Curdi: dalla Turchia appello urgente all’azione internazionale da: rifondazione comunista

Curdi: dalla Turchia appello urgente all’azione internazionale
Pubblichiamo l’appello dei compagni dell’Ufficio Esteri dell’HDP (Partito Democratico del Popolo) sulla gravissima offensiva scatenata dal governo dell’AKP di Erdogan contro le organizzazioni e il popolo curdo.
La Turchia sta sempre più scivolando nella guerra civile. La politica della violenza si è intensificata dopo le elezioni politiche del 7 giugno guidate dal governo provvisorio dell’AKP. Oggi, il processo di pace e di negoziazione tra il PKK e lo stato turco è bloccato e la guerra è iniziata di nuovo.
Solamente nell’ultimo mese, gravi scontri hanno avuto luogo in molte città curde, come Silopi, Lice, Semdinli, Silvan, Yüksekova e Cizre dove la popolazione civile è stata presa di mira dalle forze governative. Decine di civili, guerriglieri e membri delle forze di sicurezza governative sono morti negli scontri successivi.
Dal 24 luglio, il governo ad interim di AKP non sta attaccando l’ISIS, come dichiara di star facendo, ma le montagne Qandil nel territorio del governo regionale del Kurdistan, così come i curdi, le forze democratiche, i politici democratici, i civili, le donne e l’opposizione nel suo complesso in Turchia.
Lo Stato Turco e il governo ad interim dell’AKP stanno attuando tutti i tipi di misure oppressive come proibire l’ingresso e l’uscita dalla città curde contro cui lanciano le operazioni militari, tagliare tutte le comunicazioni comprese le linee telefoniche e internet, bloccare la stampa e gli osservatori per impedire che la verità su ciò che sta accadendo sul terreno possa raggiungere l’attenzione del pubblico nazionale e internazionale.
Il coprifuoco è in vigore nella provincia di Cizre dalla scorsa settimana durante la quale sono stati uccisi 21 civili. La provincia di Cizre è stata posta sotto assedio da giorni e vi è grave penuria di cibo, acqua, accesso ai servizi sanitari di base, trattamento preventivo dei feriti, e sepoltura di coloro che sono stati uccisi dalle forze di sicurezza governative. Gravi preoccupazioni per quanto riguarda i timori di massacri di civili in Cizre sono state espresse dai membri eletti del Parlamento e da organizzazioni della società civile.
In questa situazione molto violenta, l’HDP è stato anche preso di mira dai portavoce dell’AKP e dai mass media pro-AKP. Quasi ogni giorno, i nostri funzionari di partito e soprattutto i nostri co-presidenti sono stati bersaglio di questa gente “nazionalista e patriottica”. Molte dichiarazioni dei funzionari dell’AKP contengono un invito alla guerra contro HDP. Come risultato di questi discorsi violenti da parte dell’AKP, molte delle nostre sedi in diverse città sono state attaccate da bande di aderenti a gruppi razzisti e fascisti. L’8 settembre, hanno attaccato la nostra sede centrale ad Ankara, appiccando fuoco all’edificio. In particolare i nostri archivi e i nostri registri di partito sono stati presi di mira. Nessuno è rimasto ferito durante l’attacco, ma il nostro quartier generale è ormai gravemente danneggiato e non disponibile per l’uso. Fino ad oggi, oltre 128 sedi del partito in tutto il paese sono state attaccate. Inoltre, la polizia e le altre forze di sicurezza governative non hanno fatto il loro lavoro per prevenire gli attacchi.
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Ancora una volta vogliamo sottolineare che l’HDP non è coinvolto in queste politiche orientate alla violenza e alla guerra. Come HDP, non abbiamo preso parte in alcun processo decisionale in direzione della guerra. Al contrario, stiamo cercando di spingere sia il PKK che lo Stato Turco a porre fine a questo conflitto armato. Dovrebbe essere noto che è l’AKP che insiste su questa politica di guerra e sull’attuazione di pratiche anti-democratiche in tutto il paese.
Per contrastare questi sviluppi negativi, chiediamo la solidarietà e il sostegno di tutta la comunità internazionale, delle organizzazioni della società civile e dei media internazionali per un immediato cessate il fuoco e l’inizio dei colloqui di pace. Il nostro invito è anche per un’azione urgente contro la crescente violenza, la violazione dei diritti umani e delle pratiche e delle misure antidemocratiche nelle città curde, nonché nelle città nelle regioni occidentali del paese.
Ora più che mai abbiamo bisogno del sostegno del pubblico internazionale, al fine di conseguire la realizzazione di una pace duratura in Medio Oriente, in Turchia e in Kurdistan.
In questo contesto, invitiamo tutti i nostri amici, partiti politici, associazioni, reti, organizzazioni della società civile e tutte le forze amanti della pace di agire in nostra solidarietà.
Facciamo appello a tutte le istituzioni e a tutte le forze internazionali democratiche perché prendano misure concrete contro le azioni violente e anti democratiche che il governo Turco sta compiendo contro il proprio popolo.
Commissione Esteri di HDP
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Ricordiamo che Erdogan sarà lunedì 14 settembre a Milano per l’Expo e che è stata indetta una manifestazione di solidarietà col popolo curdo con concentramento alle ore 18,30 in Piazza San Babila

Erdogan è stato sconfitto, i popoli hanno demolito la soglia di sbarramento da: www.resistenze.org – popoli resistenti – turchia – 10-06-15 – n. 547


EMEP | solidnet.org
Traduzione da piattaformacomunista.com

La dichiarazione del Partito del Lavoro (EMEP) di Turchia, parte integrante di HDP, sulle recenti elezioni.

09/06/2015

Un’importante tornata elettorale, con conseguenze politiche potenzialmente rilevanti, si è conclusa in Turchia. Con il 40,7% dei voti e 258 deputati l’AKP, il partito al potere, rimane il primo partito, ma non è riuscito a ottenere la maggioranza assoluta. Il partito socialdemocratico CHP ha preso il 25% dei voti e 132 delegati. Il MHP fascista ha preso il 16.5% dei voti e 80 deputati. Quanto all’HDP, l’alleanza elettorale di cui il nostro Partito è parte integrante, è riuscita ad ottenere il 13.1% dei voti e 80 deputati.

Dopo il colpo di Stato fascista del 12 settembre 1980, l’introduzione della soglia di sbarramento ha avuto come obiettivo quello di impedire ai rappresentanti del popolo curdo e alla classe operaia di entrare in parlamento.

