti in favore degli indagati anche attraverso il successivo mercimonio delle assunzioni presso lo stesso Cara». Anche per Ragusa viene ipotizzata la corruzione. Voti attraverso «la chiamata di lavoratori specificamente segnalati dallo stesso Castiglione». Al leader siciliano di Ncd e al sindaco di Mineo la Procura contesta anche la corruzione elettorale perché «al fine di ottenere la promessa di voti (…) promettevano l’assegnazione dell’appalto per la gestione del Cara» al gruppo di coop di Ragusa, anch’esso indagato per la stessa ipotesi, così come per altre assunzioni alla vigilia delle Comunali di Mineo.

Qui pesano meno le rivelazioni di Odevaine, che su assunzioni e voto di scambio è meno “ferrato”. E dunque, a sostegno delle ipotesi di corruzione – oltre a intercettazioni ambientali e telefoniche, interrogatori di alcuni indagati, atti e hard disk sequestrati e fascicolo “gemello” della Procura di Caltagirone – l’arma segreta dei pm è un intero faldone con una ventina di testimonianze raccolte. Ex dipendenti del Cara e degli Sprar, ma anche politici (un deputato nazionale, due sindaci e un consigliere comunale) e cittadini autori di esposti. Approfondiremo l’aspetto delle assunzioni – con le nuove carte alla mano – nelle prossime edizioni del nostro giornale.

Un’ultima annotazione. Nel fascicolo sul Cara di Mineo c’è anche un faldone che contiene i verbali degli interrogatori di due pentiti mafiosi catanesi, entrambi raccolti il 16 dicembre del 2015. Il primo è Paolo Mirabile, esponente dell’omonimo clan, fratello dell’ergastolano Giuseppe e nipote acquisito di Nitto Santapaola. Il secondo è Gaetano D’Aquino, ex reggente del clan Cappello.

Che avranno detto, i due boss, di così interessante sul Cara di Mineo?

Twitter: @MarioBarresi

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