Processo trattativa Stato-Mafia da: antimafia duemila

Trattativa, Cappello: ”Madonia mi disse che Berlusconi si sarebbe interessato al 41bis”

berlusconi sbarre 41 bis Torna sotto i riflettori il movimento politico voluto da Bagarella “Sicilia Libera”
di Lorenzo Baldo
“Piddu Madonia mi disse di votare per Berlusconi che stava cercando di fare qualcosa per far chiudere Pianosa e l’Asinara e far alleggerire il 41bis. Era il periodo delle votazioni, io dissi ad amici e parenti di votare Forza Italia. Madonia mi diceva che la sofferenza non sarebbe durata tanto e che se avesse vinto Forza Italia avrebbero fatto chiudere Pianosa e l’Asinara, avrebbero alleggerito il 41bis e sarebbero intervenuti sulla legge sui collaboratori”. E’ l’ex stiddaro del ragusano, Angelo Cappello, a parlare in videoconferenza al processo sulla Trattativa. Per alcuni mesi del ’94 era stato detenuto nel carcere di Siracusa nella stessa cella assieme al rappresentante provinciale di Cosa Nostra per Caltanissetta, nonchè componente della “commissione regionale” (condannato tra l’altro all’ergastolo per la strage di Capaci) Giuseppe “Piddu” Madonia. Che gli avrebbe rivolto queste confidenze su Berlusconi e Forza Italia. Il pentito Cappello racconta che ad ottobre ’92, dopo il suo arresto, per un primo periodo era stato detenuto a Ragusa e dopo alcuni spostamenti in altre carceri era stato trasferito al supercarcere di Pianosa in pieno 41bis. “A Pianosa la detenzione era molto dura – racconta il pentito –. Eravamo messi tutti assieme, mi vedevo con palermitani, napoletani, calabresi”. Tra i sodali palermitani con i quali aveva avuto rapporti c’erano i boss: Antonino Troia, Gioacchino La Barbera, Salvatore Montalto, Antonio Troia, Giuseppe Maria Di Giacomo e il nipote di Totò Riina, Francesco Grizzaffi. Quest’ultimo, a detta di Cappello, durante l’estate del ’93 aveva raccolto le sue lamentele per essere stato schiaffeggiato da una guardia carceraria. “Grizzaffi mi disse di non preoccuparmi che Pianosa e l’Asinara sarebbero state chiuse e che il 41bis sarebbe stato alleggerito. Tutto questo sarebbe avvenuto grazie a un personaggio, a un ‘dottore’… il nome non me lo fece e io non glielo chiesi”. In aula la difesa di Dell’Utri lamenta che il nome “Berlusconi” sarebbe uscito solamente in questo contesto e non prima. Di fatto nei verbali riassuntivi il riferimento esplicito è quello di sostenere Forza Italia per ottenere quei benefici tanto agognati per i detenuti. Al di là del riscontro da espletare sui verbali integrali restano le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che non fanno altro che avallare le precedenti affermazioni di chi ha affrontato questi temi prima di lui.

L’epopea di “Sicilia Libera”
Con l’audizione del funzionario della Dia, Giuseppe Fonti, si è tornati a parlare del movimento politico “Sicilia Libera”, espressamente voluto dal boss di Cosa Nostra Leoluca Bagarella. Di fatto nell’autunno del ’93 l’ex imprenditore di Brancaccio legato a Cosa Nostra, Tullio Cannella,  su indicazioni di Bagarella, aveva contribuito alla nascita di questo movimento autonomista durato pochissimi mesi e poi scioltosi in coincidenza con la nascita di Forza Italia. “Sicilia Libera”, però, non può essere etichettata unicamente come il risultato della decisione solitaria di un boss di Cosa Nostra. Così come ha ricordato l’ex pm Antonio Ingroia in una recente intervista in quel periodo storico “si costituivano delle leghe meridionali che avevano come punti di riferimento Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, cioè la P2 e la destra eversiva a loro volta collegati a pezzi della criminalità organizzata italiana”.  Nell’indagine denominata “Sistemi Criminali” (condotta dai pm Scarpinato, Gozzo, Lo Forte e lo stesso Ingroia) si ipotizzò che con quelle leghe si sarebbe potuto arrivare ad “un vero proprio progetto di golpe”. Che non si è mai realizzato, ma che probabilmente è “confluito” in quella trattativa “politica” tra Stato e mafia sulla quale oggi si tenta di fare luce.
Prossima udienza giovedì 1° ottobre.