Nelle precedenti elezioni del 2011, i candidati dell’alleanza a cui apparteneva il nostro Partito decisero di presentarsi come indipendenti per cercare di aggirare la soglia del 10%, riuscendo a conquistare il 6,5% dei voti e 35 seggi in parlamento. Quattro anni dopo, in queste elezioni, il sistema di sbarramento dietro il quale i partiti borghesi si sono nascosti, è stato demolito!

Così come la soglia è stata demolita, è stato anche distrutto il sogno di Tayyip Erdogan, leader di AKP, nonché presidente, di realizzare una dittatura in Medio Oriente attraverso il cambiamento della Costituzione e l’introduzione di un sistema presidenziale esecutivo.

Nei prossimi giorni discuteremo i risultati di questa “demolizione della soglia”, le conseguenze dei risultati elettorali nella situazione politica nel paese e il tipo governo che emergerà, o non emergerà, dal parlamento.

Ad ogni modo, possiamo fin d’ora attirare l’attenzione sui seguenti punti essenziali:

1) E’ chiaro che un consistente settore popolare ha votato HDP per la prima volta. Questo settore della società ha riconosciuto che l’appoggio ad HDP era l’unico modo per fermare l’AKP e ha votato di conseguenza. Ciò dimostra che la consapevolezza dei popoli supera quella dei partiti e dei circoli esterni alla classe. Questo è importante perché indica la possibilità di una rifondazione della vita politica nel paese.

2) Il popolo ha detto chiaramente “no” al sistema della presidenza esecutiva, all’AKP che è gestito da Erdogan come se fosse il suo partito personale, allo sfarzo del “Palazzo”, alle ruberie e alla corruzione, all’arroganza, al potere arbitrario, alla strumentalizzazione della religione e del Corano, alle brame personali per la dittatura, al tentativo di imbavagliare i media….

3) Questo risultato apre larghe possibilità alla lotta per una Turchia laica e democratica, la soluzione delle questioni curda e alevita e l’ampliamento delle libertà; così come dimostra la determinazione dei popoli nel rigettare i sogni di Erdogan di “conformare l’istruzione secondo criteri religiosi”, di formare una “gioventù religiosa”, di  creare la “società conservatrice”, una linea vicina a quella dei Fratelli Musulmani.

4) Questo risultato significa, allo stesso tempo, il rifiuto alle politiche dell’AKP in Medio Oriente ed è una sconfitta per tutte quelle organizzazioni e circoli islamisti che ricevono sostegno ideologico, diplomatico e finanziario dal governo dell’AKP.  All’opposto, è una fonte di forza morale e di motivazione per tutti coloro che lottano per un Medio Oriente laico e democratico, contro le forze integraliste e il terrorismo islamista.

5) Considerando che la formazione di un governo dall’interno di questo parlamento sarà difficile, le discussioni a breve verteranno senza dubbio sulle “elezioni anticipate”. Ma le elezioni del 7 giugno hanno suonato la campana della fine dell’era dell’AKP. Indipendentemente dalle probabili coalizioni con altri partiti, o dai tentativi di dar vita a un governo di minoranza, il lungo periodo di governo che può essere definito l’era di  Erdogan o dell’AKP è ormai alle nostre spalle.

6) Se Erdogan accetterà di diventare un presidente con i poteri limitati come i precedenti, o lui stesso o la Presidenza si trasformeranno rapidamente in un problema che avrà bisogno di essere “risolto.”

Tutti questi punti non si risolveranno da soli, ma saranno oggetto di lotte acute. La Turchia non sarà un paese “rose e fiori” per i vincitori delle elezioni. L’AKP ed Erdogan – anche se non saranno al governo – tenteranno con tutto il loro potere di perpetuare il loro regime, attraverso la presidenza della repubblica e i loro quadri all’interno dello Stato. Il declino del governo dell’AKP non vuol dire che la parte più difficile è stata superata. Ci attendono dure battaglie.

In ogni caso, la sostanza delle elezioni del 7 giugno è che c’è stata una dura sconfitta di Erdogan e dell’AKP, e una grande vittoria dei popoli.

Partito del Lavoro (EMEP), Turchia

 

La Turchia è collusa con l’ISIS? Mistero sul sorprendente rilascio di 49 diplomatici turchi Autore: PATRICK COCKBURN

Turchia accusata di collusione con ISIS per contrastare curdi siriani e Assad dopo il rilascio a sorpresa di 49 ostaggi. Con il presidente Erdogan che rifiuta di spiegare perché ISIS ha deciso di rilasciare 49 diplomatici del paese, i sospetti crescono sulla relazione torbida di Ankara con il sedicente califfato.

Il mistero circonda il rilascio a sorpresa di 49 diplomatici turchi e dei loro familiari tenuti prigionieri per tre mesi dall’ Isis. Il governo turco nega qualsiasi accordo con i sequestratori, rendendo poco chiaro il motivo per cui l’Isis, noto per la sua crudeltà e ferocia, dovrebbe consegnare i suoi prigionieri turchi di Sabato senza contropartita.

Salutata ad Ankara come un trionfo per la Turchia, la liberazione dei diplomatici sequestrati quando Mosul è caduta in mano al l’Isis il 10 giugno solleva nuovi interrogativi sul rapporto tra il governo turco e l’Isis. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan dice che il rilascio è il risultato di una operazione segreta dell’intelligence turca che deve rimanere un segreto.

Ha aggiunto la Domenica che “ci sono cose di cui non possiamo parlare. Guidare lo stato non è come gestire un negozio di alimentari. Dobbiamo proteggere le nostre questioni sensibili; se non ci sarebbe un prezzo da pagare “. La Turchia nega che un riscatto sia stato pagato o che siano state fatte promesse all’Isis.

La liberazione degli ostaggi arriva nello stesso momento in cui 70.000 curdi siriani sono fuggiti attraverso il confine con la Turchia per sfuggire un’offensiva dell’Isis contro l’enclave di Kobani, nota anche come Ayn al-Arab, che ha visto la presa di molti villaggi.

L’assalto a Kobani sta energizzando i curdi in tutta la regione con 3.000 combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), con base nelle montagne irachene di Qandil segnalati per stare passando dall’Iraq in Siria in direzione di Kobani.

Le forze di sicurezza turche hanno chiuso il confine per un periodo di tempo domenica dopo scontri tra loro e i rifugiati. Hanno sparato gas lacrimogeni e acqua dopo l’aver fermato i curdi che portano aiuti a Kobani secondo un resoconto, oppure perché le pietre sono state lanciate contro di loro in quanto hanno spinto indietro la folla di curiosi curdi, secondo un’altra. La maggior parte di quelli che passano il confine sono donne, bambini e anziani, con gli uomini in età di leva che rimangono indietro per combattere.

