Stop#jobsact oggi in tanti e tante per circondare il Senato contro la follia di Renzi | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Domani il “Jobs act” sarà in Senato per completare l’iter di approvazione. Domani, il Laboratorio nazionale per lo sciopero sociale ha dato appuntamento a tutti e a tutte per costruire una vera e propria “recinzione umana” attorno a palazzo Madama. Una forma di protesta già tentata, ma che questa volta sarà di dimensioni molto più considerevoli. “Il governo Renzi con un’ulteriore forzatura democratica e costituzionale – si legge nel documento uscito dall’assemblea di domenica scorsa a Napoli – accelera ancora il percorso di approvazione della legge delega e valuta l’ipotesi di blindarla col voto di fiducia. Segnali di un processo totalmente autoritario ed eterodiretto dalla BCE e dalla Troika”. Ma anche il tentativo “di depistare e disinnescare – continuano i militanti del Laboratorio per lo sciopero sociale – il protagonismo di centinaia di migliaia di precarie e di precari che hanno dimostrato la propria opposizione a questo progetto” nella giornata dello sciopero sociale del 14 novembre come nelle piazze e negli scioperi che stanno attraversando il paese. Chi vuole ipotecare la nostra vita e il nostro futuro non ci troverà in silenzio!
L’appuntamento è alle 10 alla fermata metro del Colosseo. La partenza del corteo a cui parteciperanno i sindacati di base alle 11.30 verso piazza Sant’Andrea della Valle. Ci saranno probabilmente anche iniziative dislocate in altre città. Alle decine di migliaia di persone che il 14 novembre hanno partecipato allo sciopero sociale è stato rivolto l’appello ad arrivare a Roma per realizzare una protesta il cui obiettivo è molto simile all’”Acampada” dell’M15. Praticamente parteciperanno quasi tutte le sigle del sindacalismo di base. L’USB ha indetto un presidio sotto  il Senato, in Piazza delle Cinque Lune, a partire dalle ore 11.00.  “Attraverso una delega al Governo, ampia e indeterminata anche sotto il profilo temporale – si legge in un comunicato – si intende cancellare diritti e tutele conquistati in anni di lotte: dal contratto a tutele crescenti, che nella sua declinazione servirà solo a garantire agli imprenditori mano d’opera ricattabile e precaria, al controllo a distanza dei dipendenti; dall’estrema libertà di deroghe al contratto nazionale, alla possibilità di demansionamento fino a due livelli inferiori, per finire con la cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori”. L’USB, che anche contro il jobs act ha costruito lo sciopero generale del 24 ottobre e partecipato allo sciopero sociale del 14 novembre scorso, “continuerà coerentemente ad opporsi contro questo progetto di asservimento del mondo del lavoro”.In piazza ci sarà anche Rifondazione Comunista che lancia un ponte tra la mobilitazione di domani e quella dello sciopero generale del 12 dicembre: “Contro il governo serve la più ampia mobilitazione possibile”, dichiara il segretario Paolo Ferrero

Jobsact, la sinistra Pd vota la 24° fiducia a Renzi. Prc: “Come ladri nella notte…”Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Con il voto di questa notte del Senato al Jobs act, il governo Renzi incassa la sua ventiquattresima fiducia. Dal giorno della sua nascita, tre al mese. Non c’è male per il “rottamatore” che vuole cambiare l’Italia no? Le prime due fiducie, quelle programmatiche, il Governo Renzi le aveva ottenute il 25 febbraio scorso. E via così, fidando su un partito che non si smentisce, sistematicamente mai! Deve essere per questa incallita abitudine che ieri, nonostante le minacce di sfaceli, alla fine anche Walter Tocci, oppositore del Jobsact, alla fine ha votato la fiducia e si è dimesso: l’unico. Un bilancio amaro, certamente per chi ha tentato da dentro il Pd di contrastare il cammino di Renzi.

