Basta Berlinguer. La disastrosa politica del Pd su scuola e università Fonte: la città futuraAutore: Anna Angelucci e Tiziana Drago

Il Partito Democratico ha gravi responsabilità storiche per aver varato negli anni provvedimenti rovinosi per scuole e università. Sono i riformatori “di sinistra” come Luigi Berlinguer che hanno gettato le basi per la creazione del rapporto tra università e impresa, formazione e interessi privati. Fino ai progetti liberticidi del governo Renzi.

Le gravissime responsabilità storiche del Partito Democratico nel varo di provvedimenti rovinosi per scuole e università sono un fatto. Cominciamo con la scuola. Alla fine degli anni ‘90, con i decreti attuativi della legge sull’autonomia scolastica (D.P.R.275/99), si è avviato un nuovo modello di governo e di gestione della scuola pubblica che prevede l’affidamento alle singole scuole di una serie di poteri in materia di organizzazione didattica, ricerca e sperimentazione, funzionali alla progettazione e alla realizzazione del proprio piano dell’offerta formativa; contemporaneamente, si è disegnato un nuovo reticolo di rapporti con gli enti locali che pone la scuola talora al centro, talaltra alla periferia del sistema.

A quindici anni di distanza, il buon senso avrebbe suggerito almeno un tagliando. Una riflessione seria sugli esiti della riforma a livello nazionale, aggregando e disaggregando i dati locali multidimensionali. Tanto più dopo la falcidia operata da Gelmini che, nel 2008, senza dire né ahi né bai, ha tagliato di netto tutte le sperimentazioni. Sulle quali, credo, meritava che il Paese si interrogasse.

La legge sull’autonomia scolastica, e questo è un fatto, ha determinato la trasformazione della scuola da istituzione dello Stato a ente che eroga un servizio per lo Stato dotato di personalità giuridica, ponendola alla stregua delle scuole private che, ancorché paritarie, sono e restano enti privati che vendono il loro servizio formativo a clienti paganti. Le istituzioni scolastiche diventano, da quel momento, espressione di un’autonomia funzionale intesa non come tutela dell’autonomia del sistema scolastico, ovvero come tutela dell’autonomia della scuola della Repubblica e della Costituzione da qualunque illegittima e contingente ingerenza politico-ministeriale, bensì come sdoganamento della libertà anarchica di ogni singola scuola di inventarsi un suo peculiare profilo culturale ed una sua peculiare offerta di ‘servizi formativi’ da propinare alle famiglie ormai assuefatte ad ogni sorta di imbonimento e di marketing.

La progressiva, costante riduzione dei finanziamenti pubblici ha completato l’operazione di smantellamento indicata da Berlinguer. Oggi, l’unico capitolo di spesa che afferisce al bilancio dello Stato è costituito dagli stipendi dei lavoratori della scuola; il resto, e cioè il finanziamento del funzionamento delle scuole, si racchiude in cifre talmente risibili che definirle simboliche è un eufemismo. Di fatto, come tutti sappiamo, senza i contributi volontari delle famiglie le scuole statali italiane chiuderebbero.

E’ utile ripercorrere rapidamente la storia dell’autonomia scolastica? Forse sì, almeno per comprendere con chiarezza la genesi e le fonti del ddl Renzi attualmente in discussione in Parlamento, ovvero del progetto liberticida della scuola pubblica statale che, esasperando il dispositivo dell’autonomia in chiave personalistica e, oserei dire, patologica, ne configura oggi la definitiva cancellazione.

Come ci ricorda Antonia Sani [1], fu nell’estate del 1994 che il concetto di autonomia scolastica imboccò la via che vede oggi il suo epilogo nel ddl di Matteo Renzi. Il documento “Una nuova idea per la scuola”, di area centrosinistra, poneva al centro una nuova idea di autonomia scolastica, che sarà da quel momento in poi l’idea vincente. Il modello NON è l’autonomia del sistema scolastico dagli indirizzi prodotti dalle maggioranze governative del MIUR, ma una sorta di libertà dei singoli istituti di porsi in competizione sui livelli di efficienza offerti.

