Le occasioni perdute delle donne ‘potenti’ da: ndnoidonne

Quando hanno il potere dimenticano di cercare idee nuove nella loro antica cultura di genere. Peccato

Giancarla Codrignani

Bisognerà che anche noi diciamo qualcosa a margine – le donne sono sempre “al margine” – di ciò che è successo in Europa per la tragedia dei greci (e delle greche) che si è rappresentata a Bruxelles. Le osservazioni che può fare il nostro genere (attente al “gender”, sommerso in questi giorni da incredibili accuse da parte cattolica!) non sono poche: già il fatto che parole come “i greci” – o “gli europei” – stiano a indicare l’intero popolo può essere normale quando la crisi economica, come il terremoto, sconquassa uomini e donne. Ma intanto conferma che non esiste nessuna rappresentanza critica “di genere”, nessuna competenza politica che rappresenti il contributo femminile alla discussione: evidentemente nel 2015 abbiamo fatto passi avanti soltanto nell’essere brave, forse più brave, nelle competenze neutre, come dimostrano Merkel, Lagarde, Mogherini. Potrebbe bastare, non fosse che, in questo caso, l’empowement è rimasto emancipazione e omologazione. Non rispondiamoci che la Merkel non è mai stata femminista: lo sappiamo bene, ma, in quanto alla rappresentanza, ha dimostrato il diritto femminile a fare la stessa carriera politica di un uomo, non a contribuire a dare voce propria alle donne quando sono in gioco i problemi della popolazione. Le donne nello Stato subiscono. Più o meno come in famiglia. Più o meno come nel lavoro. E il gioco dell’oca torna alla casella iniziale…

Quindi torniamo anche noi dentro la complessa materia di una crisi che non è stata un conflitto fra buoni e cattivi, fra Tsipras e Merkel. Spero che nessuna pensi che si è gridato al lupo mentre il lupo non c’era. I lupi ci sono ancora tutti e hanno i denti pronti a sbranare tutti, soprattutto perché si trovano in una strada senza uscita e non si arrenderanno senza continuare a cercare agnelli da sbranare. Il neo-capitalismo, da quando è diventato più finanziario che economico, procede sulla ben nota strada delle distruzioni e attenta gli equilibri democratici. Tuttavia sta anch’esso collocato dentro l’onda della trasformazione radicale a cui la storia ha pilotato la globalizzazione e ormai gestisce il dominio nel vuoto virtuale e improduttivo dei derivati, delle bad bank e della compravendita perfino dei debiti di paesi insolventi.
Come cittadine democratiche e moderne sappiamo (sappiamo?) che si dovrebbero evitare gli effetti di crisi non volute, per non subirne i dolori. Ripassando la storia europea del secolo scorso vediamo i nessi che collegano i default economici alle due guerre mondiali e a fascismo, nazismo, franquismo, salazarismo, petainismo: forse non dobbiamo perdere l’opportunità di tentare di capire dove va l’Europa. Che è la sola concreta speranza che abbiamo per rendere proficua l’interdipendenza.
Se, infatti, l’Europa fosse stata una vera “Unione” avrebbe avuto non solo una moneta unica, ma anche un bilancio unico e una legislazione fiscale unica. E il caso greco non sarebbe mai nato. Se ci sentissimo davvero europei – magari in attesa di diventare cittadini/cittadine del mondo – capiremmo perché la sovranità nazionale – lo dice esplicitamente la Costituzione italiana – deve compiere un passo indietro davanti alla sovranità europea. E capiremmo che è una follia che 28 paesi spendano 28 caterve di miliardi in eserciti nazionali incapaci di reale difesa.

