Don Ciotti: Le minacce di Riina rivolte al tutto il popolo di Libera, solo un “noi” può vincere la mafia | Autore: Don Luigi Ciotti

-Le minacce di Totò Riina dal carcere sono molto significative. Non sono infatti rivolte solo a Luigi Ciotti, ma a tutte le persone che in vent’anni di Libera si sono impegnate per la giustizia e la dignità del nostro Paese. Cittadini a tempo pieno, non a intermittenza.-Solo un “noi” – non mi stancherò di dirlo – può opporsi alle mafie e alla corruzione. Libera è cosciente dei suoi limiti, dei suoi errori, delle sue fragilità, per questo ha sempre creduto nel fare insieme, creduto che in tanti possiamo fare quello che da soli è impossibile.

-Le mafie sanno fiutare il pericolo. Sentono che l’insidia, oltre che dalle forze di polizia e da gran parte della magistratura, viene dalla ribellione delle coscienze, dalle comunità che rialzano la testa e non accettano più il fatalismo, la sottomissione, il silenzio.

-Queste minacce sono la prova che questo impegno è incisivo, graffiante, gli toglie la terra da sotto i piedi. Siamo al fianco dei famigliari delle vittime, di chi attende giustizia e verità, ma anche di chi, caduto nelle reti criminali, vuole voltare pagina, collaborare con la giustizia, scegliere la via dell’onestà e della dignità. Molti famigliari vanno nelle carceri minorili dove sono rinchiusi anche ragazzi affiliati alle cosche.

-La politica deve però sostenere di più questo cammino. La mafia non è solo un fatto criminale, ma l’effetto di un vuoto di democrazia, di giustizia sociale, di bene comune. Ci sono provvedimenti urgenti da intraprendere e approvare senza troppe mediazioni e compromessi. Ad esempio sulla confisca dei beni, che è un doppio affronto per la mafia, come anche le parole di Riina confermano. Quei beni restituiti a uso sociale segnano un meno nei bilanci delle mafie e un più in quelli della cultura, del lavoro, della dignità che non si piega alle prepotenze e alle scorciatoie.

-Lo stesso vale per la corruzione, che è l’incubatrice delle mafie. C’è una mentalità che dobbiamo sradicare, quella della mafiosità,dei patti sottobanco, dall’intrallazzo in guanti bianchi, dalla disonestà condita da buone maniere. La corruzione sta mangiando il nostro Paese, le nostre speranze! Corrotti e corruttori si danno man forte per minimizzare o perfino negare il reato. Ai loro occhi è un’azione senza colpevoli e dunque senza vittime, invece la vittima c’è, eccome: è la società, siamo tutti noi.

-Per me l’impegno contro la mafia è da sempre un atto di fedeltà al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, delle violenze, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi. Al suo richiamarci a una “fame e sete di giustizia” che va vissuta a partire da qui, da questo mondo. Riguardo don Puglisi – che Riina cita e a cui non oso paragonarmi perché sono un uomo piccolo e fragile – un mafioso divenuto collaboratore di giustizia parlò di “sacerdoti che interferiscono”. Ecco io mi riconosco in questa Chiesa che “interferisce”, che non smette di ritornare – perché è lì che si rinnova la speranza – al Vangelo, alla sua essenzialità spirituale e alla sua intransigenza etica.
Una Chiesa che accoglie, che tiene la porta aperta a tutti, anche a chi, criminale mafioso, è mosso da un sincero, profondo desiderio di cambiamento, di conversione.
Una Chiesa che cerca di saldare il cielo alla terra, perché, come ha scritto il Papa Francesco: «Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo».

