Ttip, un trattato contro il clima Fonte: sbilanciamociAutore: Mario Agostinelli

Washington è attualmente impegnata in due importanti accordi commerciali multilaterali di negoziazione: il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti ( TTIP , con i 28 Paesi dell’UE) e la Trans-Pacific Partnership ( TPP, con 11 Paesi nella regione Asia-Pacifico e Americhe).

Va qui ricordato che quando si tratta di esportazioni di GNL o shale gas, la legge statunitense concede l’approvazione automatica alle applicazioni per i terminali destinati a spedire il gas ai paesi che hanno sottoscritto accordi commerciali con Washington, mentre le richieste di terminali GNL per inviare il gas altrove, al contrario, devono passare-attraverso un processo di valutazione, che determina se tale commercio è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. Questo è il nodo che gli Stati Uniti vogliono risolvere una volta per tutte a loro vantaggio e a vantaggio delle loro imprese, sia con l’UE che con i Paesi asiatici (Cina e India escluse) e dell’Oceania.

Per quanto riguarda il Ttip, e considerando il caso specifico dell’energia, il risultato del reciproco riconoscimento degli standard ambientali potrebbe essere il proliferare di tecnologie controverse come la fatturazione idraulica ( fracking ) per produrre il gas di scisto , con gravi danni alla salute e alla sicurezza delle persone e dell’ambiente. Il fracking, già bandito in Francia per rischi ambientali, potrebbe diventare una pratica tutelata dal diritto: le compagnie estrattive interessate ad operare in questo settore potrebbero – sulla base delle norme previste – chiedere risarcimenti agli Stati che ne impediscono l’utilizzo. Diverse imprese energetiche USA hanno posato gli occhi sui giacimenti europei di gas di scisto (specialmente in Polonia, Danimarca e Francia) e potrebbero avvalersi del TTIP per smantellare i divieti e le moratorie nazionali adottate per proteggere i cittadini europei. Nella sua attività di lobby BusinessEurope, la più grande federazione di datori di lavoro europei, che rappresenta le maggiori multinazionali d’Europa, sollecita un capitolo energia che renda libero il flusso di petrolio e di shale gas dagli USA all’Europa. Ad oggi infatti non esiste export petrolifero dagli USA e per il gas si attende il 2016, ma esistono molte restrizioni legislative oltreoceano al riguardo. L’eliminazione di qualsiasi restrizione all’export di materie prime fossili in Europa è la richiesta di una industria europea che, consapevole dell’esaurimento delle risorse del vecchio continente (la produzione domestica di petrolio è stimata in calo del 57% al 2035 e quella del gas del 46%), ignora la possibilità della rivoluzione delle fonti rinnovabili e dell’efficienza e rimane ancorata a carbone, gas e petrolio.

L’Unione, dal canto proprio, ha fatto di tutto nell’ultimo periodo per preparare il terreno delle importazioni di idrocarburi non convenzionali . Ha stracciato tutti i regolamenti che si era data per limitare l’inquinamento, come la direttiva sulla qualità dei carburanti e quella sulla qualità dell’aria . Un regalo all’industria automobilistica da una parte, alle multinazionali dell’energia fossile dall’altra.

Interessante in questo quadro è notare la predisposizione del nostro Governo a anticipare le avances americane e a offrirsi come l’approdo (hub) europeo del gas. Federica Mogherini , alto rappresentante Ue per gli affari esteri e certo non estranea alle posizioni italiane al riguardo, ha fatto pressioni a dicembre sul segretario di Stato americano John Kerry per inserire il capitolo sull’energia nel Trattato e, con esso, aprire un canale di importazione per lo shale gas americano. Mogherini ha sostenuto che un capitolo sull’energia nell’accordo di libero scambio potrebbe rappresentare “un punto di riferimento per il resto del mondo” in fatto di mercati energetici.

Per i biocombustibili , il TTIP, attraverso l’armonizzazione delle normative europee in ambito energetico, incentiverebbe l’importazione di biomasse americane che non rispettano i limiti di bilancio di emissione di gas a effetto serra e altri criteri di sostenibilità ambientale.

Per le rinnovabil i si profila il divieto assoluto di “domestic content nelle energie alternative” (quindi addio ad ogni connessione tra sviluppo locale e green economy), con stretti limiti alla possibilità in uso in Europa di incentivare le fonti naturali. In particolare, l’articolo O della bozza al comma a) vieta ai Governi di far valere “requisiti relativi al contenuto locale” nei programmi per le energie rinnovabili. Tradotto dal burocratese, significa abolire la corsia preferenziale per favorire chi produce e consuma sul posto energia rinnovabile.

