Economia il gioco perverso tra il taglio del credito e l’aumento dell’usura. I dati della Cgia di Mestre Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Con la forte contrazione dei prestiti bancari avvenuta in questi ultimi anni, soprattutto nei confronti delle imprese di piccola dimensione, esiste il pericolo che il fenomeno dell’usura, soprattutto al Sud, assuma dimensioni preoccupanti. Un crimine invisibile che rischia di minare la tenuta finanziaria di moltissime attivita’ commerciali ed artigianali”.
La denuncia e’ sollevata da Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA: tra la fine di giugno del 2011 e lo stesso periodo del 2015, l’ammontare degli impieghi bancari alle imprese e’ diminuito di 104,6 miliardi di euro, mentre il numero di estorsioni e di delitti legati all’usura denunciato dalle forze dell’ordine all’Autorita’ giudiziaria e’ aumentato in misura esponenziale. Se nel 2011 le denunce di usura erano 352, nel 2013 (ultimo dato disponibile) sono salite a 460 (+30,7 per cento); le estorsioni, invece, sono passate da 6.099 a 6.884 (+12,9 per cento). Oltre al perdurare della crisi, sono soprattutto le scadenze fiscali e le piccole spese impreviste a spingere molti imprenditori nella morsa degli strozzini.Nell’ultimo indice del rischio di usura, che da oltre 15 anni l’Ufficio studi della CGIA provvede a calcolare, si evince come tale fenomeno abbia assunto dimensioni preoccupanti soprattutto nel Mezzogiorno. Nel 2014, infatti, la Campania, la Calabria, la Sicilia, la Puglia e la Basilicata sono state le realta’ dove la “penetrazione” di questa piaga sociale/economica ha raggiunto i picchi maggiori.
In altre parole – prosegue Zabeo – con la forte stretta creditizia, il conseguente aumento dei ritardi nei pagamenti avvenuto nelle transazioni commerciali tra le imprese e il perdurare di elevati livelli di disoccupazione, l’usura, gia’ presente in questi territori in misura maggiore che altrove, ha assunto dimensioni ancor piu’ preoccupanti”. L’indice del rischio di usura, infatti, e’ stato calcolato mettendo a confronto alcuni indicatori regionalizzati riferiti prevalentemente al 2014: la disoccupazione, le procedure concorsuali, i protesti, i tassi di interesse applicati, le denunce di estorsione e di usura, il numero di sportelli bancari e il rapporto tra sofferenze ed impieghi registrati negli istituti di credito. In pratica questo indice e’ stato individuato attraverso la combinazione statistica di tutte quelle situazioni potenzialmente favorevoli alla diffusione dello “strozzinaggio”.
Con le sole denunce effettuate dalle forze di Polizia all’Autorita’ giudiziaria – conclude Zabeo – non e’ possibile dimensionare il fenomeno dell’usura: le segnalazioni, purtroppo, sono relativamente poche. Spesso, le vittime di questo crimine si guardano bene dal rivolgersi alle forze dell’ordine; chi cade nella rete degli strozzini e’ vittima di minacce personali e ai propri familiari, elemento che scoraggia molte persone a chiedere aiuto. Per questo abbiamo incrociato i risultati di ben 8 indicatori per cercare di misurare con maggiore fedelta’ questa piaga. Cio’ che pochi sanno sono le motivazioni per le quali molti artigiani o i piccoli commercianti diventano prede degli usurai.

