Europa, venti di guerra sempre più potenti. “La pace non è un fatto scontato”. Intervento di Sergio Cararo fonte www.contropiano.org

 

Nell’agenda politica europea continuano a riverberarsi gli echi dell’intervista del presidente della Commissione Europea Junker, che ha evocato la necessità di un esercito europeo. La proposta di Juncker ha trovato qualche prevedibile resistenza nella stessa Unione europea, soprattutto da parte degli stati più legati agli Stati Uniti. Si segnalano infatti il no scontato del premier inglese, David Cameron e della Polonia. La Francia nicchia ma non nella sostanza. Essendo l’unica potenza dell’Eurozona (la Gran Bretagna ne è fuori) a possedere le armi nucleari, non nasconde l’ambizione di voler essere l’azionista di riferimento di un esercito europeo. Al contrario la ministra della Difesa tedesca Von der Leyden è stata invece tra i primi ad esprimersi favorevolmente verso il progetto evocato domenica scorsa da Juncker su un esercito europeo, spiegando che “il nostro futuro di europei esigerà un giorno che ci dotiamo anche di un esercito comune”. In Germania, da almeno due anni stanno cambiando di molto gli orientamenti sulla politica militare. Qualcosa si era intuito già nella annuale Conferenza sulla Sicurezza a Monaco dello scorso anno.

Il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, quando ha presentato la legge di bilancio per il 2015, ha annunciato che la Germania aumenterà la spesa per la difesa. Schauble non ha dettagliato le cifre, ma la decisione è presa ed è emblematica. In piena guerra fredda la Germania spendeva per la difesa il 3,2% del Pil. Ne tre decenni successivi, le spese militari si erano ridotte, scendendo all’1,4% del Pil nel 2013, che corrispondono però ad una spesa di 48,8 miliardi di dollari (secondo altre fonti come l’Istituto Internazionale di Studi Strategici sarebbero invece 43,9 miliardi di dollari). La Francia ad esempio ne spende 53,1 per la Difesa. Dal settembre 2014, la Germania, al pari degli altri membri della Nato, si è impegnata a portare le spese  nella difesa al 2% del Pil. Il ministro della Difesa, Ursula Von der Leyen, ha inoltre costituito una commissione composta da duecento esperti militari per ridefinire la strategia delle forze armate tedesche del XXI Secolo.

Juncker nell’intervista al giornale tedesco Die Welt am Sontag ci ha tenuto a spiegare che: “L’immagine dell’Europa ha sofferto drammaticamente anche in termini di politica estera: non sembra che siamo presi completamente sul serio”. Per Juncker dunque la debolezza della politica estera europea dipende dal fatto che l’Europa non ha un esercito proprio, ma ha aggiunto anche qualcosa di più: “La Nato non può bastare, visto che non tutti i Paesi membri dell’Alleanza atlantica sono anche della Ue. Una forza armata europea, invece, mostrerebbe al mondo che non ci saranno mai più guerre tra gli Stati membri, aiuterebbe a disegnare una politica estera e di sicurezza comune, e permetterebbe all’Europa di assumersi le sue responsabilità nel mondo”.

Era il 1996 quando Helmut Khol, in una conferenza all’università di Lovanio disse che “l’integrazione europea sarebbe stata una questione di pace o di guerra nel XXI Secolo”. Un concetto ribadito da Khol dieci anni dopo in una intervista al Corriere della Sera. E ancora dieci anni dopo, il 22 febbraio scorso, durante un colloquio in Vaticano, è stata Angela Merkel ad affermare che “La pace in Europa? Non è un fatto scontato”.

Molti di questi aspetti, anche sul piano del crescente sganciamento dell’Unione Europea dagli Usa e dalla Nato, soprattutto in materia di tecnologie satellitari, droni, settore aereospaziale, sono stati analizzati nel recente forum della Rete dei Comunisti a Bologna su “Il piano inclinato degli imperialismi”. Il cerchio di fuoco dei conflitti che circonda l’Europa (da Est a Sud) non solo non lascia affatto indifferenti gli apparati dirigenti della Ue ma sta rafforzando le ambizioni globali della stessa Unione Europea per dotarsi di tutti i “fattori di egemonia” necessari ad un polo imperialista: quello economico, quello ideologico e infine quello militare. Un nuovo status che preoccupa molto gli Stati Uniti, i quali vedono configurarsi la possibilità di un polo rivale nella competizione globale.

Ma è una ambizione che deve preoccupare – e molto – anche i popoli dell’Europa dell’Est e della regione afro-mediterranea. Quanto sta già accadendo con gli interventi militari europei nell’Africa Centrale o quanto avvenuto contro la Libia nel 2011, indicano che le questioni della pace e della guerra in Europa stanno cambiando di passo e di segno. Continuiamo a ritenere che sia un errore – anzi un grosso guaio – che questo “dettaglio” nella strutturazione dell’Unione Europea continui ad essere sottovalutato. Combattere ed indebolire il “proprio imperialismo” è un compito dal quale nessuna forza internazionalista o che lotti per la pace dovrebbe sottrarsi.

“Contro il Jobs Act e l’austerity lo strumento c’è. Lo sciopero Usb del 24 ottobre!”. Intervista a Tomaselli Fonte: contropiano | Autore: redazione