Nei carburanti da autotrazione sono differenti i limiti inquinanti e anche qui il rischio è un accordo al ribasso.

L’articolo D al punto 2, stabilisce che i Governi, in materia di energia, abbiano la possibilità di mantenere obblighi relativi all’erogazione dei servizi pubblici solo finchè la loro politica non è più onerosa del necessario. Diventerebbe quindi praticamente impossibile accordare ai più poveri e ai più deboli una “tariffa sociale” ribassata del gas o dell’energia elettrica. Prezzo di mercato per tutti, senza se e senza ma! (ma Renzi ci ha già pensato e la tariffa di maggior tutela per gas e elettricità cesserà per decreto tra un anno e mezzo).

Il tumore che minaccia l’Europa da: www.resistenze.org – osservatorio – europa – politica e società – 24-05-15 – n. 545

 

Higinio Polo, La vecchia talpa | rebelion.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

04/05/2015

Un anno dopo la caduta del presidente Yanukovich e il trionfo del colpo di stato a Kiev, l’Ucraina continua ad essere coinvolta in una guerra civile che Poroshenko aveva promesso di vincere in un mese. È difficile trovare uno scenario in cui l’irresponsabilità occidentale sia così grande come in Ucraina. In un anno, i responsabili della diplomazia europea e statunitense sono passati dallo spingere le proteste e dal finanziare i gruppi di teppisti e provocatori, cui distribuivano biscotti a Maidan, come fatto da Victoria Nuland, assistente segretario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, al contemplare impassibili una guerra civile che ha già causato migliaia di morti nell’est del paese e che può evolvere in una guerra europea di maggiore portata se non si consoliderà la via diplomatica fissata negli accordi di Minsk.

Tuttavia, l’assenza degli Stati Uniti ai negoziati e il loro persistente desiderio di alimentare gli scontri procedendo ad armare il governo di Kiev e a fornire assistenza alle sue truppe per propagare una guerra che potrebbe coinvolgere la Nato, hanno aperto una pericolosa ferita in Europa. Obama, il Pentagono e il Dipartimento di Stato discutono sulla portata del loro coinvolgimento nella guerra, perché, nei fatti, già vi partecipano indirettamente avendo inviato consulenti, spie e mercenari. Victoria Nuland, inoltre, non ha avuto remore a incontrare Andrij Parubij, il dirigente neonazista che ha organizzato Maidan a Kiev con la complicità della Cia nordamericana e della Aw [Agencja Wywiadu] polacca e che più tardi è diventato capo del Consiglio di sicurezza nazionale del governo sorto dal colpo di stato. Abituati alla manipolazione e alla propaganda, Washington e il quartier generale della Nato a Bruxelles, assistiti da un esercito di giornalisti senza scrupoli, hanno sollevato una gigantesca montagna di menzogne, che riporta alla mente altre guerre come quelle della Jugoslavia e dell’Iraq, sapendo che la memoria dell’opinione pubblica è debole e che alcune bugie ne coprono altre. Perché l’incendio dell’Ucraina ha una logica che acquista un senso quando si tiene conto delle guerre iniziate dagli Stati Uniti nel corso degli ultimi anni in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Yemen.

Sotto Yanukovich, la corruzione dilagante era moneta corrente e strangolava il paese, ma tutti i passi compiuti finora, dal compiacente, con Washington, governo di Poroshenko e Yatseniuk, sono andati nella direzione del disastro. L’Ucraina retta da Poroshenko è oggi un paese grottesco dove comandano i capitalisti della nuova oligarchia creata, come ieri, a partire dal furto, ma anche i teppisti e gli assassini, i comandanti dei gruppi armati di strema destra che non esitano a sbarazzarsi di qualsiasi persona, i ladri delle risorse del paese e gente che non sembra essere sana di mente. Non è un’esagerazione: basta guardare i personaggi che frequentano il Parlamento e i ministeri, armati, accompagnati da picchiatori fascisti che non esitano a tirar fuori bombe a mano dalle tasche. Sebbene divisi in fazioni, condividono con solidarietà il fatto di essere i beneficiari del colpo di stato e i protetti degli Stati Uniti. Yakseniuk (complice e socio di Igor Kolomoyskyi, uno dei principali capitalisti ucraini e organizzatore dei battaglioni fascisti) è uno degli uomini di Washington a Kiev. Poroshenko oscilla tra l’avvicinamento a Berlino e la sottomissione agli Stati Uniti e come Turchinov e il resto dei governanti, sguazzano entrambi nella corruzione e nell’incompetenza che ha affondato l’economia del paese, mentre lanciano richieste di aiuto a Washington e Berlino e cercano di convincere il mondo che la Russia è un pericolo. E’ significativo che tutti utilizzino una retorica patriottica che si rifà ai tempi di Stepan Bandera, nascondano i fatti di Volin e Babi Yar e si disinteressino dei simboli e della lotta contro il nazismo durante la Seconda guerra mondiale. Non esitano nemmeno a servirsi delle più grossolane bugie, fornendo, ad esempio, a Washington fotografie scattate nella guerra in Georgia nel 2008… come prove dell’invasione russa in Ucraina, lasciando il senatore degli Stati Uniti Jim Inhofe in una posizione imbarazzante.

