Roma, sfratto del Centro antiviolenza di Tor Bella Monaca: petizione con cinquantamila firme Autore: claudia galati da: controlacrisi.org

 

Le parole, per quanto belle e profonde possano essere, non bastano mai quando si ha a che fare con la violenza contro le donne. In queste situazioni, sono i fatti a fare la differenza, le azioni concrete di chi si adopera affinchè le vittime possano ricevere aiuto, sostegno, ascolto, reinserimento nella società e nel lavoro. Ma se questi sforzi vengono vanificati da uno sfratto della struttura che ospita il Centro antiviolenza, al danno si aggiunge la beffa: accade al Centro di Supporto Psicologico Popolare di Tor Bella Monaca, quartiere rinomatamente problematico della Capitale, che da gennaio non ha più una sede dove fornire assistenza alle donne vittime di violenza.Attivo dal 2011, il Centro, autofinanziato e autogestito, nato in via privata “ma non abbiamo mai ricevuto contributi da privati, né da istituzioni né dai servizi sociali: quello che abbiamo fatto è stato totalmente creato da noi”, ci tiene a precisare la fondatrice Stefania Catallo, finora ha aiutato un migliaio di donne, “donne che sono rimaste vive, non sono morte”. Il destino del Centro è ora affidato alla petizione da lei lanciata indirizzata al sindaco Ignazio Marino e alla Consigliera nazionale del ministro dell’Interno per le politiche di contrasto alla violenza contro le donne e al femminicidio, Isabella Rauti, affinché il Comune si adoperi per trovare uno spazio idoneo a ospitare il Centro e le sue attività (magari in uno spazio confiscato alla mafia o comunale in disuso), che al momento proseguono nelle case dei singoli volontari. La quota di 50 mila firme è stata quasi raggiunta: ad oggi ne mancano poco più di 600. Una bella risposta da parte della società civile, che risponde con la solidarietà alla scandalosa indifferenza delle istituzioni per un tema da poco entrato nell’agenda politica del Paese.

Stefania Catallo ha anche scritto il libro: “Sulla pelle delle donne” – che è anche il titolo del primo reportage giornalistico realizzato per RaiNews da Mariella Magazù, in cui “si racconta del lavoro di contrasto alla violenza contro le donne in una periferia degradata dall’indifferenza istituzionale, quando la parola ‘femminicidio’ non esisteva per i media e neppure per il Codice italiano” -, dal quale è stato tratto uno spettacolo teatrale andato in scena nel carcere di Rebibbia a novembre, e che sarà replicato in primavera. Le abbiamo rivolto qualche domanda per approfondire meglio la situazione.

Com’è iniziata la vicenda dello sfratto?
Per due anni siamo stati ospitati gratuitamente dall’associazione “Sirio 87”, ma non sapevamo che era sotto sfratto esecutivo. Una mattina stavo provando con due attrici, quando si presentano due tizi che, dicendo di essere un avvocato e un ufficiale giudiziario, mi intimano lo sfratto. Ovviamente ho spiegato loro che non ero io la proprietaria del locale e di rivolgersi ad altri, non ho mai voluto essere in un’occupazione abusiva, non ne sapevamo nulla. Così in tre-quattro mesi abbiamo deciso di staccarci dall’associazione e dai suoi locali, perchè non vogliamo essere suoi complici.

Le reazioni del quartiere?
La gente è incavolata, ma alla fine non interrompendo l’assistenza hanno capito che la continuità c’è. Però dobbiamo uscire da questa situazione. Speravamo nell’avvicendarsi delle Giunte, ma non abbiamo ottenuto nulla.

Qual è la situazione al momento?
Siamo quasi alle 50 mila firme, quindi a livello di sensibilizzazione ne abbiamo fatta tanta. Abbiamo fatto tutto da soli e con il passaparola. E anche se non ci sono scadenze entro cui presentare le firme, prima si fa e prima ci sistemiamo, è più una situazione di urgenza. Abbiamo ricevuto una proposta dal nostro municipio, ma bisogna vedere quando sarà attuata. Per non interrompere il servizio siamo state costrette a continuare a ricevere le vittime nelle nostre case. Dato il silenzio del sindaco Marino – che a parte un tweet non ha mosso un dito, con tutto che aveva basato la propria campagna elettorale sul voto femminile, e adesso fa orecchie da mercante! – abbiamo deciso di chiedere un appuntamento direttamente al Ministero dell’Interno, e Alfano si è detto disposto a riceverci entro una decina di giorni. Dopo di che, ci rivolgeremo direttamente al Presidente della Repubblica.

