Il ritorno del fascismo nel capitalismo contemporaneo Fonte: monthlyreview.org/ | Autore: Samir Amin

Non è per caso che il titolo stesso di questo contributo collega il ritorno del fascismo sulla scena politica con la crisi del capitalismo contemporaneo. Il fascismo non è sinonimo di un regime di polizia autoritario che rifiuta le incertezze della democrazia parlamentare elettorale. Il fascismo è una particolare risposta politica alle sfide con le quali la gestione della società capitalistica può essere confrontata in circostanze specifiche.

Unità e diversità del fascismo

Movimenti politici che si possono giustamente chiamare fascisti erano in prima linea e hanno esercitato il potere in un certo numero di paesi europei, in particolare durante gli anni ’30 fino al 1945. Questi includevano l’Italia di Benito Mussolini, la Germania di Adolf Hitler, la Spagna di Francisco Franco, il Portogallo di António de Oliveira Salazar, la Francia di Philippe Pétain, l’Ungheria di Miklós Horthy, la Romania di Ion Antonescu, e la Croazia di Ante Pavelic. La diversità delle società che sono state vittime del fascismo -sia le maggiori società capitaliste sviluppate sia  minori società capitaliste dominate, alcune annesse con una guerra vittoriosa, altre trasformatesi in tali come prodotto di una sconfitta- dovrebbe impedirci di considerarle alla stessa stregua tutte insieme. Io quindi specificherò i diversi effetti che questa diversità di strutture e congiunture produsse in queste società.

Eppure, al di là di questa diversità, tutti questi regimi fascisti avevano due caratteristiche in comune:

(1)    Nel caso di specie, erano tutti disposti a gestire il governo e la società in modo tale da non porre i principi fondamentali del capitalismo in discussione, in particolare la proprietà privata capitalistica, compresa quella del moderno capitalismo monopolistico. È per questo che io chiamo queste diverse forme di fascismo particolari modi di gestire il capitalismo e non forme politiche che mettono in discussione la legittimità di quest’ultimo, anche se “capitalismo” o “plutocrazie” sono stati oggetto di lunghe diatribe nella retorica dei discorsi fascisti. La bugia che nasconde la vera natura di questi discorsi appare non appena si esamina l’ “alternativa” proposta da queste varie forme di fascismo, che sono sempre in silenzio in merito al punto principale – la proprietà privata capitalista. Resta il fatto che la scelta fascista non è l’unica risposta alle sfide che deve affrontare la gestione politica di una società capitalista. E ‘solo in certe congiunture di crisi violenta e profonda che la soluzione fascista sembra essere quella migliore per il capitale dominante, o talvolta anche l’unica possibile. L’analisi deve, quindi, concentrarsi su queste crisi.

(2)    La scelta fascista per la gestione di una società capitalista in crisi si basa sempre – anche per definizione sul rifiuto categorico della “democrazia”. Il fascismo sostituisce sempre i principi generali su cui le teorie e le pratiche delle democrazie moderne sono basate – il riconoscimento di una diversità di opinioni, il ricorso a procedure elettorali per determinare la maggioranza, la garanzia dei diritti della minoranza, ecc con i valori opposti della sottomissione alle esigenze della disciplina collettiva e all’autorità del leader supremo e dei suoi agenti . Questa inversione di valori è quindi sempre accompagnata da un ritorno di idee rivolte al passato, che sono in grado di fornire una legittimazione apparente alle procedure di sottomissione che vengono implementate. L’annuncio della presunta necessità di tornare al (“medievale”) passato, di sottomettersi alla religione di stato o a qualche presunta caratteristica della “razza” o della “nazione” (etnica) costituiscono la panoplia dei discorsi ideologici messo in atto  dalle potenze fasciste.

Le diverse forme di fascismo trovate nella moderna storia europea condividono queste due caratteristiche e rientrano in una delle seguenti quattro categorie:

(1)    Il fascismo delle principali potenze capitaliste “sviluppate” che aspiravano a diventare potenze egemoniche dominanti nel mondo, o almeno nel sistema capitalista regionale.

Il nazismo è il modello di questo tipo di fascismo. La Germania divenne una delle principali potenze industriali a partire dagli anni 1870 e una concorrente dei poteri egemoni dell’epoca (Gran Bretagna e, secondariamente, Francia) e del paese che aspirava a diventare egemone (gli Stati Uniti). Dopo la sconfitta del 1918, ha dovuto affrontare le conseguenze della sua incapacità di realizzare le sue aspirazioni egemoniche. Hitler formulò chiaramente il suo piano: stabilire in Europa, compresa la Russia e forse al di là, la dominazione egemonica della “Germania”, vale a dire dalle capitalismo dei monopoli che avevano sostenuto l’ascesa del nazismo. Egli era disposto ad accettare un compromesso con i suoi principali avversari: l’Europa e la Russia sarebbero state date a lui, la Cina al Giappone, il resto dell’Asia e dell’Africa alla Gran Bretagna, e le Americhe agli Stati Uniti. Il suo errore fu nel pensare che un tale compromesso fosse possibile: la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non l’accettarono, mentre il Giappone, al contrario, lo sostenne.