Durante l’anno trascorso dal colpo di stato, la corruzione non solo non è stata bloccata, bensì è aumentata, aiutata dal caos della guerra e ad essa partecipano tutti i dirigenti di Kiev: è addirittura la stampa ucraina a scrivere che Poroshenko ha fatto enormi profitti con le sue aziende e che non ha esitato a mentire e ad approfittare delle strutture statali per arricchirsi ancora di più. Così, l’economia ucraina, che già attraversava una grave crisi, è stata praticamente distrutta: molte fabbriche hanno smesso di funzionare. E’ abituale che non si paghino i salari in molte aziende, che le pensioni siano miserabili e le condizioni di vita sempre più dure, ma il governo golpista sa che forse non avrà un’altra opportunità come quella attuale e i suoi membri rubano a man bassa. E la guerra e la paura silenziano molte bocche.

Poroshenko ha riconosciuto che furono le sue forze a rompere la prima tregua di Minsk, consigliato senza dubbio dai servizi segreti nordamericani, confidando in una rapida sconfitta dei ribelli del Donbass, ma l’aiuto russo con armamento e rifornimenti alle milizie ha sventato l’offensiva e forzato Poroshenko a firmare gli accordi di Minsk II. Se durante la guerra fredda i confini tra destra e sinistra, tra sostenitori e oppositori degli Stati Uniti erano chiari, oggi la situazione è più confusa. Nel Donbass sono accorsi volontari provenienti da molti paesi, benché in numero ridotto, per aiutare le milizie. Dai comunisti e dai sostenitori di sinistra fino ai nazionalisti e ai membri di estrema destra, da tradizionalisti cosacchi ai sostenitori della solidarietà pan-slava che vedono nella Russia la sorella maggiore, anche se è evidente che il riferimento antifascista e antimperialista è dominante tra le forze ribelli, così come la simbologia fascista e nazista è molto presente nella Guardia Nazionale ucraina e nelle truppe che combattono con Kiev, integrate anche da mercenari e avventurieri fascisti. Così, il gruppo neonazista russo Restrukt (Ristrutturazione) supporta il partito fascista ucraino Pravii Serktor, circostanza che ha portato alcuni membri dei servizi di sicurezza ucraini ad accusare il Fsb (Servizio di sicurezza federale) russo di infiltrare membri di questa organizzazione (insospettabili e che sono stati comperati) nel battaglione Azov (creato dal governo golpista di Kiev e finanziato dall’oligarca Igor Kolomoisky) al fine di ottenere informazioni. Si tratta di uno tra tanti esempi, simile a quanto stanno facendo i servizi segreti occidentali.

Una parte del nazionalismo russo supporta, in funzione pan-russa, i ribelli del Donbass. In questa galassia si trovano gruppi neonazisti, mentre gruppi di estrema destra simpatizzano anche con i gruppi fascisti di Maidan a Kiev, e alcuni gruppi ceceni, con motivazioni opposte, lottano con entrambe fazioni. Allo stesso modo, gruppi di serbi sono accorsi per sostenere i ribelli dell’Ucraina orientale rifugiandosi nell’identità slava, che ritengono sia minacciata dall’Occidente, come essi stessi constatarono nelle guerre jugoslave e addirittura sono accorsi gruppi di destra ungheresi che sognano di “recuperare” territori rumeni e ucraini per creare una Grande Ungheria… che necessita dell’imprescindibile requisito della partizione dell’attuale Ucraina. Tuttavia, questi gruppi conservatori sono molto minoritari tra i miliziani del Donbass. Anche alcuni gruppi russi parlano di “scontro imperialista” tra Washington e Mosca per chiedere una rigorosa neutralità. Per rendere la situazione più confusa, la lunga mano dei servizi segreti, la Cia, il Mossad, il Bnd tedesco, l’Aw polacca e altri, hanno reso possibile il transito di mercenari dal Medio Oriente all’Ucraina e di gruppi islamici della periferia russa, mentre il Fsb russo cerca di non far arrivare i combattenti jihadisti tele-diretti dalla Cia in Ucraina e nella stessa Russia.