Sciopero generale il 24. La piattaforma stavolta sembra decisamente “politica”, e rivolta non solo contro il governo italiano. Cosa è cambiato?
Veramente USB dal 2010, anno della sua costituzione, ha sempre attribuito le responsabilità politiche della crisi soprattutto alle istituzioni e ai grandi gruppi di potere europei ed internazionali, più che alla politica italiana. Certo, poi ci sono i governi nazionali e quelli che si sono succeduti dal 2007 in poi ce l’hanno messa tutta per far contenti Unione Europea, BCE e Fondo Monetario Internazionale.
Oggi forse le cose sono un po’ più chiare a tutti ed è più facile spiegare ai lavoratori ed alla gente comune che sarebbe inutile puntare il dito soltanto sul governo Renzi se non si attaccano le politiche internazionali, a cominciare da quelle europee.
La sovranità nazionale nell’ambito legislativo – e nello specifico in quello del lavoro, delle politiche economiche e sociali – è ridotta quasi a zero e se si vuole invertire la tendenza è indispensabile mettere sotto accusa le politiche dell’Unione europea e quelle di chi, come Renzi, le applica in Italia. Quindi si, questo sciopero generale, nelle sue motivazioni assume oggi un valore che va oltre i confini nazionali.Anche la Cgil “medita” uno sciopero, ma forse a novembre. Intanto anche la Fiom ha cominciato a contestare Renzi quando si presenta in fabbrica e minaccia addirittura l’occupazione delle fabbriche. Quanto è credibile questo “indurimento” del vecchio sindacato italiano? Non rischia comunque di arrivare a giochi fatti?
Lo sciopero della Cgil! Quale sciopero e quale Cgil? Mi viene da rispondere così, perché negli ultimi anni, ogni volta che accade qualche cosa di pesante per il mondo del lavoro, partono le bordate della Camusso che dopo le immancabili riunioni con Cisl e Uil, che regolarmente non se la filano per nulla, e la spinta della Fiom – parla di sciopero generale. Non mi sembra che ce ne siano stati da parte loro, in questi anni di crisi e di attacco continuo ai diritti ed al salario. Sarebbe quindi ora di smetterla con le evocazioni. E quando parlo di evocazioni parlo anche della Fiom. Se Landini inizia a fare conflitto vero nel Paese troverà USB sul campo, perché lo pratica da anni.
Forse è anche possibile che prima di Natale la Camusso indica lo sciopero generale, ma a giochi fatti rappresenterebbe la solita minestra riscaldata utile a far sfogare la gente ed affermare la propria identità.
Il 24 ottobre c’è uno sciopero generale che può essere utilizzato da chiunque volesse dare un segnale forte e cade proprio nel momento nel quale si sta facendo passare il peggio del peggio in parlamento e sui posti di lavoro: tutti sono invitati a partecipare, soprattutto chi in Cgil continua a fare opposizione interna e chi continua ad evocare mediaticamente l’occupazione delle fabbriche ma non riesce ad esprimere all’esterno reale e concreto conflitto sociale.
In questo senso ci rivolgiamo però soprattutto a quei delegati e a quegli iscritti della Cgil che chiedono lo sciopero generale e sono sempre più delusi: lo strumento c’è, il 24 Ottobre, utilizzatelo!

Vedi qualche segno di ripensamento – tra i soggetti sindacali e politici – sulle scelte fatte finora e che sembrano aver facilitato il compito dei “riformatori”?
Non mi sembra che ci siano segnali che vadano in direzione contraria a quanto fatto sino ad ora. Certo, qualche ripensamento si intravede, o meglio si legge tra le righe del caos interno al PD o nelle formazioni di ciò che rimane della cosiddetta sinistra radicale o negli scossoni interni alla Cgil. Ma quel che preoccupa è che quasi nessuno tra questi soggetti dimostra di avere un progetto che, partendo da un’analisi concreta dell’attuale fase politica ed economica, rimetta in discussione complessivamente e radicalmente i modelli sociali ed economici del sistema. Nessuno parla in modo critico dell’Unione europea, nessuno dice che ci stanno trasformando in una grande Grecia, in un mercato da sfruttare in tutti i sensi.
Ripensamenti? No, altrimenti questi soggetti non continuerebbero a speculare sulle spoglie del paziente che è quasi deceduto; non si limiterebbero a parlare di riforma elettorale, di Senato, di province e di altri problemi che poco hanno a che vedere con il mondo reale che si trova davanti tutti i giorni chi lavora senza contratto e con salari a livelli inferiori di quelli dieci anni fa, chi il lavoro lo ha perso e chi non sa neanche che cosa sia, chi studia senza futuro e chi è in pensione con un reddito da fame.

Non sembra aria da grandi mobilitazioni vincenti, comunque. Anche l'”antipolitica”, che pure sembra un sentimento diffuso e ancora forte, non sembra più mordere come prima. Da cosa dipende?
E’ faticoso mobilitare i lavoratori anche perché è sempre più difficile trovare lavoro e sempre più facile perderlo. La gente è stanca e mancano punti di riferimento forti e credibili a livello politico: quelli che una volta ti spingevano a ricercare e praticare il cambiamento, a rimboccarti le maniche ed a lottare, quelli che ti facevano utilizzare lo strumento sindacale non soltanto per difendere i tuoi interessi particolari, ma anche per tentare di costruire un sistema ed un mondo migliore di quello che ti ritrovi a vivere. Oggi manca la politica, quella vera. E tutto è diventa più difficile.
Io credo però che mobilitarsi, lottare e più in generale partecipare, sia qualche cosa che parla anche al cuore e alla testa della gente e che sia necessario continuare a praticare il conflitto, anche se marginale o circoscritto, piuttosto che evocarlo sui grandi temi senza mai arrivare a praticarlo come fa più di qualcuno.
E sono convinto che proprio dai conflitti locali, da quelli sulle specifiche vertenze, da quelli interni alle categorie ed ai singoli posti di lavoro, si costruisce poi una mobilitazione generale che deve avere caratteristiche globali, ma non deve mai abbandonare la quotidianità dei problemi della gente. Così stiamo costruendo la giornata del 24 Ottobre.

Il sindacalismo di base, in diverse componenti, sembra ancora incapace di fare un salto di qualità. La prima data scelta – il 14 novembre – non è stata mutata nemmeno quando si è saputo che la partita del jobs act sarebbe stata chiusa entro ottobre. Perché?
Dal nostro congresso nazionale dell’anno scorso è emersa un’esigenza che poi è diventata anche un obiettivo: il superamento del sindacalismo di base come oggi è realizzato per costruire il sindacato di classe. Un sindacato indipendente, di massa e generale, che coniughi l’intervento a livello territoriale con quello nazionale, quello del posto di lavoro con quello di categoria. Insomma, un sindacato che nella pratica come nell’analisi, coniughi gli interessi specifici e quelli generali.
Se partiamo da questo presupposto è evidente che quelle attuali forze sindacali che in generale vengono definite “di base” e che sono divise in decine di sigle e siglette, talvolta riescono ancora a dare risposte specifiche in particolari situazioni, ma molto più spesso sono assolutamente inadeguate agli obiettivi che ritrovi nei loro comunicati o nei loro statuti. USB ha imboccato un’altra strada, più difficile e sfidante, ma a nostro avviso la sola che può far fare un salto di qualità al sindacato in questo paese, recuperando valori e pratiche sindacali che si sono abbandonate da decenni: al tempo stesso senza cadere nella spirale che ha trasformato la stessa Cgil in un sindacato che non pratica conflitto e non indica obiettivi di reale cambiamento.