E’ servita quella competizione? E’ stato utile per le famiglie scegliere la scuola dei loro figli sulla base del POF più accattivante o della presentazione più o meno seduttiva fatta nelle giornate di orientamento per accaparrare iscrizioni? Con l’autonomia, la qualità dell’offerta formativa delle scuole italiane è cresciuta? Gli esiti degli apprendimenti degli studenti e le loro abilità fondamentali sono migliorati?

Queste sono le domande serie che bisognava porsi e a cui bisognava dare una risposta ragionata e argomentata. E non solo ai cosiddetti stakeholder (le famiglie, direttamente interessate al problema della scuola) ma a tutti gli italiani. Perché la scuola, e l’università, sono una questione che riguarda tutti gli italiani e non solo chi occasionalmente le frequenta. E tutti sono dunque ‘portatori d’interesse’.

In quel documento, firmato tra gli altri dallo stesso Berlinguer, si delineava l’idea dell’autonomia – all’interno di un sistema formativo pubblico, nazionale e unitario, che comprendesse scuole statali e non statali – come principio riformatore fondamentale e si indicava già allora la necessità di introdurre un bonus fiscale per un portafoglio di investimenti privati – da parte di cittadini, associazioni, fondazioni, imprese – all’interno delle scuole.

Et voilà, con l’autonomia e i suoi annessi il succulento banchetto della privatizzazione della scuola pubblica e della precarizzazione della professione docente è servito dal nostro Master Chef Renzi all’ingorda Confindustria, che con tre gole caninamente latra reclamando una volta per tutte il suo fiero pasto. Noi.

Veniamo all’università. Chiunque abbia vissuto i giorni di impegno forsennato contro la riforma Gelmini (la resistenza coriacea sui tetti, la febbrile produzione di analisi e documenti, le battaglie oscure all’interno degli atenei e le fatiche estenuanti all’esterno delle aule e dei corridoi) ricorderà il contegno sonnolento del Partito Democratico, per nulla turbato dall’enormità della posta in gioco.

Com’è noto, quella “riforma”, che un mantra facile e insidioso spaccia come “meritocratica” e “antibaronale”, ha inflitto al sistema pubblico della formazione e della ricerca una ferita insanabile di cui non si smetterà mai di scontare tutte le disastrose conseguenze (oltre che le disfunzionalità burocratico-amministrative: ma quello della governamentalità aziendale non era un universo dorato?). Nella sostanza, l’impianto della legge 240 viene deciso dalla convergenza di tutte quelle forze che fanno gravare sull’università e sulla ricerca, che non sia al servizio spicciolo dell’impresa, un diffuso sospetto di inutilità se non proprio di nocività.

Dopo aver fornito giustificazione teorica – la ‘razionalizzazione’ per le università, l’ ‘essenzializzazione’ per le scuole – al definanziamento sempre più insopportabile, la legge Gelmini apre la strada a un aumento indefinito della tassazione studentesca negli atenei, amplia a dismisura il potere dei vertici, precarizza la ricerca con la cancellazione della figura del ricercatore a tempo indeterminato (vanificando il senso stesso della trasmissione del sapere), decide l’ingresso degli esterni nei consigli di amministrazione in nome della “modernizzazione” del sistema e del rafforzamento del legame dell’università con il territorio (un ‘vizietto’ ereditato dal centrosinistra) e con l’impresa; il che significa, nei fatti, consegnare alle necessità del mercato l’orientamento delle politiche di ricerca e didattica di alcuni settori (politecnici, aree tecnologiche e mediche). E poco importa che i potenziali investitori siano distribuiti in modo diseguale sulla superficie nazionale del Paese.

Di fronte a questo disegno regressivo per la dignità, i giovani e il futuro il Partito Democratico si trincera dietro l’ipocrisia di una ‘solidarietà’ di facciata alla protesta (la passeggiata di Bersani sui tetti della Sapienza e il doveroso voto contrario in Parlamento) e si dimostra del tutto incapace di abitare un orizzonte culturale diverso da quello che avrebbe dovuto combattere. Per conformismo e per ignavia. E, d’altra parte, non è un segreto per nessuno che buona parte dell’impianto gelminiano sia stato suggerito, condiviso e sostenuto da intellettuali e riformatori scolastici politicamente vicini a quel partito.