Molti kurdi stanno esprimendo amarezza nei confronti del governo turco, sostenendo che è in collusione con l’Isis per distruggere le enclavi indipendenti dei kurdi siriani, che ammontano a 2,5 milioni, lungo il confine con la Turchia. L’agenzia di stampa pro-curdi Amed chiede “se l’Isis [è] l’ala paramilitare del progetto del neo-Ottomanesimo della Turchia in Medio Oriente?” Il governo turco nega con veemenza ogni collaborazione con Isis.

Tuttavia, le strane circostanze sia della cattura dei 49 turchi che la loro liberazione mostrano che Ankara ha un rapporto diverso e più intimo con l’Isis rispetto agli altri paesi. I siti turchi pro-Isis dicono che i turchi sono stati rilasciati su ordine diretto del “califfo” Abu Bakr al_Baghdadi. Erano stati trasferiti a Raqqa, il quartier generale siriano dell’ Isis, da Mosul, e sia gli uomini che le donne erano ben vestiti e sembravano aver subito pochi danni dalla loro prigionia. Questo è in netto contrasto con il trattamento di Alan Henning, il tassista britannico sequestrato mentre portava aiuti alla Siria, e dei giornalisti che sono stati ritualmente assassinati da Isis.

Una serie di fattori non del tutto tornano: nel momento in cui i diplomatici e le loro famiglie sono stati sequestrati nel mese di giugno è stato riferito che avevano chiesto a Ankara se potevano lasciare Mosul, ma la loro richiesta fu respinta. E ‘stato poi riportato da un giornale filo-governativo, che al console generale a Mosul, Ozturk Yilmaz, era stato detto da Ankara di lasciare, ma non l’aveva fatto. Ex diplomatici turchi dicono che la disobbedienza alle istruzioni del suo governo da un inviato di alto livello su una materia così grave è inconcepibile.

I critici di Erdogan e del suo primo ministro Ahmet Davutoglu dicono che fin dalla prima rivolta contro il presidente Bashar al-Assad nel 2011 hanno fatto una serie di errori di valutazione circa gli sviluppi in Siria e di come la Turchia dovrebbe rispondere loro.

Non essendo riusciti a convincere Bashar al-Assad a fare cambiamenti, loro davano per scontato che sarebbe stato rovesciato dai ribelli. Hanno fatto pochi sforzi per distinguere i ribelli jihadisti che attraversano le 560 miglia del lungo confine siro-turco da tutti gli altri. Circa 12.000 jihadisti stranieri, molti destinati a diventare attentatori suicidi, sono entrati in Siria e Iraq dalla Turchia. Solo alla fine del 2013, sotto la pressione degli Stati Uniti, la Turchia ha cominciato ad aumentare la sicurezza delle frontiere rendendo più difficile per i jihadisti stranieri o turchi il passaggio, anche se è ancora possibile. Una agenzia di stampa curda riferisce che tre membri di ISIS, due dal Belgio e uno dalla Francia, sono stati arrestati dalla milizia curda siriana nel fine settimana mentre entravano in Siria dalla Turchia.

Gli ostaggi non avevano idea che stavano per essere liberati fino a quando hanno ricevuto una telefonata da Mr Davutoglu. Anche se trattati meglio degli altri ostaggi, erano ancora tenuti sotto pressione, costretti a guardare i video di altri prigionieri che venivano decapitati “per rompere il loro morale”, secondo il signor Yilmaz. Egli ha detto che ISIS non tortura le persone anche se minacciava di farlo: “L’unica cosa che fanno è ucciderle.”

Il governo turco può non star collaborando con Isis, in questo momento, ma ISIS ha beneficiato dell’ atteggiamento tollerante della Turchia verso i movimenti jihadisti. Come altri governi anti-Assad, Ankara ha sostenuto che c’è una differenza tra i ribelli “moderati” dell’ Esercito Siriano Libero e i movimenti del tipo al-Qaeda- che non esiste realmente sul terreno all’interno della Siria.

 

Patrick Cockburn è autore del libro The Jihadis Return: ISIS and the New Sunni Uprising.

Fonte: THE INDEPENDENT http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/turkey-accused-of-colluding-with-isis-to-oppose-syrian-kurds-and-assad-following-surprise-release-of-49-hostages-9747394.html

“Nazione curda, il salto di qualità contro l’Isis”. Intervista a Yilmaz Orkan del Congresso nazionale Kurdo | Autore: vittorio bonanni da: controlacrisi.org

Yilmaz Orkan è rappresentante in Italia, a Roma, del Congresso Nazionale Kurdo, dentro il quale è presente anche il Pkk, l’organizzazione armata che da decenni si batte per i diritti del popolo kurdo in Turchia e che ora non si sta risparmiando per combattere contro l’esercito integralista dell’Isis. Dopo aver lavorato per alcuni anni in Belgio, Yilmaz si occupa delle relazioni internazionali qui in Italia.

Mi accoglie nella storica sede romana dove fanno bella mostra di sé le foto di Abdullah Ocalan e del nostro Dino Frisullo. Con lui facciamo il punto della drammatica situazione in Medio Oriente e sul ruolo che sta giocando il suo popolo. “Prima di tutto dobbiamo esporre con chiarezza – sottolinea Orkan – come è cominciata quella crisi nel Kurdistan del Sud. Sono quasi due anni che nella regione kurdo-siriana del Rojava c’è un conflitto tra l’Isis e l’Ypg, l’esercito che si batte per l’autonomia in Siria e che sta difendendo i tre cantoni kurdi, Cizîre, Kobanê e Efrîn, dall’attacco degli estremisti islamici. Poi, il 10 giugno scorso, Isis è passato direttamente in Iraq, e ha occupato Mosul, Falluja, Tigri, Anbar. Tutta la regione popolata dai sunniti. E’ importante ricordare come l’Isis rappresenti una vera minaccia per l’area e si connoti come una forza particolarmente negativa. Da quando è diventato un protagonista in Medio Oriente si è distinto solo per tagliare la gola agli altri popoli, alle minoranze religiose e via dicendo. Non fa altro che uccidere e basta. Il 3 agosto la città kurda di Sengal, popolata da una comunità zoroastra, da sciiti turcomanni e da assiri cristiani, è stata occupata da loro, con tanto di massacri e rapimenti delle donne”.Come hanno reagito le forze kurde?
L’Ypg ha occupato le montagne per creare un corridoio umanitario al fine di trasferire oltre centomila civili verso Rojava dove è stato creato un campo che si chiama “Newroz”. Una parte di questi kurdi sono andati in Turchia, anche nel Kurdistan del Sud e pian, piano stanno arrivando purtroppo anche in Europa. Sono arrivati in questa regione anche i guerriglieri del Pkk. Adesso possiamo dire che da Jalallah fino ad Efrin, una linea lunga quasi 1200 chilometri, sono presenti appunto il Pkk, l’Ypg, i Peshmerga del Kurdistan del Sud, sia il Partito democratico che l’Unione Patriottica, tutti insieme schierati a difesa dei civili. L’Isis infatti ha questa particolarità: non attacca i guerriglieri ma interviene là dove questi non sono presenti prendendo di mira soprattutto le persone per cambiare la demografia della regione. La loro idea è infatti quella di realizzare un califfato che da Damasco fino ad Amman ponga le basi per un grande Paese, popolato solo da musulmani sunniti. Con il resto della popolazione costretta ad accettare quella religione o a pagare una tassa, come si faceva ai tempi della Conquista araba o dell’Impero ottomano.

