Iraq e Ucraina. I “destabilizzatori creativi” | Fonte: Contropiano.org | Autore: Sergio Cararo

bd71a4be26308543fa71d9b2937d4374_L

La travolgente offensiva in Iraq dei miliziani jihadisti dell’Isis (Stato Islamico di Iraq e Siria) svela drammaticamente – ma meglio di tante arzigogolate argomentazioni – le conseguenze della “destabilizzazione creativa” praticata dagli Stati Uniti e dalle potenze loro alleate. Una destabilizzazione che si è manifestata in particolare in Africa e in Medio Oriente, riscrivendo quasi completamente la mappa geopolitica dell’area e riempiendola di quelle che possiamo definire come “terre di nessuno”. “Possiamo solo immaginare quali sarebbero state le conseguenze se a gennaio Stati Uniti e Francia avessero attaccato la Siria”, sottolineava giustamente qualche giorno fa Alberto Negri sul Sole 24 Ore .

Già Eric Hobsbawn, nella sua intervista sul Secolo Breve , indicava come la faglia nella storia del XXI Secolo sarebbe stata la contrapposizione tra le aree dove esistono gli Stati e quelle dove gli Stati non esistono più. Il mondo infatti si va sempre più definendo non più come diviso tra un primo e un terzo mondo, ma tra Stati forti e “disgreganti” (magari anche con processi inediti come quello che ha portato all’Unione Europea) e Stati “disgregati”.

Gli Stati più forti si integrano fra loro in nuovi blocchi economico/politici  mentre quelli più deboli – spesso frutto di una decolonizzazione pilotata proprio dalle ex potenze coloniali – vengono disintegrati in territori senza sovranità, divisi e contesi da gruppi armati con i quali è possibile negoziare o combattere in condizioni assai più asimmetriche e vantaggiose per le multinazionali e gli stati imperialisti.

L’apparente obiettivo di questo scenario è la scomparsa dello Stato nei paesi in cui la “rivoluzione democratica” è stata imposta con i bombardamenti o con i colpi di stato eterodiretti da Washington, Londra, Riad e talvolta Parigi.

La stabilità destabilizzante realizzata dalle potenze occidentali, in collaborazione con le petromonarchie del Golfo, ha mandato per aria i regimi “laici” in Libia, Iraq, Corno d’Africa e Africa centrale. Ha deposto e ricomposto i regimi “laici” in Tunisia ed Egitto. Di fatto è stato raggiunto l’obiettivo di Usa e Israele di “balcanizzare” l’Iraq in tre cantoni (sunniti/Isis, kurdi al nord, sciiti nel sud). Ha provocato la secessione in Sudan (e prima ancora nei Balcani e nel Caucaso), ha fallito – per ora – li tentativo di disintegrare la Siria ma ha lasciato indenni, se non rafforzato, le monarchie petrolifere del Golfo.

 Il segretario di Stato statunitense Kerry ha già indicato come i responsabili di questa destabilizzazione permanente intendano gestire gli effetti della loro azione: bombarderanno dall’alto dei cieli con i loro droni e impediranno di volta in volta che qualcuna delle fazioni armate, sorte nelle terre di nessuno, prevalga sulle altre. Sembra uno scenario da fantascienza (modello Elysium , potremmo dire) ed invece è quanto pianificato, realizzato e previsto dalle grandi potenze per il futuro.

Ora il cerchio di fuoco intorno all’Europa non brucia solo a sud, ma infiamma anche le regioni all’Est. La destabilizzazione e il conflitto in corso in Ucraina stanno esattamente dentro questa logica prettamente imperialista, nel senso più moderno e attuale del termine. L’instabilità infatti non è senza “centri di comando”, ma ne rappresenta una derivazione diretta. In gioco non c’è solo la partita energetica.

L’impero del caos nei paesi esterni e periferici rispetto ai centri imperialisti, consente di giocare a mani libere la partita a scacchi della competizione globale tra i vari poli determinando di volta in volta gli spazi per la concertazione e quelli per il conflitto. La vicenda della competizione energetica, della guerra sulle pipelines e i corridoi strategici (Nabucco versus South Stream ad esempio) è un aspetto rilevante ma non esclusivo di questa fase storica. Alzare continuamente la soglia della tensione rischia di creare uno o più punti di non ritorno, quelli nel quale il rapporto costi/benefici viene sottratto ai “politici” e affidato ai “tecnici”; e in particolari condizioni i tecnici che prendono in mano le decisioni sono i comandi militari. Efficacemente, Mark Twain diceva che è vero che “la storia non si ripete, ma è anche vero che spesso fa rima”.

