Rossana Rossanda: Tutte le ombre del voto europeo Fonte: sbilanciamoci | Autore: Rossana Rossanda

Lo spostamento a destra del Parlamento europeo ha di fatto annullato lo spazio politico per la candidatura di Tsipras a guidare la Commissione Ue. Mentre in Italia è fallito l’obiettivo della Lista Tsipras di utilizzare la campagna elettorale come un cantiere per tentare una riunificazione di tutti i frammenti delle sinistre radicali

Il mio giudizio negativo dell’esito delle elezioni europee ha suscitato una serie di cortesi contestazioni che mi obbligano a riflettere e precisare. Ingenerosa è apparsa soprattutto la mia critica alla gestione della Lista Tsipras, che ha mobilitato molte forze da tempo paralizzate o anche nuove, fino a superare lo sbarramento del 4 per cento, pur nel silenzio opposto da tutti i media.

Tuttavia mantengo un giudizio sfumato. Il primo obiettivo che la Lista si era posta era di svolgere un ruolo nell’elezione del presidente della Commissione europea; per questo occorreva un successo politico assai più ampio, raccolto in diversi paesi, lavoro che non è stato neanche cominciato. Fuori dalla Grecia e dall’Italia le forze delle sinistre radicali hanno continuato a presentarsi ognuno con la propria sigla, impegnando semplicemente i propri eletti a far votare Alexis Tsipras come presidente, quando sarà venuto il momento. Di più, la previsione di un testa a testa fra Juncker e Schulz è caduta per l’avanzata delle forze di centrodestra e di destra estrema nell’intero parlamento, e siamo già a una diversa interpretazione dei trattati perché il Parlamento europeo vuole essere non solo l’elettore (a maggioranza qualificata), ma l’organismo che propone gli eleggibili, mentre la Germania esige che questo sia il Consiglio degli stati europei.

E qui gioca la mia convinzione, sviluppata dopo le elezioni cui concorremmo come Manifesto nel 1972, senza ottenere nessun seggio e disperdendo circa seicentomila voti: è utile partecipare alle elezioni in un sistema rappresentativo solo dopo aver bene calcolato il rapporto fra le forze in campo. La sinistra partiva dalla premessa che il candidato del centrodestra, Juncker, sarebbe stato superato da quello socialista, ma Schultz è stato abbattuto dallo spostamento a destra del Parlamento europeo. Lo spazio politico per la candidatura di Tsipras a guidare la Commissione europea si è così annullato. Sul fronte italiano, il secondo obiettivo che si poneva la Lista Tsipras era di utilizzare la campagna elettorale come un cantiere per ricostruire attorno a una nostra Syriza una unificazione dei frammenti delle sinistre radicali. Questo secondo obiettivo avrebbe presupposto una discussione responsabile ma aperta dei maggiori punti di consenso e dissenso nell’arcipelago a sinistra del Pd, ma questo non è stato nemmeno tentato, ogni discussione essendo giudicata pericolosa ai fini della raccolta dei voti. Per cui a elezioni concluse il quadro italiano è rimasto quello di prima. Perdipiù ostacolato dal clima diffuso dai grillini, per cui la Lista Tsipras doveva essere indenne da qualsiasi residuo della vecchia politica, inclusi i moltissimi consiglieri comunali, anche dei comuni minuscoli. Con il risultato di aver disperso un grande serbatoio di esperienze, difficile da accusare di formare la famosa “classe politica privilegiata e separata dalla gente”. E lasciamo perdere l’orientamento dei dirigenti più noti di sottrarsi esplicitamente a un’elezione per cui chiedevano il voto, una scelta dovuta allo scrupolo di abbattere ogni sospetto di essersi dati da fare per sé – salvo poi cambiare idea a voto avvenuto – dando all’elettore l’ennesima prova di non contare nulla.

Alle “larghe intese” in arrivo al parlamento di Bruxelles si opporranno anche i Verdi europei, ma non si vedono ancora tentativi di convergenza tra loro e la sinistra.