Il fascismo giapponese appartiene alla stessa categoria. Dal 1895, il moderno Giappone capitalista aspirava a imporre il suo dominio su tutta l’Asia orientale. Qui lo scivolamento è stato fatto “dolcemente” dalla forma “imperiale” di gestire un nascente capitalismo nazionale – basato  su  istituzioni apparentemente  ”liberali” (una dieta eletta), ma in realtà completamente controllate dall’Imperatore e dall’aristocrazia trasformata dalla modernizzazione – a una forma brutale, gestita direttamente dall’Alto Comando militare. La Germania nazista fece un’alleanza con l’imperiale / fascista Giappone, mentre la Gran Bretagna e gli Stati Uniti (dopo Pearl Harbor, nel 1941) si scontrarono con Tokyo, come fece la resistenza in Cina- le carenze del Kuomintang essendo compensate dal sostegno dei comunisti maoisti.

 

(2)    Il Il fascismo delle potenze capitaliste di secondo rango.

L’Italia di Mussolini (l’inventore del fascismo, compreso il suo nome) è il primo esempio. Il mussolinismo è stata la risposta della destra italiana (la vecchia aristocrazia, la nuova borghesia, le classi medie) alla crisi degli anni ’20 e alla minaccia comunista in crescita. Ma né il capitalismo italiano, né il suo strumento politico, Il fascismo di Mussolini, avevano l’ambizione di dominare l’Europa, per non parlare del mondo. Nonostante tutte le vanterie del Duce sulla ricostruzione dell’Impero Romano (!), Mussolini capì che la stabilità del suo sistema poggiava sulla sua alleanza-  come subalterno-  o con la Gran Bretagna (padrona del Mediterraneo) o con la Germania nazista. L’esitazione tra le due possibili alleanze continuò fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Il fascismo di Salazar e Franco appartiene a questo stesso tipo. Erano entrambi dittatori installati dalla destra e dalla Chiesa cattolica in risposta ai pericoli dei liberali repubblicani o dei repubblicani socialisti. I due non sono mai stati, per questo motivo, ostracizzati per la loro violenza anti-democratica (con il pretesto dell’ anti-comunismo) dalle grandi potenze imperialiste. Washington li riabilitò dopo il 1945 (Salazar era un membro fondatore della NATO e la Spagna acconsentì a basi militari americane),  seguita dalla Comunità europea – garante per natura dell’ordine capitalista reazionario. Dopo la rivoluzione dei garofani (1974) e la morte di Franco (1975), questi due sistemi hanno aderito al campo delle nuove “democrazie” a bassa intensità della nostra epoca.

 

(3) Il fascismo delle potenze sconfitte.

Queste includono il governo della Francia di Vichy, così come in Belgio di Léon Degrelle e lo pseudo- governo “fiammingo” sostenuto dai nazisti. In Francia, la classe superiore scelse “Hitler piuttosto che il Fronte Popolare” (vedi i libri di Annie Lacroix- Riz su questo argomento). Questo tipo di fascismo, collegato con la sconfitta e la sottomissione all’ “Europa tedesca”, è stato costretto a ritirarsi in secondo piano dopo la sconfitta dei nazisti. In Francia, cedette il passo ai Consigli della Resistenza che, per un certo tempo, unirono i comunisti con gli altri combattenti della Resistenza (Charles de Gaulle, in particolare). La sua ulteriore evoluzione ha dovuto attendere (con l’avvio della costruzione europea e l’adesione della Francia al Piano Marshall e alla NATO, vale a dire, la volontaria sottomissione all’egemonia statunitense) che la destra conservatrice e anti- comunista e la destra  social- democratica rompessero definitivamente con la sinistra radicale  che venne fuori dalla Resistenza antifascista e potenzialmente anti-capitalista.

 

(4) Il fascismo nelle società dipendenti dell’Europa orientale.

Ci spostiamo verso il basso di parecchi gradi di più quando veniamo a esaminare le società capitalistiche dell’Europa orientale (la Polonia, gli Stati baltici, la Romania, l’Ungheria, la Jugoslavia, la Grecia e l’Ucraina occidentale durante l’era polacca). Dovremmo qui parlare di capitalismo arretrato e, di conseguenza, dipendente. Nel periodo tra le due guerre, le classi dominanti reazionarie di questi paesi hanno appoggiato la Germania nazista. E’, tuttavia, necessario esaminare caso per caso la loro articolazione con il progetto politico di Hitler.