In che misura è presente il Pkk?
Nel Sud del Kurdistan ci sono migliaia di combattenti del Pkk che si battono contro l’Isis. Si tratta di uno scontro difficile perché dobbiamo considerare che questo esercito è sostenuto dal Qatar, dall’Arabia Saudita, dalla Turchia e precedentemente anche dalle potenze occidentali.

Perché l’Isis è diventato così forte? Che idea vi siete fatti?
Non abbiamo ancora capito bene perché l’Isis è stato creato, fomentato. Certamente perché quando l’Occidente sosteneva di voler esportare la democrazia in Medio Oriente ha scelto male l’interlocutore viste le caratteristiche dell’Isis. E dietro il sostegno che hanno avuto ci sono sicuramente altri interessi. Questo conflitto possiamo interpretarlo in due modi diversi: o semplicemente uno scontro tra sciiti e sunniti; oppure come uno scontro che si estende in tutta quell’area geografica e che rischia di sconfinare anche in Turchia e in Giordania con il fine di creare qualcosa di nuovo. Le caratteristiche di questa espansione non lascia adito a dubbi: sono a rischio i diritti delle minoranze, delle donne, rapite a migliaia per essere vendute. Per mettere fine a tutto questo abbiamo fatto appello fin da subito alle Nazioni Unite con la richiesta esplicita di fermare i Paesi che appoggiano gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, compresi ovviamente quelli occidentali. Se non sarà così rischiamo di ritrovarceli anche in Europa.

Quali sono in questo momento i rapporti tra voi e i kurdi iracheni?
Quando parliamo di politica e di idee il tema cambia. Nell’universo kurdo ci sono partiti comunisti, partiti liberali, partiti socialdemocratici. In Kurdistan ci sono più di cinquanta partiti, tanto per rendere l’idea. Però in questo momento non possiamo discutere e scontrarci su questo terreno. C’è una priorità: come possiamo difendere i civili kurdi dagli attacchi dell’Isis e anche le altre minoranze religiose con le quali i kurdi hanno sempre convissuto pacificamente. Per questo, come ho già detto prima, nel Sud del Kurdistan tutte le forze kurde stanno operando insieme. Partiti kurdi iraniani, turchi, siriani più il governo regionale del Kurdistan iracheno. Ed impedire loro di conquistare le zone ricche di petrolio, un altro loro obiettivo che permetterebbe al califfato di vivere tranquillamente. Come i Paesi del Golfo per intenderci.

Proprio questa vostra pluralità spaventa l’Isis…
Certo. Queste bande attaccano la nostra regione proprio per questa ragione: perché vogliamo creare lì una democrazia con tutte le minoranze esistenti, siano esse religiose che etniche. Possiamo creare anche qui dei cantoni, come già successo in Siria, che tutelino assiri, turcomanni e tutte le altre minoranze. Collegati con la Federazione del Kurdistan in modo tale da poterli difendere più facilmente. Tutto questo anche considerando che non possiamo contare sul governo centrale iracheno dell’ex primo ministro Nuri al-Maliki si era subito tirato indietro e non aveva messo a disposizione il suo esercito. E anche il nuovo governo che si insedierà a settembre potrebbe fare la stessa scelta.

Chiedete un sostegno internazionale per questo vostro progetto?
Certamente. Chiediamo che anche gli Stati Uniti lo sostengano per introdurre veramente la democrazia in Medio Oriente. Per esempio nel cantone di Cizîre ci sono tre lingue ufficiali, l’arabo, il kurdo e l’assiro. E questo perché lì vivono tre diverse etnie e dunque non possiamo imporre il kurdo. Il presidente del governo cantonale è un kurdo ed i vicepresidenti sono una donna cristiana assira e un uomo arabo. Anche la difesa è gestita insieme. Tutto è incentrato sulla necessità di vivere insieme. E questo sistema può essere esteso anche in tutte quelle aree che sono fuori dalla Federazione del Kurdistan.

Che cosa pensate dell’opposizione di Rifondazione comunista e di Sel all’invio di armi ai kurdi? E’ un punto delicato che fa discutere…
Secondo alcune leggi internazionali non si possono consegnare direttamente delle armi al governo regionale del Kurdistan o a dei movimenti. Legalmente non si può fare. Ci deve essere un’autorizzazione del governo centrale iracheno. Il governo di Maliki si era opposto giuridicamente alla possibilità che il governo kurdo autonomo potesse ricevere armamenti attraverso dei contratti che aveva già stipulato. E questo vale sicuramente fino al 10 settembre quando si insedierà il nuovo governo iracheno che non sappiamo ancora come si muoverà su questo terreno. Per quanto ci riguarda noi abbiamo sempre detto che in Medio Oriente la difesa resta un punto importante. E quando ci troviamo di fronte una forza con Isis non possiamo non interrogarci sul fatto che le armi che maneggiano sono occidentali. Armi americane, italiane, francesi. E quando hanno tentato l’attacco alla diga di Mosul tutti hanno potuto vedere che non erano in possesso di armamenti convenzionali. E chi glieli ha dati? Con questo non vogliamo dire che gli Usa hanno fornito attrezzatura bellica ad Isis. Ma all’esercito iracheno sì. Ovvero l’esercito di un Paese tutt’altro che stabilizzato. E’ facile capire quindi come siano arrivate in mano a loro. Per tornare alla domanda noi fin dal primo giorno abbiamo chiesto di non inviare armi ma aiuti umanitari. Appoggiateci politicamente perché conoscete l’autonomia democratica di Rojava, e sostenete il progetto che prima avevo descritto per collegare tra loro le varie regioni kurde. Detto questo è necessario che gli Stati Uniti, l’Europa, le Nazioni Unite, facciano pressione perché nessuno più sostenga l’Isis. Insomma, togliamo armi ad Isis. Se si agisce in questo modo altre armi non servono. E anche adesso pensiamo la stessa cosa.