Nella manifestazione del 28 giugno e nel controsemestre popolare finalmente, dopo anni di rimozione, ci sarà posto anche per il confronto e l’iniziativa sui pericoli di guerra. E’ una parte del ritardo che comincia ad essere recuperato. Prima è, meglio è.

Vedi anche: http://contropiano.org/internazionale/item/24685-la-scienza-del-conflitto-secondo-il-pentagono

IRAQ: LE MOLTE PARTI IN COMMEDIA DEGLI USA Fonte: www.comidad.org da: tutti i coloridel rosso

La destabilizzazione siriana di marca jihadista è stata esportata in grande stile nel confinante Iraq, il cui governo è ufficialmente appoggiato sia dagli Stati Uniti che dall’Iran. I media ci presentano quindi i due storici nemici, USA e Iran, costretti a fronteggiare insieme la minaccia dell’integralismo islamico. Sennonché notizie di stampa poste in minore evidenza sembrano sfatare la propaganda dell’ISIS (o ISIL), il gruppo jihadista che sostiene di praticare esclusivamente sane forme di autofinanziamento con rapine in banca e imposizione di tangenti. I finanziamenti principali proverrebbero infatti dalle petromonarchie del Golfo: Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Già da qualche giorno alcuni commenti giornalistici, seppur di stretta marca occidentalistica, avevano posto in evidenza il “paradosso” costituito dal fatto che a finanziare il jihadismo fossero proprio i principali alleati degli Stati Uniti nell’area, cioè appunto le petromonarchie. Poteva apparire spregiudicato, ma coerente, che il jihadismo venisse usato per destabilizzare la Siria, un paese storicamente nel mirino degli USA, ma potrebbe apparire contraddittorio che oggi si trovi a far da bersaglio un governo insediato proprio dagli USA come quello dell’Iraq.

Queste perplessità derivano da una concezione idealizzata ed edulcorata dell’imperialismo, al quale spesso si attribuisce, del tutto arbitrariamente, una carica “progettuale”, cioè la determinazione di stabilire una qualche forma di “ordine”, per quanto ingiusto, sia a livello regionale che globale. Quando si notano certe incongruenze si può sempre spiegare tutto con la stupidità, che ha certamente un ruolo rilevante nelle vicende umane. D’altra parte, proprio perché la stupidità costituisce una costante perenne ed ineliminabile, serve a molto poco per spiegare ciò che accade nello specifico.

I commentatori dell’occidentalismo puro e duro se la prendono poi con la debolezza e l’indeterminazione di Obama, e rimpiangono il “guerriero” Bush. La stupidità potrebbe essere facilmente invocata anche per spiegare questo tipo di assurdi commenti giornalistici, ma così si coglierebbe l’aspetto meno rilevante del problema. La propaganda dei “Neocon” americani consiste per un verso nell’inflazionare l’epiteto di “pacifista”, attribuendolo persino a criminali di guerra del calibro di Bill Clinton, e dall’altro verso nel caricare di nuovi sovrasignificati bellicistici cose che rientrano nella routine dell’affarismo militare. Capitò anche con le mitiche “Guerre Stellari” lanciate mediaticamente dal presidente Reagan negli anni ’80. In realtà dagli anni ’50 il Pentagono già finanziava e organizzava dispendiose ricerche sull’uso militare dei satelliti. Perciò non vi era nulla di nuovo, se non l’enfasi pubblicitaria attribuita a quelle ricerche.

Se si va invece a comparare il grado di destabilizzazione operato nel periodo della presidenza Obama con quello che si è verificato nel corso della presidenza Bush, ci si accorge che la palma dell’imperialismo più aggressivo andrebbe proprio all’understatement di Obama, e non all’enfasi bellicistica di Bush. Ciò, ovviamente, se Obama non fosse soltanto quello che è, cioè un addetto alle pubbliche relazioni; e se questo alternare uno stile più spavaldo a un altro più dimesso non rientrasse in un normale gioco comunicativo.