Trattativa: la svolta del procuratore di Palermo Messineo da: antimafia duemila

pool-trattativa-aula-processodi Giorgio Bongiovanni – 5 giugno 2014

Il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo ha deciso di assegnare il nuovo filone d’indagine sulla trattativa mafia-Stato ai pubblici ministeri Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia, che proseguiranno nelle attività investigative insieme al pm Francesco Del Bene coordinati dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi. Una buona notizia che conferma come il Tribunale di Palermo abbia un procuratore capo indipendente, che ha reso merito alla inequivocabile competenza in materia di mafia dei magistrati del pool trattativa (che si stanno occupando del processo in corso sul dialogo intavolato da pezzi di Cosa nostra e delle istituzioni nei primi anni ’90).
Nel rispetto della legge e delle procedure del caso, a seguito della circolare emessa dal Consiglio superiore della magistratura che indicava nuove restrizioni per le indagini di mafia, da affidare solo ed esclusivamente a chi fa parte della Dda, Messineo ha inviato un quesito per chiedere spiegazioni in merito all’indagine trattativa Stato-mafia. Dei quattro magistrati che si occupano delle nuove indagini, infatti, solo Teresi è in possesso di tale requisito: l’incarico di Di Matteo era già scaduto e quello di Del Bene prossimo alla scadenza, mentre Tartaglia, con un minor numero di anni di carriera alle spalle, non è ancora entrato a fare parte della Direzione distrettuale antimafia.

A seguito, dunque, del rischio di un azzeramento del pool di Palermo – che avrebbe comportato la perdita, per le indagini, di competenze ineguagliabili date dall’aver seguito il fascicolo d’inchiesta fin dalla sua genesi – Messineo si era dunque deciso a chiedere delucidazioni al Csm. Il procuratore capo sottolineava il fatto che, nei casi in cui dovessero emergere “elementi indiziali a carico di nuovi e diversi soggetti rispetto a quelli per i quali si procede e tuttavia per il medesimo fatto ascritto a questi ultimi, con conseguente necessità di stralcio onde procedere separatamente alle relative indagini”, come è il caso del procedimento sulla trattativa, “in ossequio al principio di continuità nella assegnazione delle indagini per un medesimo fatto” è fondamentale non disperdere il patrimonio conoscitivo dei magistrati, che non fanno parte della Dda. Infine, non ricevendo risposta, Messineo stesso ha assegnato le deleghe, ritenendo che la nuova inchiesta fosse comunque scaturita dalla vecchia indagine già assegnata a Di Matteo ed essendo certamente consapevole dell’esigenza di permettere il proseguimento delle indagini sulla trattativa bis, che presumibilmente potrebbero toccare soggetti appartenenti a sfere di potere ben più alte rispetto a coloro che oggi sono alla sbarra insieme ai boss mafiosi. Diversamente, sarebbe stato anomalo se le indagini fossero state invece delegate ad altri magistrati, non per il rischio che le carte dell’inchiesta finiscano sul tavolo di pubblici ministeri incompetenti, ma piuttosto perchè questi non avrebbero, com’è ovvio, la conoscenza storica del percorso compiuto dall’inchiesta fino a oggi. Ogni secondo perso rappresenta una sconfitta per lo Stato e per i cittadini. Nino Di Matteo continuerà quindi ad essere coordinatore, insieme a Tartaglia, delle indagini sulla trattativa, mentre invece non seguirà il processo al generale dell’Arma Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu (imputati di favoreggiamento aggravato alla mafia) per il quale in primo grado aveva rappresentato la pubblica accusa. È stato il procuratore generale Roberto Scarpinato a rigettare la richiesta, in quanto il pg ha deciso di rappresentare personalmente la pubblica accusa insieme al sostituto procuratore Luigi Patronaggio. Scarpinato ha infatti ritenuto che non sia “opportuno incrementare ulteriormente il coefficiente di rischio a cui è soggetto Di Matteo”.
Intanto alcuni giorni fa è stata promossa una petizione da parte di Salvatore Borsellino e della redazione Antimafia Duemila, che in poco tempo ha superato 25mila firme. Nella petizione, appoggiata da migliaia cittadini da tutta Italia e anche dall’estero, si richiede al Csm che promuova Nino Di Matteo nominandolo procuratore aggiunto. Il Consiglio superiore della magistratura è indipendente, ma non può non tenere conto dell’opinione pubblica italiana, di cui una parte risulta essere sempre più vigile e attenta sul tema della lotta alla mafia.