Che significa in pratica?
Tu hai toccato un aspetto che per certi aspetti può essere chiarificatore. USB ad agosto ha proposto una riunione a tutti gli altri sindacati di base per costruire una risposta comune a ciò che si stava prospettando e si sta concretizzando oggi. La riunione si è svolta all’inizio di settembre e si è intrecciata con un percorso già avviato in estate da alcune forze sociali e sindacali (compresa USB), quella dello “strike meeting”. Si è quindi deciso di costruire uno sciopero generale e sociale per il 14 novembre prossimo. Poi è accaduto di tutto e le accelerazioni delle misure sul lavoro da parte del governo ci hanno fatto riflettere. Abbiamo proposto a tutte queste forze di anticipare lo sciopero generale al 24 ottobre, data al centro dell’agenda politica ed istituzionale che riguarda la controriforma del lavoro.
Senza entrare nei particolari, gran parte di questi soggetti ha risposto “no”, perché ognuno aveva costruito un suo percorso fatto di altri scioperi di categoria, di momenti di protesta, di propaganda ed informazione ai quali non voleva rinunciare, di tentennamenti o di vecchi rancori…. e così ci siamo trovati ad indire lo sciopero generale noi, l’Unicobas e l’Orsa, pur lasciando aperta anche la finestra del 14 novembre. Questo è un esempio che definisce chiaramente “chi fa che cosa”. Non parlo degli altri sindacati o di altri movimenti, parlo di USB. Se dobbiamo essere efficaci dobbiamo essere chiari e se necessario saper modificare tempi, modalità e tipologia di intervento, per essere adeguati alle risposte che vogliamo dare. I rituali della politica e del “far sindacato di base”, per come si è sviluppato negli ultimi decenni, è a nostro avviso superato. E la giustezza di tale posizione viene confermata dalle migliaia di lavoratori, di delegati e rappresentanti di altre sigle sindacali che in questi ultimi anni si sono avvicinati ad USB, ne hanno rinforzato la struttura e stanno trasformando questo sindacato in quello che ci eravamo prefissati con la sua costituzione nel 2010: un’alternativa credibile, un sindacato conflittuale ed indipendente, che tende a diventare, giorno dopo giorno, consenso dopo consenso, in un sindacato di classe e di massa

Sembra chiaro che “il giorno dopo” il jobs act ci troveremo davanti a un “mondo nuovo” – o molto antico – che metterà ogni forza sindacale davanti a molti aut aut. Come si prepara l’Usb a questo “cambio di passo” che si annuncia pesante?
Il Jobs act è l’ultimo di una serie di provvedimenti che sarebbero stati già pesanti e contestabili in una situazione economica del paese che qualcuno definirebbe “normale”: diciamo l’Italia prima dell’inizio della crisi. Oggi questi provvedimenti, oltre ad essere oltraggiosi rispetto a gran parte della popolazione italiana che non arriva a metà mese, oltre a sottrarre diritti e salario, a determinare privatizzazioni e nuove tasse locali, a far sembrare elemosina gli 80 euro elargiti in cambio del blocco dei contratti o del taglio dei posti di lavoro, sono profondamente inutili ai fini dichiarati di rilancio dell’economia.
E allora bisogna continuare a dire con forza che il lavoro si crea non abbassando il suo costo o regalando moneta alle grandi imprese per assicurar loro i profitti che si attendono, ma attraverso un ruolo diverso dello stato e del pubblico, che deve poter intervenire direttamente nei settori che ritiene strategici e trainanti, anche attraverso le nazionalizzazioni. Serve una politica che ci stacchi dall’Unione Europea che sta destrutturando completamente tutti i settori produttivi dove questo paese eccelleva. Serve una politica che abbia il coraggio di prendere queste decisioni. Serve un sindacato che non guardi in faccia a nessuno, che non abbia governi amici e che costruisca conflitto vero sia a livello vertenziale, sia a livello generale.
Questo è quello che cercherà di fare USB, sapendo che più si avvicinerà l’obiettivo di essere considerato l’alternativa al sindacato concertativo e collaborativo, più saranno i lavoratori che si organizzeranno in USB, maggiori saranno gli ostacoli che si frapporranno sul nostro cammino, più gravose le responsabilità e ancor più pesanti i tentativi di fermarci. Ma noi siamo così: più tentano di impedire il nostro agire sindacale, maggiori sono le energie che riusciamo a mettere in campo.
Il 24 Ottobre è un passaggio importante, ma soltanto un passaggio e dimostreremo a tutti di esserci: abbiamo la testa dura e se ne accorgeranno!

“Contro il Jobs Act e l’austerity lo strumento c’è. Lo sciopero Usb del 24 ottobre!”. Intervista a Tomaselli Fonte: contropiano | Autore: redazione