 

Dopo l’irrigidimento delle forze armate russe nel difendere la Siria, il piano di destabilizzazione di questo paese ha dovuto subire una battuta d’arresto, perciò era ragionevole attendersi che gli USA e le petromonarchie spostassero il fronte sul paese confinante. Nel caso iracheno gli USA possono consentirsi infatti di riscuotere i vantaggi della destabilizzazione, che va ad investire direttamente anche il ruolo di potenza regionale dell’Iran e la sua influenza sull’attuale Iraq a predominio sciita. Gli USA possono conseguire questo risultato senza peraltro esporsi più di tanto, e senza nemmeno spendere più di tanto, lasciando le spese e il lavoro sporco agli “alleati”, come è già avvenuto per le “primavere” arabe del 2011.

L’imperialismo non ha bisogno di strategia, poiché la destabilizzazione è già di per sé una strategia. Sul cammino di una Russia concentrata sulla questione dell’Ucraina viene oggi lanciata la nuova pietra d’inciampo della destabilizzazione irachena, quindi un nuovo fronte e militare e diplomatico per Putin, dato che dall’Iraq diventa possibile tentare di destabilizzare nuovamente la Siria.

All’opposto della visione idealizzata dell’imperialismo, può anche darsi una sua concezione del tutto unilateralistica, come se l’imperialismo costituisse una sorta di “villain” che va a turbare le paradisiache armonie dei popoli. In realtà la forza dell’imperialismo non sta tanto nella sua potenza intrinseca, quanto nella sua capacità di catalizzare tutti gli affarismi e gli opportunismi a livello locale. In questo senso si può valutare anche la storia dell’Europa dell’Est non soltanto nei suoi aspetti di discontinuità, successivi alla caduta del muro di Berlino, ma anche nei suoi aspetti di continuità rispetto all’epoca del cosiddetto “socialismo reale”. Durante la Guerra fredda, paesi come la Jugoslavia o la Romania hanno saputo “vendere” la loro posizione di confine tra i due schieramenti, ritagliandosi un ruolo internazionale e anche una sorta di alibi ideologico. Tito e Ceasescu sono stati celebrati dalla propaganda occidentalistica per decenni, salvo essere criminalizzati dalla stessa propaganda, quando il loro opportunismo non serviva più; post mortem nel caso di Tito, e ancora in vita nel caso di Ceasescu, sino a plaudire alla sua feroce esecuzione. La stessa Albania, passata così bruscamente nel campo occidentale, ha un suo passato ambiguo, in cui il marxismo/leninismo/stalinismo apparentemente ortodosso di Enver Hoxha, costituì di fatto un ottimo alibi per ritagliarsi un ruolo di neutralità. Se Hoxha avesse aderito al Patto di Varsavia, la marina militare sovietica avrebbe potuto piazzare basi navali a pochi chilometri dalla base NATO di Taranto, e tutto l’equilibrio militare del Mediterraneo sarebbe mutato. Qualche innocua trasmissione da Radio Tirana fu sufficiente per tutti gli anni ’70 ad accreditare alla politica antisovietica di Hoxha una sorta di mitico alone ultra-rivoluzionario, mentre dietro vi erano evidenti compromessi con la NATO.

Non vi è perciò nulla di strano nel fatto che oggi in Ucraina la posizione di confine sia considerata un’opportunità da sfruttare e che fare l’anti-russo sia divenuto un mestiere carico di prospettive di successo e carriera. Ciò che invece risulta strano, è che a Kiev non ci si accorga che attualmente la posizione di confine dell’Ucraina non viene venduta al migliore offerente, ma svenduta a condizioni di strozzinaggio. L’Occidente può permettersi di spacciare il prestito di diciassette miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale al governo ucraino come un “aiuto”, quando persino un quotidiano come “The Guardian” deve riconoscere che il vantaggio di questo prestito va esclusivamente ai creditori. Questa svendita è appunto l’effetto della destabilizzazione permanente, per la quale ogni paese è considerato un bersaglio e nessuno può più permettersi di negoziare tranquillamente per ottenere vantaggi dalla propria posizione di neutralità o di alleanza. Per questo motivo la destabilizzazione imperialistica non colpisce soltanto coloro che sono ufficialmente considerati nemici, ma spesso, o soprattutto, i cosiddetti “alleati”, come sta capitando adesso anche all’Iraq.