Il dissenso ha preso forma, nel documento, presentato direttamente alla stampa a Palazzo Madama e preparato in maniera “estemporanea” che vanta 36 firme tra i democrat: 27 sono i senatori, tutti, pressoche’, firmatari degli emendamenti della minoranza Pd alla legge delega; 9 sono invece i deputati, tutti membri della Direzione. Tra questi ultimi spiccano due membri della segreteria Dem, Micaela Campana e Enzo Amendola, i bersaniani D’Attorre e Zoggia, l’ex segretario Epifani e uno dei Democrat piu’ oltranzisti nel dissenso anti-renziano come Stefano Fassina. Tutta gente che in molti casi, come Epifani, ha avuto un andamento ondivago e che ora tenta di ricrearsi una verginità. Non c’e’ solo Area Riformista nel gruppo; ma manca il nome di Pier Luigi Bersani e manca quel Pippo Civati che da tempo si pone all’estremo opposto del renzismo, tanto che ieri sera, sono stati almeno due i senatori civatiani – Casson e Ricchiuti – a uscire dall’Aula al momento del voto di fiducia. E sul punto il messaggio del documento e’ chiaro: “non e’ nella nostra natura non votare la fiducia a un Governo Pd ma ora il testimone passa alla Camera, dove ci batteremo con determinazione per passi avanti”. Passi avanti? Alla Camera il Governo dorme sonni tranquilli. E in quanto ai cosiddetti miglioramenti c’è da mettersi le mani nei capelli. Mancano, ad esempio adeguate garanzie “sull’invasivita’ dei controlli” (video) e manca, soprattutto, “la parte riguardante le tutele nei casi dei licenziamenti disciplinari”. Ma il documento del dissenso va oltre il merito del Jobs Act, con “un giudizio non positivo” su un ricorso alla fiducia che stoppa il dibattito, manifesta “le difficolta’ e le debolezze del Governo” e “non potra’ essere riproposto alla Camera”. Concetto letteralmente ribadito da un altro ‘big’ della sinistra Pd, Gianni Cuperlo. E invece è questo che accadrà.
La tensione, al Nazareno, resta insomma alta e rischia di invadere l’Aula di Montecitorio. Civati accusa il Pd di fare “la cosa piu’ di destra” della sua storia ed evoca dimissioni tra senatori.

“Non sono indifferente alla responsabilita’ di rispettare le decisioni prese dal mio partito- dice Walter Tocci- e neppure alla responsabilita’ del rapporto di fiducia tra la mia parte politica e il governo. Sono altresi’ consapevole che i margini di maggioranza al Senato sono piuttosto esigui e non ho alcuna intenzione di causare una crisi politica”. “Anche se ho sempre sostenuto- spiega- che l’alleanza tra partiti di destra e di sinistra dovesse essere a tempo e non per l’intera legislatura. Sarebbe meglio per tutti se la prossima primavera si tornasse a votare per formare un governo con un chiaro e determinato mandato elettorale. Ma, ripeto, questo non posso e non voglio deciderlo io. Saranno le massime autorita’ istituzionali a definire i tempi della legislatura”.

Sulla vicenda è intervenuto il segretario del Prc Paolo Ferrero: “Come ladri nella notte voteranno la fiducia su una delega che lascia mano libera al governo nella demolizione dei diritti dei lavoratori – scrive Ferrero in una nota – un atto che si pone contro la nostra Costituzione. Se il parlamento voterà la fiducia sul jobs act abdicherà la propria funzione e cederà tutti i poteri all’esecutivo, a questo governo che obbedisce alla Merkel”.

Lettera di Barbara Spinelli alla lista L’Altra Europa con Tsipras dopo i vergognosi attacchi subiti Autore: Barbara Spinelli da: controlacrisi.org

Cari amici,

di fronte ai reiterati attacchi alla Lista, che ancora una volta si sono concentrati sulla mia persona, è stato volutamente deciso di tenere un profilo minimo: si tratta di provocazioni, cui è bene non dare corda. Dico questo pur essendo consapevole del disorientamento che può nascere nel nostro movimento e tra i nostri elettori. È il motivo per cui i fatti sono stati precisati con comunicati scarni ed essenziali, inviati ai giornali da cui son partite le aggressioni. Tuttavia non può sfuggire che l’attacco è di natura politica – e non solo comunicativa – volto a ostacolare il faticoso processo di costituzione di un soggetto unitario di opposizione sociale che si contrapponga nettamente, in Italia e in Europa, ai governi di larghe intese e alle politiche di austerità; un progetto  che, pur fra mille difficoltà, ha avuto successo alla sua prima prova elettorale.

I fatti, cui è bene riportare i discorsi, sono davanti a tutti.

Fin dal primo giorno del mio insediamento al Parlamento europeo, ho partecipato a tutte le attività parlamentari: sessioni plenarie, riunioni di due commissioni, riunioni di gruppi e di delegazione.

Il Parlamento europeo si è riunito a luglio in due sessioni plenarie, il 2 e 3 luglio, e poi dal 15 al 17 (e non solo il 16 e 17). Ho partecipato attivamente alla sessione del 2 e 3 luglio, anche con un intervento in aula sulla presidenza italiana, prendendo parte a tutte le votazioni della sessione costitutiva.