Sciopero generale il 24. La piattaforma stavolta sembra decisamente “politica”, e rivolta non solo contro il governo italiano. Cosa è cambiato?
Veramente USB dal 2010, anno della sua costituzione, ha sempre attribuito le responsabilità politiche della crisi soprattutto alle istituzioni e ai grandi gruppi di potere europei ed internazionali, più che alla politica italiana. Certo, poi ci sono i governi nazionali e quelli che si sono succeduti dal 2007 in poi ce l’hanno messa tutta per far contenti Unione Europea, BCE e Fondo Monetario Internazionale.
Oggi forse le cose sono un po’ più chiare a tutti ed è più facile spiegare ai lavoratori ed alla gente comune che sarebbe inutile puntare il dito soltanto sul governo Renzi se non si attaccano le politiche internazionali, a cominciare da quelle europee.
La sovranità nazionale nell’ambito legislativo – e nello specifico in quello del lavoro, delle politiche economiche e sociali – è ridotta quasi a zero e se si vuole invertire la tendenza è indispensabile mettere sotto accusa le politiche dell’Unione europea e quelle di chi, come Renzi, le applica in Italia. Quindi si, questo sciopero generale, nelle sue motivazioni assume oggi un valore che va oltre i confini nazionali.Anche la Cgil “medita” uno sciopero, ma forse a novembre. Intanto anche la Fiom ha cominciato a contestare Renzi quando si presenta in fabbrica e minaccia addirittura l’occupazione delle fabbriche. Quanto è credibile questo “indurimento” del vecchio sindacato italiano? Non rischia comunque di arrivare a giochi fatti?
Lo sciopero della Cgil! Quale sciopero e quale Cgil? Mi viene da rispondere così, perché negli ultimi anni, ogni volta che accade qualche cosa di pesante per il mondo del lavoro, partono le bordate della Camusso che dopo le immancabili riunioni con Cisl e Uil, che regolarmente non se la filano per nulla, e la spinta della Fiom – parla di sciopero generale. Non mi sembra che ce ne siano stati da parte loro, in questi anni di crisi e di attacco continuo ai diritti ed al salario. Sarebbe quindi ora di smetterla con le evocazioni. E quando parlo di evocazioni parlo anche della Fiom. Se Landini inizia a fare conflitto vero nel Paese troverà USB sul campo, perché lo pratica da anni.
Forse è anche possibile che prima di Natale la Camusso indica lo sciopero generale, ma a giochi fatti rappresenterebbe la solita minestra riscaldata utile a far sfogare la gente ed affermare la propria identità.
Il 24 ottobre c’è uno sciopero generale che può essere utilizzato da chiunque volesse dare un segnale forte e cade proprio nel momento nel quale si sta facendo passare il peggio del peggio in parlamento e sui posti di lavoro: tutti sono invitati a partecipare, soprattutto chi in Cgil continua a fare opposizione interna e chi continua ad evocare mediaticamente l’occupazione delle fabbriche ma non riesce ad esprimere all’esterno reale e concreto conflitto sociale.
In questo senso ci rivolgiamo però soprattutto a quei delegati e a quegli iscritti della Cgil che chiedono lo sciopero generale e sono sempre più delusi: lo strumento c’è, il 24 Ottobre, utilizzatelo!

Vedi qualche segno di ripensamento – tra i soggetti sindacali e politici – sulle scelte fatte finora e che sembrano aver facilitato il compito dei “riformatori”?
Non mi sembra che ci siano segnali che vadano in direzione contraria a quanto fatto sino ad ora. Certo, qualche ripensamento si intravede, o meglio si legge tra le righe del caos interno al PD o nelle formazioni di ciò che rimane della cosiddetta sinistra radicale o negli scossoni interni alla Cgil. Ma quel che preoccupa è che quasi nessuno tra questi soggetti dimostra di avere un progetto che, partendo da un’analisi concreta dell’attuale fase politica ed economica, rimetta in discussione complessivamente e radicalmente i modelli sociali ed economici del sistema. Nessuno parla in modo critico dell’Unione europea, nessuno dice che ci stanno trasformando in una grande Grecia, in un mercato da sfruttare in tutti i sensi.
Ripensamenti? No, altrimenti questi soggetti non continuerebbero a speculare sulle spoglie del paziente che è quasi deceduto; non si limiterebbero a parlare di riforma elettorale, di Senato, di province e di altri problemi che poco hanno a che vedere con il mondo reale che si trova davanti tutti i giorni chi lavora senza contratto e con salari a livelli inferiori di quelli dieci anni fa, chi il lavoro lo ha perso e chi non sa neanche che cosa sia, chi studia senza futuro e chi è in pensione con un reddito da fame.

Non sembra aria da grandi mobilitazioni vincenti, comunque. Anche l'”antipolitica”, che pure sembra un sentimento diffuso e ancora forte, non sembra più mordere come prima. Da cosa dipende?
E’ faticoso mobilitare i lavoratori anche perché è sempre più difficile trovare lavoro e sempre più facile perderlo. La gente è stanca e mancano punti di riferimento forti e credibili a livello politico: quelli che una volta ti spingevano a ricercare e praticare il cambiamento, a rimboccarti le maniche ed a lottare, quelli che ti facevano utilizzare lo strumento sindacale non soltanto per difendere i tuoi interessi particolari, ma anche per tentare di costruire un sistema ed un mondo migliore di quello che ti ritrovi a vivere. Oggi manca la politica, quella vera. E tutto è diventa più difficile.
Io credo però che mobilitarsi, lottare e più in generale partecipare, sia qualche cosa che parla anche al cuore e alla testa della gente e che sia necessario continuare a praticare il conflitto, anche se marginale o circoscritto, piuttosto che evocarlo sui grandi temi senza mai arrivare a praticarlo come fa più di qualcuno.
E sono convinto che proprio dai conflitti locali, da quelli sulle specifiche vertenze, da quelli interni alle categorie ed ai singoli posti di lavoro, si costruisce poi una mobilitazione generale che deve avere caratteristiche globali, ma non deve mai abbandonare la quotidianità dei problemi della gente. Così stiamo costruendo la giornata del 24 Ottobre.

Il sindacalismo di base, in diverse componenti, sembra ancora incapace di fare un salto di qualità. La prima data scelta – il 14 novembre – non è stata mutata nemmeno quando si è saputo che la partita del jobs act sarebbe stata chiusa entro ottobre. Perché?
Dal nostro congresso nazionale dell’anno scorso è emersa un’esigenza che poi è diventata anche un obiettivo: il superamento del sindacalismo di base come oggi è realizzato per costruire il sindacato di classe. Un sindacato indipendente, di massa e generale, che coniughi l’intervento a livello territoriale con quello nazionale, quello del posto di lavoro con quello di categoria. Insomma, un sindacato che nella pratica come nell’analisi, coniughi gli interessi specifici e quelli generali.
Se partiamo da questo presupposto è evidente che quelle attuali forze sindacali che in generale vengono definite “di base” e che sono divise in decine di sigle e siglette, talvolta riescono ancora a dare risposte specifiche in particolari situazioni, ma molto più spesso sono assolutamente inadeguate agli obiettivi che ritrovi nei loro comunicati o nei loro statuti. USB ha imboccato un’altra strada, più difficile e sfidante, ma a nostro avviso la sola che può far fare un salto di qualità al sindacato in questo paese, recuperando valori e pratiche sindacali che si sono abbandonate da decenni: al tempo stesso senza cadere nella spirale che ha trasformato la stessa Cgil in un sindacato che non pratica conflitto e non indica obiettivi di reale cambiamento.