Il fatto è che la contiguità – e la compromissione – dell’establishment del PD con il disegno strategico ‘modernizzatore’ varato dal Governo Berlusconi ha radici assai profonde: ha alle spalle anni in cui i riformatori “di sinistra” hanno gettato le basi per la creazione del rapporto tra università e impresa, formazione e interessi privati. E infatti, l’apertura al territorio, l’avvicinamento alle aziende, la partecipazione dei privati costituiscono il catechismo di ogni riforma da Luigi Berlinguer a Mariastella Gelmini. Alla base, naturalmente, una miracolosa capacità di regolamentazione del mercato e la concorrenza come ecologia della società: un von Hayek nudo e crudo. Per tacere dei miraggi professionali e delle effimere competenze dettate dalla moda del momento e incarnate nella riforma del 3 + 2.

Nulla di strano quindi che la promessa fatta sui tetti da Bersani di adoperarsi per l’abolizione della legge 240 venga poi prontamente smentita dall’appoggio concesso dal Partito Democratico al successore della Gelmini nel governo Monti, quel ministro Profumo rivelatosi l’esecutore testamentario della riforma: sua l’ineffabile uscita per cui la legge 240 non andava abolita, ma «oliata»; e infatti, l’emanazione dei decreti necessari alla legge reca la firma del ministro. In più, Profumo si illustra per il famigerato decreto AVA sull’AutoValutazione e l’Accreditamento delle sedi e dei corsi universitari (D.M. 47/2013).

Nel più totale silenzio della stampa mainstream, il dispositivo sancisce i parametri e le modalità di valutazione che verificano periodicamente e decretano la vita o la morte degli atenei e dei corsi di studi: un assemblaggio malfatto di requisiti puramente numerici, meri algoritmi difficili da soddisfare da parte di corsi di laurea che sopravvivono a stento, in un contesto caratterizzato dall’impossibilità di assumere nuovi docenti, dato il blocco del turn over imposto dalla Legge 133/08 e successivamente dalla spending review (d.l. 95/2012), oggi drammaticamente aggravato dalla legge di stabilità del governo delle larghe intese.

Né si tratta di questioni meramente tecniche: il decreto, che prevede vincoli stringenti solo per le università statali e deroghe generose per quelle non statali e telematiche, oltre a determinare un impoverimento notevolissimo della formazione universitaria, con la cancellazione di interi settori del sapere, non manca di orientare il sistema all’introduzione o all’inasprimento del numero chiuso o programmato, dal momento che la nuova formula per il calcolo dei docenti di riferimento stabilisce un numero superiore di docenti necessari alla sopravvivenza del corso di laurea in relazione al numero degli studenti.

Con tutte le conseguenze in termini di violazione del diritto allo studio che ciò comporta. Sebbene questi parametri si siano rivelati di fatto inapplicabili –a meno di non voler far chiudere battenti alla maggior parte degli atenei italiani– con il proprio appoggio il Partito Democratico si rende complice dei mandanti di una nuova, radicale accelerazione nella direzione di quello strozzamento del sistema universitario pubblico, del tutto sganciato da ogni considerazione di qualità sulla ricerca e sulla didattica, ma contrabbandato come icona del “merito”.

E tuttavia, non migliore fortuna si è registrata con la ministra piddina Maria Chiara Carrozza, impegnata sin da subito a battere il record negativo del precedente ministro. Carrozza sollecita insistentemente le sirene della selezione meritocratica, ma si capisce subito che “merito” è il termine vuoto con cui si intende stabilizzare e inasprire gli strumenti di ricatto e di disuguaglianza che disciplinano la società.

E così, dopo aver emanato il suo Decreto Ministeriale sul numero chiuso e promosso il ricorso ai test standardizzati come strumento di valutazione (con l’obiettivo dichiarato di introdurre l’Invalsi anche nell’Università: test standardizzati per tutti per standardizzare i pensieri di tutti), la ministra dà la stura all’ennesimo aggravamento del blocco del turnover negli atenei, che corrisponde a un taglio di svariati milioni di euro, al netto dei proclami del governo delle larghe intese sulla necessità di non fiaccare ulteriormente un malato terminale. E infatti, sull’università e i fondi di ricerca la priorità individuata è, manco a dirlo, quella di razionalizzare le poche risorse disponibili, unitamente al solito mantra del potenziamento del rapporto tra ricerca, territorio e impresa.