Se sono cessati i combattimenti in Ucraina grazie a Minsk II, la guerra di propaganda continua. La fantasia dei devoti della Nato recita così: il sogno imperiale di Putin, come dimostra l’annessione della Crimea, rivendica sfere d’influenza esclusive in Europa e ha provocato la più grave crisi dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica. In questo mantra è incluso il ruolo di Putin come aggressore nella guerra, nell’abbattimento dell’aereo malese, nella violazione dei confini dell’Ucraina, nel dispiegamento di truppe russe nel Donbass e nella violazione del diritto internazionale. Non importa che non abbiano dimostrato nessuna di queste accuse, anche se non c’è dubbio che le milizie dell’est non sarebbero state in grado di resistere senza l’aiuto russo in armi, rifornimenti e provviste. Nella gigantesca campagna di propaganda occidentale non mancano nemmeno gli sforzi perché nessuno ricordi l’incoraggiamento nordamericano ed europeo per rovesciare un governo, quello di Yanukovich, eletto dal popolo ucraino in elezioni che né gli Stati Uniti, né l’Unione Europea hanno ritenuto illegittime; ed è stato nascosto il sostegno occidentale alla violenza scatenata dalle bande fasciste (decine di poliziotti sono stati uccisi da colpi di pistola al Maidan, ad esempio), mentre si diffondeva la bontà di un presunto “movimento per la pace”, che voleva “unirsi all’Europa”, così come rimane in ombra il fatto che, nei mesi precedenti la caduta di Yanukovich, era stato organizzato l’addestramento militare di gruppi di mercenari e fascisti in Polonia per inviarli poi al Maidan di Kiev. Non viene neanche fatto, naturalmente, alcun riferimento alla progressiva espansione della Nato in Europa orientale, alla guerra provocatoria della Georgia, allo scudo antimissilistico, al tentativo di incorporare l’Ucraina e la Georgia nella Nato, al colpo di stato a Kiev. Le argomentazioni di Washington sono palesemente inconsistenti, come lo è la successiva sua ipocrita indignazione per l’aiuto russo alle milizie, poiché se Putin avesse avviato il conflitto, non si capirebbe la crisi ucraina. Per quale motivo l’avrebbe creata Mosca se il governo Yanukovich manteneva buoni rapporti con la Russia? E, dopo il colpo di stato filo-occidentale, poteva Mosca lasciare al suo destino il popolo ribellatosi a Kiev perché fosse schiacciato dal governo golpista? Ma per gli esperti nordamericani nel lancio di massicce campagne pubblicitarie, il colpo di stato di Kiev si e trasformato in “rivoluzione della dignità” e i loro clienti ucraini lo ricordano ogni giorno sulla stampa. Un anno dopo la caduta del governo di Yanukovich, rimangono senza chiarimento gli omicidi commessi dai misteriosi cecchini che hanno causato una strage a Maidan e che sono stati la scintilla per il rovesciamento del governo. Né il governo golpista di Kiev né gli Stati Uniti hanno mostrato il minimo interesse per tale inchiesta, mentre gli oligarchi si spartiscono il bottino e il territorio: Igor Kolomoisky, uno dei milionari più corrotti di Ucraina, finanziatore di gruppi nazisti, un personaggio che è arrivato a utilizzare gruppi di teppisti per imporre i suoi desideri, che compra giudici e ottiene sentenze o, se necessario, le falsifica, è oggi governatore di Dnepropetrovsk. Il procuratore generale Viktor Shokin, che trascura la lotta alla corruzione e alla criminalità, che disdegna di indagare sui cecchini di Maidan nei giorni del colpo di stato contro Yanukovich e non ha alcuna intenzione di chiarire il terrificante massacro nella casa dei sindacati di Odessa, lavora invece per mettere fuori legge il Partito comunista, l’unica forza politica che cerca di limitare il potere dei corrotti uomini d’affari-ladri. Perché il Partito comunista è anche l’unico partito che denuncia il fascismo in Ucraina, sostenendo lo scioglimento delle bande paramilitari naziste e chiedendo, invano, la tutela dei monumenti e dei simboli della lotta contro i nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