Mantengo anche il rifiuto di considerare Matteo Renzi un candidato di sinistra. La sinistra non si misura se non nei contenuti e nel metodo. Non hanno nulla a che fare con la sinistra la propensione del giovane segretario del Pd di essere un uomo solo al comando assieme ai suoi fidi, né il merito delle sue proposte, sempre ultimative. Così è quella di avere rapidamente una legge elettorale, l’Italicum avendo difficoltà a passare, anche di fronte alle indicazioni della Corte costituzionale, così sono le riforme del mercato del lavoro delineate nel Jobs Act, che liquidano fin dall’inizio il contratto a tempo indeterminato in un mare di precariato, più volte ripetibile, così è l’intenzione di passare la formazione del Senato dalla elettività alla designazione da parte delle maggioranze regionali. “Tutto e subito”, dichiara Renzi, “ci metto la faccia”, ma non per caso quel che egli propone non si realizza nei tempi previsti, poiché implica di fatto delle modifiche nello spirito e nella lettera della Costituzione. La confusione non è poca e finirà col rafforzare la diffidenza verso la politica, non meno che del curioso argomento “non sono d’accordo con Renzi ma auguriamoci che non fallisca nei suoi intenti, perché non c’è alternativa”.

Cosi’ il “trionfo” sventolato in Italia dalle forze che si autodefiniscono di sinistra non ha avuto alcun effetto sugli equilibri europei, ha semmai rafforzato l’importanza tedesca e quella della Nato. Lasciando irrisolti tutti i problemi di quale Europa si sarebbe dovuta ottenere: oggi come oggi non si vede come invertire la scelta dell’austerità, che pure fa soffrire non solo i paesi dell’Europa del sud. Le sole voci che moderatamente gli si oppongono sono quelle, appunto, di una Syriza forte in Grecia ma isolata e quelle, non senza ambiguità, del governatore della Bce, Draghi.

E non parliamo delle irresponsabili nostalgie di guerra fredda, a direzione americana, tedesca e polacca, emerse dal nodo ucraino, proprio nei giorni in cui si celebra lo sbarco in Normandia.

Da Atene a Berlino c’è anche Roma | Autore: Roberto Musacchio da: controlacrisi.org

La fortuna aiuta gli audaci, diceva il vecchio detto latino. Quelle poche migliaia di voti che rappresentano quello 0,03 che fa superare alla lista Tsipras il quorum dell’assurda, e incostituzionale, legge italiana, possono far pensare che ci sia alla fine un premio per chi ha coraggio.

Ma i latini sapevano bene che l’audacia poggiava sulla forza di un progetto, di una idea di società e di mondo. Diciamo allora che l’audacia di provare a vincere la sfida delle europee è stata figlia proprio di questa riscoperta, quella che è possibile avere un progetto e una idea di mondo, e cioè un punto di vista autonomo, proprio, su se stessi, della propria gente e della realtà in cui viviamo.

Alexis Tsipras è stato il simbolo, e la dimostrazione nella dimensione reale e concreta, di questa audacia possibile. Lui l’ha costruita per sé, costruendosela da sé ma fruendo anche dei materiali resi disponibili sul campo come l’esistenza di un partito della sinistra europea, alla cui nascita come italiani avevamo contribuito, l’esperienza delle lotte di resistenza alla austerità e dei movimenti. Decisivo è stato, per chi lo ha fatto, il riconoscere in Tsipras questa capacità simbolica e questa potenzialità politica. L’ha fatto il partito della sinistra europea, l’ha fatto  in Italia la lista l’Altra Europa.

Cogliere l’occasione di Tsipras è stato un bene per tutti. Per Alexis stesso ha significato proiettare la propria lotta di resistenza dentro la dimensione della sfida europea, dire che se è questa Europa che arreca la sofferenza contro cui combatto è questa Europa che voglio cambiare. Qui c’è già la scelta. Non voler fuggire dall’Europa ma sfidarla. Scelta che consegna il terreno proficuo della coalizione con chi si riconosce in te perché sta nella stessa condizione. E dunque quelli che lottano contro l’austerità in tutta Europa. Qui c’è il seme della connessione sentimentale che è poi ciò che consente una politica viva. Ho connessione sentimentale con il mio popolo perché lotto con lui. E c’è connessione sentimentale tra chi sente di combattere la stessa giusta battaglia.

Da qui la possibilità che una vittoria sia condivisa e dia più frutti. La vittoria di Syriza in Grecia è la madre, ma insieme c’è il bel risultato dell’insieme delle sinistre di alternativa in tutta Europa. Alcune si confermano, in scenari difficili come Germania e Francia. Altre avanzano, specie dove laddove più chiara è la lotta contro l’austerità, come in Spagna, Portogallo, Irlanda. E si creano nuovi incontri come la bellissima scelta della lista spagnola Podemos, figlia degli Indignados, di aderire al gruppo Gue in Parlamento europeo con i suoi 5 eletti.