Parliamo un momento del Pkk, che, paradossalmente, si trova ancora in una lista nera composta da organizzazioni terroristiche stilata dagli Stati Uniti con il sostegno in questo caso della Turchia. Ed è di questi giorni il fatto che la procura di Milano ha nel mirino una quarantina di kurdi che vivono in Italia accusati di terrorismo. Come si esce da questo scenario paradossale?
Quella lista che conosciamo è tutta politica, senza alcuna valenza giuridica. Realizzata dopo l’11 settembre dagli Usa, vi hanno trovato posto in realtà tutti i movimenti che combattono per la libertà dei propri popoli. Successivamente l’Unione Europea l’ha fatta sua senza neanche discuterla. Il Pkk dal canto suo non ha mai agito con finalità terroristiche. Ha sempre lottato contro il fascismo, contro il sistema oligarchico turco per avere riconosciuti i nostri diritti, Come sapete nel Kurdistan turco vivono più di 25 milioni di persone di etnia kurda. Tutte queste persone ancora non hanno diritto a parlare la loro lingua o ad insegnarla. Negli ultimi anni, grazie alla lotta del Pkk, le cose sono in parte cambiate, e ci sono state delle trattative tra il governo turco e l’Unione Europea, finalizzate all’ingresso di Ankara in Europa, che hanno affrontato questo problema. Ma la questione nel suo complesso è ancora ben lungi dall’essere risolta completamente. Sono in corso dei negoziati tra Ankara e il Pkk. Potrebbe esserci il primo settembre un invito del presidente Ocalan rivolto a tutti i militanti del suo partito ad uscire dalla Turchia. E da parte turca ci potrebbero essere nuove leggi favorevoli ai kurdi. Tornando invece al nostro ruolo ho letto invece sui giornali che a Sengal sono stati gli americani a salvare la vita a tutte quelle persone. Ma questo non corrisponde alla realtà: è stato il Pkk a mettere in salvo migliaia di uomini, donne e bambini. Anche qui, da Rojava, è stato creato grazie ai guerriglieri di Ocalan un corridoio di circa 70-80 chilometri. Questo lo sanno bene anche gli americani e l’Unione Europea e la stessa Turchia lo sa. Con lo scenario di oggi quella lista “nera” è dunque ancor meno significativa. Tra l’altra il Pkk combatte in questo momento prevalentemente per ragioni umanitarie. Questo stato di cose sta influenzando positivamente l’opinione pubblica internazionale – politici,intellettuali,accademici – i quali sostengono che definire questo partito terrorista mentre combatte per salvare in quell’area l’umanità sia un grosso errore. Chi invece sostiene ancora questo ha evidentemente determinati progetti nella zona che dobbiamo studiare molto bene. E dovremmo capire anche che idee hanno per risolvere la questione kurda. Sarebbe interessante. L’indagine della procura di Milano, aperta tre anni fa, che dovrebbe dare luogo ad una causa contro i kurdi per ragioni di terrorismo, diventa così una cosa incredibile. Da un lato le Commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato discutono se inviare armi ai kurdi. Dall’altro la magistratura sospetta che gli stessi soggetti sostengano il terrorismo. Chiamiamo a questo punto a testimoniare anche il primo ministro italiano, che, secondo la proprietà transitiva, potrebbe essere accusato di sostenere il terrorismo anche lui. Si tratta di un paradosso che le autorità italiane devono risolvere. Altrimenti siamo nel ridicolo.

Turchia, la strage della miniera: il bilancio sale a 232 morti. Altri 400 ancora intrappolati. Critiche del sindacato Autore: fabrizio salvatori

E’ salito a duecentotrentadue morti il bilancio dell’ esplosione avvenuta ieri sera nella miniera di carbone di Manisa, in Turchia. A riferirlo è lo stesso primo ministro Erdogan, in visita nei luoghi della strage. Ma la strage potrebbe rivelarsi di proporzioni epocali. Come ha precisato il ministro, lì sotto ci sono infatti almeno 400 minatori. Ottanta sono i minatori soccorsi, e quattro di loro sono gravemente feriti.
La stragrande maggioranza potrebbero essere morti per asfissia perché le maschere antigas che indossano hanno una autonomia di un paio d’ore. Di fronte alle riserve di ossigeno sempre piu’ scarse i soccorritori hanno continuato a pompare aria fresca verso le gallerie in profondita’. Ma non e’ bastato.
Le informazioni su quanto accaduto sono imprecise e frammentarie, se non contraddittorie. L’incidente si e’ prodotto nel pomeriggio durante un cambio di turno. Secondo l’emittente Ntv l’esplosione, avvenuta a due chilometri di profondita’, sarebbe dovuta a un cortocircuito. Le gallerie sono state invase da fiamme e fumo spesso. Al momento dell’incidente in fondo alla miniera c’erano 580 minatori. Tra gli altri è stato recuperato il cadavero di un ragazzo di 15 anni.

La tragedia poteva essere evitata
Davanti ai cancelli della miniera si sono riuniti i familiari dei minatori intrappolati. Le carenze nella sicurezza delle miniere di carbone turche sono da tempo al centro di polemiche. La tragedia poteva essere evitata. Ne e’ convinto l’ex presidente del sindacato dei minatori turchi, Maden-is, Cetin Uygur, che ha denunciato insufficienti misure di sicurezza e accusato di  ”negligenza” il governo di Ankara e le compagnie minerarie. ”L’incidente che abbiamo visto in questa miniera privata e’ un omicidio sul lavoro del piu’ alto grado. E’ il piu’ grave incidente sul lavoro della storia del Paese”, ha aggiunto.
Il presidente della Confederazione dei sindacati progressisti (Disk) Kani Beko ha denunciato la presenza di un ingente umero di lavoratori in subbapalto nella miniera. ”Nella miniera ci sono lavoratori in subbapalto di secondo e terzo grado. Spero che il bilancio delle vittime non aumenti, ma non sono ottimista. Dopo l’esplosione dentro c’e’ stato un massacro”, ha detto Beko.