Ma il vero capolavoro di iniquità è il decreto sui punti organici, con cui si decide del ricambio generazionale e della possibilità stessa di fare ricerca nelle varie università italiane: due soli atenei del Nord (Milano e Bologna) ottengono gli stessi punti organico di tutte le università meridionali messe insieme. Il sistema di ripartizione premia, evidentemente, gli atenei delle regioni con PIL più alto rispetto agli atenei con PIL più basso.

La strategia dell’era Carrozza è evidente: ridurre drasticamente il numero degli atenei e creare poli accademici di serie A, ultra-finanziati e d’eccellenza, ed altri di serie B, sotto-finanziati e caratterizzati da una pessima didattica e da una ricerca inesistente. Il merito e la valutazione, dispositivi di controllo e disciplinamento sociale in una fase di crisi senza precedenti, diventano paradigma anche all’interno degli atenei, attraverso il braccio armato dell’ANVUR (il mostro “meritocratico” di emanazione governativa di cui proprio il PD e il ministro Mussi sono i benemeriti ideatori): dopo aver tagliato drasticamente settori cruciali della ricerca pubblica – i piani di ricerca nazionale e i dottorati di ricerca –, si redistribuiscono i residui secondo precisi interessi, che poco hanno a che fare con la qualità della didattica e ancor meno con il diritto allo studio, ormai svuotato d’ogni senso.

Carrozza, con buon seguito di replicanti, alimenta il mito ossessivo delle “tecniche di valutazione”, sottraendo al dibattito pubblico una visione di sistema condivisa, che rifiuti il concetto di premialità e lo sostituisca con l’impegno a uniformare ed estendere qualità e diritto allo studio su tutto il territorio e a porre un argine alla minaccia dell’esclusione. Sul nefasto interessamento del Partito Democratico per l’università molto altro si potrebbe dire: a intervalli regolari ma frequenti, il partito si è distinto per la proposta con cui il senatore Ichino (passato per breve periodo a Scelta Civica e poi nuovamente accolto dal PD come figliol prodigo, insieme all’altra figliola prodiga Giannini, che assunse la titolarità del MIUR alla vigilia della sua candidatura come capolista alle ultime elezioni europee, testimoniando, nei fatti, il suo reale e fattivo interesse per i problemi dell’istruzione e della ricerca in Italia) ha indicato, insieme a un ampio seguito di sostenitori, la strada del meccanismo del prestito d’onore e della liberalizzazione delle rette universitarie, nonché dell’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Resta il fatto che, al momento, dato l’operato sulla scuola, nel merito e nel metodo, fanno rabbrividire i proclami renziani sulla prossima, buona università. Da qualche cenno del ‘novissimo’ premier e della sbiadita ministra Giannini, si preannuncia l’accentuazione della logica premiale e competitiva tra gli atenei, l’incentivazione dei finanziamenti privati, l’introduzione di premi e sanzioni basati sui risultati della gestione, l’ulteriore burocratizzazione della ricerca. Insieme alle consuete parole d’ordine del ‘merito’ e dell’‘eccellenza’, qualunque cosa questi termini significhino. Senza neppure il sospetto che scuole e università debbano essere il luogo di costruzione di un sapere diffuso e di una cittadinanza critica, non una palestra per eccellenti.

È del tutto evidente che a guidare le scelte di questa classe politica e del Partito Democratico è qualcosa che non ci rappresenta. “Basta Berlinguer”: una metonimia, un’antonomasia, un’iperbole? Di sicuro è lo slogan che deve riecheggiare nelle menti e nelle voci di chi crede ancora nel valore della scuola e dell’università come strumenti di cultura, di emancipazione, di eguaglianza, di cittadinanza e di democrazia. “Basta Berlinguer”, prima che sia veramente e drammaticamente troppo tardi.

Note:

[1] A. Sani, L’autonomia scolastica soffocata nella culla, La città futura, 30 maggio 2015

Lettera aperta a Maria Carrozza | Fonte: www.amigi.org | Autore: Piero Bevilacqua

 

Cara ministra Carrozza,
ho nutrito qualche speranza per le sorti della nostra università quando lei ne ha assunto il dicastero. Ho immaginato che – pur all’interno di un governo che tradiva il mandato degli elettori e nell’auspicata brevità del suo mandato – potesse intervenire almeno su un aspetto limitato, ma importante della vita dei nostri atenei. Un aspetto, come chiarirò più avanti, che non comporta alcuna spesa, realizzabile in tempi brevissimi con un dispositivo di legge. L’ho sperato perché lei è donna di scienza ed è per giunta pisana, come Galilei.