Tra i frutti nuovi di questa occasione di Tsipras ci sta certo la esperienza italiana, l’Altra Europa con Tsipras. Abbiamo tutti vissuto le difficoltà nel rendere possibile e concreto il progetto. E quelle di una campagna elettorale costruita dai poteri forti per rendere possibile quello che poi è stato il risultato finale e cioè l’edificazione di una nuova egemonia, quella Renziana. Pure, l’audacia ha pagato.

Se devo dire qual è il punto chiave, che può divenire di svolta, che ha permesso la sfida ripropongo ancora più esplicitamente ciò che dicevo all’inizio. Siamo riusciti a partire da noi, senza che questo partire da noi divenisse settarismo autistico. Non siamo cioè partiti da un posizionamento politicista misurato sul rapporto con gli altri, Renzi, i socialisti europei, ma da una nostra idea autonoma di Europa, di società, di coalizioni. Non siamo partiti cioè dall’evocazione di una formula, come quella del centrosinistra, ma di una soggettività, quella della sinistra. Sinistra europea, antiausterity, legata ai movimenti.

Se ci pensiamo bene, questa è l’essenza stessa della politica come elemento della democrazia e cioè definire sé nel progetto generale. Altrimenti si finisce succubi della trasformazione della politica in governance dove ciò che conta è la funzionalità al sistema.

Della vittoria di Renzi, che è stata grande, si possono e devono dire tante cose tese soprattutto a capire ancor prima di avere l’ansia di demistificarla. Ma una cosa si può dirla subito: è stata una vittoria senza festa. Non c’era in piazza il popolo che era solito festeggiare vittorie che sentiva comuni. La festa l’ha fatta lo staff di Renzi, perché è esso che ha vinto.

Certo non si vince a caso. E la vittoria di Renzi va letta, per quello che è stata e per quello che porta. A partire da come agirà nel quadro che si apre in Europa dopo queste elezioni europee. Nelle poche ore che i massmedia italiani hanno dedicato alla vera campagna elettorale europea, quelle dei primi risultati, appariva una foto che ritraeva insieme Tsipras, Merkel, Le Pen, come simboli di questo terremoto che sono state le elezioni.

Foto giusta perché disvelava quella che è stata la verità occultata del voto. Che ci sono tre tendenze che si sono affermate. Quella della continuità nella governabilità della “Europa reale” rappresentata dalla Merkel e quella di due strade opposte al cambiamento. La rifondazione dell’Europa di Tsipras e la sua distruzione di Le Pen. Questi i tre elementi forti messi in campo dal voto. E l’autonomia ricostruita di una sinistra europea dà alla sua prospettiva una chance reale. Al contrario i socialisti europei mostrano la corda,  spinti nel baratro dalle catastrofi francese e greca e dalle difficoltà in Paesi come la Polonia, l’Irlanda e tanti altri. Restano appesi a Schulz, a sua volta abbarbicato al suo ruolo tedesco, e a inglesi e, soprattutto, renziani che appaiono però cosa altra rispetto alla storia del socialismo europeo stesso.

Ora in particolare, nel riprendere delle manovre politiche, si mette in campo l’effetto Renzi che cerca un ruolo nel terremoto europeo. Mentre si proverà a mettere in campo una riedizione della governabilità delle larghe intese condita magari da una qualche “sfida” per la loro direzione, Renzi potrebbe giocare una partita propria, tra il “far valere l’Italia” e il “riformare l’Europa” magari con qualche rottamazione in salsa continentale.

Proprio il mix tra le due opzioni potrebbe essere la sua scelta. In fondo in Italia è servita la rottamazione per poi avvalersi del governo come luogo di costruzione della propria soggettività. Quale sia il mix tra i due fattori è cosa ancora in fieri anche se già da noi la vediamo all’opera. Il profilo di Renzi,  è stato scritto in modo per me convincente, è bonapartista cioè quello di una rivoluzione passiva con tratti decisionisti. Questa definizione mi convince di più di quella di nuova democrazia cristiana di cui mi pare manchino tratti fondamentali, sia nazionali, come la partecipazione comunque popolare, sia la costruzione di una stabilizzazione moderata internazionale. E, è stato scritto anche, neo blairiano. Su questo secondo aspetto, la riflessione mi pare necessaria. Perché se c’è in Renzi un piglio rispetto alla storia socialista che ricorda il blairismo, né Renzi viene da quella storia né appare interessato a mantenerne comunque alcuni tratti quanto piuttosto a spingere su una piena società di mercato e di individui accompagnata da vari sussidiarismi.