Lunga catena di morti
Nel 2013, sono stati 93 i minatori morti nelle varie miniere del paese. Nel novembre scorso 300 minatori si erano rinchiusi in fondo alla miniera di Zanguldak, nella regione del Mar Nero – dove nel 1992 una esplosione aveva fatto gia’ 163 morti – per protestare contro le misure di sicurezza insufficienti dell’impianto. Due settimane fa il principale partito di opposizione, il Chp di Kemal Kilicdaroglu, aveva chiesto in parlamento un’inchiesta sulla sicurezza proprio nella miniera di Soma. La proposta e’ stata bocciata dall’Akp, che ha la maggioranza assoluta nella Grande Assemblea di Ankara.

La dichiarazione di Paolo Ferrero
“Mentre la campagna elettorale italiana prosegue tra gli insulti, in una pura lotta per il potere in cui i demagoghi di ogni colore la fanno da padrona, in Turchia sono morte più di 200 persone, in miniera: un’altra tragedia del mondo del lavoro, nel 2014, in Turchia, quindi a due passi dalla “civilizzata” Europa. Sono i morti della globalizzazione, come i migranti in mare, i morti di uno sviluppo economico sregolato, dedito solo alla ricerca del massimo profitto senza alcuna forma di attenzione alla vita delle persone. Come sempre a pagare di più sono gli operai, i più deboli, coloro che per poter vivere devono accettare di lavorare in condizioni disperate. Contro questa globalizzazione disumana si ripropone oggi più che mai il nodo dell’alternativa di società, del superamento della logica del profitto come unica divinità, della rimessa ala centro della dignità del lavoro. Nell’esprimere il nostro cordoglio alle famiglie delle vittime e nello sperare che tutti i dispersi possano essere salvati, siamo vicini alla popolazione turca e lontani dal premier Erdogan che deve dare delle risposte a questa sciagura”.

Elezioni in Turchia, la vittoria dei curdi tra la supremazia di Erdoğan da: uiki

Elezioni in Turchia, la vittoria dei curdi tra la supremazia di Erdoğan

Il ragazzo turco seduto accanto a me sull’aereo che da Istanbul ci sta riportando a Milano parla bene l’italiano. Con occhi curiosi e orgogliosi mi chiede subito se mi è piaciuta la Turchia. Gli dico che mi è piaciuta moltissimo, la vita pulsa in ogni angolo di questa stupenda città che è Istanbul. Si sente tutta l’energia dell’incredibile crescita economica di questi anni. Commentiamo che in questo momento si sta probabilmente meglio in Turchia che in Italia; lui mi dice che se non avesse l’impegno di un bar/kebab aperto a Cremona tornerebbe in Turchia volentieri. Gli chiedo di dove è originario e se è venuto per votare. Noto subito il suo imbarazzo nel rispondermi. Esita, fa un sorrisetto nervoso. Capisco al volo e suggerisco: Kurdistan? I suoi occhi si illuminano. Sì è curdo, viene da Diyarbakir; anche se, come ci tiene a specificare, è ovviamente turco, come tutti, e poi curdo. Certo, gli dico, non preoccuparti ho presente la situazione. In Italia è arrivato con una richiesta di asilo politico. È uno dei casi fortunati: gli è stato concesso e ora ha il permesso di soggiorno, tutto regolare. Non ha combattuto direttamente, ma per quel che ha fatto, per il suo supporto al Pkk, in Turchia non sarebbe uscito carcere per molto, molto tempo.

Il popolo curdo è stato duramente oppresso e soppresso in Turchia; la loro lingua vietata, la bandiera curda bandita, perfino la musica censurata. I curdi hanno lottato, con ogni mezzo, per affermare la loro identità negata, e in parte ce l’hanno fatta. Il curdo non è più vietato, anzi può essere usato nelle scuole, la loro bandiera sventola durante le manifestazioni e si danza al ritmo delle belle musiche curde. Ma, senza dimenticare gli oltre 40.000 morti che si contano dal 1984, migliaia di prigionieri politici sono ancora nelle prigioni turche, sottoposti ad abusi e torture. E sono davvero molti i guerriglieri pronti a imbracciare di nuovo le armi non appena ve ne fosse bisogno. La tregua è fragile e apparente.

Sto tornando proprio da Van, all’estremità della Turchia orientale, geograficamente quasi al confine con l’Iran. Si tratta di una delle più grandi città del Kurdistan turco, un tempo capitale dell’antichissimo regno di Urartu, affacciata sulle sponde del più grande lago della Turchia.

Sono stata qui come membro di una delegazione di osservatori internazionali venuti allo scopo di monitorare le elezioni amministrative del 30 marzo. Nessun incarico ufficiale dell’Onu o dell’Unione Europea (che non avevano mandato osservatori in Turchia). Siamo qui in risposta all’invito rivoltoci dalla società civile curda, ed in particolare dal Partito per la Democrazia e la Pace (Bdp) che sta portando avanti con forza, coraggio e assoluta determinazione la nuova linea dettata da Öcalan: alla lotta armata sostituire la lotta politica. Alla violenza la democrazia. L’invito a deporre le armi per cercare la via della pacificazione è chiaro ed è stato veicolato pochi giorni, fa ancora una volta per lettera, ai milioni di persone che hanno festeggiato il Newroz (il capodanno curdo). Non vi è dubbio che il tentativo sia serio e, da quanto abbiamo potuto osservare, stia già dando i suoi frutti.

Tutti i giornali hanno ripreso la notizia degli otto morti (vittime di scontri tra famiglie a Urfa, non lontano da Diyarbakir) nel giorno delle elezioni, ma nessuno ha parlato della grande responsabilità dimostrata dai rappresentanti curdi del Bdp, che non hanno risposto alle provocazioni, che pure ci sono state, da parte dei militari e della polizia. A tre giorni dal voto, in occasione del comizio a Van tenuto da Erdoğan in persona, la polizia ha sparato – ufficialmente in aria per disperdere dei manifestanti, in realtà, come dimostrano le foto, mirando a bruciapelo – ed ha colpito al petto un giovane che assisteva dalla finestra del Grand Hotel. Poteva essere tragedia, una seconda Gezi Park, e se non lo è stata è solo grazie ai rappresentanti del partito che hanno tenuta a bada la rabbia della gente, richiamando al senso di responsabilità per non fare degenerare la situazione a poche ore dalle elezioni.

Il voto del 30 marzo era di fondamentale importanza non solo per il primo ministro Erdoğan, che aveva  bisogno di verificare il livello di consenso ancora detenuto, a pochi mesi dalle elezioni politiche e presidenziali e nonostante gli scandali che lo hanno travolto nell’ultimo anno.