Ritornando alla metodologia di calcolo di questo indice, si evince come nelle aree dove c’e’ piu’ disoccupazione, alti tassi di interesse, maggiori sofferenze, pochi sportelli bancari e tanti protesti, la situazione sia decisamente a rischio. Ebbene, rispetto ad un indicatore nazionale medio pari a 100, la situazione piu’ critica si presenta in Campania: l’indice del rischio usura e’ pari a 155,1 (pari al 55,1 per cento in piu’ della media Italia), in Calabria a 146,6 (46,6 per cento in piu’ rispetto alla media nazionale), in Sicilia si ferma a 145,3 (45,3 per cento in piu’ della media Italia), in Puglia a 136,3 (36,3 per cento in piu’ della media nazionale) e in Basilicata il livello raggiunge quota 133,2 (33,2 per cento in piu’ della media Italia).
Diversamente, la realta’ meno “esposta” a questo fenomeno e’ il Trentino Alto Adige, con un indice del rischio usura pari a 47,6 (52,4 punti in meno della media nazionale). Anche la situazione delle altre 2 regioni del Nordest e’ relativamente rassicurante: il Friuli Venezia Giulia, con 72,8 punti e il Veneto, con 73,2 punti, si piazzano rispettivamente al penultimo e terzultimo posto della graduatoria nazionale del rischio di usura.

“La verità sulla crisi? L’economia reale arretra e le bolle sono in agguato. Altro che ripresa”. Intervento di Mario Lettieri, Paolo Raimondi Fonte: sinistra in rete.Autore: mario lettieri, paolo raimondi

La vertiginosa altalena sulle borse internazionali sta mettendo di nuovo in discussione la tenuta del sistema finanziario globale.Non è l’effetto a catena del raffreddamento dell’economia cinese e la conseguente caduta dei listini di Shanghai, come molti, con una certa dose di opportunismo, vorrebbero spiegare. Si comincia invece a raccogliere i “frutti velenosi” seminati dai “quantitative easing” della Federal Reserve, della Bce e di altre banche centrali. Sta accadendo ciò che paventammo tempo fa su questo giornale.

Le eccezionali immissioni di nuova liquidità da parte delle banche centrali, per parecchie migliaia di miliardi di dollari, sono andate a gonfiare a dismisura i propri bilanci, a salvare le banche too big to fail in crisi e a rischio bancarotta, a comprare nuovi titoli di Paesi con crescenti debiti pubblici e a gonfiare i listini delle varie borse.

Tanta nuova liquidità aveva fatto temere una immediata esplosione inflazionistica. I grandi “gestori della crisi” sono invece stati capaci di “pilotarla” verso le borse che hanno immediatamente portato le loro quotazioni agli stessi livelli stratosferici di prima del 2007. Senza legame alcuno con l’economia sottostante in recessione.

L’inflazione in verità c’è stata, non sui prezzi ma sui valori borsistici!

Lo sottolinea anche la Banca dei Regolamenti Internazionali quando dice che “ Nonostante tutti gli sforzi per uscire dal cono d’ombra della crisi finanziaria, le condizioni dell’economia mondiale sono ancora lontane dalla normalità.

L’accumulo di indebitamento e rischi finanziari, la dipendenza dei mercati finanziari dalle banche centrali e il persistere di tassi di interesse bassi: tutto questo sembra diventato ordinario. Ma solo perché qualcosa è ordinario non significa che sia normale.”

Se una malattia diventa ordinaria, cronica, non significa guarigione ne un miglioramento dello stato di salute.

I tassi di interesse negativi praticati dalle banche centrali stanno causando nuovi seri rischi finanziari. Nei primi 5 mesi dell’anno titoli di debito sovrano per oltre 2.000 miliardi di dollari sono stati scambiati a tassi negativi. Ciò ha indotto banche e grandi operatori finanziari a ricercare “l’azzardo morale” del rischio.

Per mantenere i loro impegni, a livello internazionale le assicurazioni sono in cerca di rendimenti alti anche se più rischiosi. La quota di titoli in loro possesso con rating inferiore alla A dal 2007 al 2013 è passata dal 20 al 30% del totale. Anche i fondi di investimento giocano un ruolo più aggressivo sui mercati. Già nel 2013 i mercati dei capitali e i fondi di gestione sono raddoppiati nel giro di 10 anni e manovrano 75.000 miliardi di dollari, accentuando una notevole concentrazione tanto che oggi 20 fondi controllano il 40% del mercato.