Il senso di Fiandaca per il patto Stato-mafia Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 22 maggio 2014 di Antonio Ingroia –

ingroia-antonio-web20di Antonio Ingroia – 22 maggio 2014

La Trattativa “Il prof è giustificazionista”
È triste veder crescere ogni giorno i segni sempre più evidenti della decadenza etica del nostro Paese, sintomatica del decadimento, intellettuale e politico, di una classe dirigente, ingoiata da una questione morale che è criminale. Un decadimento che non solo si vede nel crepuscolo di potenti assicurati alle patrie galere come Dell’Utri e Scajola, ma che invade ogni angolo del Paese e caratterizza questa orribile campagna elettorale dove si ignora l’Europa che ne uscirà, e si rincorrono slogan, annunci e insulti.

Un decadimento che contagia anche ambienti impensabili se uno studioso come Giovanni Fiandaca, passato con disinvoltura dal movimentismo dei “professori” alle liste del Pd, entra nella bagarre elettorale promettendomi “calci nel sedere” se dovessi ancora criticarlo per l’opera di disinformazione e giustificazione della trattativa Stato-mafia alla quale si è da ultimo con dedizione applicato, così guadagnandosi il plauso di quel mondo politico che finora non lo aveva mai apprezzato.
E nella settimana della strage di Capaci è il momento di rimettere dritti in fila i fatti che il giustificazionista F. ha rovesciato e imbracciare la matita rossa e blu per sottolineare alcuni dei tanti grossolani errori, di storia e di diritto, che si trovano nel suo libro La mafia non ha vinto. E perciò lo farò per punti, ogni punto un calcio nel sedere, ovviamente figurato e affettuoso, come quelli che lui vorrebbe rifilarmi, forse per guadagnare benemerenze in alto loco. I fatti sono testardi, come me, pronto a confrontarmi in un pubblico dibattito, davanti alle telecamere de Il Fatto Tv o dove lui vorrà.

Il travisamento dell’imputazione
Il primo rilievo o meglio, come lui ama dire, il primo calcio nel sedere, è logico-giuridico. Fondamentale regola per criticare è conoscere cosa si vuole criticare, ancor più doveroso per uno sudioso. Ma questa regola sembra non valere per lui, che pare neanche conoscere i reati contestati. Dedica infatti buona parte del libro a dimostrare che trattare con la mafia non è reato, senza tenere in alcun conto che nessuno degli accusati è imputato del reato di trattativa. L’imputazione è di minaccia contro un Corpo politico-amministrativo dello Stato, in questo caso il governo, al quale Cosa Nostra fece pervenire, tramite una catena di emissari e intermediari, le sue richieste per non proseguire la strategia omicidiaria, avviata con il delitto Lima nel marzo 1992. Mai prima d’allora la mafia ebbe una potenza militare tale da minacciare lo Stato per estorcergli benefici. E di fronte a un’estorsione, coerentemente, ogni emissario e intermediario fra il minacciante (la mafia) e il minacciato (il governo), che abbia agevolato intenzionalmente e consapevolmente la minaccia, è stato imputato, mafioso o non mafioso che fosse. Niente di trascendentale : l’applicazione del codice e del principio di eguaglianza. Come va punito chi agevola il mafioso nel mettere l’estorto in stato di soggezione, così va fatto con l’intermediario delle minacce verso lo Stato. Cosa c’entra la divisione dei poteri con tutto questo? Nulla. Nessuno è stato incriminato per la scelta politica di avere ceduto alla trattativa: non lo sono né Mancino e neppure Conso, accusati semmai di non avere detto la verità. Invece, pur di demolire il processo, si imbrogliano le carte e il giustificazionista F. si lancia in un’appassionata difesa della scelta di Conso di allentare il 41 bis nel ’93, scelta eticamente e politicamente condannabile , ma penalmente mai contestata, visto che Conso è imputato solo di false informazioni al Pm, come Mancino di falsa testimonianza. Avrà un ex ministro almeno il dovere di dire la verità sulle ragioni di certe scelte? Ma su questo il giustificazionista F. preferisce tacere.