Queste amministrative hanno assunto significato di referendum anche per i rappresentati del popolo curdo, che puntano ad una autonomia all’interno della Turchia. La campagna elettorale del Bdp è stata entusiasmante e, nonostante la dura repressione da parte del governo turco seguita alle elezioni del 2009 (con migliaia di arresti politici), ancora piena di speranza. L’agenda politica è democratica e progressista, con particolare riguardo alle donne: piuttosto che sulle quote, il modello è basato sulla condivisione di ogni funzione direttiva tra un rappresentante maschile e uno femminile. Questo principio, già applicato per tutte le posizioni di dirigenza del partito, verrà ora esteso alle varie cariche amministrative a livello di zona, comunale, provinciale e regionale. Il Bdp non ha vinto ovunque (molti, anche nella regione orientale hanno votato per il partito di Erdoğan), ma dove ce l’ha fatta, a Diyarbakir, a Hakkari, a Van e in molte altre città e paesi del Kurdistan, la funzione di sindaco sarà ora condivisa da due persone: un uomo e una donna. Nessuna decisione potrà essere presa senza accordo tra i due rappresentati. Sebbene non riconosciuto ufficialmente da Ankara, il modello attuato di fatto dal Bdp nelle sue amministrazioni, ha l’obiettivo non solo di cambiare le istituzioni ma anche di apportare un forte impulso all’interno della società curda, dove la situazione e il ruolo delle donne lasciano ancora molto a desiderare.

Con fuochi d’artificio e clacson incessanti, musica e falò sotto la neve, Van ha festeggiato i risultati elettorali: in realtà i festeggiamenti erano iniziati ben prima dell’annuncio ufficiale dei risultati, tutta la campagna elettorale si è tinta di festa. L’entusiasmo è palpabile da queste parti, almeno quanto la speranza di una nuova stagione politica, che sia in grado di valorizzare l’identità di questo popolo, troppo a lungo negata.

di Chantal Meloni

Il Fatto Quotidiano | 1 aprile 2014

Turchia, Erdogan oscura Twitter ma non ci riesce. Adesso proverà con Yt e Fb Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

La Turchia ha bloccato l’accesso a Twitter. Ed ora potrebbe toccare anche a Facebook e Youtube. Ieri dopo la minaccia espressa dal premier turco Recep Tayyip Erdogan di voler vietare l’uso del social network nel paese, a seguito della pubblicazione proprio sulla rete delle registrazioni di alcune intercettazioni telefoniche che lo chiamano in causa direttamente in uno scandalo per corruzione, le autorità hanno “tecnicamente bloccato l’accesso a Twitter” perchè
il social media non ha rispettato diversi ordini arrivati dalle autorità giudiziarie di rimuovere link ritenuti illegali. Twitter ha già fatto sapere che i turchi possono aggirare il blocco twittando attraverso il servizio di testo dei telefoni cellulari.Da parte sua il commissario europeo per le nuove tecnologie, Neelie Kroes, ha scritto sul proprio account che il blocco deciso in Turchia “è senza fondamento, inutile e vigliacco”. Erdogan sostiene che l’inchiesta in materia di corruzione che a dicembre ha quasi travolto il suo governo sia stata orchestrata dall’estero tramite i social network, ai quali ha quindi dichiarato guerra. Ironia della sorte, la sua frase su Twitter e’ stata rilanciata dall’agenzia ufficiale Anadolu proprio tramite il suo account sul sito di micro-blogging. Il 7 marzo scorso Erdogan se l’era presa con altri siti.

La minaccia di censurare anche Youtube e Facebook dopo il 30 marzo e’ arrivata dopo che il parlamento ha approvato a fine febbraio una legge di proposta governativa che rafforza il controllo pubblico sul Web, dando all’autority sulle telecomunicazioni i poteri di raccogliere dati sugli utenti e di bloccare siti Web.

Fortress Europe: oltre 19 mila migranti morti alle frontiere dal 1988 Fonte: redattoresociale.it

Dal 1988 sono almeno 19.507 i migranti morti tentando di arrivare in Europa. E’ la stima aggiornata ad oggi del sito Fortress Europe . “Giorno per giorno, da anni, il mare di mezzo è divenuto una grande fossa comune, nell’indifferenza delle due sponde del mare di mezzo. Dal 1988 almeno 19.507 giovani sono morti tentando di espugnare la fortezza Europa, dei quali 2.352 soltanto nel corso del 2011, almeno 590 nel 2012 e 801 nel 2013”.

Nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate 14.580 persone. Metà delle salme (8.960) non sono mai state recuperate. Nel Canale di Sicilia tra la Libia, l’Egitto, la Tunisia, Malta e l’Italia le vittime sono 7.065, di cui 5.218 dispersi. Altre 229 persone sono morte navigando dall’Algeria verso la Sardegna. Lungo le rotte che vanno dal Marocco, dall’Algeria, dal Sahara occidentale, dalla Mauritania e dal Senegal alla Spagna, puntando verso le isole Canarie o attraversando lo stretto di Gibilterra, sono morte almeno 4.904 persone di cui 2.463 risultano disperse. Nell’Egeo invece, tra la Turchia e la Grecia, ma anche dall’Egitto alla Grecia e dalla Siria a Cipro hanno perso la vita 1.529 persone, tra i quali si contano 842 dispersi. Infine, nel Mare Adriatico, tra l’Albania, il Montenegro, la Grecia e la Puglia, e nello Ionio tra la Grecia e la Calabria, sono morte almeno 705 persone, delle quali 314 sono disperse.

Ma il mare non si attraversa soltanto su imbarcazioni di fortuna, ma anche su traghetti e mercantili, dove spesso viaggiano molte persone, nascoste nella stiva o in qualche container, ad esempio tra la Grecia e l’Italia. Ma anche qui le condizioni di sicurezza restano bassissime: 160 le morti accertate per soffocamento o annegamento.

Per chi viaggia da sud il Sahara è un pericoloso passaggio obbligato per arrivare al mare. Il grande deserto separa l’Africa occidentale e il Corno d’Africa dal Mediterraneo. Si attraversa sui camion e sui fuoristrada che battono le piste tra Sudan, Chad, Niger e Mali da un lato e Libia e Algeria dall’altro. Qui dal 1996 sono morte almeno 1.790 persone. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, quasi ogni viaggio conta i suoi morti. Pertanto le vittime censite sulla stampa potrebbero essere solo una sottostima. Tra i morti si contano anche le vittime delle deportazioni collettive praticate dai governi di Tripoli, Algeri e Rabat, abituati da anni ad abbandonare a se stessi gruppi di centinaia di persone in zone frontaliere in pieno deserto

In Libia si registrano gravi episodi di violenze contro gli stranieri. Non esistono dati sulla cronaca nera. Nel 2006 Human rights watch e Afvic hanno accusato Tripoli di arresti arbitrari e torture nei centri di detenzione per stranieri, tre dei quali sarebbero stati finanziati dall’Italia. Nel settembre 2000 a Zawiyah, nel nord-ovest del Paese, vennero uccisi almeno 560 uomini nel corso di sommosse razziste.