La dipendenza dei mercati finanziari dalle banche centrali e dalle loro decisioni è cresciuta pericolosamente. Esse detengono il 40% di tutti i titoli pubblici denominati nelle valute principali. Come dimostrano gli ultimi avvenimenti borsistici esse sono diventate i principali attori del mercato, non solo attraverso la fornitura di liquidità ma anche attraverso gli acquisti diretti di titoli e azioni. E’ una distorsione che rivela la irrilevanza delle politiche dei vari governi rispetto alle autorità monetarie.

Si consideri che la semplice possibilità di un aumento del tasso di interesse da parte della Fed, come accade in questi gironi, manda in fibrillazione tutti i mercati. Molti Paesi emergenti, già pesantemente minati da svalutazioni valutarie, temono una fuga di capitali verso il mercato del dollaro.

Non è un caso che nella seconda metà del 2014 il dollaro si sia rivalutato del 20% e il prezzo del petrolio sia sceso del 50%. Ci sembra che si tenti di far passare come normali i grandi rapidi cambiamenti che incidono profondamente nei rapporti economici internazionali. Nel frattempo gli investimenti delle imprese sono rimasti deboli, nonostante l’esplosione di fusioni e acquisizioni e i riacquisti di azioni proprie finanziati con emissioni obbligazionarie.

Secondo la Bri i boom finanziari e le cosiddette politiche monetarie accomodanti hanno determinato a livello globale anche la riduzione del tasso di crescita della produttività. Si calcola che la perdita della crescita di produttività media annua sia stata dello 0,4% nel periodo 2004-7 e dello 0,6% nel periodo 2007-13. Ciò sarebbe dovuto alla distorsione nel mercato del lavoro, dove la perdita di posti qualificati sarebbe parzialmente rimpiazzata da altri meno qualificati e di settori diversi. Il lavoro perso nei settori industriali sarebbe quindi in parte rimpiazzato dal terziario.

Quando la Fed iniziò il QE molti governi, come quello brasiliano e indiano, denunciarono l’inizio di una “guerra monetaria”. I nuovi capitali speculativi entrarono nei Paesi emergenti creando bolle non solo immobiliari, destabilizzando le economie locali. Allora Washington disse chiaramente che si trattava di una misura, presa nel proprio interesse nazionale, “alla quale bisognava adeguarsi”. Poi la successiva decisione della Fed di sospendere il QE provocò un’ulteriore fuga di capitali e la svalutazione delle monete dei suddetti Paesi.

Non c’è quindi da stupirsi se la Cina non vuole accettare il gioco e decide di svalutare in modo competitivo la propria moneta. Sei volte in un breve lasso di tempo!

Si rischia di nuovo una crisi sistemica, aggravata da interessi e conflitti nazionali che sembrano sempre più insanabili. Ciò accade perché, anziché decidere unitariamente in sede di G20, si continua a ritenere di poter agire da soli mentre i problemi hanno invece una oggettiva valenza e portata mondiale.

La battaglia di Tsipras ci riguarda tutti Fonte: sbilanciamoci | Autore: Thomas Fazi

 

Per capire perché la battaglia del nuovo governo greco di Alexis Tsipras riguarda tutti i cittadini europei – e in particolare quelli della periferia – dobbiamo innanzitutto tenere a mente che la rinegoziazione del debito non è per Syriza un fine a sé stante, combattuto in nome di un astratto principio di giustizia economica, ma piuttosto un mezzo per realizzare un obiettivo molto preciso: la riduzione dell’avanzo primario dal 4-5% richiesto dalla troika (oggi è intorno al 3%) all’1-1.5% del Pil. Per avanzo primario si intende un bilancio pubblico in positivo, esclusa la spesa per interessi sul debito pubblico: sostanzialmente vuol dire che le entrate (le tasse) superano le uscite (la spesa pubblica). Il motivo per cui un governo sceglie di perseguire un avanzo primario è solitamente quello di destinare il surplus di entrate al pagamento degli interessi sul debito, nella speranza di ridurre un po’ alla volta lo stock di debito.