Gli Stati Uniti sono divisi tra un maggiore coinvolgimento nella guerra e la spedizione di armi. Influenti fondazioni private e settori del Pentagono e del governo sono inclini all’invio di armi, benché consapevoli che questo non convertirà l’esercito ucraino in una forza in grado di vincere la guerra civile e che potrebbe crearsi una difficile situazione con Mosca. Tuttavia, altri settori dell’amministrazione Usa, pur accettando i rischi dello sfidare la Russia, un paese dotato di un enorme arsenale nucleare, puntano sull’armare Kiev, fiduciosi che una guerra di logoramento finirà con danneggiare l’economia russa e che, eventualmente, potrebbe affondare Putin, o almeno rendere irrealizzabile lo sforzo di ricomposizione dell’Unione eurasiatica progettato da Mosca. Tutto questo, a Washington, in mezzo a discussioni assurde sul fatto se si debbano inviare in Ucraina armi “offensive” o “difensive”, quando la verità è che una escalation nella guerra avrebbe una soluzione difficile e che la tentazione di annullare la Russia e legare di più l’Unione europea attraverso una guerra continentale è molto presente nelle strategie del Pentagono e della Casa Bianca. Dello stato delle cose a Washington possono dare un’idea i commenti di un analista del Csis (Centro di studi strategici e internazionali), il più importante “laboratorio d’idee” della capitale nordamericana le per questioni di politica estera. Andrew C. Kuchins, direttore del programma per la Russia e l’Eurasia del Csis, presentava l’assassinato Boris Nemtsov come un patriota e demonizzava Putin, dicendo che il discorso del presidente russo al parlamento nell’aprile 2014 potrebbe indicare il “punto di flessione della Russia verso uno stato fascista”. Ovviamente, per quelli che la pensano così, sarebbe più che giustificato l’intervento militare aperto in Ucraina, benché con attori interposti, mercenari o soldati che siano dei paesi più aggressivi, come Polonia o gli stati baltici. Dopo tutto, si possono sempre argomentare i pericoli di un “attacco russo imminente” o pretesti similari a quelli che hanno portato all’aggressione nordamericana in Iraq.

Lo strano omicidio di Boris Nemtsov (che, oggi, sarebbe stato un personaggio irrilevante in Russia) potrebbe avere implicazioni legate alla crisi ucraina e non può escludersi la lunga mano della Nuland e dei circoli russofobi del governo degli Stati Uniti, soprattutto davanti all’evidenza che la scomparsa di Nemtsov non va a beneficio precisamente di Putin. Convertito il presidente russo in un litigioso spaventapasseri, Washington non vuole riconoscere la propria responsabilità nell’aumento della tensione internazionale. Dobbiamo ricordare che Putin ha iniziato la sua presidenza cercando di adattarsi a un mondo unipolare diretto dagli Stati Uniti, chiedendo il rispetto e il riconoscimento degli interessi russi. Il palese disprezzo verso il presidente russo, l’evidenza che gli Stati Uniti continuano a speculare e incoraggiare un’ipotetica spartizione della Russia, come hanno fatto con l’Unione Sovietica, hanno fatto suonare tutti gli allarmi a Mosca e portato Putin, ancora sotto la presidenza di George W. Bush, al discorso del febbraio 2007 a Monaco di Baviera, nel quale denunciava l’espansionismo nordamericano e la violazione di tutti gli accordi firmati o taciti, tra Mosca e Washington dopo la sparizione dell’Unione Sovietica. Da allora e nonostante i gesti teatrali come quello del tasto “reset” offerto da Hillary Clinton (che non si è concretato in alcun cambiamento nella politica estera Usa), gli Stati Uniti hanno continuato ad avvicinare il loro dispositivo militare ai confini russi.