L’ordine di Riina: “Don Ciotti come don Puglisi, ammazziamolo” da: antimafia duemila

ciotti-papa-okdi Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari – 31 agosto 2014

“Questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi, Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo. Salvatore Riina, uscendo, è sempre un pericolo per lui… figlio di puttana”. E’ sempre il Capo dei capi Totò Riina, ad emettere la sentenza di morte direttamente dal carcere Opera di Milano in uno dei suoi dialoghi con il boss pugliese Alberto Lorusso.
L’intercettazione è datata 14 settembre 2013, alla vigilia dell’anniversario della morte di don Pino Puglisi. Alla notizia che la chiesa vuole fare Beato il prete che a Brancaccio è sceso in prima linea contro la mafia. “Il quartiere lo voleva comandare iddu – dice Riina di don Puglisi, – Ma tu fatti il parrino, pensa alle messe, lasciali stare… il territorio… il campo… la Chiesa… lo vedete cosa voleva fare? Tutte cose voleva fare iddu nel territorio… tutto voleva fare iddu, cose che non ci credete”.

Un impegno che dava fastidio in quanto riusciva ad intervenire su tanti bambini che vivevano per strada e che consideravano i mafiosi come idoli e persone rispettabili. Ed oggi la mafia non è cambiata e guarda ancora alla strada per reclutare nuove figure. Ed oggi come in passato ci sono preti in prima linea che sono esempio per tanti ragazzi. E don Luigi Ciotti è sicuramente uno di questi. Un simbolo che prima ha fondato il Gruppo Abele come aiuto ai tossicodipendenti e altre varie dipendenze, poi ha dato vita all’Associazione Libera la cui attività contro i soprusi delle mafie in tutta Italia è di assoluto valore. Le parole del boss corleonese hanno subito messo in allarme gli investigatori della Dia di Palermo tanto che, oltre ad avvertire la procura di Palemro, è stata inviata una nota riservata al Viminale per sollecitare il rafforzamento della scorta attorno a don Luigi. In quei mesi di dialogo con Lorusso, figura ancora da decifrare capace di scrivere messaggi criptati in fenicio, Riina è stato come un “fiume in piena”.
Riina continua parlando del fondatore di Libera: “È malvagio, è cattivo ha fatto strada questo disgraziato”. E poi conclude: “Sono sempre agitato perché con questi sequestri di beni…”. Quei beni della mafia che proprio tante cooperative che aderiscono a Libera gestiscono in tutta Italia.
Quella sui beni confiscati è una battaglia che da sempre contraddistingue l’associazione e che non è certo conclusa.
Di queste minacce don Ciotti non è stato immediatamente informato anche se stretti collaboratori del sacerdote come Gabriella Stramaccioni hanno segnalato “da alcuni mesi” l’arrivo di “segnali inquietanti e in parte indecifrabili proprio a don Luigi e a Libera”. Forse si tratta di episodi riconducibili alle parole espresse dal boss corleonese?

Da parte di Giorgio Bongiovanni, Lorenzo Baldo e tutta la redazione di ANTIMAFIADuemila va tutta la solidarietà e vicinanza a don Luigi Ciotti. La sua battaglia è la nostra battaglia, chiediamo ai soggetti preposti di intervenire per garantire al massimo la sua sicurezza.

Incredibile, Riina sbugiarda se stesso: “L’aereo su Capaci? Fesserie” da: antimafia duemila

riina-salvatore-big425 maggio 2014

Totò Riina sbugiarda se stesso. Venti anni fa aveva suggerito ai giudici nel corso del processo per la strage di Capaci, che quell’aereo che volava mentre Giovanni Falcone tornava a casa, avrebbe potuto spiegare tante cose. Al carcere di Opera, durante una delle tante conversazioni con il suo compagno d’aria, il pugliese della quarta mafia, rivendicando la regia dell’attentato, ha smentito tutto. “Hanno detto un sacco di fesserie”, riferisce al suo interlocutore, cui spiega che era lui a dare gli ordini. Se l’avessero ascoltato fino in fondo, avrebbero dovuto aumentare di 150 chilogrammi la carica di tritolo per fare saltare il magistrato siciliano e la sua scorta. Per essere sicuro del risultato.