In Polonia, la vecchia ostilità verso la dominazione russa (della Russia zarista), che divenne ostilità nei confronti della Unione Sovietica comunista, incoraggiata dalla popolarità del papato cattolico, di norma hanno fatto di questo paese un vassallo della Germania, sul modello di Vichy. Ma Hitler non la vedeva in questo modo: i polacchi, come i russi, gli ucraini e i serbi, erano popoli destinati allo sterminio, insieme con gli ebrei, i rom, e molti altri. Non c’era, poi, posto per un fascismo polacco alleato con Berlino.

L’Ungheria di Horthy e la Romania di Antonescu erano, al contrario, trattati come alleati subalterni della Germania nazista. Il fascismo in questi due paesi era in sé il risultato di  crisi sociali specifiche per ciascuno di essi: la paura del “comunismo” dopo il periodo di Béla Kun in Ungheria e la mobilitazione sciovinista nazionale contro gli ungheresi e ruteni in Romania.

In Jugoslavia, la Germania di Hitler (seguita dall’ Italia di Mussolini) sostenne un “indipendente” Croazia, affidata alla gestione del movimento anti-serbo ustascia con il supporto decisivo della Chiesa cattolica, mentre i serbi erano condannati allo sterminio.

La rivoluzione russa aveva evidentemente cambiato la situazione per quanto riguarda le prospettive di lotta della classe operaia e la risposta delle classi possidenti reazionarie, non solo nel territorio della pre-1939 Unione Sovietica, ma anche nei territori perduti: gli Stati baltici e la Polonia. A seguito del Trattato di Riga nel 1921, la Polonia annesse la parte occidentale della Bielorussia (Volinia) e l’Ucraina (sud della Galizia, che era in precedenza un Crownland austriaco, e nel nord della Galizia, che era stata una provincia dell’Impero zarista).

In tutta questa regione, due campi presero forma dal 1917 (e dal 1905 _ con la prima rivoluzione russa): pro- socialista (che divenne pro- bolscevico), popolare in gran parte dei contadini (che aspiravano una riforma agraria radicale a loro beneficio) e nei circoli intellettuali (gli ebrei in particolare); e anti- socialista (e di conseguenza compiacenti per quanto riguarda i governi anti-democratici sotto l’influenza fascista) in tutte le classi di proprietari terrieri. La reintegrazione degli stati baltici, Bielorussia e Ucraina occidentale in Unione Sovietica nel 1939 ha enfatizzato questo contrasto.

La mappa politica dei conflitti tra “pro- fascisti” e “antifascisti” in questa parte d’Europa orientale è stata offuscata, da un lato, dal conflitto tra lo sciovinismo polacco (che persisteva nel suo progetto di “Polonizzare” le annesse regioni bielorusse ed ucraine con insediamenti di coloni) e le popolazioni vittime;  e, d’altra parte, dal conflitto tra i “nazionalisti” ucraini che erano al tempo stesso anti-polacchi e anti-russi (a causa dell’ anti-comunismo) e il progetto di Hitler, che non prevedeva nessuno Stato ucraino come alleato subalterno, poiché il suo popolo era semplicemente contrassegnato per lo sterminio.

Io qui rinvio  il lettore al lavoro autorevole di Olha Ostriitchouk  Les Ukrainiens face à leur passé. La rigorosa analisi di Ostriitchouk della storia contemporanea di questa regione (Galizia austriaca, Ucraina polacca, Piccola Russia, che divenne l’Ucraina sovietica) fornirà al lettore una comprensione delle questioni in gioco nei conflitti ancora in corso, nonché dello spazio occupato dal fascismo locale.

 

La visione accondiscendente della destra occidentale sul fascismo passato e presente

La destra nei parlamenti europei tra le due guerre mondiali fu sempre accondiscendente verso il fascismo e anche il più ripugnante nazismo. Churchill stesso, a prescindere dalla sua estrema “britannicità,” non ha mai nascosto la sua simpatia per Mussolini. I presidenti degli Stati Uniti, e l’establishment dei partiti democratico e repubblicano, solo tardivamente scoprirono il pericolo rappresentato dalla Germania di Hitler e, soprattutto, dal Giappone imperiale / fascista. Con tutto il cinismo caratteristico dell’establishment degli Stati Uniti, Truman apertamente dichiarò quello che altri pensavano in silenzio: consentire alla guerra di consumare i suoi protagonisti – Germania, Russia sovietica, e europei sconfitti – e intervenire il più tardi possibile per raccogliere i frutti. Questa non è affatto l’espressione di una posizione anti-fascista di principio. Nessuna esitazione fu mostrata nella riabilitazione di Salazar e Franco nel 1945. Inoltre, la connivenza con il fascismo europeo è stata una costante nella politica della Chiesa cattolica. Non è poi così fuori luogo descrivere Pio XII come un collaboratore di Mussolini e Hitler.

