Un tesoro di 17 milioni di euro sequestrato in Svizzera all’editore Mario Ciancio Sanfilippo da: setteemezzo

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Titoli e azioni in Svizzera che stavano per essere convertiti e portati in Italia e contanti a Catania per un valore complessivo di 17 milioni di euro, questa è la somma confiscata a Mario Ciancio Sanfilippo editore del giornale La Sicilia. Il sequestro è stato disposto giorno 16 giugno dal Tribunale di Prevenzione di Catania  in seguito alla richiesta presentata dalla Procura Distrettuale della Repubblica, la quale nel lungo lavoro di indagine a carico di Ciancio oltre ha raccogliere e valutare le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia ricostruendo i rapporti tra l’editore e la mafia ha anche lavorato su un filone di indagini patrimoniali che hanno portato all’individuazione dei depositi svizzeri, come si legge dal comunicato della Procura «alcuni dei quali schermati tramite delle fiduciarie di paesi appartenenti ai cosiddetti paradisi fiscali». L’urgenza dell’operazione si è imposta nel momento in cui gli inquirenti hanno appreso che Ciancio aveva dato «ordine di monetizzare i propri titoli detenuti in Svizzera e di trasferire il ricavato in istituti di credito italiani».

Nel comunicato della procura si fa riferimento in conclusione anche alle indagini  che portano alla ricostruzione dei legami tra Cosa Nostra e l’editore e dei traffici e delle speculazioni in cui è emersa l’infiltrazione mafiosa catanese « sin dall’epoca in cui l’economia catanese era sostanzialmente imperniata sulle attività delle imprese dei cosiddetti cavalieri del lavoro, tra i quali Graci e Costanzo». I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa li aveva chiamati Pippo Fava, il primo e in maniera isolata a denunciarne gli affari illeciti assieme al Generale Dalla Chiesa che avrebbe pagato lo scotto delle sua attività, le sue dichiarazioni su «le quattro maggiori imprese edili catanesi » che erano riuscite ad accaparrarsi il mercato edile palermitano, non lasciarono certo indifferenti i protagonisti. Disse durante una intervista a Giorgio Bocca «Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?». Un mese circa dopo fu ucciso. Lo stesso capitò al giornalista catanese due anni dopo.

Sulla confisca a Mario Ciancio è intervenuto con un commento deputato e vice presidente della Commissione parlamentare Antimafia Claudio Fava « Se sequestrano 17 milioni di euro a Mario Ciancio, cioè al più potente, riverito e temuto editore del sud Italia; se quei soldi (e molti altri ancora, risulta dalle carte) venivano conservati su fondi svizzeri gestiti da fiduciarie di copertura; se la Procura distrettuale di Catania (a cui va il nostro riconoscimento per il lavoro paziente e rigoroso che ha fatto, dopo molti anni di colpevole inerzia di quell’ufficio) ha deciso di esercitare l’azione penale nei confronti di Ciancio “per avere lo stesso, da numerosi anni, apportato un contributo causale a cosa nostra catanese”: insomma, se tutto questo è vero (e chi ha il coraggio di dubitarne?) dovremo riscrivere la storia di Catania e probabilmente dell’intera Sicilia » questo il duro commento alla notizia di stamane del sequestro di titoli e azioni, all’editore e imprenditore, per un valore di circa 12 milioni di euro tenuti in in dei depositi bancari Svizzera, oltre alla somma in contanti di circa 5 milioni di euro presso la filiale di un istituto di credito etneo.

Senza fare sconti  Fava si rivolge agli apparati compiacenti che dalle attività di Mario Ciancio hanno tratto profitto nel corso degli anni «alle due generazioni di parlamentari della Repubblica (di maggioranza e d’opposizione) muti, sempre stolidamente, ostinatamente muti» e  scrive «La storia dei silenzi di certa stampa, delle fulgide carriere politiche accompagnate da quella stampa, delle speculazioni edilizie che hanno saccheggiato il territorio. La storia dei troppi consigli comunali compiacenti, dei sindaci corrotti o reticenti. La storia delle impunità criminali e dei poteri paralleli che laggiù hanno governato i destini di uomini e cose, denari e miserie. Per vent’anni il racconto onesto, sereno, mai reticente di tutto ciò è stata virtù di pochi, pochissimi. Adesso, con le carte giudiziarie in mano, forse taluni ritroveranno il coraggio di dire e di chiedere. Troppo comodo verrebbe da scrivere…» lasciando in sospeso il messaggio.

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Sequestro antimafia di 17 milioni di euro a Mario Ciancio Sanfilippo da: sud press

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Appena giunto comunicato ufficiale della Procura di Catania che riportiamo integralmente

In data 16.06.2015 il Tribunale di Prevenzione di Catania, in accoglimento della richiesta presentata dalla Procura Distrettuale della Repubblica, ha disposto il sequestro di ingenti somme di denaro riconducibili all’editore catanese CIANCIO SANFILIPPO Mario.