Nel caso della Grecia questi interessi si aggirano intorno al 4% del Pil, a cui bisogna aggiungere gli obiettivi di riduzione del debito previsti dal Fiscal Compact (1/20esimo l’anno della porzione eccedente il 60% del Pil): considerando che la Grecia ha un rapporto debito/Pil pari al 177% si fa presto ad arrivare all’avanzo primario del 4-5% fissato dalla troika per la Grecia, che nel giro di un paio di anni dovrebbe salire addirittura al 7% (almeno fino al 2030). Se così non fosse, e senza una riduzione della spesa annuale per interessi – che è quello che chiede Syriza, attraverso una ricontrattazione del debito –, l’unica alternativa sarebbe quella di indebitarsi ulteriormente per continuare a ripagare gli interessi sul debito pregresso – che, in sostanza, è quello che vorrebbero la Germania e l’Eurogruppo, e che la Grecia si rifiuta di fare (“perché sarebbe come consigliare a un amico di farsi una seconda carta di credito per ripagare i debiti contratti con la prima carta di credito”, ha dichiarato Varoufakis).

E allora perché non fare come dice la troika e cercare di aumentare ulteriormente l’avanzo primario? Perché non potrà mai funzionare . Né dal punto di vista politico e sociale – la Grecia è già stremata da anni di brutali misure di austerità, e un incremento dell’avanzo primario potrebbe solo essere raggiunto attraverso ulteriori tagli alla spesa pubblica e/o aumenti di tasse, e dunque attraverso ulteriori misure di austerità –, né dal punto di vista economico: accumulare ampi avanzi primari è infatti considerato intrinsecamente recessivo, in quanto di fatto consiste nel sottrarre risorse all’economia reale per destinarle ai creditori, nazionali ed esteri (o, per dirla diversamente, nel sottrarre denaro ai più per alimentare le rendite di pochi). Se poi questa politica viene praticata in un contesto come quello europeo – di bassa inflazione (come quello che registra l’Italia) o addirittura di deflazione (come quello che registra la Grecia) e in assenza di una banca centrale in grado di agire da prestatrice di ultima istanza e di intervenire sui mercati sovrani per calmierare i tassi di interesse (e senza chiedere misure di austerità in cambio) – è puro masochismo, in quanto si può “consolidare” quanto si vuole, ma il debito continuerà inevitabilmente a salire sia in termini reali, a causa dell’effetto recessivo-deflattivo del cosiddetto moltiplicatore fiscale (ulteriormente esacerbato dalle misure di austerità), sia in termini assoluti, perché molti stati non sono in grado di accumulare avanzi primari sufficienti a far fronte agli interessi, e sono dunque costretti a indebitarsi ulteriormente solo per ripagare gli interessi sul debito pregresso (anche se con l’entrata in vigore del Fiscal Compact, che impone il pareggio di bilancio strutturale, questa strada in teoria non è più percorribile). E infatti, a fronte di alcune delle misure di austerità più estreme mai sperimentate in Occidente, nella maggior parte dei paesi dell’eurozona (soprattutto quelli della periferia) il debito continua a lievitare a ritmi vertiginosi.

Questo non è un problema che riguarda solo la Grecia, infatti: in tutti i paesi della periferia la spesa per interessi si aggira tra il 3.5 il 5% del Pil. Il caso dell’Italia è paradigmatico : nonostante il paese registri un avanzo primario fin dai primi anni novanta, il nostro debito pubblico è continuato a salire unicamente a causa della spesa per interessi – che oggi si aggira intorno al 4.5% del Pil, pari a poco meno di 80 miliardi l’anno – per poi esplodere negli ultimi anni. Ora, in base al duplice obiettivo del Fiscal Compact – pareggio di bilancio strutturale e riduzione del debito –, questi paesi dovrebbero mantenere da qui al 2030 avanzi primari da capogiro, come si può vedere nel seguente grafico: 7% in Grecia, 6.5% in Italia, 5.5% in Portogallo, 3.5% in Spagna.