Lo stesso antisemitismo di Hitler suscitò orrore solo molto più tardi, quando raggiunse la fase finale della sua follia omicida. L’enfasi sull’ odio per il “giudeo-bolscevismo” fomentato dai discorsi di Hitler era comune a molti politici. Fu solo dopo la sconfitta del nazismo che si rese necessario condannare l’antisemitismo in linea di principio. Il compito fu reso più facile perché gli eredi autoproclamati del titolo di “vittime della Shoah” erano diventati i sionisti di Israele, alleati dell’imperialismo occidentale contro i palestinesi e il popolo arabo  che invece, non era mai stato coinvolto negli orrori dell’antisemitismo europeo!

Ovviamente, il crollo dei nazisti e dell’Italia di Mussolini obbligarono le forze politiche di destra in Europa occidentale (ad ovest della “cortina”) a distinguersi da quelli che – all’interno dei propri gruppi -erano stati complici e alleati del fascismo. Tuttavia, i movimenti fascisti furono solo costretti a ritirarsi in secondo piano e nascondersi dietro le quinte, senza realmente scomparire.

In Germania occidentale, in nome della “riconciliazione”, il governo locale ei suoi committenti (gli Stati Uniti e in secondo luogo la Gran Bretagna e Francia) lasciarono al loro posto quasi tutti coloro che avevano commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità. In Francia, sono stati avviati procedimenti giudiziari contro la Resistenza per “esecuzioni abusive contro i collaborazionisti” quando i Vichyisti riapparvero sulla scena politica con Antoine Pinay. In Italia, il fascismo divenne silenzioso, ma era ancora presente nelle file della Democrazia Cristiana e della Chiesa cattolica. In Spagna, il compromesso di “riconciliazione” imposto dalla Comunità Europea (che più tardi divenne l’Unione europea) puramente e semplicemente vietò qualsiasi richiamo ai crimini franchisti.

Il sostegno dei partiti socialisti e socialdemocratici dell’Europa occidentale e centrale alle campagne anti-comuniste intraprese dalla destra conservatrice condivide la responsabilità per il successivo ritorno del fascismo. Questi partiti della sinistra “moderata” erano, invece, stati autenticamente e risolutamente anti-fascisti. Tuttavia tutto questo è stato dimenticato. Con la conversione di questi partiti al liberalismo sociale, il loro appoggio incondizionato alla costruzione europea- sistematicamente concepita come una garanzia per l’ordine capitalista reazionario – e la loro sottomissione non meno incondizionata alla egemonia degli Stati Uniti (attraverso la NATO, tra gli altri mezzi), si è consolidato un blocco reazionario che combina la classica destra e i liberali sociali;  un blocco che potrebbe se necessario ospitare la nuova estrema destra.

Successivamente, la riabilitazione del fascismo dell’Europa orientale è stata rapidamente effettuata a partire dal 1990. Tutti i movimenti fascisti dei paesi interessati erano stati alleati o collaboratori fedeli a vari livelli con l’hitlerismo. Di fronte alla sconfitta imminente, un gran numero dei loro capi attivi era stato reimpiegato in Occidente e poterono, di conseguenza, “arrendersi” alle forze armate degli Stati Uniti. Nessuno di loro fu restituito ai governi sovietico, jugoslavo, o di altri  nelle nuove democrazie popolari per essere processati per i loro crimini (in violazione degli accordi alleati). Tutti trovarono rifugio negli Stati Uniti e in Canada. Ed essi furono tutti coccolati dalle autorità per il loro feroce anti-comunismo!

In Les Ukrainiens face à leur passé , Ostriitchouk fornisce tutto il necessario per dimostrare inconfutabilmente la collusione tra gli obiettivi della politica degli Stati Uniti (e dietro di essi dell’ Europa) e quelli dei fascisti locali dell’Europa orientale (in particolare, Ucraina). Ad esempio, il “Professore” Dmytro Dontsov, fino alla sua morte (nel 1975), ha pubblicato tutte le sue opere in Canada, che non sono soltanto violentemente anti-comuniste (il termine “bolscevismo giudaico” è consuetudine con lui), ma anche fondamentalmente anti-democratiche. I governi dei cosiddetti stati democratici dell’Occidente sostennero, e anche finanziarono e organizzarono, la “rivoluzione arancione” (vale a dire, la controrivoluzione fascista) in Ucraina. E tutto ciò  sta continuando. In precedenza, in Jugoslavia, il Canada aveva anche spianato la strada agli Ustasha croati.