 

Vertice del G77, la Bolivia capitale dei paesi del sud Fonte: Marx 21 | Autore: Angel Guerra Cabrera

08desk1-aspettare-sint-visiva-Marino_03

Il 14-15 giugno, a Santa Cruz de la Sierra in Bolivia si svolge il Vertice del Gruppo dei 77 più la Cina (G77). Riunisce la maggior parte degli stati membri dell’ONU, che formano il sud politico, poiché al gruppo appartengono 133 dei 193 paesi partecipanti all’organismo internazionale, con quasi il 60 per cento della popolazione mondiale.

La celebrazione di questo appuntamento nel paese andino è un riconoscimento dei paesi del Sud all’enorme sforzo di trasformazione, decolonizzatore e solidale con i popoli del mondo promosso dai suoi popoli indios e meticci, e dal suo prestigioso leader indigeno Evo Morales, che lo ha guidato dal momento del suo arrivo alla presidenza nel 2006. Da uno dei paesi più poveri e subordinati a Washington dell’America Latina di allora, la Bolivia è oggi un vigoroso Stato plurinazionale, degno difensore della propria sovranità ed esempio di equità, interculturalità e inclusione sociale che, con il prodotto della rinazionalizzazione delle sue risorse naturali e l’organizzazione dei suoi movimenti sociali ha elevato in modo sostenibile i livelli di educazione, salute, benessere e riduzione della povertà, mentre conserva un’apprezzabile crescita economica. Possiamo affermare senza dubbio che in questi giorni è la capitale del Sud.

Il G77 ha acquistato un meritato prestigio in difesa degli interessi politici, economici e culturali dei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Denominazione eufemistica ed eurocentrica poiché dietro a questi vocaboli si nasconde l’esistenza della maggioranza degli stati e delle regioni del mondo sottomessi al colonialismo, al neocolonialismo, allo sfruttamento e al saccheggio da parte del piccolo club delle potenze imperialiste sorto nel Nord Atlantico e in Giappone alla fine del XIX secolo. Gli stessi che oggi, guidati dagli Stati Uniti, pretendono di continuare a dominare il mondo appoggiandosi sul controllo delle nuove tecnologie della (delle) informazione con le loro ingannevoli attrattive edoniste e consumiste e parallelamente su una strategia di conquista e ricolonizzazione dei popoli che non esita a ricorrere a sanguinose e distruttive invasioni o alla feroce violenza destabilizzatrice mascherata da protesta sociale, come in Venezuela e Ucraina.

L’appuntamento in Bolivia, di per sé stesso, assume un’importanza inusitata dal momento che la visibile tendenza al transito dall’egemonia degli Stati Uniti a una riconfigurazione multipolare mondiale osservata nell’ultimo decennio si è espressa recentemente in una frattura tettonica dell’ordine internazionale.

All’esistenza di un forte polo di resistenza all’imperialismo statunitense che ha il suo nucleo nelle alternative liberatrici in America Latina e nei Caraibi si aggiunge il rapido consolidamento della proiezione di potere e rafforzamento di alleanze economiche, politiche e militari da parte di Russia, Cina, Iran e altri paesi della zona asiatica che rifiutano di subordinarsi alla politica estera di Washington.

In tal senso, sono stati decisivi l’atteggiamento della Russia e della Cina per impedire un intervento imperialista in Siria e la reazione russa alla rozza ingerenza della NATO in Ucraina con la reincorporazione della Crimea nella Federazione Russa. Allo stesso modo, il consolidamento dell’alleanza tra Russia e Cina con la nuova visita di Putin in questo paese e la firma del contratto del secolo per la fornitura di gas, la vendita di sofisticato armamento strategico russo al gigante asiatico e i multimilionari investimenti reciproci accordati da entrambi.

La presa di posizione boliviana ( http://www.comunicacion.gob.bo/sites/default/files/media/publicaciones/CARTILLA%20G77.pdf ), con il suo pensiero latinoamericano ispirato all’anticonsumista “buen vivir” andino, augura al vertice del G77 risultati favorevoli per continuare ad avanzare con l’agenda internazionale antimperialista, anti-neoliberale e anticoloniale. In opposizione alle violenze del capitale finanziario, per il diritto dei popoli a controllare le loro risorse naturali, per la democrazia partecipativa e protagonista non limitata al voto, difensora dell’ambiente e, di conseguenza, anticapitalista. Nello stesso tempo, rivendicatrice della dichiarazione per la Celac dell’America Latina come zona di pace, in opposizione ad ogni intervento straniero e, in particolare, a quello degli Stati Uniti in Venezuela e con il blocco di Cuba, reclamando la sovranità dell’Argentina sulle Malvine, e dando nuovo impulso all’unità e all’integrazione latino-caraibica rappresentate da Alba, Unasur, Mercosur rinnovato e Celac. E, naturalmente, per il diritto inalienabile della Bolivia ad avere uno sbocco al mare.