E dunque rammenterà bene il motto cui si ispirava l’Accademia del Cimento: «Provando e riprovando ». Dove quel “riprovando”, come lei ben sa, non significa “provare di nuovo”. Questo in genere lo credono gli economisti neoliberisti – per lo meno quelli che hanno notizia dell’Accademia del Cimento – i quali immaginano che le loro ricette falliscono e producono effetti dannosi, perché male applicate e non perché errate in sé e alla prova dei fatti. Per tal motivo vogliono “riprovare” a imporle. Mentre il “riprovare” galileiano significa rigettare, rifiutare come erronea una ipotesi che ha mostrato la sua fallacia alla verifica sperimentale.

Ora lei aveva (e ha) la cultura e gli strumenti per cominciare a riprovare il Grande Errore, sperimentato in Europa negli ultimi 15 anni, che sta distruggendo le nostre università. E il Grande Errore – che ha certificato il suo universale fallimento nella Grande Crisi in cui ci dibattiamo – ha la sua radice nell’idea di assoggettare l’intero sistema formativo alle stringenti necessità competitive delle imprese. L’università ridotta ad azienda, secondo la perfetta esemplificazione popolare. Tale pretesa, imposta a suon di leggi, senza alcun confronto e dibattito con la comunità dei docenti e degli studenti, ha cambiato radicalmente la vita delle nostre università. Essa ha dissolto ogni preoccupazione del legislatore per la qualità dell’insegnamento e della ricerca, per il contenuto delle discipline, il modo di insegnarle (non solo nell’università, anche nella scuola), e ha trasferito tutta l’attenzione riformatrice, con una furia normativa senza precedenti, sul versante della “produttività”, dei risultati e del loro asfissiante controllo. Non più il che e il come, ma il quanto. Quanti “prodotti” ( è questo il termine che si usa ormai per nominare libri e saggi) sono stati pubblicati dai docenti, quanti laureati producono le varie Facoltà, in quanto tempo, per quale mercato del lavoro? Il mostro burocratico dell’Anvur, inefficiente e sbagliato, è figlio di questa idea. Ad essa ubbidiscono ormai da anni gli sforzi quotidiani di docenti, amministratori, studenti impegnati nel compito di rendere misurabili e giudicabili le loro prestazioni. E sotto lo stesso cielo basso si muove ora la sua trovata del Liceo breve. In Italia, in maniera particolare, la pressione del Ministero e dei rettori ha un carattere manifestamente punitivo, come ha ben mostrato Gaetano Azzariti (il manifesto, 12.11.2013). Sicché, paradosso già evidente in vari ambiti sociali, la cultura neoliberista, che critica l’intromissione dello stato e il peso delle burocrazie, opera in direzione esattamente contraria. Non c’era mai stato, nelle nostre università, tanto Stato e tanta burocrazia quanto oggi.

Lentamente il modello storico dell’università cambia, da istituzione che realizza ricerca e fornisce insegnamento, diventa il luogo in cui si fa insegnamento (sempre meno alimentato dalla ricerca) e amministrazione. Affannosa amministrazione di norme sempre nuove. La pretesa del legislatore di controllare l’economicità di ciò che si studia e di ciò che si insegna non solo ruba tempo ed energia agli studi e alla ricerca. Non solo ha portato a sottrarre risorse rilevanti alle discipline umanistiche considerate poco utili all’economia del paese. Non solo tende a impedire per l’avvenire progetti di grande respiro, che richiedono lavoro di lunga lena da parte dei giovani studiosi. Lei immagina oggi, cara ministra, un giovane Fernand Braudel che investe anni di ricerca per scrivere il suo vasto affresco sul Mediterraneo, non avendo alcuna certezza della sua stabilità, mentre i suoi colleghi vincono i concorsi pubblicando brevi articoli? Non è solo questo, che è già grave: un piano di rimpicciolimento delle figure intellettuali delle generazioni venture. Avanza l’idea perniciosa di piegare il mondo degli studi e della ricerca a una pianificazione di tipo “sovietico”, nel tentativo di stabilire non solo quali discipline, ma anche quali professioni sono da privilegiare e quali da bandire.