Il modo intelligente in cui i media “moderati” (che non possono apertamente riconoscere che supportano fascisti dichiarati) nascondono il loro sostegno a questi fascisti è semplice: sostituire il termine “nazionalista” a fascista. Il professor Dontsov non è più un fascista, è un “nazionalista” ucraino, come Marine Le Pen non è più una fascista, ma una nazionalista (come Le Monde, per esempio, ha scritto)!

Sono questi fascisti davvero “nazionalisti”, semplicemente perché dicono così? Questo è dubbio. I nazionalisti oggi meritano questa etichetta solo se mettono in discussione il potere delle forze realmente dominanti nel mondo contemporaneo, vale a dire, quella dei monopoli degli Stati Uniti e dell’Europa. Questi cosiddetti “nazionalisti” sono amici di Washington, Bruxelles, e della NATO. Il loro “nazionalismo” consiste nell’ odio sciovinista di persone vicine in gran parte innocenti che non sono mai state responsabili delle loro disgrazie: per gli ucraini, sono i russi (e non lo zar); per i croati, sono i serbi; per la nuova estrema destra in Francia, Austria, Svizzera, Grecia, e altrove, si tratta degli “immigrati”.

Il pericolo rappresentato dalla collusione tra le maggiori forze politiche negli Stati Uniti (repubblicani e democratici) e in Europa (la destra parlamentare e i liberali sociali), da un lato, ed i fascisti d’Oriente, dall’altro, non deve essere sottovalutata . Hillary Clinton si è posta come principale portavoce di questa collusione e spinge l’isteria di guerra al limite. Ancor più che George W. Bush, se possibile, lei aleggia una guerra preventiva di vendetta (e non solo per la ripetizione della guerra fredda) contro la Russia- con un interventi decisamente espliciti in Ucraina, Georgia, Moldova , tra gli altri-contro la Cina, e contro i popoli in rivolta in Asia, Africa e America Latina. Purtroppo, questa corsa a capofitto degli Stati Uniti in risposta al loro declino potrebbe trovare un supporto sufficiente per consentire a Hillary Clinton di diventare “la prima donna presidente degli Stati Uniti!” Non dimentichiamo che cosa si nasconde dietro questa falsa femminista!

Senza dubbio, potrebbe ancora apparire oggi che il pericolo fascista non sia una minaccia per l’ordine “democratico” negli Stati Uniti e in Europa ad ovest della vecchia “cortina”. La collusione tra la classica destra parlamentare e i liberali sociali rende superfluo per il capitale dominante ricorrere ai servizi di una estrema destra che segue la scia dei movimenti storici fascisti. Ma allora cosa dovremmo concludere sui successi elettorali dell’estrema destra negli ultimi dieci anni? Gli europei sono chiaramente anche le vittime della diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico. Possiamo capire perché, poi, posti di fronte alla collusione tra la destra e la cosiddetta sinistra socialista, si rifugiano in astensione elettorale o nel voto per l’estrema destra. La responsabilità della potenziale sinistra radicale è, in questo contesto, enorme:  se questa sinistra avesse avuto l’audacia di proporre avanzamenti reali al di là del capitalismo attuale, avrebbe ottenuto la credibilità che le manca. Una sinistra radicale audace è necessaria per fornire la coerenza che gli attuali movimenti frammentari di protesta e le lotte difensive ancora non hanno. Il “movimento” potrebbe, quindi, invertire l’equilibrio sociale del potere in favore delle classi lavoratrici e rendere possibili avanzamenti progressisti . I successi conquistati dai movimenti popolari in Sud America ne sono la prova.

Allo stato attuale delle cose, i successi elettorali dell’estrema destra derivano dal capitalismo contemporaneo stesso. Questi successi consentono ai media di mettere insieme, sotto la stessa etichetta di condanna, i “populisti di estrema destra e quelli di estrema sinistra,” oscurando il fatto che i primi sono pro-capitalisti (come il termine estrema destra dimostra ) e, quindi, possibili alleati per il capitale, mentre i secondi sono i soli avversari potenzialmente pericolosi del sistema di potere del capitale.