Oggi la confusione non è poca e chi “sta a sinistra” si è trovato al fianco di Beppe Grillo, Salvini e Melloni; per non citare Le Pen, Farage e Alba Dorata. Intanto le socialdemocrazie del Nord Europa, ormai impossibilitate a far crescere il benessere sociale, hanno ceduto il governano alle destre e assistono alla crescita di strani partiti: in Finlandia i “Veri finlandesi”, in Danimarca il “Partito popolare danese”, in Norvegia il “Partito del progresso” (quello dell’attentatore Breivik), in Svezia i “Democratici svedesi”; mentre nella Germania dei cristiano democratici della vecchia CDU è cresciuta l’Alternative fur Deutschland temuta dalla Merkel e Pegida, il Partito degli Europei contro l’Islamizzazione. È la vecchia lebbra del nazionalismo che, quando i tempi si fanno complessi, si fanno forti della difesa dello “spazio vitale”, dispiegando la grande trappola in cui cadono gli umani istinti egoistici quando si diffondono paure e insicurezze.
L’Unione non era un’utopia nemmeno per i fondatori della Lega della Pace e della Libertà che, nel 1867, volevano una federazione repubblicana europea e una Costituzione comune per prevenire le guerre e rappresentare una garanzia di pace fra le nazioni. Se pensiamo al titolo della loro rivista, Les Etats-Unis d’Europe, ci domandiamo perché abbia avuto così poco ascolto la Carta di Ventotene e perché Altiero Spinelli in quel Parlamento europeo eletto nel 1979 con così grandi speranze, si trovò con le mani legate dal prevalere dei poteri decisionali del Consiglio dei capi di governo, quasi una troika, e si dovette educare alla pazienza. Ma i profeti anche se hanno vita dura, restano “i saggi”; il guaio, anche per loro, è quando la saggezza sembra incompatibile.
Le donne hanno saggezza secolare, non vorrebbero mai risolvere i problemi con le sfide (e le guerre), non amano i debiti, hanno loro ricette per superare i sacrifici, sanno che la solidarietà è un interesse e non una virtù. Ma quando stanno nelle Università, nelle dirigenze d’impresa, nei partiti, movimenti e governi si ritrovano così imbevute del pensiero unico che dimenticano di cercare idee nuove nella loro antica cultura di genere. Peccato.

Tra donne e uomini un’altra integrazione – di Andrea Morniroli da: NoiDonne

“Il tentativo di stupro di un ragazzo migrante …nei confronti di un’assistente sociale…non ha nulla a che vedere, almeno nelle sue motivazioni più profonde, con l’immigrazione, la camorra…”

inserito da Redazione

Riceviamo dall’UDI di Napoli il contributo di Andrea Morniroli e volentieri pubblichiamo.

Tra donne e uomini un’altra integrazione

Il tentativo di stupro di un ragazzo migrante ospite di una casa famiglia nei confronti di un’assistente sociale che lavora nella stessa struttura, avvenuto i primi giorni di agosto ai Quartieri Spagnoli a Napoli, a differenza di quanto hanno lasciato intendere gli articoli dei giornali non ha nulla a che vedere, almeno nelle sue motivazioni più profonde, con l’immigrazione, la camorra, i beni confiscati alle organizzazioni criminali e quant’altro. La vera questione è che ancora troppi maschi, italiani e stranieri, poveri e ricchi, camorristi e no, ignoranti o colti, religiosi o atei, non sanno gestire le loro relazioni con l’altro genere in un rapporto pari e di reciproco riconoscimento. E, ancora, con il fatto che troppi uomini, non sapendo gestire i loro desideri e la loro sessualità, finiscono per usare la forza, la violenza fisica o psicologica per imporre all’altro sesso le loro necessità e voglie.

Spostare il dibattito su altri temi, per quanto centrali e importanti, significa non solo introdurre elementi di confusione (per altro usati da altri in termini strumentali e demagogici) ma anche e ancora una volta rimuovere il problema di fondo che riguarda gli uomini e i loro comportamenti. In altre parole, usare strumentalmente nell’informazione e nel dibattito il razzismo, la mafiosità, il degrado socio-culturale per non fare i conti con le asimmetrie di potere che continuano a caratterizzare le reazioni tra uomini e donne.

E’ sempre la stessa storia. Sulla violenza di genere come sulla prostituzione. Su questo tema, ad esempio, è estremamente significativo come nel dibattito tutto si discute tranne che, come sarebbe ovvio, anche della domanda di sesso a pagamento. Delle migliaia di maschi che a Napoli come in Italia e nel mondo risolvono le esigenze della loro sessualità con l’acquisto di prestazioni sessuali – e dintorni – a pagamento.