(Angel Guerra Cabrera è giornalista cubano residente in Messico ed editorialista di La Jornada)

Traduzione di Marx 21

Contro la guerra nel cuore dell’Europa, a fianco dell’Ucraina antifascista! da: controlacrisi.org

A Odessa un’orda nazista ha trucidato oltre 50 cittadini ucraini di origine russa. Disarmati. Lo ha fatto con i metodi nazisti del pogrom: bruciare, uccidere, non lasciare via di scampo alle vittime.

I media, all’unisono, hanno deformato la notizia fino a renderla irriconoscibile. Questa falsificazione è funzionale a coprire le responsabilità degli Stati Uniti e dell’Unione europea, che appoggiano il governo golpista di Kiev, da essi portato al potere.

Noi, cittadini italiani di una repubblica antifascista ormai solo di nome, siamo parte involontaria di questa mostruosa tragedia e di questo ritorno al passato. Lo siamo in quanto membri della NATO e alleati degli Stati Uniti. Non a caso il ministro della Difesa italiano, non pago delle violazioni che in questi ultimi due decenni hanno ripetutamente sfigurato l’articolo 11 della nostra Costituzione, è stato il primo a dichiararsi disponibile per un’ennesima sciagurata missione militare, stavolta in Ucraina.

Possiamo tacere? Se lo faremo, saremo complici.

Sono altissime, purtroppo, le probabilità che, nelle prossime settimane, quelle che ci separano dal voto ucraino del 25 maggio, possano verificarsi eventi ancora più sanguinosi, mentre la crisi tra Russia e Occidente rischia di scivolare in conflitto aperto.

Chiediamo a tutte e tutti coloro che condividono i valori della democrazia e della pace, che vogliono battersi contro la guerra, di partecipare a una manifestazione nazionale di protesta e di lutto. Chiediamo che lo si faccia insieme e subito. Con urgenza, sabato 17 maggio, a Roma.

E’, questo, un appello perché ci si riunisca in segno di lutto e di vergogna, per questa Unione europea senza vergogna. Diamo una risposta collettiva, grande, dignitosa, al fianco dell’Ucraina antifascista, contro l’escalation bellica nel cuore dell’Europa.

LA MANIFESTAZIONE E’ CONVOCATA, DUNQUE, SABATO 17 MAGGIO ALLE ORE 18.00 CIRCA, NEI PRESSI DELL’AMBASCIATA DELL’UCRAINA A ROMA, VIA GUIDO D’AREZZO, VICINO A PIAZZA VERDI, ZONA PARIOLI E SI TERRA’ DOPO IL CORTEO IN DIFESA DELL’ACQUA PUBBLICA, AL QUALE SI PARTECIPERA’ .

Per aderire all’Appello: info@giuliettochiesa.it

Promotori

Giulietto Chiesa – presidente “ Alternativa”, fondatore Pandora TV

Valentino Parlato – giornalista

Matteo Gaddi – coordinatore nazionale RSU “ CONTRO LA LEGGE FORNERO”

Mariella Cao- Comitato “Gettiamo le Basi”, Sardegna

Cesare Procaccini – segretario nazionale PdCI

Paolo Ferrero – segretario nazionale PRC

Fabio Amato – responsabile Dipartimento Esteri PRC, candidato Lista Tsipras

Fausto Sorini – responsabile Dipartimento Esteri PdCI

Ciro D’Alessio – operaio RSA- FIOM-CGIL Pomigliano D’Arco

Oliviero Diliberto – docente di Diritto Romano Facoltà “ La Sapienza” di Roma – già segretario nazionale PdCI

Claudio Grassi – direzione nazionale PRC

Piergiovanni Alleva – giuslavorista, FIOM, candidato Lista Tsipras

Domenico Losurdo – filosofo, presidente nazionale Associazione “ Marx 21”

Bruno Steri – Comitato Politico nazionale PRC, direttore di “Essere Comunisti”