Che significa in pratica?
Tu hai toccato un aspetto che per certi aspetti può essere chiarificatore. USB ad agosto ha proposto una riunione a tutti gli altri sindacati di base per costruire una risposta comune a ciò che si stava prospettando e si sta concretizzando oggi. La riunione si è svolta all’inizio di settembre e si è intrecciata con un percorso già avviato in estate da alcune forze sociali e sindacali (compresa USB), quella dello “strike meeting”. Si è quindi deciso di costruire uno sciopero generale e sociale per il 14 novembre prossimo. Poi è accaduto di tutto e le accelerazioni delle misure sul lavoro da parte del governo ci hanno fatto riflettere. Abbiamo proposto a tutte queste forze di anticipare lo sciopero generale al 24 ottobre, data al centro dell’agenda politica ed istituzionale che riguarda la controriforma del lavoro.
Senza entrare nei particolari, gran parte di questi soggetti ha risposto “no”, perché ognuno aveva costruito un suo percorso fatto di altri scioperi di categoria, di momenti di protesta, di propaganda ed informazione ai quali non voleva rinunciare, di tentennamenti o di vecchi rancori…. e così ci siamo trovati ad indire lo sciopero generale noi, l’Unicobas e l’Orsa, pur lasciando aperta anche la finestra del 14 novembre. Questo è un esempio che definisce chiaramente “chi fa che cosa”. Non parlo degli altri sindacati o di altri movimenti, parlo di USB. Se dobbiamo essere efficaci dobbiamo essere chiari e se necessario saper modificare tempi, modalità e tipologia di intervento, per essere adeguati alle risposte che vogliamo dare. I rituali della politica e del “far sindacato di base”, per come si è sviluppato negli ultimi decenni, è a nostro avviso superato. E la giustezza di tale posizione viene confermata dalle migliaia di lavoratori, di delegati e rappresentanti di altre sigle sindacali che in questi ultimi anni si sono avvicinati ad USB, ne hanno rinforzato la struttura e stanno trasformando questo sindacato in quello che ci eravamo prefissati con la sua costituzione nel 2010: un’alternativa credibile, un sindacato conflittuale ed indipendente, che tende a diventare, giorno dopo giorno, consenso dopo consenso, in un sindacato di classe e di massa

Sembra chiaro che “il giorno dopo” il jobs act ci troveremo davanti a un “mondo nuovo” – o molto antico – che metterà ogni forza sindacale davanti a molti aut aut. Come si prepara l’Usb a questo “cambio di passo” che si annuncia pesante?
Il Jobs act è l’ultimo di una serie di provvedimenti che sarebbero stati già pesanti e contestabili in una situazione economica del paese che qualcuno definirebbe “normale”: diciamo l’Italia prima dell’inizio della crisi. Oggi questi provvedimenti, oltre ad essere oltraggiosi rispetto a gran parte della popolazione italiana che non arriva a metà mese, oltre a sottrarre diritti e salario, a determinare privatizzazioni e nuove tasse locali, a far sembrare elemosina gli 80 euro elargiti in cambio del blocco dei contratti o del taglio dei posti di lavoro, sono profondamente inutili ai fini dichiarati di rilancio dell’economia.
E allora bisogna continuare a dire con forza che il lavoro si crea non abbassando il suo costo o regalando moneta alle grandi imprese per assicurar loro i profitti che si attendono, ma attraverso un ruolo diverso dello stato e del pubblico, che deve poter intervenire direttamente nei settori che ritiene strategici e trainanti, anche attraverso le nazionalizzazioni. Serve una politica che ci stacchi dall’Unione Europea che sta destrutturando completamente tutti i settori produttivi dove questo paese eccelleva. Serve una politica che abbia il coraggio di prendere queste decisioni. Serve un sindacato che non guardi in faccia a nessuno, che non abbia governi amici e che costruisca conflitto vero sia a livello vertenziale, sia a livello generale.
Questo è quello che cercherà di fare USB, sapendo che più si avvicinerà l’obiettivo di essere considerato l’alternativa al sindacato concertativo e collaborativo, più saranno i lavoratori che si organizzeranno in USB, maggiori saranno gli ostacoli che si frapporranno sul nostro cammino, più gravose le responsabilità e ancor più pesanti i tentativi di fermarci. Ma noi siamo così: più tentano di impedire il nostro agire sindacale, maggiori sono le energie che riusciamo a mettere in campo.
Il 24 Ottobre è un passaggio importante, ma soltanto un passaggio e dimostreremo a tutti di esserci: abbiamo la testa dura e se ne accorgeranno!

La disinformazione sui fatti dell’Ucraina: la versione del Pc in un incontro del Gue/Ngl Fonte: www.cambiailmondo.it | Autore: pietro lunetto

Gli avvenimenti degli ultimi mesi avvenuti in Ucraina sono stati trattati a livello mediatico dalla stampa internazionale seguendo un copione già visto e sperimentato in molteplici occasioni: distorsione dei fatti reali, oscuramento delle voci contrarie agli interessi imperialistici di Unione Europea, USA e Nato a secondo dei casi, fino alla diffusione di immagini montate ad arte per sostenere dei fatti inesistenti.Questo è stato uno dei principali argomenti trattati dal primo segretario del comitato centrale del Partito Comunista Ucraino, Petro Symonenko (picchiato da alcuni deputati fascisti dentro il parlamento nei giorni scorsi), durante un incontro tenutosi presso il parlamento europeo e organizzato dal gruppo del GUE/NGL (Sinistra Unita e Sinistra Verde Nordica).

Dopo una breve introduzione della presidente del GUE/NGL Gabi Zimmer, dove ha confermato la piena solidarietà e il massimo supporto di tutti i partiti che fanno parte del gruppo parlamentare, Symonenko ha aggiornato i presenti all’incontro della situazione dei cittadini ucraini dopo il golpe di piazza sostenuto dall’UE e dagli USA in chiave anti russa, che ha portato al governo dell’Ucraina esponenti della destra neonazista, soffermandosi in particolare sui fatti che hanno provocato la secessione della Crimea.

La distorsione dei fatti reali accaduti vanno dalla censura totale della risposta dei cittadini ucraini al golpe fuori dai confini di Kiev, all’avere completamente taciuto della presenza di stranieri a sostegno dei rivoltosi nelle piazze di Kiev, alla mancata chiarezza sui motivi per i quali molti esponenti di punta dell’Unione Europea si siano recati a Kiev ripetutamente incontrando le delegazioni dei rivoltosi; alle decine di attacchi che i paramilitari nazisti hanno compiuto a danno dei militanti e delle sedi del Partito Comunista, di altri partiti minori e a danno di giornalisti indipendenti, rei di non volere accettare il colpo di stato militare.