E ancora, quando invece si parla anche di uomini, sia nella violenza di genere, sia sulla prostituzione, se ne parla solo in termini repressivi come se il vero problema non fosse in primis un problema culturale.

Una riflessione e un confronto che va ben oltre i “violentatori” e i “clienti” ma che riguarda l’universo maschile nel suo complesso. Troppo semplici sono gli approcci autoassolutori del “non sono mica un cliente” o “non ho mai fatto del male a una donna”.

Vanno obbligati i maschi a riflettere su come sono co-attori di fenomeni troppo ampi e trasversali all’universo maschile per poter essere risolti in tal modo. Occorre che gli uomini inizino ad interrogarsi per davvero su come nel proprio quotidiano, con i propri sguardi, atteggiamenti e approcci nella relazione con l’altro genere finiscono per alimentare il terreno sui cui poi, nei casi più estremi ma purtroppo sempre più frequenti, la violenza si alimenta.

Una riflessione e una messa in discussione che credo diventa ancora più urgente tra chi come me lavora nei servizi rivolti alle persone nel tentativo difficile e complesso di tutelarne e promuoverne i diritti. Perchè altrimenti si corre il rischio, anche in materia di diritti, di determinare differenze tra un genere e l’altro. Di guardare in modo non completo all’insieme di quelle relazioni che quasi sempre sono l’ambito che si deve prendere in carico se davvero si vuole supportare l’emancipazione e non determinare la cronica necessità di aiuto.

Insomma, il ragazzo bengalese che  ha tentato di violentare l’assistente sociale napoletana é prima di tutto un uomo e la sua potenziale vittima è prima di tutto una donna. Li, e non in altri ambiti, vanno ricercate le cause del grave episodio e attivate le dovute riflessioni per trovare modi e ipotesi per evitare che tali episodi continuino, in modo sempre più allarmante e diffuso, a ripetersi.

Andrea Morniroli

La presenza femminile nel Sistema Sanitario Nazionale da: NoiDonne

Le donne con un contratto a tempo indeterminato nel Servizio Sanitario Nazionale nel 2009 erano il 63,41%, percentuale in costante crescita ma non nelle posizioni apicali. L’avanzamento di carriera, precluso in particolare alle infermiere, richiede dispon

 

Mariam aveva sentito la notizia nel gennaio di quello stesso anno: uomini e donne sarebbero stati ricoverati in ospedali diversi, tutto il personale femminile degli ospedali di Kabul sarebbe stato licenziato o mandato a lavorare in un’unica struttura centralizzata. Nessuno ci aveva creduto e i talebani non avevano posto in atto quella loro decisione. Fino a quel momento. «E l’ospedale Ali Abad?» chiese un altro uomo. La guardia scosse la testa. «E Wozir Akbar Khan?» «Solo per uomini» disse. «E noi cosa dovremmo fare?» «Andate al Rabia Balkhi» rispose la guardia. Si fece avanti una giovane donna, dicendo che c’era già stata. Non avevano acqua pulita, né ossigeno, né elettricità, né medicinali. «In quell’ospedale non c’è niente» disse. « È là che dovete andare» insistette la guardia.
(K. Hosseini, Mille Splendidi Soli, Edizioni Piemme, Casale Monferrato (Ai), 2007, p.175)
Sebbene la condizione femminile e le discriminazioni di genere nel nostro Paese siano, fortunatamente, molto distanti da quella dell’Afghanistan, di cui al periodo della citazione letteraria, o dei paesi in via di sviluppo dove la durata media della vita delle donne è fortemente condizionata dalle uccisioni a seguito di stupri e violenze e dalla mancanza di assistenza alla maternità e alla vita sessuale in genere, occorre evidenziare come anche nel nostro paese persistano, in maniera più o meno evidente, discriminazioni nei confronti delle donne nel settore sanitario sia nella loro veste di utenti dei servizi sanitari, sia nel loro ruolo di professioniste del settore. Nel 2009 la percentuale di donne impiegate nel Servizio Sanitario Nazionale con un contratto a tempo indeterminato si è attestata al 63,41%: l’incremento della presenza femminile è in costante crescita ed è possibile rilevare come essa sia aumentata trasversalmente in quasi tutte le categorie lavorative comprese dall’ambito sanitario.