Prossime iniziative in programma?
Tra le nostre attività, oltre al lavoro di ascolto e supporto psicologico, ci sono gruppi di auto-aiuto e corsi di recitazione con la produzione autofinanziata di spettacoli e pièce di denuncia sociale e civile, di cui l’ultimo è andato in scena il 5 marzo alla Garbatella. Portare avanti le attività di laboratorio teatrale costa, quindi abbiamo chiesto di essere supportati. Io ballo il tango, e il 16 febbraio scorso abbiamo organizzato una serata di solidarietà a sostegno del Centro al Giardino del Tango, in cui c’è stata molta partecipazione, e il 10 aprile ripeteremo l’evento alla milonga Tango Negro.

Il link per firmare la petizione

Aumentano le donne uccise in Italia: nel 2013 sono 134 | Fonte: redattoresociale.it | Autore: Federica Onori

Aumenta nel 2013 il numero delle donne uccis e. Se nel 2005 si sono registrati 84 casi, nell’anno passato il numero è arrivato a 134, per un totale di 1042 vittime nell’arco di tempo considerato e una media di 116 casi per anno. Sono i dati resi noti dall’ ottava indagine sui femicidi in Italia realizzata dalla Casa delle donne di Bologna in occasione della festa dell’8 marzo. L’indagine è stata condotta da un gruppo di volontarie che hanno preso in esame i dati della stampa nazionale e locale per l’anno 2013.

“Abbiamo iniziato a condurre queste indagini sin dal 2005, per colmare il vuoto di conoscenza sul fenomeno dei femicidi esistente nel nostro paese, che permane a tutt’oggi, seppure moltissime siano state quest’anno le iniziative intorno al tema femminicidio in Italia”, spiega l’associazione. “L’indagine del fenomeno infatti, in mancanza di statistiche e di raccolta dei dati nelle sedi ufficiali, resta per lo più un’iniziativa della società civile, come dimostra l’importante contributo di una  graphic designer genovese, Sara Porco,  che con le Girl Geer Dinners di Milano, ha creato il sito “ Stop al Femminicidio ” e l’applicazione “ La mappa dei Femicidi “, dove sono accessibili i nostri dati a partire dal 2005”.

L’indagine mostra anche un aumento delle prostitute uccise che, dal 2007 al 2013, passano da 5 a 13 per un totale di 65 vittime nell’arco di tempo considerato; così come significativo è il numero dei tentati femicidi, 83 in totale, avvenuti per la maggior parte dei casi al nord (45%) per mano di partner attuali (46%) e contro donne di origine italiana (47%). Il dato sta a indicare tutti quegli episodi di estrema violenza in cui la vita della donna è stato messa seriamente a rischio, vale a dire quegli episodi in cui si sono aperti procedimenti per “tentato omicidio”. Il numero rilevato, ci tiene a precisare l’associazione, non rispecchia la situazione reale, dove esso è presumibilmente superiore, per via del fatto che la stampa non riporta tutti i casi realmente accaduti.

Per quanto riguarda la provenienza, l e donne uccise sono per lo più italiane (70%) . Gli omicidi sono commessi prevalentemente da uomini italiani (70%) e interessano tutte le fasce di età , anche se quest’anno si ha una incidenza maggiore nella fascia di età tra i 36 e i 45 anni, mentre l’anno scorso si registrava nella fascia 46-60. Essi trovano origine nella relazione di genere; nel 58% dei casi l’autore è stato il partner attuale o ex della donna.  Inoltre, è stato evidenziato come i casi di femicidio sono diminuiti al Nors mentre aumentano al Sud e al Centro. In particolare, in Emilia-Romagna in particolare i casi diminuiscono della metà in valore assoluto (da 15 del 2012 a 8 nel 2013).

“E’ un dato importante che necessita sicuramente di ulteriori approfondimenti: Esso innanzitutto  dovrebbe messo essere in relazione con l’andamento complessivo della violenza contro le donne nella nostra regione – sostiene la Onlus – . Esso ci porta ad affermare con forza l’esigenza di analisi costanti e basate su dati ufficiali, del fenomeno del femicidio e della violenza contro le donne, per comprendere in che modo questi fenomeni si modifichino e quanto questo cambiamento si leghi alle trasformazioni in corso nei rapporti sociali e nella crisi. Premesse necessarie per mettere in campo politiche efficaci di prevenzione e contrasto della violenza contro le donne”.