Secondo Symonenko, vi é anche stato un certo supporto popolare ai rivoltosi, derivante dal fatto che, dalla proclamazione dell’indipendenza in poi, nessuno dei governi succedutisi ha realmente cercato di risolvere i gravi problemi economici e sociali dell’Ucraina. A peggiorare notevolmente la situazione si è inserito l’accentramento completo e totale di tutte le strutture burocratiche nelle mani dell’ ex presidente Yanukovick e delle oligarchie che lo sostenevano. Che di fatto hanno solo pensato ad arricchirsi a spese dei cittadini.

I media mainstream non dicono, continua Symonenko, che tra i primi provvedimenti del nuovo governo vi é stata l’eliminazione della lingua russa come una delle lingue ufficiali dell’Ucraina, in aperta violazione della costituzione, e ovviamente questo ha avuto un grosso impatto nella percezione delle regioni a maggioranza russa e su tutta la comunità russofona, che ammonta a circa il 60% della popolazione.

In un primo momento i russofoni hanno cercato una trattativa, appoggiandosi alle norme della costituzione, ma a causa della risposta negativa e violenta del nuovo governo, é passata ad altre azioni. La situazione in Crimea é nota, ma abbiamo fatto presente al nuovo governo che una situazione analoga si sta creando nella regione di Donetsk, che al contrario della Crimea, produce il 25% del PIL ucraino.

Il nuovo governo sta continuando la sua battaglia neonazista, attaccando e distruggendo i simboli e i monumenti della lotta partigiana in Ucraina e revocando la festa del Primo Maggio. Senza considerare la modifica delle leggi sull’arresto, che daranno la possibilitàal nuovo governo di trattenere chiunque senza esplicitare le accuse per ben 60 giorni.

Il Partito Comunista ucraino ha da sempre sostenuto una proposta che si basa su 3 principi per cercare di risolvere positivamente le tensioni nelle zone a prevalenza russa.

Intavolare un negoziato per risolvere i problemi economici e sociali delle regioni che abbia come premessa l’integrità territoriale dell’Ucraina. Rispettare le procedure di governo ed autonomia scritte nella costituzione dell’Ucraina. La volontà popolare é legge. E quindi i risultati delle consultazioni devono essere rispettate.

Ovviamente nulla di tutto questo é stato accettato prima dal presidente Yanukovic né poi dal nuovo governo.

La proposta principale del partito comunista ucraino é stata ed è quella di far decidere sulle sorti del proprio paese in maniera democratica i cittadini ucraini. Senza influenze esterne.

Ad oggi si sono affrontate solo due fazioni che dicono che una é meglio dell’altra, ma non hanno lasciato ai cittadini la possibilità di dibattere sulle due opzioni e di scegliere liberamente.

Qualsiasi decisione dovrà anche tenere conto della situazione attuale dell’economia ucraina: quelli che ribadiscono che gli accordi con l’Unione Europea consentiranno da subito dei miglioramenti economici, poco sanno delle condizioni dell’ apparato industriale ucraino. Per riconvertire l’apparato industriale agli standard dell’Unione Europea ci vorranno tempo e risorse (che oggi non ci sono), e nel frattempo come vivranno i cittadini ucraini?

In conclusione dell’incontro, Symonenko, ha sottolinato che gli accordi con l’EU firmati a Febbraio sono stati in molte parti disattese, specialmente dove si prevedeva il disarmo delle forze paramilitari, e che il nuovo prestito che sara’ erogato all’Ucraina servirà solo a coprire gli interessi di un precedente prestito erogato dal Fondo Monetario Internazionale, e che le condizioni per erogarlo peggioreranno in maniera considerevole la vita dei cittadini.

Vi é stata anche una proposta di aiuti economici da parte della Cina, senza nessuna clausula capestro nei confronti del sistema sociale ucraino, che non é stata nemmeno presa in considerazione dai governi ucraini.

Scenari dell’euro. Democrazia e sovranità nazionale Fonte: micromega | Autore: Enrico Grazzini

 

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La casa brucia e gli abitanti cercano disperatamente l’acqua per spegnere l’incendio, mentre i filosofi dibattono su come sarebbe bello avere una nuova meravigliosa abitazione. Come spegnere l’incendio della crisi europea? Quali scenari attendono i cittadini europei? Quali potrebbero essere le possibili risposte della sinistra alla crisi?

La sinistra dovrebbe adottare la proposta del filosofo Jurgen Habermas, che di fronte alla drammatica crisi dell’euro e al grave deficit democratico dell’Unione Europea, propone la fuga in avanti dell’unione politica [1]? O invece dovrebbe promuovere il progetto del sociologo Wolfgang Streech, che di fronte al fallimento di questa UE propone un passo indietro, cioè il ritorno alla sovranità nazionale e il recupero della sovranità monetaria da parte dei paesi europei [2]? Chi ha ragione? Chi suggerisce – come più o meno fanno le forze socialiste e di centrosinistra in Europa – di tentare di riformare questo sistema dell’euro per allentare l’austerità che strangola la UE; o chi invece, come Frederic Lordon su Le Monde Diplomatique, propone il ritorno alle monete nazionali mantenendo però l’euro come moneta comune verso le valute extraeuropee, come il dollaro e lo yen [3]?

In questo articolo suggeriamo che quest’ultima sia la soluzione più realistica, meno dannosa e più credibile, anche nei confronti di un’opinione pubblica sempre più contraria a questo euro e a questa Europa che impone in maniera autoritaria politiche di austerità a senso unico. Non si tratta di rigettare l’idea di una Europa più unita ma di prendere atto che le politiche recessive ci stanno gradualmente massacrando e che in questo contesto neo-coloniale di Unione Europea modellata dalla Grande Germania, dalla Merkel e dai suoi predecessori (il socialista Gerhard Schroder), politiche riformistiche e di sviluppo sono praticamente impossibili. In questa fase l’unione politica è improponibile, a meno di non adottare in toto il modello tedesco di Unione Europea e di assoggettarsi all’egemonia delle finanza tedesca. Meglio quindi compiere un realistico passo indietro verso la sovranità nazionale, per farne due in avanti verso la rifondazione di un’Europa solidale e cooperativa, come volevano i padri fondatori.