Sono stati sottoposti a sequestro antimafia un rapporto bancario intrattenuto da Ciancio, per il tramite di una società fiduciaria del Lichtenstein, in un istituto di credito con sede in Svizzera in cui sono depositati titoli e azioni per un valore, stimato allo stato, di circa 12 milioni di euro  e, inoltre, è stata sequestrata la somma in contanti di circa 5 milioni di euro depositata presso una filiale di una banca etnea.

 

Il sequestro è stato eseguito in data 17.06.2015 dai Carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) Sezione Anticrimine di Catania, a cui erano state delegate le indagini penali e patrimoniali.

 

Come è noto la Procura di Catania ha esercitato l’azione penale nei confronti di Ciancio Sanfilippo Mario per avere lo stesso, da numerosi anni, apportato un contributo causale a cosa nostra catanese e, per tale motivo, proprio in data 19.06.2015 si terrà la prima udienza preliminare al fine di stabilire se l’imputato dovrà o meno essere sottoposto ad un processo.

 

In tale contesto la Procura di Catania, oltre a raccogliere e riscontrare le dichiarazioni di collaboratori di giustizia ed a ricostruire complessi affari promossi dal Ciancio nei quali aveva interesse la mafia, ha delegato indagini patrimoniali che si sono spinte a ricercare anche dei fondi detenuti illegittimamente all’estero dal Ciancio. Si sono, così, individuati, tra gli altri, depositi bancari in Svizzera, alcuni dei quali schermati tramite delle fiduciarie di paesi appartenenti ai cosiddetti paradisi fiscali; gli accertamenti sono stati agevolati dalla cooperazione prestata, tramite rogatoria e in adesione ai trattati internazionali, della Procura Svizzera di Lugano, la quale ha acquisito dagli istituti bancari documentazione bancaria rilevante.

 

Altre approfondite indagini sono state delegate al Nucleo di Polizia Tributaria di Catania che ha acquisito le movimentazioni bancarie e altre informazioni sulle quali il consulente del Pubblico Ministero, la società multinazionale Price Water House Coopers S.p.A. (PWC), specializzata in revisioni in bilancio, sta ricostruendo il patrimonio del Ciancio negli anni.

 

La richiesta di sequestro urgente è stata presentata dalla Procura Distrettuale della Repubblica nel momento in cui è venuta a conoscenza del fatto che Ciancio Sanfilippo Mario aveva dato l’ordine di monetizzare i propri titoli detenuti in Svizzera e di trasferire il ricavato in istituti di credito italiani.

Nella richiesta di sequestro sono stati ricostruiti numerosi affari del Ciancio che risultano infiltrati da Cosa nostra catanese sin dall’epoca in cui l’economia catanese era sostanzialmente imperniata sulle attività delle imprese dei cosiddetti cavalieri del lavoro, tra i quali Graci e Costanzo.

Le indagini hanno consentito di accertare l’esistenza di una sperequazione non giustificata tra le somme di denaro detenute in Svizzera ed i redditi dichiarati ai fini delle imposte sui redditi in un arco temporale assai ampio.

«Senza immigrati salta tutto» Fonte: il manifesto | Autore: Eleonora Martini

Svizzera. «Un sollievo il no al referendum». Parla l’ambasciatore a Roma, Giancarlo Kessler. L’iniziativa Ecopop bocciata al 74,1%. L’Ocse: il paese elvetico primo in accoglienza

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“Uno che ci sol­leva”. L’ambasciatore sviz­zero a Roma, Gian­carlo Kes­sler, non nasconde il timore vis­suto dal Paese elve­tico in que­ste ultime set­ti­mane. Onore alla Sviz­zera, però, visto che il 74,1% della popo­la­zione ha boc­ciato sono­ra­mente l’iniziativa Eco­pop deno­mi­nata «Stop alla sovrap­po­po­la­zione — sì alla con­ser­va­zione delle basi natu­rali della vita», che chie­deva di limi­tare allo 0,2% la cre­scita della popo­la­zione immi­grata. E in un Paese che acco­glie per­cen­tual­mente il mag­gior numero di immi­grati in Europa, come testi­mo­niano i dati dif­fusi pro­prio ieri dall’Ocse.

Se avesse vinto il sì al refe­ren­dum pro­po­sto da un comi­tato di strani eco­lo­gi­sti e di fem­mi­ni­ste, poco iden­ti­fi­ca­bile in ter­mini di schie­ra­menti poli­tici, il numero di immi­grati, fron­ta­lieri com­presi, si sarebbe dovuto fer­mare l’anno pros­simo a 17 mila unità. Una soglia impos­si­bile, visto che nel 2013 il saldo migra­to­rio si è asse­stato a 87 mila per­sone. Dome­nica, in Sviz­zera, poco meno del 50% degli aventi diritto si è recata alle urne ma a dire no, que­sta volta, sono stati anche tutti i can­toni, com­preso il Ticino (anche se con la per­cen­tuale minore: il 63,1%), dove la pres­sione dei lavo­ra­tori ita­liani è forte e sentita.

Le due ini­zia­tive hanno ori­gini com­ple­ta­mente diverse: quella del 9 feb­braio era pro­po­sta da ambienti con­ser­va­tori che com­bat­tono l’immigrazione men­tre Eco­pop era soste­nuta soprat­tutto da eco­lo­gi­sti che pen­sa­vano di dare così una rispo­sta ai pro­blemi dello svi­luppo soste­ni­bile. Chia­ra­mente siamo sol­le­vati che sia stata respinta a grande mag­gio­ranza, per­ché non era una buona rispo­sta ai pro­blemi migra­tori e in più la pro­po­sta di con­trollo delle nascite, soprt­tutto nei paesi extra euro­pei, era molto discu­ti­bile. Inol­tre non avrebbe con­tri­buito allo svi­luppo eco­no­mico della Sviz­zera per­ché met­teva limiti molto stretti e dif­fi­cil­mente osser­va­bili. Detto que­sto, comun­que il risul­tato non ci toglie dall’impaccio di dover appli­care l’articolo costi­tu­zio­nale appro­vato dal popolo il 9 feb­braio che pone dei limiti gene­rici all’immigrazione, non dra­co­niani come nell’iniziativa Eco­pop, ma impone anche, per esem­pio, la pre­fe­renza ai cit­ta­dini sviz­zeri sui posti di lavoro. Si aprono quindi pro­ble­ma­ti­che chiare sulla libera cir­co­la­zione, oggetto di accordi con l’Unione europea. Amba­scia­tore, come mai i cit­ta­dini sviz­zeri hanno detto sì alla limi­ta­zione dell’immigrazione pro­po­sta col refe­ren­dum del 9 feb­braio men­tre que­sta volta la boc­cia­tura è stata così netta?

I dati dell’Ocse dif­fusi ieri dicono che la Sviz­zera è in cima alla clas­si­fica euro­pea con 125.600 migranti accolti nel 2012, pari all’1,6% della popo­la­zione. Lo svi­luppo eco­no­mico elve­tico, oggi come 40 anni fa, è legato alla mano­do­pera degli immigrati?

Direi che da sem­pre quella sviz­zera è una eco­no­mia aperta. Per arri­vare all’odierna pro­spe­rità ci siamo sem­pre avvalsi di forze estere. Chiaro che in un mondo glo­ba­liz­zato la per­cen­tuale aumenta. Ma se 40 anni fa gli immi­grati con­tri­bui­rono a far cre­scere l’industria o a costruire le grandi opere, per esem­pio, idroe­let­tri­che, oggi si tratta per­lo­più di per­so­nale ad alta spe­cai­liz­za­zione che lavora nell’industria di punta o nei ser­vizi. Dun­que la Sviz­zera, che ha sem­pre accolto e vive di immi­gra­zione, oggi vuole con­ti­nuare a cogliere que­sta oppor­tu­nità che le per­mette gli attuali livelli di eccel­lenza. Le fac­cio un esem­pio: nelle scuole poli­tec­ni­che fede­rali, che sono con­si­de­rate le migliori del mondo, la metà degli stu­denti qua­li­fi­cati per un master o per un dot­to­rato, e gli stessi pro­fes­sori ad alti livelli, sono stranieri.

Quali pro­blemi com­por­tano i lavo­ra­tori fron­ta­lieri in Ticino, e quali con­se­guenze ha il refe­ren­dum del 9 feb­braio su di loro?

L’articolo del 9 feb­braio impone di rego­lare l’afflusso di immi­grati in fun­zione dei biso­gni dell’economia, com­presi anche i fron­ta­lieri. Quindi la que­stione è chiara: biso­gnerà rego­lare anche que­sto tipo di lavo­ra­tori, che sono ita­liani, ma anche fran­cesi e tede­schi. Al di là di un par­tito -– la Lega dei tici­nesi — che fa un’amalgama di con­cetti e ha fatto dei lavo­ra­tori fron­ta­lieri ita­liani la fonte di tutti i pro­blemi del Ticino, però è un fatto che si tratta di un pic­colo can­tone di 300 mila abi­tanti inca­sto­nato nella Lom­bar­dia, con un bacino di utenza di milioni di per­sone. E sui lavo­ra­tori tici­nesi, vista la con­cor­renza dei vicini, c’è una forte pres­sione. Quindi il sala­rio medio è più basso che nel resto della Sviz­zera. D’altra parte que­ste per­sone lavo­rano rego­lar­mente e ci sono indu­strie e ser­vizi che appro­fit­tano della pre­senza di que­sti lavo­ra­tori. Quindi anche il can­ton Ticino deve deci­dere che tipo di svi­luppo vuole e poi accet­tare le con­se­guenze del libero mercato.