La mistificazione dei fatti storici
Il secondo calcio nel sedere. Ovvio che, se si vuole contestare la ragion d’essere di un’inchiesta, è buona regola che non se ne ignori la piattaforma probatoria, dando per assodata la tesi difensiva, secondo cui la trattativa aveva il nobile intento di strappare uno Stato impotente dalle grinfie di una mafia vincente. La procedura logicamente corretta è esattamente inversa. Bisognerebbe semmai confrontarsi sull’assunto dell’accusa, e cioè che il movente della trattativa fu di salvare, non lo Stato, ma una casta, una ristretta cerchia di politici condannati a morte da Cosa Nostra perché ritenuti colpevoli di avere tradito la mafia per non avere mantenuto i patti. Solo il processo potrà dire se l’accusa è provata. Ma se questa è l’accusa, ci vuole davvero impudenza per definire “meritoria e coraggiosa” l’iniziativa degli imputati di avviare la trattativa, come fa il giustificazionista F. Ed è anche un falso storico, visto che invece risulta da questo e altri processi e perfino da sentenze definitive che la trattativa ha salvato la vita di qualche uomo politico, ma certamente ne ha sacrificato molte altre, come quella di Paolo Borsellino, considerato un ostacolo per la trattativa, e quelle delle vittime innocenti delle stragi del ’93.

L’ignoranza degli effetti nefasti
Ovvero, il terzo calcio nel sedere (sempre affettuosamente parlando). Ancor più grave l’ottundimento interpretativo dei fatti che arriva a ignorare i benefici che la mafia provenzaniana ha tratto dal patto politico-mafioso siglato nel ’94 alla chiusura della trattativa. Qui il giustificazionismo giunge alla sua apoteosi, perché nello sforzo di negare gli effetti nefasti della trattativa politico-criminale si finisce anche per dare dignità alle larghe intese (il che non guasta…) e glorificare la politica antimafia berlusconiana, così ignorandone i guasti di cui ha beneficiato tutto il mondo criminale. Dallo svuotamento del 41 bis, all’inefficienza sempre più spiccata dello strumento penale contro i reati-spia della mafia, all’azzeramento del fenomeno del pentitismo, e così via. E anche su questo il giustificazionista F. preferisce tacere.

Conformismi, pregiudizi e carrierismi
Come spiegare tutto questo? Inequivoco il senso della scelta del Pd di investire su F. solo quando è diventato il giustificazionista della trattativa. E così si comprende tutto: i toni delle polemiche ingenerose, omologate alle barbarie del linguaggio in voga, le difese d’ufficio fuori luogo, perfino invocando per la trattativa improponibili stati di necessità, sorprendenti svarioni giuridici, come quando si confonde movente della trattativa e dolo richiesto per la configurabilità del reato. Succede quando pregiudizi e conformismi politici prevalgono. Come in uno specchio rovesciato di un Paese alla rovescia. Ai tempi di Sciascia si polemizzava sui professionisti dell’antimafia, oggi abbiamo i professori del giustificazionismo delle trattative con la mafia. Altri tempi. Poveri noi.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 22 maggio 2014

Trattativa, Spatuzza: “Don Puglisi ucciso perché voleva il nostro territorio”da: il fatto quotidiano

Il collaboratore di giustizia durante l’udienza a Roma per il processo sulla trattativa Stato-mafia racconta al pm Di Matteo il movente dell’omicidio del prete antimafia ucciso nel 93 nel quartiere palermitano di Brancaccio. Poi torna sulla figura misteriosa che partecipò alla preparazione dell’attentato di via D’Amelio: “Negli anni ho provato a identificarlo, ma non ci sono riuscito”

Aula Bunker

Don Pino Puglisi con il suo impegno e la sua lotta “voleva impossessarsi del territorio di Cosa nostra”. Per questo – racconta il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza – venne ucciso il 15 settembre del 1993, giorno del suo 56° compleanno. Fu proprio Spatuzza, all’epoca killer dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, a sparare al parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, feudo di una delle famiglie più fedeli a Totò Riina. Ma il pentito, nella sua deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, si sofferma su altri tasselli della strategia mafiosa contro lo Stato, che secondo i magistrati di Palermo servirono a comporre il puzzle della trattativa. Rispondendo alle domande del pm palermitano Nino Di Matteo, l’ex soldato torna a parlare di quell’uomo misterioso, “esterno all’organizzazione”, che seguì la preparazione dell’attentato contro Paolo Borsellino; e torna a parlare degli attentati compiuti dalla piovra nel 1993 fuori dalla Sicilia.