Angelo D’Orsi – storico del pensiero politico, Università di Torino

Antonio Mazzeo – Movimento “no Muos” – Sicilia, candidato Lista Tsipras

Fosco Giannini – già senatore della Repubblica, direzione nazionale PdCI

Sergio Cararo e Marco Santopadre – segreteria nazionale Rete dei Comunisti

Nicola Nicolosi – CGIL nazionale

Nicola Cipolla – presidente CEPES

Stefano Vinti – assessore regionale PRC, Umbria

Raffaele Bucciarelli – presidente Gruppo Federazione della Sinistra Consiglio Regionale Marche

Giampaolo Patta – CGIL nazionale , esponente sinistra sindacale

Manlio Dinucci – saggista, giornalista de il Manifesto

Vladimiro Giacchè – economista

Luca Cangemi – docente, Catania, Comitato Politico Nazionale PRC

Gianmarco Pisa – segretario ITRI ( Istituto Italiano Ricerca per La Pace)

Patrick Boylan – Roma No War

Angelo Baracca – fisico , docente Università di Firenze

Gordon M. Poole – docente letteratura americana Università “Orientale” di Napoli

Guido Oldrini – filosofo

Guido Liguori – docente di storia del pensiero politico Università della Calabria , presidente IGS Italia

Bassam Saleh’ – giornalista palestinese

Nico Perrone – già docente di Storia dell’America, Università di Bari

Franco Cardini – storico

Nicolò Ollino – Comitato Politico Nazionale PRC, candidato Lista Tsipras

Marino Severini – “voce” e chitarra de La Gang

Fabio Marcelli – giurista, CNR

Andrea Catone – storico del movimento operaio, direttore di “ Marx 21”

Alfio Nicotra, giornalista

Maurizio Musolino – segreteria nazionale PdCI

Luigi Vinci – già capogruppo al Parlamento europeo – condirettore di “Progetto e Lavoro”

Gianni Fresu – storico del movimento operaio

Simona Lobina – PRC Sardegna , candidata Lista Tsipras

Manuela Palermi – presidente Comitato Centrale PdCI

Emiliano Franzina- storico- Università di Verona

Milena Fiore – video maker , collaboratrice archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico

Alessandro Hobel – storico del movimento operaio

Luigi Marino – già senatore della Repubblica

Mauro Gemma – direttore di Marx21.it

Flavio Pettinari – amministratore della pagina FB “ Con l’Ucraina antifascista”

Wasim Damash – docente di letteratura e lingua araba Università di Cagliari

Ada Donno – associazione Donne Regione Mediterranea

Enrico Vigna – Centro Iniziativa Verità e Giustizia

Federico Martino – docente di diritto , Università di Messina

I trattati ritrattati | Fonte: il manifesto | Autore: Mumia Abu Jamal

map-texas-mexican-war

Sulla recente annes­sione della Cri­mea alla Rus­sia, i poli­tici negli Stati uniti hanno fatto la voce grossa, para­go­nando l’annessione all’occupazione della Polo­nia da parte di Hitler. Hanno par­lato di vio­la­zione della legge inter­na­zio­nale e di «furto della terra». Quasi all’unisono, ame­ri­cani ed euro­pei, addu­cendo minacce alla «sta­bi­lità della regione» hanno annun­ciato san­zioni con­tro la Russia.

Che gli sta­tu­ni­tensi bla­te­rino di «furto della terra» è soprat­tutto un insulto alla sto­ria degli Stati uniti. Per­ché, come sarebbe stato pos­si­bile per gli Usa diven­tare quelli che sono se non attra­verso un gigan­te­sco furto di terre di quelli che hanno chia­mato e con­ti­nuano a chia­mare «indios» e poi dei mes­si­cani? Furono furti ille­gali? Si. E vio­la­rono que­sti furti la legge inter­na­zio­nale? Ovvia­mente, sì.

I trat­tati sono accordi tra nazioni. Gli Stati uniti hanno vio­lato tanti di quei trat­tati con le Nazioni native che mette ver­go­gna solo con­tare quanti sono stati. Vi ricor­date del Texas? Era parte del Mes­sico, fin­ché i nor­da­me­ri­cani che vive­vano lì si ribel­la­rono. Per quasi 10 anni fu un paese indi­pen­dente (La Repub­blica del Texas), fino al 1845 quando venne annessa agli Stati uniti. Il Nevada? Il Nuovo Mes­sico? L’Arizona? Uta? Colo­rado? Cali­for­nia? Tutto que­sto era parte del Mes­sico, fin­ché gli Usa non sca­te­na­rono una guerra per giu­sti­fi­care il furto di quelle terre. E nel 1848, tutto si era con­su­mato, e oltre mezzo milione di chi­lo­me­tri qua­drati pas­sa­rono a far parte degli Stati uniti.