Si tratta di una strada palesemente insostenibile – e che infatti non ha precedenti nella storia – sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico e sociale, per l’entità dei tagli alla spesa pubblica o dell’imposizione fiscale che essa comporterebbe: se consideriamo che lo stimolo fiscale implementato da Obama nel 2009 ammontava al 5.5% del Pil e che il New Deal di Roosevelt era pari al 5.9% del Pil, un avanzo primario delle dimensioni previste dal Fiscal Compact equivarrebbe per molti paesi a una sorta di anti-New Deal praticato ogni anno per i prossimi quindici anni (almeno). Una follia.
Ecco perché la battaglia di Syriza – che riguarda non tanto il debito pubblico in sé quanto le assurde imposizioni del Fiscal Compact in termini di avanzi primari – riguarda tutti i paesi della periferia. E soprattutto l’Italia.

Il nuovo libro di Paolo Ferrero. Debito, un romanzo criminale Autore: Maria R. Calderoni da: controlacrisi.org

TTIP, chi era costui? Bella domanda. Ma se non sapete darvi una risposta, andate a pagina 92 di questo libro e l’avrete. “Questo” libro è “La truffa del debito pubblico”, autore Paolo Ferrero (DeriveApprodi, pagine 153, euro 12), a giorni in libreria. A pagina 92, appunto, dove troverete che il TTIP, grazioso acronimo che sta per un incommensurabile “Transatlantic Trade and Investment Partnership”, è un colosso planetario che incarna un affaire planetario di nuovissimo conio, ormai pronto ad entrare in funzione entro la fine del 2014 (vi è sfuggito, vero?).Leggete pure. «Il TTIP, cioè la costruzione di un mercato unico per merci, investimenti e servizi tra Europa e Nord America». Vale a dire «un trattato di libero scambio tra Europa e Nord America che abolisca i dazi doganali e uniformi i regolamenti dei due continenti». Vale a dire via libera a un unico grande mercato, una cosuccia «che vale il 45% del Pil mondial», appena.

E che c’ è di male, di grazia? Tranquilli, nessuno ve lo dir à (la trattativa è stata sino a qui praticamente secretata), ma c’ è di male (malissimo) che col TTIP si toglieranno « vincoli ai potenti – banche e multinazionali in primo luogo – lasciandoli liberi di fare quello che vogliono e di utilizzare i rapporti di forza a loro favorevoli per imporre la legge del pi ù forte. Anche agli Stati » .

Naturalmente (come sempre) le favole – le fanfole – narrate al popolo-bue saranno ben altre. Ma è meglio sapere che in pratica col TTIP si sta mettendo in cantiere « la costruzione di una vera e propria Nato economic » , e ci ò « risponde a un preciso disegno geopolitico » .

Usa caput economico oltre che militare in tutta Europa, Russia esclusa; ed in pi ù , grazie a un secondoTTIP, gi à a buon punto, con tutti i Paesi che si affacciano sul Pacifico, esclusa la Cina, il disegno geopolitico Usa è quello « di uscire dall’attuale mondo multipolare per arrivare a un mondo bipolare: da una parte l’America e i suoi alleati, dall’altra la Cina e la Russia » (e gli altri paesi del Brics).

Allarme! Ferrero lo dice senza giri di parole (pag.103): « Gli Stati Uniti stanno ponendo le basi per una nuova “cortina di ferro” » . Perch é ci vuole poco a capire che « queste alleanze economiche si allargherebbero al tema dell’approvvigionamento delle materie prime, dell’acqua, delle terre fertili » .

Avete presente il pericolo di una nuova guerra (questa volta nucleare)? È proprio questo il caso, TTIP volendo.

Anche se certo non lo dicono TTIP e Debito Pubblico, anzi Truffa del Debito Pubblico, sono parenti stretti. Ferrero questo lo spiega bene, da pagina 7 a seguire. Per cominciare. La mamma non glielo ha detto, ma lui, povero bambino innocente, quando nasce ha gi à sulla sua testolina un debito “pubblico” di 30mila euro. E questo perch é il Debito Pubblico dell’Italia è enormemente enorme. Ve lo ripetono e stra-ripetono, è su tutti i giornali e tutte le tv, per non parlare di governo, parlamento, senato, bce, fmi, ue, Trojka tutta: guai al vostro Debito Pubblico, se non correte al riparo siete perduti!