“Don Puglisi minaccia per Cosa nostra”
Il prete, con le use iniziative che puntavano a sottrarre i ragazzi del quartiere dalle mire di Cosa nostra, rappresentava una minaccia troppo pericolosa per i boss. E per questo – ammette il pentito – “abbiamo deciso di ucciderlo”. Uno dei testimoni chiave del dibattimento torna a descrivere i retroscena di quel delitto e racconta di aver prima “pensato di simulare un incidente” e poi di aver deciso “di ucciderlo in quel modo” (padre Puglisi venne assassinato in piazza, ndr). L’ex soldato dei Graviano sviscera davanti ai giudici della Corte d’Assise di Palermo i dettagli per pianificare l’agguato. “Abbiamo iniziato delle osservazioni – prosegue Spatuzza – poi abbiamo infiltrato nell’associazione di don Puglisi una persona, io certo non potevo farlo perché in Chiesa non ci andavo e la mia presenza poteva dare sospetti”.

Lo sconosciuto che partecipò alla preparazione di via D’Amelio
Spatuzza, detto u tignusu a causa della calvizia, ripercorre la sua storia criminale fino ad addentrarsi nei giorni oscuri che precedettero l’attentato di via Mariano D’Amelio, del 19 luglio 1992. Il filo nero dei ricordi viene riavvolto fino al giorno prima del “botto” in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. E arriva fino a quella figura misteriosa presente nel garage dove la Fiat 126 venne imbottita di esplosivo. “Non era un ragazzo, né un vecchio. Doveva avere 50 anni. Non l’avevo mai visto prima, né lo vidi dopo quella volta. Di certo non era di Cosa nostra”.

Una figura sparita nel nulla. Un fantasma. Di cui Spatuzza non riesce a ricordare altri particolari. “In questi anni – aggiunge – mi sono sforzato di dare indicazioni su di lui, ma lo ricordo come un negativo sfocato di una foto”. “Non mi allarmò la presenza di quell’uomo – aggiunge – perché se era lì era perché Giuseppe Graviano lo voleva”. Negli anni gli inquirenti hanno sospettato che il personaggio descritto dal pentito appartenesse ai Servi segreti o fosse l’esperto usato dalla mafia per gli aspetti tecnici dell’attentato. Spatuzza descrive poi il suo ruolo nel furto della 126 e delle targhe da sostituire e nel trasferimento della macchina da Brancaccio al garage nella zona della Fiera di Palermo, a poca distanza da via D’Amelio.

“A Firenze abbiamo sbagliato obiettivo”
Il racconto del pentito fa poi un balzo in avanti, fino a scivolare negli episodi di sangue che scandirono la stagione stragista che nel 93 portò la guerra di Cosa nostra in Continente: a Firenze, Roma e Milano. Spatuzza si sofferma sull’attentato che sventrò il capoluogo toscano e precisa che il commando mafioso sbagliò obiettivo. Incalzato dalle domande del pm Di Matteo ricostruisce l’organizzazione della strage di via dei Georgofili dove persero la vita sei persone.“Siamo partiti da Palermo con la foto del monumento da colpire a Firenze ma non lo abbiamo centrato. Non so se 100 o 200 metri da dove avvenne l’esplosione ma il fiorino si fermò prima, non so se per colpa di un vigile”.

“Dovevamo sequestrare editore Ardizzone”
Ma il piano dei corleonesi per mettere in ginocchio lo Stato non si sarebbe dovuto fermare ai morti di Firenze, Roma e Milano. “Progettammo dei sequestri di persona per finanziare la nostra attività – continua u tignusu – avevamo già scelto gli obiettivi e i nascondigli. Dovevamo rapire il nipote di un imprenditore che aveva una fabbrica di argenteria a Brancaccio e il proprietario del Giornale di Sicilia Ardizzone“. “Il piano, che poi fu accantonato, era in fase avanzata – ricorda -. E Graviano con una battuta mi disse: ‘affidiamo i sequestrati ai latitanti, gli diamo un po’ di lavoro’”.