Io non sono spe­cia­li­sta nelle que­stioni della Cri­mea e nem­meno molto di quelle russe. Però so che la Cri­mea fu annessa dalla Rus­sia nel 1783. Rimase parte della Rus­sia fino al 1991, quando fu ceduta all’Ucraina. Vista da que­sta pro­spet­tiva, la Rus­sia ha più diritto della Cri­mea di quanto non ne aves­sero gli Stati uniti sul nord-est del Mes­sico. Gli Usa devono allora ren­dere la terra del Mes­sico che hanno rubato? Devono anche resti­tuite i milioni di chi­lo­me­tri qua­drati che — anche con la truffa — hanno rubato alle Nazioni native mediante la vio­la­zione della Legge dei Trat­tati inter­na­zio­nali? Pare assurdo anche solo porsi la domanda, vero?

Tut­ta­via, nel 1999, il nostro vicino del nord, il Canada, ha rinun­ciato a gran parte del suo ter­ri­to­rio del Nord-est per resti­tuirlo ai discen­denti di un popolo nativo, tra­di­zio­nale, il popolo Inuit. Si chiama Nuna­vut — ed è più o meno della gran­dezza di quel che si chiamò Ter­ri­to­rio Com­prato di Lui­siana, quando la Fran­cia ven­dette le terre degli Stati uniti, rad­dop­pian­dole dalla notte alla mat­tina. Resti­tuire la terra rubata è un’idea folle negli Usa. In Canada è storia.

Bruxelles, la protesta autorganizzata contro i trattati dell’austerity Fonte: tribuno del popolo | Autore: andrea stratta

Agricoltori, cittadini, lavoratori, disoccupati, artisti, sindacati, ong, associazioni senza fini di lucro, collettivi e partiti si sono dati appuntamento a Bruxelles ieri mattina per manifestare (le foto) la netta opposizione alle nuove politiche di austerity del TSCG (Trattato sulla Stabilità, sul Coordinamento e sulla Governance) nell’Unione Economica e Monetaria e al tratta di libero scambio tra UE e Stati Uniti. Tra le critiche mosse dai manifestanti al TSCG vi sono: il rigore sul bilancio che farà ricadere sulle spalle del popolo il debito accumulato dal sistema finanziario e impedirà lo sviluppo delle politiche pubbliche; l’aumento delle disuguaglianze sociali attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici e l’ulteriore diminuzione della spesa degli Stati per sanità, istruzione, pensioni.

L’Alleance ha anche rimarcato più volte il problema dell’aumento del deficit democratico causato dalla pressochè totale mancanza di un dibattito pubblico sull’argomento.Per quanto riguarda l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, gli organizzatori della protesta hanno evidenziato tre livelli differenti di problematiche. Dal punto di vista della persona, si contesta la deregolamentazione in materia ambientale e sanitaria, con pesanti ricadute a livello di qualità dei prodotti (pesticidi,OGM ecc.). Per quanto riguarda la tutela dei lavoratori, essa viene ancora più sottomessa alla logica del profitto, della competitività e della concorrenza. Le ricadute, in questo caso, saranno in termini di distruzione di posti di lavoro nel settore agricolo e industriale, oltre a un ulteriore peggioramento dei salari e delle condizioni di lavoro. Ultimo punto preso in esame è quello del cittadino come elettore. Infatti, consentendo agli investitori privati di ricorrere contro uno Stato che applichi nei loro confronti una legislazione che ne danneggi il profitto, si registrerà una riduzione significativa del peso dei voti.

Dalle 10,30 i manifestanti si sono radunati in rue Belliard, la via che conduce al Parlamento Europeo, per dare vita a un corteo diretto alla Commissione Europea. Ci sono stati alcuni momenti di tensione con le forze dell’ordine, dovuti al lancio di alcuni petardi, quando i manifestanti si sono schierati di fronte ai check-point (con tanto di filo spinato, mezzi blindati e le immancabili autobotti con gli idranti) a difesa della Commissione.
Durante la fase conclusiva del corteo, si sono registrate alcune cariche della polizia federale belga e il fermo di alcuni manifestanti.