Sarà comunque da vedere come Renzi concretamente si spenderà in Europa. Anche perché qui c’è una durezza, quella che viene dal suo impianto ventennale, che non si arrende a un rottamismo facile. Piuttosto bisognerà vedere in azione quelle forze, dalla BCE di Draghi, al “partito americano, che già hanno proprie linee di intervento per “uscire” dall’austerità massimizzando gli elementi di modificazione sociale “conquistati” sul campo.

E poi c’è la spinta delle destre populiste, molto evocata per sostenere un voto alla conservazione, ma comunque ormai uscita dal vaso.

Continuare sulla strada di Tsipras per me è l’unica possibilità nostra, in Europa e in Italia. La strada cioè di una prospettiva autonoma, forte di un progetto e di una politica. Metterla a repentaglio per piegare se stessi e la propria identità a come collocarsi rispetto ai tentativi di riedificare la governance europea o allo stesso renzismo significa perdere l’opportunità che ci siamo costruiti. Senza per altro incidere né sugli assetti europei né sul renzismo.

Gli assetti europei vanno rovesciati a partire da due questioni:  basta austerità e potere alla democrazia. Questa la frontiera su cui incalzare gli altri. Compreso il Renzi europeo. Ma, soprattutto, su cui tessere la propria tela, dare le proprie battaglie.

La situazione italiana, chiede che si dia priorità alla ricostruzione delle sinistra come chiave di ricostruzione della democrazia. Intorno alla lista Tsipras si è avviato un cammino, con tanti errori e tante incomprensioni e anche avversità. E’ un cammino la cui direzione è nelle mani di tutti quanti coloro che, da singoli o da realtà organizzate, hanno contribuito a questo piccolo gesto di audacia.

“Modello Syriza per portare i movimenti in Europa”. Intervista ad Antonio Mazzeo | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Tsipras ha messo ben al centro della campagna elettorale la battaglia dei paesi del Sud Europa? 
Di fronte agli scenari drammatici sia economici che geostrategici e militari che si stanno giocando nel Sud Europa bisogna comunque spendersi e metterci la faccia. Il Mediterraneo è l’estrema frontiera di un‘Europa-fortezza che ha deciso di utilizzare la sponda Nord come teatro di guerra, negando l’identità di un mare che da secoli rappresenta luogo di confronto e di mobilità libera. L’Europa ha fatto una scelta, quella di impedire l’accesso ai migranti e alle migrazioni. Utilizzano Spagna, Grecia e Italia come avamposti per impedire il flusso migratorio. Risultato, migliaia di persone da una parte sono alla fame e, dall’altra si sperperano le risorse nel Frontex e si attaccano in chiave colonialista le terre del Nord-Africa. Da una parte creano la crisi e, dall’altra, agiscono con la guerra, in varie forme sia asimmetrica che guerreggiata.

Come si risponde?
In una logica internazionalista di ricostruzione non soltanto di una sinistra antagonista ma anche una sinistra che mette insieme le aree sociali più importanti, quelle colpite dalla crisi e apre un confronto con i movimenti e le soggettività che si pongono il rifiuto del modello neoliberista. Nel nostro paese il rapporto tra sinistra antagonista e movimenti è arretrato. Rischiamo di perdere il treno con l’Europa perché l’altra Europa dei movimenti e della sinistra radicale continua nonostante le crisi a crescere come ha dimostrato anche il voto francese. Esiste il problema in Italia delle sconfitte e delle divisioni che bisogna superare. Bisogna interrogarsi di fronte agli scenari drammatici e fare tutti un passo indietro. Fare quello che è stato fatto in Grecia con Syriza come lo strumento cardine per impedire le politiche della Troika. Ma imparare quello che è stato fatto in America Latina dove si sono creati fronti ampli che di fatto stanno impedendo la colonizzazione degli Usa. Il trattato di libero commercio è stato fermato dalle organizzazioni sociali.