Ho partecipato ai lavori della seconda sessione plenaria di luglio, nelle giornate del 15 e del 16, prendendo parte a tutte le votazioni del 16 e in particolare al dibattito e al voto di fiducia sul presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker (con un mio testo depositato presso la presidenza del parlamento). :

Non sono stata presente solo il 17, insieme agli altri due deputati della nostra Lista, Eleonora Forenza e Curzio Maltese, per la riunione italiana con il leader europeo Tsipras, che si è tenuta a Roma. L’incontro, organizzato ben prima della sessione di voto a Bruxelles, era molto importante perché era la prima volta, dopo le elezioni, che si cominciava a discutere congiuntamente delle prospettive e degli indirizzi di lungo periodo della politica europea e internazionale del gruppo parlamentare della sinistra europea. Il 18 ho tenuto un comizio con Alexis Tsipras, Eleonora Forenza e Curzio Maltese, che precedeva il primo incontro plenario della Lista, il 19 luglio.

A fine giugno ho partecipato, in sostituzione del Presidente della Gue-Ngl Gaby Zimmer, a un incontro a Roma con il Presidente del Consiglio e con i parlamentari italiani, per discutere i compiti dell’imminente presidenza di turno affidata all’Italia.

Nel mese di luglio ho promosso, con Guido Viale e Daniela Padoan, un appello   circostanziato « Per una strategia europea in materia di migrazione e asilo», in occasione del semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea appena cominciato.

Il prossimo immediato impegno istituzionale sarà la riunione informale del Consiglio Affari generali dell’Unione Europea che si terrà a Milano il 28 e 29 agosto, nella quale mi è stato chiesto di rappresentare la Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo.

Un caro saluto e un augurio di buon lavoro a tutti

Barbara Spinelli

Linguaggio costituzionale di Walter Tocci da:http://waltertocci.blogspot.it/2014/07/linguaggio-costituzionale.html?m=1