Relativamente alle posizioni apicali la presenza delle donne in tali posizioni è però aumentata negli anni di pochi punti percentuali: rispetto ai colleghi uomini, le donne debbono necessariamente avere una grande capacità di organizzazione e di ottimizzazione dei tempi dedicati ai diversi ruoli e, come si può facilmente intuire, è inoltre discriminante il supporto di aiuti esterni (familiari, collaboratrici domestiche, badanti) o di strutture educative (nidi, scuole di infanzia e scuole) o residenziali/ semiresidenziali nel caso di anziani e/o familiari affetti da disabilità. Occorre inoltre rilevare che, se per le donne medico il supporto di aiuti esterni è reso possibile da retribuzioni medio alte, per le altre figure professionali femminili della sanità (per esempio le infermiere e tutto il personale paramedico) l’accesso a tali collaborazioni è sbarrato da una situazione socio-economica completamente differente.

La carenza di servizi e le dinamiche intrafamigliari possono portare la donna a trovarsi davanti alla necessità di scegliere tra la famiglia ed il lavoro; alla base dello scollamento tra presenza femminile e posizioni apicali vi sono anche motivazioni legate alle tempistiche di carriera: per raggiungere una posizione di vertice sono necessari circa 15-20 anni di percorso, non ancora coerenti con il più recente inserimento significativo delle donne nella sanità: il processo di femminilizzazione in corso ne fa quindi prevedere un aumento. In generale il lavoro e, in particolare, l’avanzamento di carriera soprattutto, si basano su due tipologie di disponibilità pressoché totali: la disponibilità di spazio e la disponibilità di tempo, che caratterizzano il modello maschile applicato attualmente nel competitivo mondo della sanità: tali disponibilità totali sono molto spesso precluse alla donna per le motivazioni precedentemente esposte.

L’avanzamento di carriera è particolarmente precluso alle infermiere: in campo infermieristico la distribuzione di genere è sbilanciata a favore di una massiccia presenza di donne, ma le posizioni apicali sono ricoperte prevalentemente dagli uomini: le maggiori difficoltà di gestione dei tempi di cura parentale e di lavoro incidono marcatamente sul percorso professionale e sull’avanzamento di carriera proprio per la situazione socio-economica connessa al profilo professionale. Per ridurre i conflitti relativi alla gestione dei tempi di cura e lavoro oltre alla dotazione delle strutture di lavoro di asili nido potrebbe essere significativa l’elaborazione di strategie e prassi che favoriscano il ritorno della donna dopo l’allontanamento per maternità facilitando la ripresa del lavoro e dei contatti per evitare che la neo-madre si senta al margine in un ambiente di lavoro che evolve a ritmi serrati: una possibile modalità con cui si potrebbe colmare l’allontanamento dall’ambiente di lavoro potrebbe essere costituita dalla somministrazione di corsi formativi a distanza durante il periodo di assenza per maternità.

Quali sono gli apporti specifici delle donne nel mondo del lavoro e, in particolare, in ambito sanitario? Una prima rilevazione va posta sulle capacità organizzative di una donna: è ipotizzabile che la donna, anche sulla base del proprio vissuto biografico, possa contribuire in maniera significativa in sanità sul piano delle capacità di organizzazione e di gestione, con risvolti utili in termini di efficienza ed efficacia dei processi. Tale capacità organizzativa è collegabile ad una storica abitudine del genere femminile ad occuparsi parallelamente di più funzioni, e si esprime soprattutto: nella visione di insieme, nella creazione di reti di rapporti, nella sistematizzazione dell’intervento, nella rapidità di reazione e gestione dell’imprevisto, nella capacità analitica che fa essere le donne metodiche e pragmatiche.

Alle donne occorre inoltre riconoscere una grande capacità di mediazione che, anche in ambito sanitario, si traduce spesso nella capacità di armonizzare idee e posizioni differenti attraverso modalità gestionali tese a rendere i conflitti occasioni di dibattito finalizzate alla risoluzione efficace ed efficiente delle problematiche che i gruppi di lavoro debbono quotidianamente gestire ed affrontare.