“Dobbiamo portarci dietro altri morti”
 Spatuzza giunge a un altro capitolo, mai del tutto chiarito, nella storia nera delle stragi: il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma a gennaio del 94. ”Graviano mi disse ci dobbiamo portare dietro un po’ di morti – ricorda – così chi si deve muovere si dà una smossa. C’è una situazione che se va a buon fine ne avremo tutti dei benefici, anche i carcerati”. “Nel progetto che mi venne affidato – aggiunge – c’erano già le modalità esecutive. Dovevo andare a Roma e uccidere un bel po’ di carabinieri”. ”Perché – disse Graviano – ‘gli dobbiamo dare il colpo di grazia’”.

“Graviano alluse a Trattativa”
La deposizione arriva all’epilogo. Spatuzza ricorda: 
“Graviano non usò mai con me l’espressione trattativa. Disse che c’era una cosa in piedi. Allora io, inserendo quella frase nel contesto in cui venne pronunciata, capii però che alludeva a un accordo, a una trattativa”. Il pm Di Matteo gli ha contesta che in altre occasioni aveva espressamente parlato di trattativa e il pentito risponde: “Graviano non lo disse, ma se non era trattativa quella cosa lo è?”.

Interrogato dal pm Francesco Del Bene, Spatuzza racconta un episodio che sarebbe accaduto a gennaio del 1994 quando un nutrito numero di killer di Cosa nostra erano a Roma per organizzare un attentato ai carabinieri allo stadio Olimpico. “Con un’aria gioiosa mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza”. “Poi – spiega – aggiunse che quelle persone non erano come quei 4 crasti (cornuti, ndr) dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe detto Graviano. “Poi – continua il pentito – mi fece il nome di Berlusconi e aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”.

 

Difesa di Dell’Utri: “Inattendibile”
La deposizione di Spatuzza è stata preceduta da una schermaglia processuale tra la difesa dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, tra gli imputati, e i pm. Il difensore di Dell’Utri, l’avvocato Giuseppe Di Peri, ha chiesto che venga depositato agli atti del processo il verbale illustrativo della collaborazione di Gaspare Spatuzza, una mossa finalizzata a dimostrare l’inattendibilità del pentito che non ha parlato, nella dichiarazione di intenti imposta dalla legge ai collaboratori di giustizia, delle notizie apprese dal boss Giuseppe Graviano su Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Per il legale, Spatuzza ha parlato delle circostanze riferite da Graviano dopo i 180 giorni che la legge indica come termine massimo entro il quale i pentiti devono dire all’autorità giudiziaria quanto a loro conoscenza. Le dichiarazioni tardive vennero bollate dalla corte d’appello di Palermo che condannò Dell’Utri nel 2010 per concorso in associazione mafiosa e che stigmatizzò il comportamento di Spatuzza dichiarandolo inattendibile.

 

La Procura ha depositato un verbale illustrativo aderendo all’istanza del legale. Ma il difensore ha sostenuto che quello prodotto dai pm non è il verbale da lui richiesto, esistendone uno precedente. La Procura ha replicato che quello a cui il legale ha alluso è solo il primo verbale di interrogatorio reso dal collaboratore, non il verbale di intenti

Trattativa Stato-mafia: in aula Bellini, la “Primula rossa” del terrorismo nero da: il fatto quotidiano .it

Il protagonista di mille misteri si trovava a Enna nel dicembre del 1991, proprio mentre nella setssa città i boss di Cosa nostra si riunivano per pianificare le stragi. Il suo nome collegato alla vicenda Gioè e agli albori della Falange armata

Strage di Capaci

È riemerso dal passato come uno dei tanti pezzi di un puzzle ancora tutto da comporre, collegando l’eversione nera alla strategia stragista di Cosa nostra che mise a ferro e fuoco il Paese tra il 1992 e il 1993. Tra le nuove prove raccolte dai pm che indagano sulla trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, c’è una ricevuta rilasciata da un hotel di Enna, datata 6 dicembre 1991 e intestata a uno dei personaggi più controversi che fanno capolino sullo sfondo del patto segreto tra la piovra e le istituzioni. È solo un pezzo di carta, ma apre spiragli nerissimi e sconosciuti. Perché quella ricevuta certifica la presenza di Paolo Bellini a Enna, in quella fredda notte d’inverno, pochi mesi prima che le stragi al tritolo cambiassero per sempre la storia d’Italia.