E per rimediare al Debito Pubblico, lo sapete bene, c’ è sempre la sperimentata ricetta “paga tutto Pantalone”, va bene, oggi chiamata fiscal compact, spendid rewiew ecc (ricordate la cura da cavallo approntata per la Grecia?).

Quindi, sacrifichiamoci per il bene del Debito Pubblico, o la Borsa o la vita. Ma, questo boia di Debito Pubblico italiano, oggi arrivato a quota duemila miliardi di euro, da dove viene? Pagina 23. « Dalla seconda met à del 1981 a oggi, lo Stato italiano ha cominciato a pagare tassi di interesse molto pi ù alti del tasso di inflazione ed è cos ì che il debito pubblico è stato – volutamente – gonfiato a dismisura » .

Volutamente, avverbio-chiave. Tutto questo è potuto avvenire – e Ferrero lo spiega bene – per la quisquilia che nel 1981 appunto, attraverso un semplice « scambio di lettere » tra l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e l’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, « fu deciso il cosiddetto divorzio » , appunto tra ministero del Tesoro e Banca d’Italia.

E cio è ? E cio è avvenne che se, sino ad allora « quando lo Stato aveva bisogno di soldi, il ministero del Tesoro decideva il tasso di interesse a cui emettere i titoli di Stato, concordandolo con la Banca d’Italia » (la quale era anche impegnata a ricomprare i titoli eventualmente rimasti invenduti e con ci ò impedendo manovre speculative da parte di privati), da quel momento, da quel “provvidenziale” divorzio, « lo Stato italiano si è messo in mano alla finanza privata, agli speculatori, e ha cominciato a pagare tassi da usura per ottenere il denaro di cui aveva bisogno » .

Il libro offre una precisa – e paurosa – cronistoria dell’ escalation del nostro (!) Debito Pubblico, dal 1981 sino al 2007; nonch é della catastrofe economica mondiale dal 2008 ad oggi, dovuta ai mega-galattici crolli finanziari delle cosiddette “bolle”. Ma sar à bene fissare l’attenzione su un dato che Ferrero sottopone al nostro sguardo.

Per salvare il Sistema, cio è salvare le banche e i poteri finanziari che l’hanno portato sull’orlo della rovina, hanno dovuto mobilitarsi gli Stati, sotto forma di oltre 4 trilioni di euro sborsati sull’altare delle banche solo nell’Eurozona; e sar à bene annotare che l’Italia, nel suo piccolo, vi concorre con un 20 per cento…

Maastricht, Lisbona, Sme, austerity, salasso dei salari, forca delle tasse eccetera eccetera. Le cose sono certo multiple, complicate e complesse, ma il libro riesce a dare le risposte. O meglio, a spiegare i “perch é “. Magari tenendo presente i fondamentali del Capitale, quelli che non cambiano mai. Quelli che il vecchio (!) Marx chiamava « privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite » .

Elementare, Watson.

La crisi di lunga durata | Fonte: Liberazione.it | Autore: Nicola Melloni

 

La crisi non è finita, lo sappiamo bene in Italia con l’economia in recessione e la disoccupazione in aumento. Il resto dell’Europa meridionale non è messa molto meglio, mentre Germania e Stati Uniti sembrano essere usciti dal momento peggiore, almeno se si guardano gli indicatori macroeconomici più classici, come crescita e disoccupazione.

Che nascondono però alcune inquietanti verità. Per esempio che il famoso top 1% si è impossessato del 95% della crescita avvenuta in questi anni negli USA. O che, sempre negli Stati Uniti, la partecipazione al mercato del lavoro è la più bassa dal 1948, l’anno in cui si cominciarono a registrare questi dati. E la produzione industriale, in tutti i paesi occidentali, è ancora sotto il livello pre-crisi. Perché? Perché mancano le opportunità di investimento.