Osserviamo, mutatis mutandis, una congiuntura simile negli Stati Uniti, anche se la loro estrema destra non viene mai chiamata fascista. Il maccartismo di ieri, proprio come i fanatici del Tea Party e i guerrafondai (ad esempio, Hillary Clinton) di oggi, difendono apertamente le “libertà” – intese come appartenenti esclusivamente ai proprietari e manager del  capitale monopolistico contro “il governo” sospettato di acconsentire alle richieste delle vittime del sistema.

Un’ultima osservazione sui movimenti fascisti: sembrano incapaci di capire quando e come smettere di fare le loro richieste. Il culto del leader e dell’obbedienza cieca, l’acritica e suprema valorizzazione delle costruzioni mitologiche pseudo-etniche o pseudo-religiose che trasmettono il fanatismo e il reclutamento di milizie per azioni violente rendono il fascismo una forza che è difficile da controllare. Gli errori addirittura oltre le deviazioni irrazionali dal punto di vista degli interessi sociali serviti dai fascisti sono inevitabili. Hitler era una persona veramente malata di mente eppure riuscì a costringere i grandi capitalisti che lo avevano messo al potere a seguirlo fino alla fine della sua follia e ottenne anche il sostegno di una grande parte della popolazione. Anche se questo è soltanto un caso estremo e Mussolini, Franco, Salazar e Pétain non erano malati di mente, un gran numero dei loro collaboratori e seguaci non ha esitato a commettere atti criminali.

 

Il fascismo nel Sud contemporaneo

L’integrazione dell’America Latina nel capitalismo globalizzato nel XIX secolo si basava sullo sfruttamento dei contadini ridotti al rango di “peones” e il loro assoggettamento alle pratiche selvagge dei grandi proprietari terrieri. Il sistema di Porfiro Diaz in Messico ne è un buon esempio. La promozione di questa integrazione nel XX secolo ha prodotto la “modernizzazione della povertà” . Il rapido esodo rurale, più pronunciato e precedente in America Latina che in Asia e in Africa, ha portato a nuove forme di povertà nelle favelas urbane contemporanee, che vennero a sostituire le vecchie forme di povertà rurale. Allo stesso tempo, le forme di controllo politico delle masse sono state “modernizzate” creando dittature, abolendo la democrazia elettorale, vietando i partiti e i sindacati, e attribuendo a “moderni” servizi segreti tutti i diritti di  arrestare e torturare attraverso le loro tecniche di intelligence. Chiaramente, queste forme di gestione politica sono visibilmente analoghe a quelle del fascismo scoperte nei paesi del capitalismo dipendente in Europa orientale. Le dittature del XX secolo in America Latina servirono il blocco reazionario locale (grandi proprietari terrieri, borghesia compradora, e qualche volta le classi medie che hanno beneficiato di questo tipo di sottosviluppo), ma soprattutto, hanno servito il capitale straniero dominante, in particolare quello degli Stati Uniti , che, per questo motivo, sostennero queste dittature fino al loro rovesciamento con la recente esplosione di movimenti popolari. La forza di questi movimenti e le conquiste sociali e democratiche che hanno imposto escludono, almeno nel breve termine, il ritorno delle dittature para-fasciste. Ma il futuro è incerto: il conflitto tra il movimento delle classi lavoratrici e  il capitalismo locale e mondiale è appena cominciato. Come per tutti i tipi di fascismo, le dittature dell’America Latina non evitarono errori, alcuni dei quali sono stati fatali per loro. Penso, per esempio, a Jorge Rafael Videla, che è andato in guerra per le isole Malvinas per capitalizzare il sentimento nazionale argentino a suo beneficio.

A partire dagli anni ’80, il sottosviluppo tipico della diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico prese il posto dei sistemi nazionali populisti dell’epoca di Bandung (1955-1980), in Asia e Africa(3). Questo sottosviluppo produsse inoltre forme affini sia alla modernizzazione della povertà sia alla modernizzazione della violenza repressiva. Gli eccessi dei sistemi post-nasseriani e post-baathisti nel mondo arabo forniscono buoni esempi di questo. Non dobbiamo mettere assieme i regimi populisti nazionali dell’epoca Bandung e quelli dei loro successori, che sono saltati sul carro del neoliberismo globalizzato, perché erano entrambi “non democratici”. I regimi di Bandung, nonostante le loro pratiche politiche autocratiche, godevano di qualche legittimazione popolare sia per i loro risultati effettivi, che beneficiavano la maggioranza dei lavoratori, sia per le loro posizioni anti-imperialiste. Le dittature che seguirono hanno perso questa legittimità non appena hanno accettato la sudditanza al modello neoliberista globalizzato e al sottosviluppo che l’accompagna. L’autorità popolare e nazionale, anche se non democratica, lasciò il posto alla violenza della polizia e al servizio del progetto neoliberista, antipopolare e antinazionale.