Una presenza che gli investigatori definiscono inquietante e sulla quale l’ex esponente di Avanguardia Nazionale è chiamato a rispondere in aula, dato che da stamattina depone come teste del processo sulla trattativa, in trasferta all’aula bunker del carcere romano di Rebibbia dove nei prossimi giorni sarà ascoltato anche il pentito Gaspare Spatuzza. Bellini è già stato interrogato dai pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, ma si è limitato a spiegare che all’epoca si trovava in Sicilia per una semplice questione d’affari: doveva recuperare alcuni crediti a Catania. Giustificazione che non ha convinto gli inquirenti: perché Bellini decide di pernottare ad Enna, a novanta chilometri dalla città etnea?

Un dubbio lecito, dato che è proprio negli ultimi mesi del 1991 che Cosa Nostra decide di mettere a punto la strategia di guerra allo Stato. E lo fa in una serie di riunioni che hanno luogo proprio ad Enna nelle ultime settimane del 1991. La sentenza della Cassazione sul maxi processo è alle porte, Totò Riina sa che le coperture politiche del passato sono saltate, sa che la Piovra è giunta al giro di boa: decide dunque di convocare i principali capimafia in un casale nei pressi di Enna, dove dopo una serie di incontri viene messo a punto il piano stragi. “Ci dobbiamo pulire i piedi” dice il capo dei capi ai suoi. “La riunione è stata l’atto finale. Erano lì da circa tre mesi, nella provincia di Enna. Avevano fatto la nuova strategia e avevano deciso i nuovi agganci politici, perché si stanno spogliando anche di quelli vecchi” racconta il pentito Leonardo Messina già il 4 dicembre del 1992, davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia. “Cosa nostra – continua Messina – sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro. In tutto questo Cosa nostra non è sola, ma è aiutata dalla massoneria. Ci sono forze nuove, si stanno rivolgendo. Sono formazioni nuove. Non tradizionali. Non vengono dalla Sicilia”.

Quali sono queste forze? E da dove vengono? E cosa ci fa Bellini a Enna, proprio nello stesso periodo in cui i boss sono riuniti in assise permanente per mettere in campo il piano che a suon di bombe farà tremare l’Italia per un biennio? Un passato in Avanguardia Nazionale, condito da diversi arresti mancati che gli hanno fatto conquistare sul campo il soprannome di Primula Nera, quella di Bellini è una storia da film: esperto di opere d’arte, fuggito in Brasile, noto per diversi anni come Roberto Da Silva, nel 1999 finisce in manette e decide di collaborare con la magistratura, confessando una decina di omicidi, tra cui quello dell’esponente di Lotta Continua Alceste Campanile.

Bellini racconta anche di aver conosciuto Nino Gioè e di aver intrattenuto con lui una sorta di trattativa parallela: i mafiosi avrebbero fatto ritrovare alcune opere d’arte rubate, e in cambio avrebbero ottenuto l’alleggerimento del carcere duro. Ipotesi mai andata in porto, ma una delle tante piste dietro alle stragi di Firenze, Roma e Milano, conduce proprio alla Primula Nera, che sarebbe stato l’ispiratore degli attentati mafiosi al patrimonio artistico italiano. “Supponendo che il signor Bellini fosse un infiltrato” scrive Gioè nell’ultimo appunto trovato in carcere, prima di morire in uno strano caso di suicidio che non è mai stato chiarito del tutto. In quello stesso appunto il boss di Altofonte fa cenno a Domenico Papalia, lo ‘ndranghetista che il 27 ottobre del 1990 ordina l’assassino dell’educatore carcerario Umberto Mormile: dettaglio importante, dato che quel delitto segna la nascita della Falange Armata, che rivendica prontamente l’omicidio.

Solo che qualche mese più tardi l’oscura sigla compare in Sicilia, dove i boss vengono prontamente istruiti sul come rivendicare le stragi. “Per quanto riguarda gli obiettivi da colpire si trattava di azioni di tipo terroristico anche tradizionalmente estranee al modo di operare e alle finalità di Cosa Nostra. Queste azioni secondo una prassi che erano già in atto da tempo dovevano essere rivendicate con la sigla Falange Armata”, è il racconto del pentito Maurizio Avola. Chi dice ai picciotti che bisognava utilizzare quella sigla? E l’ordine viene dato proprio durante le riunioni di Enna? Interrogativi che al momento non hanno alcuna risposta. È un fatto però che Paolo Bellini si materializza a Enna proprio in quel periodo: una presenza esterna a Cosa nostra, a cavallo tra l’eversione nera e i servizi, presente nel cuore della Sicilia proprio durante quegli incontri preparatori che tingeranno a lutto la storia d’Italia.