Francia e Germania si sono spese nella ricerca di una soluzione politica in Ucraina, ma il loro margine di manovra è limitato, perché nei loro governi predominano degli obblighi in quanto membri della Nato e Washington, con il quartier generale alleato a Bruxelles hanno elaborato un discorso che, in sostanza, è stato imposto a tutti i membri ed è stato adottato anche da Parigi e Berlino, che sebbene seguano a malincuore il discorso bellicista, sono costretti a imporre sanzioni economiche a Mosca e a discutere su ipotesi più pericolose, non scartando l’invio di armamenti e di forze militari, benché per il momento tale possibilità venga discussa in segreto. Intrappolati dalla loro stessa propaganda, i paesi della Nato non sono in grado di accettare il fatto che la crisi ucraina è scoppiata non per delle “proteste cittadine” (tra l’altro istigate e finanziate in gran parte dai paesi occidentali), bensì per il sostegno ad un colpo di stato e ad un cambiamento di regime che pretende di integrare l’Ucraina in un’alleanza militare apertamente ostile a Mosca. Se ti mostri aggressivo con gli altri, non puoi sperare di essere accolto a braccia aperte.

Né l’Unione europea, né tanto meno gli Stati Uniti vogliono riconoscere che il tentativo di incorporare l’Ucraina nella Nato è una vera e propria provocazione contro la Russia (qualcuno riesce ad immaginare l’ipotesi che il Messico o il Canada si uniscano ad un’alleanza militare aggressiva contro Washington?) che, oltre che inutile, ha portato a una guerra civile, ha distrutto l’economia ucraina, ha aperto un pericoloso fronte in Europa e minato la possibilità a medio termine di una convivenza amichevole e pacifica nel continente. Che la guerra ucraina sia stata il risultato di un calcolo o una conseguenza imprevista del colpo di stato non attenua la responsabilità degli Stati Uniti. La guerra che l’avventurismo della politica estera nordamericana ha acceso si presenta ora come responsabilità esclusiva di Mosca e come la prova del pericoloso “espansionismo” russo, ma si dimentica che, dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia, il destino manifesto della Nato non è stato di iniziare il proprio smantellamento, bensì quello un’espansione accelerata verso i confini russi che l’ha portata a stabilirsi in otto paesi (Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria) e al tentativo di farlo con la Georgia e l’Ucraina, senza dimenticare le sue basi in alcune delle vecchie repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Questo è stato il vero espansionismo militare degli ultimi due decenni. Perché Washington non vuole capire che la sicurezza deve essere un principio condiviso e che portare la presenza militare della Nato ai confini russi non è solo una provocazione, ma anche la rottura degli instabili equilibri internazionali.

Le accuse e gli allarmi, sempre senza prove, lanciati contro la Russia dal nordamericano Philip M. Breedlove, comandante delle forze Nato in Europa, o la visita segreta a Kiev nel mese di gennaio 2015 del generale James R. Clapper, direttore della National Intelligence Usa, tra le altre cose, riflettono la visione dei falchi di Washington. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel e il capo dello Stato Maggiore, il generale Martin Dempsey, sostengono anche l’invio di armi a Kiev e gli allarmi lanciati dal duro Zbigniew Brzezinski su di un ipotetico attacco della Russia verso i paesi baltici, vanno nella stessa direzione: vogliono inviare armi in Ucraina, avvelenare la situazione e rendere irreversibile una guerra europea, forse mondiale, e lo si può fare in diversi modi, perché i falchi di Washington non si fanno troppi scrupoli: non molto tempo fa, il generale Wesley Clark fece una dichiarazione alla Cnn sui nuovi islamisti che sgozzano in favore delle telecamere: “Abbiamo creato lo Stato Islamico con il finanziamento dei nostri alleati”.