 
Discorso al Senato in occasione della discussione sulla revisione costituzionale del 17 Luglio 2014.
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Signor Presidente, onorevoli senatori,
come le persone, anche le parole si stancano, dice il libro dell’Ecclesiaste. Sotto il peso delle promesse, degli inganni e delle delusioni si è sfiancata perfino la parola riforma. Concediamole un po’ di riposo almeno in questo dibattito.
Nessuno dei problemi istituzionali è stato risolto e molti sono stati aggravati dalla proposta di revisione costituzionale insieme con l’Italicum. Segnalo quattro questioni.
1.
Da quasi un decennio gli elettori chiedono di poter guardare in faccia gli eletti, ma qui si decide di voltare le spalle. I cittadini continueranno a non scegliere i deputati e non eleggeranno neppure i senatori, né il presidente della Città Metropolitana, né i consiglieri della Provincia, che rivive con il brutto nome di Area Vasta. Il risultato è che il ceto politico elegge il ceto politico. È un grande azzardo restringere la rappresentanza proprio mentre viviamo forse la più grave frattura tra società e istituzioni della storia italiana.
I consiglieri regionali che hanno problemi con la giustizia saranno incentivati a farsi nominare senatori per godere dell’immunità estesa alle cariche non elettive. E per i cittadini viene indebolito lo strumento del referendum; quello di Mario Segni nel post-Tangentopoli, ad esempio, non sarebbe più possibile. Forse è un segno dei tempi – accade alle rivoluzioni mancate di essere poi anche rinnegate.
Nel complesso, si perde l’occasione per ricostruire la fiducia popolare nei confronti delle assemblee elettive.
2.
C’è un passo indietro nel punto più delicato del bilanciamento dei poteri. Un partito minoritario che raccoglie meno del 20% degli aventi diritto al voto può vincere il premio di maggioranza e utilizzarlo per conquistare le massime cariche dello Stato, la Corte Costituzionale e la Presidenza della Repubblica. I relatori hanno riconosciuto che il problema esiste, ma non hanno saputo o voluto risolverlo. La proposta di alzare il quorum nelle prime otto votazioni non impedisce al primo partito di attendere la nona votazione per imporre il proprio candidato. Si voleva sapere la sera delle elezioni chi governa, così si conoscerebbe anche l’inquilino del Quirinale.
Mi si risponde che era già così con il Porcellum; bene, lo si dovrebbe dunque correggere, invece il testo aggrava lo squilibrio. La Camera mantiene i 630 deputati con la forza del premio di maggioranza, mentre si indebolisce l’altro ramo dei cento senatori, privati della libertà di mandato, che può fondarsi solo sull’elezione diretta. Migliore equilibrio si avrebbe con la diminuzione del numero dei deputati, oggi il più alto in Europa in rapporto alla popolazione. Nessuno ha spiegato perché non si può. Eppure dovrebbe esserne entusiasta Renzi che voleva risparmiare sulle indennità; il Pd negli anni passati l’ha sempre considerata una priorità e i colleghi Romani, Sacconi e Casini la votarono quando erano in maggioranza nel 2005. Perché tutti ci hanno ripensato?
3.
Il superamento del bicameralismo paritario era l’occasione per rafforzare la democrazia parlamentare. Invece il potere legislativo viene assoggettato definitivamente all’esecutivo, il quale sarà tentato di utilizzare i voti del premio di maggioranza non solo per governare il paese – come è del tutto legittimo – ma anche per stravolgere a suo piacimento la legislazione fondamentale, ad esempio sulla libertà di stampa, i servizi segreti, l’autonomia della Magistratura, l’amnistia e l’indulto, le sensibilità religiose, le libertà personali oppure per modificare a proprio favore la stessa legge elettorale al fine di ottenere la vittoria alle successive elezioni. Potrebbe diventare di parte perfino la decisione più grave, la guerra. Quella stessa guerra che i costituenti ci ammonivano a ripudiare. Quella stessa guerra che ritorna nella foto terribile delle vittime innocenti di fronte alla moschea di Gaza.
La legislazione fondamentale viene sottratta allo spirito di parte nella proposta Chiti, in modo da costringere i partiti a condividere le regole fondamentali nel Senato eletto con legge non maggioritaria, e a competere per il governo nella Camera depositaria del voto di fiducia. Sarebbe il passo in avanti verso una democrazia matura. Si vuole invece realizzare quel “premierato assoluto” paventato da Leopoldo Elia, indebolendo la separazione dei poteri come non accade in nessuna democrazia europea.
4.
La relazione Stato-Regioni diventa ancora più confusa, anche per la scarsa cura che la Commissione ha dedicato all’argomento, pur essendo tecnicamente più complesso degli altri. È un grave errore abbandonare la legislazione concorrente, che è l’essenza di un regionalismo cooperativo, l’unico possibile in un paese segnato da storiche fratture, come ha sottolineato Massimo Luciani. Si sceglie al contrario una netta separazione tra competenze esclusive dello Stato e delle Regioni che non lascia più alcun margine di mediazione, rendendo quindi irrisolvibile il conflitto di competenze.
Come queste vengono attribuite non è rilevante in questo ragionamento, poiché è sufficiente una semplice considerazione logica per riconoscere che qualsiasi modello esclusivo aumenta il contenzioso rispetto al modello cooperativo. Questo non ha funzionato negli anni duemila non per i suoi presunti difetti, ma per la dissennata applicazione da parte dei governi di destra e di sinistra, che avrebbero dovuto elaborare solo leggi cornice e invece hanno proseguito a legiferare nel dettaglio, istigando le Regioni a eccessi opposti.