Il fantomatico aereo, che ha riempito le cronache per anni, scompare per volontà del boss. Durante i colloqui in carcere, dal mese di luglio a novembre dello scorso anno, giudica spazzatura le storie che sono circolate, a cominciare dall’aereo dei servizi. Riina si attribuisce per intero il “merito” del successo, senza ombra di dubbio.

Perché mai il capo dei capi cambia totalmente versione sulla strage? Non solo la rottura del silenzio, ma la scelta di sbugiardare se stesso. Nel 1994 si difese e lasciò che si sospettassero anche i servizi segreti, cui sarebbe appartenuto l’aereo sul cielo di Punta Raisi, ed ora, invece, manda all’aria tutto quanto, allontanando il sospetto dai servizi.

Perché lo fa? Venti anni di carcere l’hanno provato al punto da fargli perdere la memoria e smentirsi? Ha scelto di accreditarsi come l’uomo più risoluto e potente, pagando il prezzo dell’autoaccusa? Oppure c’è dell’altro? Cambia versione perché ha una strategia che affida al compagno dell’ora d’aria e, soprattutto, a coloro che l’ascoltano. Perché è possibile che sapesse di essere ascoltato ed intercettato. Sono tanti ad escluderlo, tuttavia, facendo notare che Riina osserva il più rigoroso silenzio in cella, per timore di essere ascoltato, mentre nel cortiletto dell’Opera parla senza freni. Segno che confida nella privacy.

Comunque sia, l’autoaccusa del boss e la cancellazione dell’aereo misterioso dal cielo di Punta Raisi costituisce una novità importante, della quale la Procura di Caltanissetta ed il collegio giudicante dovranno tenere conto. Le conversazioni del carcere di Opera sono state consegnate ai magistrati della Corte di Assise di Caltanissetta, che giudicano gli imputati della strage di Capaci (la prima udienza si è svolta il 24 maggio). Furono depositate anche al processo per la presunta trattativa Stato-Mafia che si svolge a Palermo.

I contenuti dei colloqui di Riina sono stati anticipati dai media, insieme alle registrazioni e ai video. Sulle bugiarderie di Riina non era uscita una sola parola. Men che mai sul fantomatico aereo dei servizi, in volo durante il trasferimento in auto di Giovanni Falcone da Punta Raisi a Palermo.

siciliainformazioni.com

Di Matteo: ecco chi lo vuole uccidere e perché da: antimafia duemila

pool-trattativa-sg-c-castolo-gianniniNel mirino anche altri magistrati di Palermo, Trapani e Caltanissetta

di Giorgio Bongiovanni – 27 marzo 2014
Pietro Tagliavia, uomo d’onore di Brancaccio; Cosimo Vernengo, boss di Santa Maria di Gesù; Vito Galatolo, figlio del capomandamento dell’Acquasanta; Girolamo Biondino, fratello del braccio destro di Totò Riina, Salvatore; Tommaso Lo Presti, capomandamento di Porta Nuova; Nunzio Milano, boss di Porta Nuova; Giuseppe Guttadauro, capomandamento di Brancaccio. Sono questi alcuni nomi presenti nella lista degli uomini di mafia, scarcerati di recente, su cui si concentra l’attenzione delle Procure.
Chi di questi boss potrebbe essere pronto a raccogliere il mandato di morte che Totò Riina, dal carcere Opera di Milano, ha decretato nei confronti del pm Antonino Di Matteo, parlando con il capomafia della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso?