La recente dichiarazione del Partito Comunista Ucraino, la principale forza di opposizione, ora perseguitata e ridotta, si è chiusa con un proclama preoccupante diretto agli ucraini e agli europei: dite no alla guerra e al fascismo. Perché questo è il rischio, il tumore che minaccia l’Ucraina e l’Europa. Ci sono altri problemi per l’Europa, ovviamente, in aggiunta alla grave crisi economica e alle crepe nella zona euro: dall’imprevista ribellione greca, che Bruxelles intende sottomettere; fino alla risposta dei poteri reali davanti all’ipotetico emergere di un movimento di opposizione che, anche se confusamente, attacchi in diversi paesi la costruzione neoliberista dell’Unione europea; passando per il rafforzamento dell’estrema destra, che non preoccupa tanto per il suo modello sociale, quanto perché può far indietreggiare le formazioni conservatrici oggi dominanti; o anche le insidie dell’inaffidabile partner britannico, testa di ponte nordamericana in Europa, insieme alle rivendicazioni dei governi polacco e baltici; e, infine, ai resti del terrorismo che la stessa Europa e gli Stati Uniti hanno contribuito a creare. Ma nessuno di questi problemi è così grave come la guerra in Ucraina e la possibilità che si estenda al resto del continente, se non si consolida la via diplomatica. Il pragmatismo di Angela Merkel, che ha dato impulso agli accordi di Minsk, ha una duplice interpretazione: da una parte, sa che non si può vincere la Russia in una guerra globale e, di conseguenza, si muove lungo la via della diplomazia; dall’altra parte, benché voglia mettere in ginocchio Mosca, sa che la vittoria non sarebbe tedesca, bensì statunitense e questo spinge Berlino a cercare l’equilibrio tra l’obbligata sottomissione a Washington (e alla Nato), l’interesse proprio per la stabilità europea e le immancabili diffidenze tedesche verso il grande paese slavo, che si rifiuta di accettare la supremazia occidentale. Da parte sua, gli Stati Uniti vogliono una Russia debole e non rinunciano alla sua frammentazione, che consentirebbe il controllo nordamericano sui giacimenti di idrocarburi e, in questo scenario, non è un caso che gli Stati Uniti non partecipino alla soluzione pacifica della crisi in Ucraina: una guerra aperta sottoporrebbe Mosca a una dura prova, le impedirebbe la ricostruzione dei legami tra le antiche repubbliche sovietiche e bloccherebbe il suo ammodernamento economico. Al tempo stesso, per l’Unione europea, l’estensione della guerra ucraina sarebbe un nuovo chiodo piantato nella bara dell’impotenza strategica e della sottomissione nella quale Washington vuole rinchiudere Bruxelles. Un confronto tra la Russia e l’Unione europea in Ucraina sarebbe una ferita aperta e sanguinante nel continente e l’ipotesi migliore per gli Usa per rafforzare il proprio potere attraverso la Nato, mettendo nell’angolo la Russia e preparandosi così alla grande battaglia dei prossimi decenni, quella con la Cina.

La cancellazione della Storia www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – linguaggio e comunicazione – 12-05-15 – n. 543

 


Manlio Dinucci | ilmanifesto.info

L’arte della guerra

11/05/2015

Il settantesimo anniversario della vittoria sul nazismo, il 9 maggio a Mosca, è stato boicottato su pressione di Washington da tutti i governanti della Ue, salvo il presidente greco, e messo in ombra dai media occidentali, in un grottesco tentativo di cancellare la Storia. Non privo di risultati: in Germania, Francia e Gran Bretagna risulta che l’87% dei giovani ignora il ruolo dell’Urss nella liberazione dell’Europa dal nazismo. Ruolo che fu determinante per la vittoria della coalizione antinazista.

Attaccata l’Urss il 22 giugno 1941 con 5,5 milioni di soldati, 3.500 carrarmati e 5.000 aerei, la Germania nazista concentrò in territorio sovietico 201 divisioni, cioè il 75% di tutte le sue truppe, cui si aggiungevano 37 divisioni dei satelliti (tra cui l’Italia). L’Urss chiese ripetutamente agli alleati di aprire un secondo fronte in Europa ma Stati Uniti e Gran Bretagna lo ritardarono, mirando a scaricare la potenza nazista sull’Urss per indebolirla e avere così una posizione dominante al termine della guerra.

Il secondo fronte fu aperto con lo sbarco anglo-statunitense in Normandia nel giugno 1944, quando ormai l’Armata Rossa e i partigiani sovietici avevano sconfitto le truppe tedesche assestando il colpo decisivo alla Germania nazista. Il prezzo pagato dall’Unione Sovietica fu altissimo: circa 27 milioni di morti, per oltre la metà civili, corrispondenti al 15% della popolazione (in rapporto allo 0,3% degli Usa in tutta la Seconda guerra mondiale); circa 5 milioni di deportati in Germania; oltre 1.700 città e grossi abitati, 70mila piccoli villaggi, 30mila fabbriche distrutte. Questa pagina fondamentale della storia europea e mondiale si tenta oggi di cancellare, mistificando anche gli eventi successivi. La guerra fredda, che divise di nuovo l’Europa subito dopo la Seconda guerra mondiale, non fu provocata da un atteggiamento aggressivo dell’Urss, ma dal piano di Washington di imporre il dominio statunitense su un’Europa in gran parte distrutta.