Il numero chiuso, gli sbarramenti che tante Facoltà innalzano per impedire le iscrizioni dei giovani, annunziano questa crescente subordinazione della formazione delle nuove generazioni alle richieste mutevoli e contingenti del mercato del lavoro. Ma qui c’è una frontiera invalicabile che l’università deve difendere. Debbo proprio ricordarle che l’università già ubbidisce, in maniera mediata, alla divisione sociale del lavoro del nostro tempo? Per quale ragione le nostre Facoltà laureano ingegneri, chimici, medici se non per rispondere con saperi specialistici al mercato del lavoro di una società industriale avanzata? Ma tra le imprese e l’università sino a oggi ha operato l’autonomia di quest’ultima. Oggi la tendenza dispiegata è di piegare le università a criteri di economicità aziendale e rozzamente produttivistici. Il modello irresistibile è quello delle imprese di ricerca biotecnologiche, quotate in borsa, che finalizzano gli studi alla produzione di brevetti e alla realizzazione di profitti. Sapere per fare danaro. Ma questa linea decreterebbe la morte del sapere libero quale finora l’abbiamo conosciuto, il taglio delle radici della nostra civiltà. E si tratta per giunta di una tendenza miope e miserabile anche sotto il profilo economico.

E’ la cultura che crea l’economia, non il contrario. Occorre capovolgere il pensiero neoliberista. Non sono le ragioni transitorie di un capitalismo selvaggio e senza regole che devono comandare gli orizzonti della ricerca. L’università non deve solo ubbidire al mercato del lavoro, lo deve anche creare. Il sapere deve inventare nuovi scenari e professioni possibili. Carlo Cattaneo, nel suo secolo (forse più lungimirante del nostro), usò una suggestiva metafora per indicare l’apporto che la scienza e il dinamismo urbano avevano dato alla sviluppo delle nostre campagne. «La nuova agricoltura – scriveva – nasce nelle città ». E’ questa oggi l’altezza della sfida. L’università non solo deve creare la “nuova economia”, deve contribuire a una idea di società possibile, perché quella che ci lascia in eredità il capitalismo tardonovecentesco è in rovina.

E allora, cara ministra, anche senza risorse lei, col concorso di tanti parlamentari, potrebbe azionare la leva capace di avviare un processo di liberazione della nostra università. Bandisca i crediti come criterio di misurazione delle discipline. Tolga dalle nostre Facoltà e dalle menti degli studenti l’ossessione dell’accumulo di esami e lezioni come mezzi finanziari per realizzare un profitto. Restituisca ai saperi la loro dignità, li rifaccia diventare Letteratura italiana, Filosofia teoretica, Antropologia culturale, Storia contemporanea…Oggi sono numeri di una banca virtuale. Favorisca il ritorno di una didattica orientata da materie fondamentali e complementari con cui gli studenti possano programmare con semplicità il loro curriculum. A molti può sembrare una richiesta minimale, soprattutto alla luce della drammatica scarsità di risorse in cui l’università è stata gettata. Non è così. Occorre strappare almeno in un punto l’ordito totalitario del pensiero unico. Da qui si può partire per cominciare a rovesciare il Grande Errore, che è prima di tutto culturale, trovare lo slancio per cancellare a poco a poco la montagna burocratica sotto cui sta soffocando il mondo degli studi. Anche così la rivendicazione per nuove risorse e investimenti in sapere può ritrovare energia e prospettiva.

Conosciamo, cara ministra, l’obiezione possibile a tale iniziativa: i crediti sono uno strumento di valutazione ormai utilizzato negli atenei d’Europa. La risposta che viene d’istinto è: non c’è alcun obbligo a imitare la stupidità sol perché essa viene praticata a scala continentale. Quella meditata dice: si possono far corrispondere ai vari insegnamenti delle numerazioni per l’interfaccia con quelli europei e il problema è risolto. Perché non dovremmo essere noi italiani a far uscire dal sonno dogmatico gli atenei d’Europa? Dopo tutto, l’università è nata da noi. Avremmo qualche ragione storica e autorevolezza per avviare la liberazione dell’università europea dall’abiezione e dalla stupidità dell’economicismo.