Chi tra questi uomini ha la possibilità di organizzare un attentato nei confronti dei magistrati del pool trattativa, di altri colleghi di Palermo, Caltanissetta o Trapani?
Chi, tra questi boss in circolazione, assieme a Matteo Messina Denaro ha la potenza di fuoco per armarsi di bazooka o sparare un missile terra-aria da lanciare da una delle colline di Palermo, prendendo di mira la palazzina del giudice Di Matteo così come tentarono (fallendo grazie a Dio) di uccidere l’allora procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, nel 1995? Cosa impedirebbe ai mafiosi di colpire l’auto del magistrato con un congegno a distanza mentre viaggia con la scorta privo del bomb jammer?
Cosa nostra, l’organizzazione criminale più potente in Italia assieme alla ‘Ndrangheta, e tristemente, la più famosa del mondo, ha questa capacità militare a propria disposizione?
Ha davvero l’interesse di raccogliere l’ordine-invito del Capo dei capi, Riina?
La risposta, teoricamente, è sì. Ma nei fatti la mafia non ha alcun interesse strategico reale per mettere in atto l’ordine di Riina.
Certo, potrebbero crearsi comunque certi presupposti che non vanno presi alla leggera.
Partiamo da un assunto, ovvero che nessuno di questi capimafia tornati in libertà è uomo di “Cupola”.
Escluso Matteo Messina Denaro non ci sono nomi “eccellenti” che hanno preso parte alle riunioni della Commisione provinciale o regionale di Cosa nostra. Tuttavia sia i vecchi boss, che i giovani rampanti potrebbero rispondere all’appello di Riina decidendo di “fare il salto” ed “ergersi” come nuovi leader in Sicilia. Per i vari Settimo Mineo, Salvatore Gioeli, Nunzio Milano, Rosario Inzerillo, Emanuele Lipari, Gaetano Badagliacca, Tommaso Lo Presti, Girolamo Biondino, Vito Galatolo, Nicolò Salto, Pietro Vernengo, Cosimo Vernengo, Francesco Francoforti, Giuseppe Guttadauro, Giuseppe Giuliano, Pietro Tagliavia, Giovanni Asciutto, Nicola Ribisi e Carmelo Vellini, e tanti altri figli o nipoti di boss mafiosi o nuovi capi assolutamente sconosciuti, compiere una strage sarebbe una straordinaria dimostrazione di potere.
Un attacco “delirante” che porterebbe in un batter d’occhio l’eventuale autore al centro del cuore di Riina, rispondendo alle sue direttive stragiste, e al tempo stesso scalerebbe il vertice della nuova Cosa nostra, mettendo da parte persino il superlatitante Matteo Messina Denaro.
Tuttavia un tale “golpe” esporrebbe a gravi rischi i mafiosi che sentirebbero, nell’eventualità che avvenisse una nuova strage, immediatamente il fiato sul collo degli inquirenti e dello Stato che li stanerebbe, catturandoli, processandoli e condannandoli ad una vita da ergastolani.
Per questo motivo uccidere Di Matteo, o qualsiasi altro magistrato, in trincea nelle Procure a rischio in Italia sarebbe oggi sconveniente. Per questo motivo la mafia preferisce, salvo qualche regolamento di conti interno, dedicarsi ai propri affari, trafficare droga, compiere estorsioni o agganciare qualche politico compiacente che ne possa garantire la sopravvivenza. E soprattutto riscuotere quelle cambiali che lo Stato ha firmato durante la trattativa delle stragi del 1992-1993.
Tuttavia i pericoli nei confronti di Di Matteo, dei magistrati del pool trattativa, di quelli che indagano sulle stragi del 1992 e del 1993, e sulla cattura dei latitanti, restano altissimi.
E se non è la mafia ad avere l’interesse per compiere una strage ecco che l’obiettivo va spostato “oltre la mafia”, o meglio, verso la “mafia-Stato”.