Viaggiando nascosti nei tir hanno perso la vita in seguito ad incidenti stradali, per soffocamento o schiacciati dal peso delle merci 372 persone. E almeno 416 persone sono annegate attraversando i fiumi frontalieri: la maggior parte oggi nell’Evros tra Turchia e Grecia, come in passato nell’Oder-Neisse tra Polonia e Germania, nel Sava tra Bosnia e Croazia e nel Morava, tra Slovacchia e Repubblica Ceka e nel Tisza tra Serbia e Ungheria. Altre 114 persone sono invece morte di freddo percorrendo a piedi i valichi della frontiera, soprattutto in Turchia e Grecia. In Grecia, al confine nord-orientale con la Turchia, nella provincia di Evros, esistono ancora i campi minati. Qui, tentando di attraversare a piedi il confine, sono rimaste uccise 92 persone.

Sotto gli spari della polizia di frontiera, sono morte ammazzate 309 persone, di cui 53 soltanto a Ceuta e Melilla, le due enclaves spagnole in Marocco, 50 in Gambia, 132 in Egitto – di cui 94 alla frontiera con Israele – e altri 32 lungo il confine turco con l’Iran e l’Iraq. Almeno altre 25 persone sono state uccise dai contrabbandieri beduini del Sinai, in Egitto, tenuti ostaggio sulla rotta per Israele. Ma ad uccidere sono anche le procedure di espulsione in Francia, Belgio, Regno Unito, Germania, Spagna, Svizzera e l’esternalizzazione dei controlli delle frontiere in Marocco e Libia. Infine 41 persone sono morte assiderate, viaggiando nascoste nel vano carrello di aerei diretti negli scali europei. E altre 33 hanno perso la vita tentando di raggiungere l’Inghilterra da Calais, nascosti nei camion che da lì si imbarcano per Dover o sotto i treni che attraversano il tunnel della Manica, oltre a 12 morti investiti dai treni in altre frontiere e 3 annegati nel Canale della Manica.

Turchia, Gezi Park: giustizia per la “ragazza in rosso” da: osservatorio Iraq

Turchia, Gezi Park: giustizia per la “ragazza in rosso”

Il suo nome è Ceyda Sungur, studentessa. E’ diventata famosa, suo malgrado, durante i giorni della resistenza di Gezi contro le imposizioni del governo e le aggressioni degli agenti. Una sentenza del tribunale ha condannato chi le ha sparato il gas da distanza ravvicinata.

 

Una ragazza, in un parco. Indossa un abito rosso, leggero, come la giornata di primavera che sparge intorno i raggi di sole. Davanti a lei, un poliziotto le scarica addosso con violenza, a distanza ravvicinata, una dose massiccia di gas lacrimogeno mescolato con  agenti irritanti.

Lei si gira per proteggersi mentre i capelli e il vestito si sollevano per la forza d’urto e l’uomo continua, continua ad attaccarla, non molla.

Il parco è quello di Gezi.

Il nome di questa ragazza è Ceyda Sungur, ed è una studentessa. Diventata famosa, suo malgrado, durante i giorni della resistenza contro le cariche degli agenti. I fatti sono avvenuti il 28 maggio 2013.

E questa immagine, catturata da video e fotografie, è diventata una delle icone del movimento Gezi Park.

Foto e illustrazioni che ritraggono la scena sono comparse ovunque, l’hanno riprodotta, e moltiplicata. Sui manifesti, sui giornali, sui libri. Un’immagine che ha scosso, ed emozionato, il mondo intero.

Perché è una delle immagini che testimoniano, con molta eloquenza, gli abusi della polizia contro i cittadini inermi, disarmati.

L’unica arma di Ceyda era la sua voce, innalzata, insieme alle altre, in difesa del parco. Ma soprattutto, in difesa dei principi della democrazia.

Contro la furia del poliziotto è rimasta lì, in piedi, senza armi, senza protezioni.

Il contrasto tra la sua figura femminile, con il vestito rosso che svolazza intorno alle gambe, e l’immagine del poliziotto armato, protetto da scudi, maschere antigas ed elmetto, ha rivelato – più di qualunque parola di denuncia – la brutalità di un attacco spropositato.

Ora la “donna in rosso”, come è stata chiamata finché i giornalisti non hanno scoperto il suo nome, ha finalmente avuto giustizia.

L’agente (la stampa turca lo indica come F.Z.) è stato riconosciuto colpevole di aver violato le regole per l’uso del gas durante i movimenti di protesta, avvicinandosi a meno di un metro e puntando dritto al volto della ragazza.

Né prima né dopo quell’attimo immortalato nella fotografia, Sugur ha mostrato alcun proposito di aggressione.

La sua è stata una resistenza pacifica. E adesso, finalmente, quella resistenza pacifica le è stata riconosciuta.

Il poliziotto, ventitreenne,  dovrà scontare tre anni di prigione, riporta l’agenzia stampa  Doğan.

Per una volta, sembra che la polizia sia rimasta scoperta.

Quella foto rimarrà nella mente di molti come simbolo, come icona rappresentativa di una protesta in cui i cittadini hanno mostrato volti molto diversi da quelli dei “terroristi” evocati da Erdoğan.

Una riflessione si impone. Grazie al contributo dei presenti che hanno scattato foto, girato video, affiancando il lavoro del giornalismo tradizionale, è stato possibile mostrare una realtà che sconfessava le dichiarazioni governative. Sono state le fotografie di gente qualunque, spesso, a testimoniare gli eventi.

Sicuramente ci sono stati episodi violenti anche da parte di alcune frange di manifestanti. La verità non è mai monolitica.

Ma questa immagine dimostra, nel suo misto di crudezza e innocenza, la capacità di un popolo di sollevarsi senza usare le armi, senza ricorrere all’aggressione.

Quei giorni, a Gezi, hanno evidenziato il potere di migliaia di cittadini  scesi  in piazza disarmati, diversi, ma uniti, estremamente uniti.

E stavolta, chi sta dall’altra parte dovrà pagare.

Perché la legge del più forte non vince sempre e comunque. Non stavolta, almeno.

 

23 Gennaio 2014
di:
Francesca Pacini
Area Geografica: