Previdenti Fonte: il manifesto | Autore: Roberto Romano

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La discus­sione e il dibat­tito sulla riforma For­nero, sul mer­cato del lavoro e sul sistema pre­vi­den­ziale, dovrebbe decli­nare la dizione «stato sociale». Il 20 dicem­bre a Milano, alle 11 presso la sala della Pro­vin­cia in via Cor­ri­doni 16, un gruppo di Rsu avvia una discus­sione pro­prio sulla riforma For­nero, dimo­strando una volta di più come i lavo­ra­tori siano degli eco­no­mi­sti più seri degli «eco­no­mi­sti» (Keynes).

Potrebbe anche essere un ottimo punto di par­tenza per ri-affermare lo scopo prin­ci­pale dello stato sociale, cioè quello di rimuo­vere i fal­li­menti del mer­cato. Più pre­ci­sa­mente quello di decli­nare il diritto libe­rale posi­tivo, cioè «libertà da» e «libertà di». La «libertà da» è la libertà dal biso­gno: solo chi è libe­rato dal biso­gno può diven­tare pro­ta­go­ni­sta della pro­pria vita; la «libertà di», invece, inte­ressa la pos­si­bi­lità di intra­pren­dere, nei limiti della libertà di altre persone.

La riforma pre­vi­den­ziale e del lavoro tar­gata For­nero intacca la matrice stessa dello stato moderno. Infatti, la sanità, la scuola, la pre­vi­denza, sono pub­bli­che non per una scelta rela­tiva al pri­mato del pub­blico sul pri­vato, ma per­ché la gestione pub­blica è meno one­rosa di quella che si deter­mi­ne­rebbe sul mer­cato. Dal lato del lavoro, invece, il con­tratto tra datore e pre­sta­tore di lavoro non è uguale ai nor­mali rap­porti tra con­traenti, avendo un con­te­nuto e una ratio spe­ciale, dero­ga­to­ria, per­ché le due parti in causa sono, per defi­ni­zione, in posi­zione di dispa­rità sostanziale.

Ecco per­ché il diritto del lavoro si con­fi­gura come diritto «dise­guale», cioè ten­dente a ripor­tare un minimo di equi­li­brio tra parti dotate di diverso potere nella con­clu­sione del con­tratto e nella con­du­zione del rap­porto. Le norme che rego­lano il rap­porto di lavoro hanno, dun­que, una fun­zione spe­ci­fica, accet­tata dalla scienza giu­ri­dica e rico­no­sciuta dalla giu­ri­spru­denza: assi­cu­rare una parità sostan­ziale, almeno nei rap­porti giu­ri­dici, tra sog­getti che si tro­vano invece in una con­di­zione di disparità.

Lo stato sociale moderno dovrebbe riap­pro­priarsi e rias­su­mere i tratti di un pro­getto di società. Più che alla fine dello stato sociale, biso­gna ripen­sare il modello rispetto alle fina­lità che la società si vuole dare. Se la fina­lità è l’individuo nella sua pie­nezza, come indi­cato da Nor­berto Bob­bio o Luigi Einaudi, è neces­sa­rio un allar­ga­mento dello stato sociale, cioè un allar­ga­mento del benes­sere.
Il punto di arrivo di una società libe­rale è che tutti, ric­chi o poveri, quando nascono, devono avere le stesse oppor­tu­nità; diver­sa­mente non ci sarebbe una società liberale.

L’iniziativa delle Rsu di Milano pone anche un pro­blema eco­no­mico. Se la crisi ita­liana è di strut­tura, cri­stal­liz­zare il mer­cato del lavoro via allun­ga­mento dell’attività lavo­ra­tiva, com­porta un ral­len­ta­mento del neces­sa­rio rin­gio­va­ni­mento della forza lavoro. Un pas­sag­gio indi­spen­sa­bile per ricon­ver­tire un tes­suto pro­dut­tivo a basso valore di conoscenza.

Ancora una volta i lavo­ra­tori, come soster­rebbe Key­nes, si mostrano più lun­gi­mi­ranti dei datori di lavoro.