Il Senato delle Autonomie non sarà in grado di comporre i conflitti, anzi potrebbe esasperarli. Ad esso viene attribuita una fantomatica funzione di raccordo con un’espressione retorica priva di qualsiasi significato giuridico cogente. Nella realtà quell’assemblea sarà a chiamata ad approvare dei testi normativi sui quali si formeranno delle maggioranze e delle minoranze in base ai rapporti di forza tra Regioni ricche e Regioni povere. Venendo a mancare la mediazione politica della rappresentanza territoriale – che pur con i suoi limiti ha contenuto fin qui le pulsioni separatiste – il nuovo Senato accentuerà la frattura tra Nord e Sud, con il rischio di indebolire ulteriormente l’unità nazionale.
Spero che il testo finale mi consenta di rivedere questi giudizi negativi. Onorevoli senatori, ho fiducia in questa aula e nella possibilità che tra noi si affermi uno spirito davvero costituente. Ci sono emendamenti di diverse parti politiche che possono migliorare i punti essenziali: rapporto eletti-elettori, l’indipendenza del Quirinale, le garanzie del nuovo bicameralismo e il regionalismo cooperativo.
Rivolgo un appello alla mia parte politica. Abbiamo discusso a lungo nel gruppo Pd. Sono chiare le differenze, ma per me sono più importanti le comuni visioni. Tra noi condividiamo anche alcune insoddisfazioni per certi articoli. Non lasciamole ai discorsi di corridoio, non abbandoniamole ai rimpianti silenziosi, trasformiamole in proposte da condividere con gli altri gruppi. La lunga durata costituzionale non consente a nessuno di riconoscere un errore senza impegnarsi a correggerlo. In questa aula il primo partito deve essere protagonista fino alla fine nel migliorare la Costituzione.
Le migliorie saranno tanto più intense quanto più ci allontaneremo dalle motivazioni e dai metodi che hanno fin qui deformato il dibattito.
Per la cancellazione del Senato elettivo sono state date motivazioni occasionali, alcune surreali, come “serve a creare posti di lavoro”, altre tipiche del provincialismo italiano, mentre i Cameron, Merkel e Hollande non cancellerebbero organi costituzionali per fare bella figura ai vertici europei.
Ma c’è una motivazione più vecchia: togliere il freno che impedisce al governo di decidere. È la bufala che politici e giornalisti raccontano agli italiani da venti anni. Si dicono falsità sulle famose “navette” di leggi che vanno più di una volta tra un ramo e l’altro, ma sono solo il 3% e riguardano testi scritti molto male dal governo. È invece troppo facile approvare le leggi, e anzi le più veloci sono anche le più dannose. Sono bastate poche settimane alla destra per approvare il Porcellum e le leggi ad personam, e alla sinistra per contribuire al pasticcio degli esodati e allo sfregio costituzionale sul vincolo di pareggio del bilancio (che, per inciso, qui viene esteso alle Regioni).
Tutti i campi della vita pubblica sono soffocati dall’asfissiante produzione legislativa, nella scuola, nel fisco, nell’amministrazione, nella previdenza, nel territorio. Ogni settimana arrivano in aula disegni di legge pomposamente chiamati riforme, e che invece sono spesso accozzaglie di norme eterogenee e improvvisate, a volte dannose o inutili. Lo dimostra il fatto che sono rimasti nel cassetto ben 750 decreti attuativi.
Qui si dovrebbe davvero cambiare verso: poche leggi all’anno, di alta qualità, delegificazioni per costringere i ministri ad amministrare invece che a legiferare, controlli parlamentari sui risultati. A tale innovazione valeva la pena dedicare il nuovo Senato come Camera Alta delle leggi organiche, dei grandi Codici, dell’attuazione costituzionale, della raccolta dei frutti della conoscenza e della cultura del Paese. Con la produzione di leggi cornice la Camera Alta avrebbe portato ordine anche nelle relazioni Stato-Regioni, più autorevolmente di come possa fare il Senato delle Autonomie.
Il superamento del bicameralismo paritario era l’occasione per dedicare un ramo del Parlamento ai pensieri lunghi, all’intelligenza riformatrice, alla saggezza pubblica. L’Italia avrebbe proprio bisogno di una Camera Alta come volontà aristocratica di derivazione democratica, così la chiama Mario Dogliani.
Per quanto riguarda il metodo, una tale serie di strappi non si era mai vista nella storia repubblicana. Mai il governo aveva imposto una revisione costituzionale, mai il relatore era stato costretto a presentare un testo che non condivideva quasi nessuno, mai i senatori erano stati destituiti per motivi di opinione. Arroganze inutili che hanno fatto perdere solo tempo. Se il Parlamento avesse potuto lavorare serenamente, la riforma del bicameralismo sarebbe stata approvata da mesi.
Non ho mai detto che si tratta di una svolta autoritaria, né che si stravolgono i principi costituzionali – ci tengo a precisarlo – tanto è vero che ho votato contro la pregiudiziale.
È in pericolo invece un aspetto più semplice e per così dire più intimo: lo stile del dibattito costituzionale. I critici della proposta sono stati definiti gufi, sabotatori, rosiconi e ribelli. Parole che non sarebbero mai state pronunciate dai costituenti, certo divisi dalla guerra fredda e dalle ideologie novecentesche ma sempre disponibili al colloquio delle idee. Proprio oggi che siamo tutti liberali viene meno il rispetto nel dibattito. La politica postmoderna ha sempre bisogno di fabbricarsi un nemico. Come in un videogioco si elimina un mostro e subito se ne presenta un altro per tenere alta la tensione emotiva. L’operazione simbolica vince sul merito. Conquistare lo scalpo del Senato elettivo sembra parte di un incantesimo, che serve a rassicurare e a consolare i cittadini per la mancanza di vere riforme.
L’elegante lingua italiana dei padri costituenti, con le sue parole semplici e profonde, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii ai commi, come un regolamento di condominio. Il linguaggio è la rivelazione dell’essere, diceva il filosofo.
La Costituzione è come la lingua che consente a persone diverse di riconoscersi, di incontrarsi e di parlarsi. La Carta è il discorso pubblico tra i cittadini e la Repubblica, è il racconto del passato rivolto all’avvenire del Paese.
Se la Costituzione è una lingua lo stile è tutto. Senza lo stile è possibile l’autocompiacimento del ceto politico, ma non il riconoscimento repubblicano.