Per i migranti cala l’occupazione, quella che resta è mal pagata Fonte: rassegna

L’occupazione tra gli uomini immigrati è scesa di 10 punti tra il 2008 e il 2012 e chi un lavoro ce l’ha resta spesso “intrappolato in impieghi a bassa produttività e mal pagati”. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto sull’integrazione dell’Ocse

Il tasso di occupazione tra gli uomini immigrati in Italia è calato drasticamente negli anni della crisi, di 10 punti percentuali tra il 2008 e il 2012, un calo all’incirca doppio rispetto ai nativi, e questo perché i lavoratori migranti sono concentrati soprattutto nei settori dell’edilizia e del manifatturiero, tra i più colpiti dalla recessione economica. E’ quanto emerge dal rapporto “L’integrazione degli immigrati e dei loro figli in Italia”, redatto, su richiesta del Cnel, dall’Ocse e presentato oggi a Roma.

Le donne immigrate, invece, restano per lo più impiegate in lavori di cura e assistenza, e qui l’andamento dell’occupazione “dipende dai risparmi delle famiglie, che stanno notevolmente diminuendo”. E anche se tra la popolazione in età lavorativa in Italia il tasso di occupazione degli immigrati è maggiore rispetto a quello dei nativi, molti stranieri “sono intrappolati in lavori a bassa produttività e mal pagati e costituiscono buona parte dei lavoratori in condizioni di povertà”.

Spesso, denuncia l’Ocse, gli immigrati entrano nel circuito del lavoro sommerso e irregolare, dello sfruttamento e della discriminazione. Ciò vale anche per “quel 10% classificato come altamente qualificato, che rappresenta l’unico gruppo con tassi di occupazione più bassi rispetto ai nativi”. Complessivamente, gli immigrati, uomini e donne, costituiscono rispettivamente il 31 e il 40% dei lavoratori poco qualificati nel 2012.

Solo la metà di loro ha un titolo di studio superiore alla licenza media e pochi parlano italiano al momento dell’arrivo. Il passaggio alla scuola superiore non è facile e, ricorda l’Ocse, “solo otto regioni consentono agli studenti immigrati con qualifica professionale post-triennale di accedere a un quarto anno di formazione e solo due regioni al quinto anno”. Il rapporto registra infine tra i figli di immigrati un crescente tasso di abbandono scolastico e una percentuale di Neet pari a un terzo degli stranieri tra i 15 e i 24 anni.

Le donne in Europa al tempo della crisi Fonte: sbilanciamoci | Autore: Federica Martiny

In questi anni l’Europa ha dato molto alle donne in termini di diritti sostanziali in ambiti nei quali in Italia eravamo arretrati: ad esempio la legge sui congedi parentali (Il congedo ai padri aiuterebbe inoltre a promuovere la cultura della condivisione della cura dei figli, delle responsabilità e anche dei diritti tra madri e padri).

È dal Trattato di Roma (1957) che è stato stabilito per la prima volta il principio della parità della retribuzione a parità di lavoro (all’articolo art.119), da cui sono derivate importanti direttive sulla parità di trattamento nell’accesso al lavoro (formazione professionale e condizioni di lavoro); sulla parità di trattamento in materia di previdenza sociale, nei regimi professionali, nelle attività indipendenti; e proprio sui congedi parentali.

La Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, adottata a Strasburgo nel 1989, all’articolo 16, ribadisce che deve essere garantita la parità di trattamento tra uomini e donne e che soprattutto deve essere sviluppata l’uguaglianza delle possibilità. Ma occorre intensificare ovunque sia necessario le azioni volte a garantire l’attuazione dell’uguaglianza non solo formale tra uomini e donne, in particolare in materia di accesso al lavoro, di retribuzioni, di condizioni di lavoro, di protezione sociale, di istruzione, di formazione professionale e di evoluzione delle carriere. Un lavoro ancora tutto da concretizzare è quello di sviluppare misure che consentano alle donne di conciliare meglio i loro obblighi professionali e familiari.