Non c’è peggiore cieco di chi non vuole vedere (e spesso la sinistra è orba): ma non esiste più alcun dubbio che L’Europa dell’euro e dell’austerità stia immiserendo i popoli più deboli. L’asimmetria tra i paesi forti e quelli meno competitivi dell’Europa continua a crescere, come dimostra anche il recente declassamento dell’economia francese che si distacca sempre più da quella tedesca. Occorre riconoscere che il fallimento dell’euro – la moneta unica nata per generare stabilità e sviluppo, ma che ha prodotto finora recessione e instabilità – rappresenta anche il fallimento del processo di unità europea per come si è svolto finora. Purtroppo euro, Unione Europea, sacrifici, austerità e autoritarismo costituiscono ormai quasi sinonimi per gran parte dell’opinione pubblica di destra e di sinistra. L’euro rappresenta infatti la principale e quasi unica “conquista” dell’Unione Europea. Questa UE non è riuscita – o meglio: non ha voluto – costruire una Europa sociale; non ha realizzato neppure una politica estera e una difesa comune. La politica di immigrazione extraeuropea è una politica repressiva di respingimenti.

Questa UE non è riuscita soprattutto a costruire una Europa con istituzioni democratiche; il Parlamento Europeo infatti, come noto, è scarsamente rappresentativo e conta molto poco, non può avviare iniziative di legge. E chi decide veramente, la Commissione Europea, non è eletto ma è nominato su base intergovernativa. La UE non è molto di più che l’Europa del mercato unico, della liberalizzazione dei capitali e dell’euro, cioè di un sistema di politica monetaria uguale e identico per 17 paesi molto diversi. Un sistema guidato da un direttorio franco-tedesco in cui la Germania pesa molto più dei gallici. L’euro però non è solo una unità di conto: la politica monetaria è il principale strumento in mano alle classi dirigenti tedesche per costringere i paesi europei a deflazionare, ridurre bruscamente i debiti pubblici, comprimere il welfare, aumentare le tasse, ridurre il costo del lavoro con l’obiettivo (illusorio) di diventare più competitivi e riuscire così a restituire i debiti ai creditori (innanzitutto le banche tedesche).

La causa principale della crisi della UE consiste nel fatto che questo euro è nato a immagine e somiglianza del marco e che il trattato di Maastricht assume solo parametri finanziari (arbitrari ed assurdi) di debito e deficit per l’unione dei paesi europei. La BCE, come voleva la Bundesbank, è nata non per essere una vera banca centrale ma un guardiano austero dell’inflazione. La politica di austerità non è contingente, non è semplicemente negoziabile nelle riunioni tra i capi di stato e ministri dell’economia e delle finanze. La politica di austerità è fissata dai rigidi trattati (sottoscritti ovviamente dal Parlamento italiano con l’adesione convinta del centrosinistra) del Fiscal Compact e del Two Pack. Questi trattati sono vincolanti e prevedono il rafforzamento della sorveglianza sulle politiche di bilancio degli stati europei: chi sgarrerà sulla strada dell’austerità e dell’abbattimento dello stato sociale verrà sanzionato.

Tuttavia non solo i premi Nobel dell’economia Joseph Stiglitz e Paul Krugman ma anche i ciechi comprendono che imporre l’austerità di bilancio in un periodo di recessione e di stagnazione non ha alcun senso; se non quello di rafforzare l’egemonia della Germania e dei paesi creditori del nord. La crisi viene fatta pagare ai più deboli e divide l’Europa. Dal momento che non è più possibile svalutare la moneta, l’euro è diventato la camicia di forza che impone ai paesi deficitari del sud Europa di svalutare il loro lavoro e i loro capitali per restituire i debiti ai paesi creditori del nord Europa. Le “riforme” che la UE e la BCE pretendono sono l’esatto opposto di una politica di sinistra: precarizzazione del mercato del lavoro, sul modello tedesco della famigerata riforma Hartz, per cui oggi circa 7 milioni di tedeschi hanno mini-job con paghe di 400 euro al mese; abbattimento del welfare state; privatizzazione dei servizi pubblici.

Occorre prendere atto che all’interno di questo contesto non è possibile avviare a livello nazionale nessuna vera politica di sviluppo sostenibile e di sinistra [4]. In Italia il governo Letta è supino di fronte alla Merkel e alla UE ed è sostanzialmente eterodiretto. Ma neppure un ipotetico governo di sinistra potrebbe fare molto nel quadro di questa sistema a direzione tedesca.

La sinistra italiana dovrebbe svegliarsi dal suo torpore provinciale e dalle sue false certezze, dalle sue illusioni verso un’idea di Europa che, come il socialismo reale, nella realtà si dimostra opposta a quella che romanticamente sognava. Se la sinistra continuerà a rincorrere il centrosinistra e se non affronterà alla radice il problema dell’euro e della UE, lascerà alle destre, a Forza Italia, a Berlusconi e a Bossi, e anche a Beppe Grillo – che si proclama né di destra né di sinistra -, il monopolio della protesta crescente contro questa Europa guidata dalle banche tedesche. E verrà emarginata. Occorre una svolta. Ma come? Come finirà la brutta avventura dell’euro? Quali scenari si prospettano per l’euro e la UE?

Sono quattro a nostro parere gli scenari possibili, e ad ognuno assegniamo arbitrariamente ma ragionevolmente un indice di probabilità. Ovviamente altri analisti potrebbero disegnare scenari differenti e assegnare diverse percentuali di probabilità. Tuttavia questo esercizio preliminare ci sembra possa essere utile come base di approfondimento e di discussione.

Scenario del crollo e del caos. L’euro potrebbe crollare quando le banche centrali, la FED americana e la Banca Centrale giapponese, e anche la BCE, ritireranno il mare di liquidità che hanno immesso nell’economia. In questo scenario i capitali rifluiscono negli USA, in Giappone e in Asia e nei paesi europei più forti, e si riaccende la speculazione sui titoli di stato dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). Una banca sistemica o uno stato europeo è costretto a dichiarare fallimento (Grecia? Portogallo? Slovenia? Italia?); oppure un governo, di fronte alla prospettiva di fare la fine orrenda della Grecia o di Cipro, decide di ritornare unilateralmente alla moneta nazionale abbandonando l’eurozona. L’euro crolla come un castello di sabbia. L’amministrazione Obama e la FED non riescono, o non vogliono, difendere l’euro a guida tedesca. Si produce il caos incontrollato in Europa e nel mondo. L’euro è una moneta monca, senza una vera banca centrale come difensore di ultima istanza. Il crollo caotico dell’euro è quindi un’ipotesi possibile e gli assegno ragionevolmente un 40% di probabilità.