Il modello Syriza segue il filone di una “lotta contaminante”.
Ecco appunto, partiamo da un’altra esperienza come la lotta contro il Ponte sullo stretto. Una città difficile e un’area drammatica da un punto di vista sociale con il controllo di mafia e massoneria. Quella lotta ha permesso di costruire un movimento che è andato al di là delle organizzazioni sociali. Un risultato inimmaginabile, la vittoria come sindaco di Accorinti. Sei si costruiscono processi dal basso e ci si mette in discussione quelle che sono lotte territoriali diventano lotte di trasformazione e di rimpossessamento dei territori. Elementi che le logiche del governo Renzi mettono in discussione perché cancellano le autonomie locali e le forme di rappresentanza dal basso. La mia candidatura in linea con l’esperienza di “Messina dal basso” e con Accorinti. Oggi le lotte territoriali non sono solo contro i processi liberisti ma anche per riappropriarsi della democrazia.

La giornata di Tsipras a Palermo è stata caratterizzata dal grande entusiasmo e da una forte caratterizzazione politica che ha creato un filo diretto tra i poteri criminali in Italia e lo strapotere di certe cordate politico-burocratiche a Bruxelles.
Certo, nel caso di Bruxelles non parliamo di organizzazioni militari come la mafia e la ‘ndrangheta ma certamente di gruppi bancari criminogeni. Quello che mi ha piacevolmente sorpreso è l’aver battuto tantissimo da parte di Tsipras, sia durante la visita che nel suo intervento, sulle mafie. La scelta di Palermo è un esempio per tutta l’Europa proprio per il modello di lotta sociale antimafia. Tsipras ha riconosciuto una identità storica a Palermo e alla Sicilia. E l’incontro con Di Matteo e la scelta di andare all’albero Falcone lo testimoniano. Tra le vittime di mafia, poi, ha scelto Rosario Di Salvo e Pio La torre ovvero figure di comuniste presenti e attivi nelle lotte scoiali e nella lotta per la pace.

Qual è il tuo slogan come candidato in questa competizione elettorale europea?
Non mi voglio più vergognare di essere l’europeo che guarda da questa parte della rete i fratelli dei Cie o, sempre diviso da una rete, i cacciabombardieri e i droni che spargono distruzione a livello continentale.

CARLO FORMENTI – I tanti equivoci sulla candidatura di Tsipras Fonte: Micromega | Autore: CARLO FORMENTI