Le recenti rivolte popolari, a partire dal 2011, hanno messo in discussione le dittature. Ma le dittature sono state soltanto messe in discussione. Un’alternativa troverà gli strumenti per raggiungere la stabilità soltanto se riuscirà a conciliare i tre obiettivi attorno a cui le rivolte sono riuscite ad aggregare: continuazione della democratizzazione della società e della politica, conquiste sociali progressiste e l’affermazione della sovranità nazionale.

Siamo ancora lontani da questo. Questo è il motivo per cui ci sono molteplici alternative possibili nel breve periodo visibile. Ci può essere un possibile ritorno al modello nazionale popolare dell’epoca di Bandung, magari con maggiore democrazia? O la costituzione e l’affermazione di un fronte democratico, popolare e nazionale? O un tuffo in una illusione rivolta al passato che, in questo contesto, assume la forma di una “islamizzazione” della politica e della società?

Nel conflitto – nella troppa confusione- le potenze occidentali (Stati Uniti ei suoi subalterni alleati europei) hanno fatto la loro scelta su queste tre possibili risposte alla sfida: hanno dato sostegno preferenziale ai Fratelli Musulmani e / o a altre organizzazioni “salafite” dell’Islam politico. La ragione di ciò è semplice ed evidente: queste forze politiche reazionarie accettano di esercitare il loro potere all’interno del neoliberismo globalizzato (e abbandonando così ogni prospettiva di giustizia sociale e indipendenza nazionale). Questo è l’unico obiettivo perseguito dalle potenze imperialiste.

Di conseguenza, il programma dell’ Islam politico appartiene al tipo di fascismo trovato nelle società dipendenti. Infatti condivide con tutte le forme di fascismo due caratteristiche fondamentali: (1) l’assenza di una sfida  agli aspetti essenziali dell’ordine capitalista (e in questo contesto ciò equivale a non contestare il modello di sottosviluppo connesso alla diffusione del capitalismo globalizzato neoliberista); e (2) la scelta di forme di gestione politica anti-democratiche, da stato di polizia (come ad esempio il divieto di partiti e organizzazioni, e l’islamizzazione forzata della morale).

L’opzione anti-democratica delle potenze imperialiste (che dimostra quanto sia falsa la retorica pro-democratica sbandierata nel diluvio di propaganda a cui siamo sottoposti), allora, accetta i possibili “eccessi” dei regimi islamici in questione. Come altri tipi di fascismo e per le stesse ragioni, questi eccessi sono iscritti nei “geni” dei loro modi di pensare: sottomissione indiscussa ai leader, valorizzazione fanatica dell’ adesione alla religione di stato, e la formazione di forze d’urto utilizzate per imporre la sottomissione . In realtà, e questo può essere visto già, il programma “islamista” progredisce soltanto nel contesto di una guerra civile (tra, tra gli altri, sunniti e sciiti) e determina nient’altro che caos permanente. Questo tipo di potere islamico è, quindi, la garanzia che le società in questione restano assolutamente incapaci di affermarsi sulla scena mondiale. E’ chiaro che dei declinanti Stati Uniti hanno rinunciato ad ottenere qualcosa di meglio- uno stabile e sottomesso governo locale – in favore di questa “seconda scelta”.

Sviluppi e scelte analoghe possono essere trovati anche al di fuori del mondo arabo-musulmano, come ad esempio nell’India indù, per esempio. Il Bharatiya Janata Party (BJP), che ha appena vinto le elezioni in India, è un partito religioso indù reazionario che accetta l’inserimento del suo governo nel neoliberismo globalizzato. È la garanzia che l’India, sotto il suo governo, si ritirerà dal suo progetto di essere una potenza emergente. Descriverlo come fascista, poi, non è in fondo un azzardo.

In conclusione, il fascismo ha fatto il suo ritorno a Sud, Est e Ovest: e questo ritorno è intimamente connesso con la diffusione della crisi sistemica del capitalismo monopolistico generalizzato, finanzia rizzato e globalizzato. Un effettivo o persino un potenziale ricorso ai servigi dei movimenti fascisti da parte dei centri dominanti di questo sistema ridotto allo stremo richiede la più stretta vigilanza da parte nostra. Questa crisi è destinata a peggiorare e, di conseguenza, la minaccia di una risorgenza di soluzioni fasciste potrebbe diventare un pericolo concreto. Il sostegno di Hillary Clinton a politiche americane guerrafondaie non lascia presagire buone cose per il futuro più immediato.