Certo, lo shock finanziario ha colpito duro, ed ancora più duro han colpito le politiche di austerity. Il problema, però, è di natura strutturale, non congiunturale. Si tratta di trend di lungo periodo del capitalismo, proprio quelli che, in primo luogo, hanno gettato le basi per il meltdown del 2007. La finanziarizzazione dell’economia ha creato una enorme massa di capitale in eccesso in cerca di investimento che non era, però, facile trovare. Il risultato è stato la creazione di bolle su bolle, sempre più grosse, sempre più difficili da controllare. Fino a Lehman, appunto. Nulla però si è fatto per curare questi problemi e lo stesso trend è ricomparso quasi subito: una crescita esponenziale del mercato azionario americano, pure a fronte di bassi investimenti e bassa crescita; ed un aumento fortissimo dei prezzi delle case in Inghilterra, soprattutto a Londra. Insomma, nuovamente il capitale – presto riformatosi soprattutto grazie ai quantitative easing – gira il mondo e, non trovando investimenti produttivi, crea bolle speculative. I segni di una certa instabilità del sistema finanziario non mancano, anche JP Morgan ha messo in guardia i mercati denunciando un eccesso di liquidità superiore anche al periodo 2001-2006, gli anni che hanno portato alla bolla e alla crisi finanziaria.

Quello cui ci troviamo davanti è, in sintesi, una crisi di struttura. C’è una sovraccumulazione di capitale ed un eccesso di capacità produttive. Da una parte, l’avanzamento tecnologico e la robotizzazione porta ad un eccesso di offerta rispetto alla domanda corrente. Dall’altra, la stessa domanda è costretta dalla crescente diseguaglianza che è stato l’altro trend dominante degli ultimi trent’anni. Per un decennio abbondante, questo squilibrio è stato nascosto proprio dalla leva finanziaria che, con i vari mutui subprime e l’economia del debito, ha finanziato tanto gli investimenti profittevoli quanto il consumo. In realtà, la struttura economica attuale – e con l’attuale livello di domanda – sembra portarci a quella che Larry Summers ha definito una stagnazione secolare, con pochissime opportunità di investimento, e dunque di crescita. Tant’è che è stato calcolato che il livello di equilibrio dei tassi di interesse per garantire la piena occupazione sia negativo (-3%). Un trend che rischia di peggiorare con il progressivo re-orientamento dell’economia cinese verso i servizi. Non è una sorpresa quindi che la politica monetaria espansiva di questi anni abbia portato risultati assai modesti: in America, appunto, un rigonfiamento artificiale dei prezzi delle azioni – il rapporto prezzo/guadagni che indica la presenza di un eccesso di esuberanza nei mercati è già a livello di rischio – in Europa una riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico.

Affidarsi al mercato, dunque, non potrà portare a nessuna vera crescita non solo per i prossimi mesi o anni, ma addirittura per i prossimi decenni. L’uscita dalla crisi può avvenire solo attraverso l’intervento pubblico. Da una parte, con politiche fiscali redistributive che possano incoraggiare la domanda interna. Dall’altra, soprattutto, con la spesa pubblica. Tutto l’Occidente, oggi, è in disperato bisogno di interventi pubblici per ricalibrare il sistema economico in maniera sostenibile, verso una versione ecologicamente compatibile del capitalismo. Si tratta di una modernizzazione necessaria, tanto per ragioni sociali quanto per motivi economici. Un tipo di investimento infrastrutturale di lungo termini che, per sua stessa natura, difficilmente potrebbe vedere il mercato privato protagonista – mercato che però, nel medio periodo, si gioverebbe sia della maggior crescita, sia della modernizzazione tecnologica.

In Italia poi, e non solo in Italia, il bisogno di investimento pubblico sarebbe essenziale per sopperire la mancanza cronica di infrastrutture – dai trasporti locali ai porti alla messa in sicurezza del territorio. Si tratterebbe di una ritorno al passato nella maniera di intendere l’economia pubblica. E soprattutto di una presa di coscienza che la struttura economia attuale non è sostenibile.