Giovanni Falcone, ai tempi del fallito attentato all’Addaura, parlò di “menti raffinatissime” implicate nel progetto di morte. Oggi come allora “menti raffinatissime” potrebbero avere tutto l’interesse per organizzare una nuova strage. L’alibi è già pronto e l’ha fornito proprio Salvatore Riina: “Facciamola questa cosa, facciamola grossa”. Il “parafulmine” perfetto.
Perché se da una parte c’è uno Stato che protegge Di Matteo ed i magistrati di Palermo, Caltanissetta e Trapani, dando loro potere di indagare e compiere arresti nei confronti della mafia e dei collusi con essa, di processare imputati boss e complici eccellenti, dall’altra c’è uno Stato “deviato” molto potente. Uno “Stato-mafia” composto anche da figure appartenenti al mondo politico, della magistratura, della finanza, delle forze militari, dei servizi segreti, delle logge deviate che potrebbe avere tutto l’interesse di destabilizzare nuovamente il Paese tornando ad uccidere in maniera eclatante, magari servendosi dell’ambizione di vecchi e nuovi capimafia.
Il procuratore di Palermo Messineo, commentando la condanna a morte di Riina a Di Matteo, parlò di “chiamata alle armi”. Noi siamo d’accordo anche se va compreso profondamente chi risponderà alla stessa. Cosa nostra, apparentemente, starebbe “rispondendo picche” ma lo Stato deviato, lo stesso su cui stanno cercando di far luce tre Procure d’Italia (Palermo, Caltanissetta e Firenze), potrebbe avere ben altri argomenti da spendere.
Più che il processo trattativa possono essere forse proprio queste nuove inchieste a “togliere i sonni” non solo a soggetti già imputati nell’attuale procedimento sulla trattativa (con l’acquisizione di ulteriori prove a loro carico), ma anche di ignoti personaggi dal volto coperto e ancora incensurati.
Oltre a questo, esiste un intreccio perverso della potente finanza “nera”, criminale, con quella “bianca”, dello Stato. Le organizzazioni mafiose dispongono di immense quantità di capitale liquido. Solo la ‘Ndrangheta, secondo uno studio dell’istituto Demoskopika, ha un giro d’affari complessivo di 53 miliardi di euro annui, un esercito di circa 60 mila affiliati e quasi 400 ‘ndrine operative in 30 paesi, ma in totale sono 150 miliardi di euro, arrotondati per difetto, i soldi che ogni anno “fatturano” le mafie. Un costante flusso di denaro che è fondamentale per gli interessi finanziari di entrambi, lo Stato e la mafia, che continui a scorrere indisturbato. Anomalie di questo sistema, come il pm Di Matteo, sarebbero dunque da fermare prima che il processo per la trattativa Stato-mafia si spinga troppo oltre e vengano alla luce patti e segreti inconfessabili.
Ecco quindi che l’ipotesi “Stato-deviato” torna con forza.
Per quale motivo non può essere verosimile che “Servizi deviati” possano porre in essere un attentato contro i pm di Palermo e Caltanissetta pur di proteggere altri funzionari di Stato infedeli?
E’ verosimile che alcuni membri di Cosa nostra possano essere usati come pedine in un eventuale attentato?
Del resto è già accaduto in passato. Il pentito Salvatore Cancemi, oggi deceduto, mi raccontò (e soprattutto lo raccontò ai processi per le stragi del ’92-’93) che Riina nelle stragi venne “portato per la manina” mentre Spatuzza, più di recente, ha raccontato di figure a lui sconosciute, probabilmente esterne a Cosa nostra, nella preparazione dell’attentato di Via d’Amelio. Ecco perché, nuovamente, potremmo assistere ad una nuova strage con lo Stato-mafia che muove i fili, sporcandosi ancora una volta le mani di sangue, utilizzando come sempre sicari e boss.