Scenario di mantenimento dell’euro e dell’austerità. Molti pensano che l’euro sia tecnicamente insostenibile e destinato inesorabilmente a crollare. Sulla carta questo è vero ma nella realtà è vero solo in parte. L’euro è lo strumento con il quale le classi dirigenti tedesche intendono imporre la loro egemonia, e può continuare a sopravvivere anche se il sentiero è molto stretto. In questo scenario la Germania della democristiana Merkel e dei socialisti rosa della SPD riesce a imporre la sua politica di austerità e (contro) riforme, anche grazie a qualche leggero ammorbidimento delle politiche di austerità dovuto alla protesta dei paesi europei. I governi europei si adeguano alla germanizzazione dell’Europa; la deindustrializzazione e l’immiserimento dei paesi deboli avanza ma non provoca rivolte di strada e proteste sindacali in grado di produrre alternative politiche. I sindacati e le sinistre volenti o nolenti si subordinano alle politiche tedesche e della UE, il populismo di destra non riesce a sovvertire la situazione, la diseguaglianza e la disoccupazione continuano a crescere ma non si produce nessuna crisi verticale. L’industria europea riesce a sopravvivere alla meno peggio agganciandosi allo sviluppo dei paesi emergenti. L’amministrazione Obama aiuta l’eurozona e frena la speculazione sui PIIGS. Occorre infatti considerare che la caduta di una valuta come l’euro sarebbe un evento geopolitico di prima grandezza, uno tsunami al cubo: e che l’euro è attualmente sostenuto dal governo americano e dalla FED per non fare crollare l’economia mondiale. Inoltre sul piano strategico a Obama potrebbe andare bene che il dollaro abbia una alternativa molto debole e poco credibile come moneta internazionale di riserva, quale è l’euro attualmente. E’ probabile quindi che il governo americano sosterrà l’euro e che cerchi di imporre alla finanza anglosassone limiti alla speculazione contro la moneta europea. Questo scenario potrebbe avere il 40% di probabilità. E’, insieme alla prospettiva del caos incontrollato, lo scenario peggiore.

Scenario di riforma dell’euro. La crisi precipita e, di fronte al possibile crollo di sistema, si producono riforme radicali relative alla revisione del trattato di Maastricht, del Fiscal Compact, dello statuto della BCE, e il lancio degli eurobond. La Germania è costretta ad accettare politiche di condivisione dei debiti e ad aumentare i salari, la domanda interna e le importazioni. Considerando che la Merkel domina incontrastata nella politica tedesca ed è decisa a imporre la sua politica nella UE, e che in Germania esistono vincoli costituzionali alla condivisione dei debiti europei, e che la revisione dei trattati sarebbe possibile solo in tempi lunghi e non compatibili con il precipitare della crisi, si può assegnare a questo scenario una probabilità del 5%.

Scenario concordato di ritorno alle monete nazionali. La crisi precipita e gli stati europei, compresa la Germania, per non crollare sono costretti ad accordarsi per ritornare alle monete nazionali con cambi semifissi ma flessibili e concordati (la Germania non ha infatti vincoli costituzionali che le impediscono di tornare alla moneta nazionale). Le svalutazioni competitive in Europa sono nuovamente possibili, il marco si rivaluta, ma sopravvive un minimo di cooperazione monetaria europea, anche se debole. Si evitano fallimenti a catena anche se si ristrutturano alcuni debiti. All’interno dell’eurozona i cambi sono praticamente fissi ma l’euro potrebbe rimanere come moneta comune di fronte alle altre valute internazionali come il dollaro e lo yen. La moneta comune funzionerebbe da scudo verso la speculazione internazionale sul mercato libero delle valute (è l’ipotesi espressa da Frederic Lordon su Le Monde Diplomatique). Questo scenario potrebbe avere una probabilità del 15%.

Lo scenario che a mio parere la sinistra dovrebbe sostenere è quello più realistico e meno dannoso, cioè l’ultimo. I governi europei potrebbero decidere autonomamente politiche espansive per uscire dalla crisi; e i paesi più deboli potrebbero svalutare la loro moneta per riequilibrare la bilancia dei pagamenti, rilanciare l’occupazione e ridurre i debiti. Il recupero della sovranità nazionale sarebbe positivo per la democrazia perché essa finora, nel bene e nel male, si è sviluppata all’interno delle nazioni europee, e non certamente a livello di una UE costruita su base intergovernativa e a guida tedesca.

La proposta di rilanciare l’Europa grazie a iniziative di unificazione politica più democratiche di quelle attuali, sostenuta da Habermas, sembra una via di fuga improponibile, più ideologica che realistica. Merkel è molto chiara: ha detto reiteratamente che vuole procedere passo per passo verso l’Europa unita, senza riforme radicali; e che non prevede nessuna riforma istituzionale in senso democratico della UE, neppure un presidente eletto dal popolo, come propongono (a mio parere sbagliando) i socialisti e parte dei popolari europei. Merkel ha apertamente e ripetutamente dichiarato che vuole solo un’Europa più competitiva e con meno welfare. Chiedere più democrazia e meno austerità nel quadro di questa UE dominata dalla politica tedesca appare del tutto ingenuo e irrealistico. Non affronta i veri problemi. Il recupero della sovranità monetaria da parte dei paesi europei è difficile e complessa, e ovviamente non piace alla Germania: ma è possibile ed è facilmente condivisibile dall’opinione pubblica. Così la sinistra potrebbe finalmente contrastare il pericoloso populismo di destra. E non apparire complice delle rovinose politiche di austerità della UE, come avviene attualmente. Solo recuperando la sovranità nazionale si potrebbero gettare le basi per una nuova Europa di cooperazione tra stati con pari dignità.

NOTE

[1] Jurgen Habermas, Questa Europa è in crisi, Laterza, 2012
[2] Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato, Feltrinelli, 2013
[3] Frederic Lordon, Le Monde Diplomatique-il Manifesto, agosto 2013 “Uscire dall’euro?Contro un’austerità perpetua”
[4] Tonino Perna scrive giustamente sul Manifesto dell’8 novembre che i governi nazionali prendono a pretesto l’Europa per attuare politiche economiche di destra. Ma è anche vero che la UE pretende effettivamente politiche di destra (vedi per esempio la famigerata lettera della BCE al governo italiano firmata da Mario Draghi e da Jean-Claude Trichet).