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Anche qui parlano i fatti storici. Appena un mese dopo il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki, nel settembre 1945, al Pentagono già calcolavano che occorrevano oltre 200 bombe nucleari per attaccare l’Urss.

Nel 1946, quando il discorso di Churchill sulla «cortina di ferro» apriva ufficialmente la guerra fredda, gli Usa avevano 11 bombe nucleari, che nel 1949 salivano a 235, mentre l’Urss ancora non ne possedeva. Ma in quell’anno l’Urss effettuò la prima esplosione sperimentale, cominciando a costruire il proprio arsenale nucleare.

In quello stesso anno venne fondata a Washington la Nato, in funzione antisovietica, sei anni prima del Patto di Varsavia costituito nel 1955.

Terminata la guerra fredda, in seguito al dissolvimento nel 1991 del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica, su spinta di Washington la Nato si è estesa fin dentro il territorio dell’ex Urss. E quando la Russia, ripresasi dalla crisi, ha riacquistato un ruolo internazionale stringendo crescenti rapporti economici con la Ue, il putsch in Ucraina, sotto regia Usa/Nato, ha riportato l’Europa a un clima da guerra fredda.

Boicottando sulla scia degli Usa il settantesimo anniversario della vittoria sul nazismo, l’Europa occidentale (quella dei governi) cancella la storia della sua stessa Resistenza, che tradisce sostenendo i nazisti andati al governo a Kiev. Sottovaluta la capacità della Russia di reagire, quando viene messa alle corde.

Si illude di poter continuare a dettare legge, quando la presenza a Mosca dei massimi rappresentanti dei Brics, a partire dalla Cina, e di tanti altri paesi conferma che il dominio imperiale dell’Occidente è sulla via del tramonto.

“I can’t breathe”. Diecimila a Washington e quarantamila a NY per protestare contro le violenze della polizia | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Una folla pacifica, composta da circa 10.000 persone, ha conquistato ieri Pennsylvania Avenue a Washington marciando verso il Capitol Hill. Molti con le mani alzate, a simboleggiare i ragazzi neri disarmati uccisi dalla polizia. Molti con felpe e striscioni con la scritta ‘I can’t breathe’, non posso respirare, la frase pronunciata da Eric Garner poco prima di morire per mano di un agente. La marcia e’ in memoria e per chiedere giustizia per i casi piu’ eclatanti che si sono verificati negli ultimi anni: da Trayvon Martin a Tamir Rice, da Eric Garner a Michael Brown. A New York, 44mila persone hanno partecipato a un’altra marciada Washington Square fino al quartier generale del New York Police Department a lower Manhattan.

La famiglie dei quattro ragazzi sono simbolicamente riunite nella marcia. E le mamme rilasciano la prima intervista congiunta: ai microfoni della Cnn esprimono il loro dolore, ma anche la rabbia. ”I nostri figli sarebbero vivi se fossero stati bianchi” affermano. E cercano di spiegare come la comunita’ nera vive quella che per loro e’ una mancanza di giustizia. I poliziotti che hanno ucciso Brown e Garner non sono stati incriminati. Neanche la guardia privata responsabile della morte di Martin. Decisioni che hanno sollevato critiche e tensioni, come quelle a Ferguson dopo l’uccisione di Brown. E dato vita a un movimento spontaneo che, sotto la guida del reverendo Al Sharpton e della sua National Action Network, e’ arrivato alla marcia sulla capitale e nelle maggiori citta’ americane. ”Basta violenza della polizia”, ”Black lives matter”, la vita dei neri conta, sono alcuni degli striscioni agitati nella vie delle citta’ americane.
A New York circa 3.000 persone marciano verso il quartier generale della polizia per protestare contro l’atteggiamento razzista, confermato con il caso Garner ma gia’ emerso in passato con la pratica dello stop-and-frisk, fermare e perquisire, adottata nella maggior parte dei casi nei confronti dei neri. Il caso Garner, l’uomo di colore ucciso a Staten Island, ha riaperto il dibattito. ”Se fosse stato bianco e fosse stato preso a fare la stessa cosa, vendere sigarette, sarebbe stato fermato e non avrebbe perso la vita” afferma Gwen Carr, la madre di Eric Garner. Il video dell’uccisione mostra come l’uomo, disarmato e con le mani alzate, sia stato attaccato dagli agenti che non si sono fermati neanche quando a terra diceva di non poter respirare