Foto © Castolo Giannini

L’ultima rivelazione di Riina: “Telecomando nel citofono”. Borsellino azionò la sua bomba da : antimafia duemila

riina-salvatore-big5di Salvo Palazzolo – 12 marzo 2014
Il capomafia ha fatto nuove confidenze al compagno di socialità. I pm di Caltanissetta indagano sul misterioso tecnico che il pentito Spatuzza dice di aver visto il giorno prima dell’attentato. E dai vecchi atti dell’inchiesta salta fuori una relazione di servizio: una telefonata anonima al 113 aveva annunciato la strage, due ore prima.

 

Sono una continua sorpresa i dialoghi di Totò Riina con il suo compagno di ora d’aria, il boss pugliese Alberto Lorusso: gli investigatori della Dia stanno finendo di trascrivere le intercettazioni proprio in questi giorni. A novembre, il capo di Cosa nostra è tornato a parlare delle stragi e al suo interlocutore ha raccontato un retroscena del tutto inedito sulla bomba che il 19 luglio 1992 scoppiò in via d’Amelio, a Palermo: Riina spiega che il telecomando della carica era stato sistemato nel citofono del palazzo dove abitava la madre del procuratore Borsellino. Il capomafia ha un tono compiaciuto quando descrive la scena a Lorusso. Paolo Borsellino, citofonando alla madre, avrebbe azionato la bomba piazzata dentro la Fiat 126, la bomba che non lasciò scampo al magistrato e ai cinque poliziotti della scorta.

 

Quest’ultima sconvolgente verità è adesso all’esame del pool coordinato dal procuratore Sergio Lari, che in questi anni non ha mai smesso di cercare la verità sui misteri di via d’Amelio. I pm di Caltanissetta stanno ripercorrendo con attenzione le parole di Totò Riina, perché ancora oggi c’è un grande mistero attorno al telecomando che attivò l’ordigno della strage di luglio. Neanche gli ultimi due pentiti di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, hanno saputo dire chi avesse in mano il congegno elettronico. Forse, perché è proprio come dice Riina? Forse, per davvero, nessun mafioso azionò il telecomando?

 

Tranchina ha spiegato che a metà luglio, il suo capomafia, Giuseppe Graviano, cercava un appartamento in via d’Amelio: “Poi, dopo alcuni sopralluoghi, mi disse che si sarebbe accomodato nel giardino. Dopo la strage, si limitò a commentare: “Na spurugghiammu“. Ci siamo riusciti.

 

Ma Tranchina non ha mai visto un telecomando in mano a Giuseppe Graviano, che invece, dal giardino dietro via d’Amelio, potrebbe avere attivato il congegno di cui adesso parla Riina, nel citofono del condomonio a poca distanza.

 

Misteri su misteri. Ma troppo tempo è trascorso, e oggi è impossibile verificare cosa ci fosse per davvero dentro quel citofono. Però, se Riina dice la verità doveva essere opera di una mano molto esperta, chissà forse la stessa che Spatuzza vide in azione il giorno prima della strage, quando la 126 fu imbottita di esplosivo in un garage di via Villasevaglios, a un paio di chilometri da via d’Amelio. Il pentito ha detto di non sapere chi fosse quell’uomo che si aggirava attorno all’autobomba. Però, adesso, si può ipotizzare che fosse un esperto elettronico. E non era un appartenente a Cosa nostra, precisa Spatuzza.

 

LA TELEFONATA AL 113
Una cosa, invece, è certa. Alle 14,35 di quel 19 luglio 1992, una voce maschile annunciò al 113: “Tra mezz’ora esploderà una bomba sotto di voi”. Lo dice una relazione di servizio che l’agente di turno stilò qualche ora dopo l’eccidio di via d’Amelio. Scrisse: “Tanto si riferisce per doverosa notizia. Della telefonata veniva informato il funzionario di turno alla squadra mobile, dottor Soluri”. L’agente Giuseppina Candore firmò e inviò la relazione di servizio al “Signor dirigente la squadra mobile” e al “Signor dirigente l’ufficio prevenzione generale”. Repubblica ha ritrovato quel documento, è l’allegato 66 del primo rapporto della squadra mobile di Palermo sulla strage. A margine, qualcuno fece un’annotazione: “Squadra mobile, sequestrare nastro”. Ma di quel nastro oggi non c’è traccia.  E senza la voce dell’anonimo sarà impossibile fare ulteriori accertamenti su quest’altro importante tassello della verità che ancora non c’è.

 

L'ultima rivelazione di Riina: "Telecomando nel citofono" Borsellino azionò la sua bomba

 

Però, la relazione di servizio del poliziotto resta comunque un indizio importante per cercare di comprendere chi fossero gli attori che si muovevano quel pomeriggio sul palcoscenico di Palermo. Probabilmente, non erano tutti attori di un’unica compagnia, quella di Cosa nostra. E’ l’ipotesi dei magistrati di Caltanissetta Nico Gozzo, Stefano Luciani e Gabriele Paci. Anche se al momento, non è emersa alcuna presenza di uomini infedeli delle istituzioni. Solo ombre. Nel garage di via Villasevaglios, durante la preparazione dell’autobomba. In via d’Amelio, dopo la strage, quando scomparve l’agenda rossa di Paolo Borsellino.