La Commissione ha poi recentemente adottato una Carta per le donne per potenziare la promozione della parità tra donne e uomini, in Europa e nel mondo. Infatti – si legge – le disparità legate al genere hanno conseguenze dirette sulla coesione economica e sociale, sulla crescita sostenibile e la competitività, nonché sulle sfide demografiche. Questa strategia nasce per contribuire a migliorare la posizione delle donne nel mercato del lavoro, nella società e nelle posizioni decisionali, tanto nell’Unione europea quanto nel resto del mondo. Perchè nonostante la legislazione comunitaria da sempre sia stata avanzata sulle tematiche di genere rimane spesso insormontabile la barriera della vita reale delle persone, nelle quali l’uguaglianza di genere diventa spesso una chimera.
Soprattutto se consideriamo gli effetti della crisi sulle donne: nel report sull’uguaglianza tra uomo e donna contenuto nel documento staff working della Commissione, ad esempio, è spiegato come la crisi – insieme alla marginalizzazione delle politiche di austerità per le donne – abbia bloccato il processo dell’indipendenza economica delle donne. Si parla dell’opposizione surrettizia tra l’investimento in infrastrutture fisiche (che rappresentano il lavoro maschile) da una parte e, dall’altra, l’improduttività della spesa in infrastrutture sociali (dove lavorano per lo più donne), settore capace unicamente di aggravare il debito.

La crisi economica in corso ha fatto guadagnare all’Unione Europea il triste primato, condiviso con le aree del Medio Oriente e del Nord Africa, della disoccupazione giovanile In Italia, in particolare, il tasso di inattività giovanile è il più alto in Europa e nelle nazioni occidentali. Dei circa 6,5 milioni di giovani italiani tra i 20 e i 29 anni il 49% è inattivo e di questi la maggior parte non studia, non lavora e non cerca lavoro. Tra le ragazze la quota è ancora più disarmante, raggiungendo dei picchi nelle regioni meridionali del 65-70%.

Finiti gli studi, trovare un lavoro coerente con i propri studi sembra molto più difficile per le ragazze che per i ragazzi: impieghi disallineati al corso di studi sono nel primo caso il 28%, nel secondo il 18%. E per di più anche nei tirocini e negli stage i ragazzi vengono retribuiti nel doppio dei casi rispetto alle ragazze.
Svantaggi nell’ingresso del mondo del lavoro, dunque, ma anche all’uscita: le donne europee ricevono pensioni che sono in media del 39% più basse di quelle degli uomini. Gli effetti dei tassi di occupazione più bassi tra le donne si estenderebbero dunque nel trattamento del periodo post lavorativo e il divario di genere nelle pensioni è il risultato di tre tendenze del mercato del lavoro che si intersecano e si sovrappongono: le donne hanno meno possibilità di ottenere un lavoro rispetto agli uomini; lavorano meno ore e/o anni; ricevono in media salari più bassi.
Se poi guardiamo i dati le ore settimanali di lavoro domestico non retribuito, ci troviamo di fronte al fatto che in Europa a fronte di un maggior numero di ore retribuite per gli uomini, le donne lavorano un numero complessivo di ore molto superiore se si include il lavoro domestico.

La Strategia 2020 ha come slogan una crescita economica intelligente (cioè basata sulla conoscenza), sostenibile (rispettosa dell’ambiente e delle future generazioni) e socialmente inclusiva. Contiene anche vari obiettivi quantitativi ponendosi il 75% come tasso di occupazione nella popolazione tra i 20 e i 65 anni e la riduzione di 20 milioni delle persone a rischio povertà (che è attualmente valutata in 80 milioni). L’obiezione che si può sollevare riguarda il fatto che tutti questi obiettivi non sono declinati per genere.

Occorrono “riforme radicali in ottica di genere” se si vuole evitare di scaricare il costo della crisi sulle spalle delle donne e se si punta ad ottenere risultati positivi dalla Strategia 2020, soprattutto in materia di occupazione e di pari opportunità. E occorrono misure concrete e decise per ricreare lavoro, soprattutto per le donne e soprattutto per le giovani donne.