Il dibattito a sinistra sulla candidatura di Tsipras alle elezioni europee sta assumendo toni e modalità a dir poco curiosi: la discussione sul forte impatto simbolico che un evento politico del genere potrebbe esercitare, e sulle implicazioni programmatiche che comporterebbe, vengono oscurati dai bizantinismi in merito alla “collocazione” che la lista potrebbe/dovrebbe avere nel quadro degli equilibri parlamentari europei e italiani (vedi l’articolo http://ilmanifesto.it/candidiamo-tsipras-alle-europee di Airaudo e Marcon su Il Manifesto di venerdì 17 gennaio) e dai distinguo in merito a quali soggetti, come e con quali procedure potrebbero/dovrebbero partecipare alla sua costruzione (vedi l’appello http://ilmanifesto.it/a-sinistra-una-lista-per-tsipras dal titolo “A sinistra, una lista per Tsipras”, ancora su Il Manifesto del giorno successivo). Airaudo e Marcon scrivono che “Bene ha fatto Vendola a sottolineare l’esistenza, anche per la sinistra italiana, di uno spazio fra Schultz e Tsipras”. Ma dal momento che tale spazio palesemente non esiste (o si è con Schultz, dirigente di un partito Socialdemocratico che gestisce, in condominio con Angela Merkel, la rappresentanza degli interessi del capitale finanziario che asfissia le classi subordinate di tutta Europa, o si è con Tsipras, che guida la più agguerrita compagine europea che si oppone a quegli interessi nel Paese che più di tutti ne ha pagato il fio), la sensazione è che i nostri mirino soprattutto a giustificare gli equilibrismi di Sel, eternamente in bilico fra il liberismo soft del Pd e un velleitario riformismo radicale. Un riformismo che cerca sponde europee per non confondersi con la sinistra radicale “reducista” e “ideologica”. L’appello apparso il giorno dopo non va in cerca di questo “spazio” immaginario, ma invita a schierarsi con Tsipras senza se e senza ma. Tuttavia, per un “reducista ideologico” come chi scrive, le “falle” programmatiche sono molte ed evidenti. Mi limito ad annotare che in nessuna parte del documento si dichiara esplicitamente che questa Europa e questo capitalismo finanziarizzato sono irriformabili, e che nessun ritorno all’europeismo dei padri fondatori, così come nessuna rianimazione del compromesso fra capitale e lavoro dei “Trenta gloriosi”(chi sono i nostalgici?) sono oggi possibili. Certo: all’inizio del documento si parla di “rivoluzione”, e in altre parti si evoca la necessità di avviare un processo costituente per costruire un’Europa realmente democratica, ma le soluzioni politiche indicate sembrano dare per scontata la possibilità di uscire dalla crisi attraverso alcuni radicali mutamenti di rotta in materia di politica economica, come se ciò fosse possibile senza una svolta in senso socialista, e non semplicemente democratico. Ciò detto, e tenuto conto che in queste elezioni si tratta soprattutto di aggregare un ampio fronte di lotta contro fiscal compact, devastazioni ambientali, privatizzazioni di beni comuni, negazione dei diritti dei migranti, sarei stato tentato di sottoscrivere l’appello, se non fosse per quanto si legge nell’ultima parte, laddove si spiega che la proposta degli estensori consiste nel costruire una lista che sostenga Tsipras ma non faccia parte del Partito della Sinistra Europea che lo esprime come candidato, cioè una lista promossa da movimenti e personalità della società civile, che candidi persone, anche con appartenenze politiche, che non abbiano avuto incarichi elettivi e responsabilità di rilievo nell’ultimo decennio. A parte l’ultima condizione (con la quale si è dichiarato d’accordo http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2014/1/16/39048-lettera-aperta-a-tutti-e-tutte-coloro-che-vogliono anche il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero – che è uno dei “convitati di pietra” evocati nel documento), tutto il resto solleva interrogativi radicali. 1) Chi sono le “personalità” della società civile? Alla voce personalità il Devoto Oli recita: “Chi gode di grande stima o che occupa una posizione di prestigio in un determinato campo: illustri p. della cultura, della politica, delle scienze” e ancora: ”Culto della personalità, ossequio esagerato verso un personaggio pubblico, spec. politico, che induce a stimarlo e a rispettarlo più per il ruolo e la funzione che ricopre, che non per le doti personali che gli vengono attribuite”. Curioso che un’area politico culturale che rifiuta il culto dei leader carismatici, la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, e rivendica un’ampia democrazia di base, ecc. usi simili parole: con quali criteri si stabilisce che qualcuno è una “personalità”? Non si rischia che a deciderlo siano le “personalità” che promuovono la lista? Il vero peccato del Movimento5Stelle è forse quello di essere guidato da una sola personalità (se fossero tante andrebbe bene)? 2) Che cosa è la società civile? Va bene non essere ideologici, ma sarebbe il caso di ricordare che della società civile fanno parte sfruttati e sfruttatori, oppressi ed oppressori: li vogliamo rappresentare tutti, indistintamente, oppure stare con Tsipras significa rappresentare gli interessi di una parte sociale, la più debole? Certo la parola parte è pericolosamente contigua alla parola partito, il cui solo suono fa rabbrividire gli estensori. Peccato che Syriza – come molte altre forze della sinistra radicale europea e come praticamente tutte le sinistre unitarie nate dalle rivoluzioni antiliberiste in America Latina – sia il frutto di un processo di aggregazione federativa di partiti, movimenti e associazioni. È per questo che si invita ad appoggiare Tsipras ma non la Sinistra Europea, una scelta paradossale e del tutto incomprensibile, che si giustifica solo tenendo conto delle interminabili faide che dilaniano le nostre sinistre radicali. 3) Naturalmente nell’appello si parla anche di movimenti. Già, ma il guaio è che una parte tutt’altro che trascurabile dei movimenti (vedi quelli che hanno dato vita alle manifestazioni del 18/19 ottobre scorsi) non si riconosceranno mai in un appello che esprime una visione populista di sinistra più che esplicitamente anticapitalista. Ma tanto quelli non votano comunque, qualcuno mi ha obiettato: più che probabile, ma forse, se la smettessimo di dividere i movimenti in buoni (girotondi, popoli viola, liste civiche, paladini della Costituzione, ecc.) e cattivi (gli antagonisti) le cose potrebbero cambiare