Chi fece la chiamata al 113? Difficile pensare a un mafioso che telefona alla polizia per avvertire della preparazione di un attentato. Chi era allora l’uomo che tentò di evitare un’altra strage? E perché lo fece? Forse, un rimorso dell’ultima ora? I pm di Caltanissetta e di Palermo sperano ancora che si possa aprire una breccia fra chi, dentro le istituzioni, conosce la verità su quella terribile stagione delle bombe.

Tratto da: palermo.repubblica.it

Il pm Sebastiano Ardita: “Di Matteo turbato più dal provvedimento del Csm che dalle minacce” da: antimafia duemila

ardita-di-matteo-c-giorgio-barbagallodi Miriam Cuccu – 15 novembre 2013
Bersagliato da attacchi su più fronti insieme agli altri pm che portano avanti il processo sulla trattativa Stato-mafia, l’ultimo dei quali arrivato dal carcere nel quale Totò Riina (secondo il procuratore Messineo un perfetto capro espiatorio di cui potrebbero avvalersi elementi esterni a Cosa nostra) è rinchiuso. Eppure ciò che più angoscia Nino Di Matteo è il procedimento disciplinare ancora in corso per avere violato “l’obbligo di riservatezza” rilasciando delle dichiarazioni sull’esistenza delle telefonate tra l’ex ministro Mancino e Napolitano a Repubblica il 22 giugno 2012 (in realtà già resa pubblica da Panorama). Questo perchè Di Matteo “è infinitamente innamorato delle istituzioni” e dunque “soffre all’idea che lo Stato, che serve in trincea come un soldato fedele, possa rimproverargli qualcosa”. A parlare è Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Messina nonché difensore del pubblico ministero di Palermo di fronte al Consiglio supeirore della magistratura, in merito al provvedimento che risulta ancora essere in sospeso: “visto che adesso l’istruttoria appare conclusa, abbiamo chiesto che si proceda alla sua definizione” senza avanzare richieste di trattamenti di favore, “siamo fiduciosi che, se non ve n’è la ragione, chi di dovere non terrà sospesa invano la posizione di Di Matteo”.

“Palermo – spiega il dottor Ardita a Il Fatto Quotidiano – sta rivivendo una strategia di tensione” dove la mafia “continua a esistere e a coltivare interessi, pur senza dominare come un tempo” e Riina sembra oltremodo innervosito dal processo in corso, forse perchè anche i mafiosi “intendono tutelare la loro integrità dal sospetto di contaminazione con lo Stato”. Nel capoluogo siciliano si respira un clima teso allo spasimo, dove solo in pochi tra le fila dei politici – il governatore siciliano Rosario Crocetta, la presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi e Rita Borsellino – hanno espresso la propria solidarietà e vicinanza a Nino Di Matteo. “Spero che quanti storcevano il naso dopo i primi allarmi di attentato, si accontentino di quel che ha detto Riina e non aspettino altre conferme per capire dove siamo arrivati”.
Oggi è sempre più palese che all’interno dello Stato, uno Stato che, secondo Ardita, dovrebbe essere “laico e indivisibile”, si sia verificata la presenza di una storica e prolungata continuità tra mafia e Stato. In un momento come questo Nino Di Matteo, che “appartiene alla generazione dei primi anni ‘90”, “quella ‘battezzata’ col fuoco delle stragi” è “interiormente tranquillo” e concentrato solo nel “continuare il suo lavoro”. “Di certo – afferma il procuratore aggiunto di Messina – nessuno vent’anni fa gli aveva garantito che fino a oggi non sarebbe morto più nessuno”.

Foto © Giorgio Barbagallo