Note:

1)      Olha Ostriitchouk,  Les Ukrainiens face à leur passé  [Gli ucraini di fronte al loro passato] (Brussels: P.I.E. Lang, 2013)

2)      Samir Amin, The Implosion of Contemporary Capitalism (New York: Monthly Review Press, 2013)

3)      Per la diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico, vedi ibid.

Articolo originale: http://monthlyreview.org/2014/09/01/the-return-of-fascism-in-contemporary-capitalism/

Traduzione di Federico Vernarelli

Gli eroi della nostra epoca di Fidel Castro da: www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 07-10-14 – n. 514

Gli eroi della nostra epoca

Fidel Castro Ruz | prensa-latina.cu

06/10/2014

L’Avana, 6 ott (Prensa Latina) Il quotidiano Granma ha pubblicato sabato scorso un nuovo articolo del Comandante Fidel Castro, “Gli eroi della nostra epoca”, che pubblichiamo integralmente. 

“Ci sono molte cose da dire, in questi tempi difficili per l’umanità. Oggi, tuttavia, è un giorno di interesse speciale per noi e chissà anche per molte persone.

Durante la nostra breve storia rivoluzionaria, dal golpe astuto del 10 marzo 1952, promosso dall’impero contro il nostro piccolo paese, non poche volte ci siamo visti nella necessità di prendere importanti decisioni.

Quando non rimaneva oramai nessuna alternativa, altri giovani, di qualunque altra nazione, nella nostra complessa situazione, facevano o si proponevano di fare come noi, benché nel nostro caso in particolare, come tante volte nella storia, Cuba ha svolto un ruolo decisivo.

A partire dal dramma creato nel nostro paese per colpa degli Stati Uniti in quel momento, senza nessun altro obiettivo che frenare il rischio di sviluppi sociali limitati, che avrebbero potuto incoraggiare cambiamenti radicali futuri nella proprietà yankee in cui era stata convertita Cuba, si generò la nostra Rivoluzione Socialista.

La Seconda Guerra Mondiale, terminata nel 1945, ha consolidato il potere degli Stati Uniti come principale potenza economica e militare, ed ha convertito questo paese- cui territorio era distante dai campi di battaglia- nel più poderoso del pianeta.

La schiacciante vittoria del 1959, possiamo affermarlo senza ombra di sciovinismo, si è trasformata in esempio di quello che una piccola nazione, lottando per sé stessa, può fare anche per gli altri.

I paesi latinoamericani, con un minimo di eccezioni rispettabili, si sono lanciati sulle briciole offerte dagli Stati Uniti; per esempio, la quota degli zuccherifici di Cuba che durante quasi un secolo e mezzo ha mantenuto il nostro paese nei suoi anni critici, è stata ripartita tra produttori ansiosi di mercati nel mondo.

L’illustre generale nordamericano che presiedeva allora gli USA, Dwight D. Eisenhower, aveva diretto le truppe coalizzate nella guerra, e nonostante contassero con mezzi poderosi, hanno liberato solo una piccola parte dell’Europa occupata dai nazisti. Il sostituto del presidente Roosevelt, Harry S. Truman, risultò essere il conservatore tradizionale che normalmente assume tali responsabilità politiche negli Stati Uniti negli anni difficili.

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche- che ha costituito fino alla fine dello scorso XX secolo, la più grandiosa nazione della storia nella lotta contro lo sfruttamento spietato degli esseri umani- è stata sciolta e sostituita da una Federazione che ha ridotto la superficie di quel gran Stato multinazionale di circa cinque milioni 500 mila chilometri quadrati.

Un qualcosa, tuttavia, non hanno potuto scioglierlo: lo spirito eroico del popolo russo, che unito ai suoi fratelli del resto dell’URSS, è stato capace di preservare una forza tanto poderosa che insieme alla Repubblica Popolare Cina e paesi come Brasile, India e Sudafrica, costituiscono un gruppo col potere necessario per frenare il tentativo della nuova colonizzazione del pianeta.

Due esempi illustrativi di queste realtà li viviamo nella Repubblica Popolare dell’Angola. Cuba, come molti altri paesi socialisti e movimenti di liberazione, ha collaborato con lei e con altri che lottavano contro il dominio portoghese in Africa. Questo si esercitava in forma amministrativa diretta con l’appoggio dei suoi alleati.

La solidarietà con Angola era uno dei punti essenziali del Movimento dei Paesi Non Allineati e del Campo Socialista. L’indipendenza di questo paese è diventata inevitabile ed era accettata per la comunità mondiale.

Lo Stato razzista del Sudafrica ed il Governo corrotto dell’antico Congo Belga, con l’appoggio degli alleati europei, si preparavano accuratamente per la conquista e la ripartizione dell’Angola.

Cuba, che cooperava con la lotta di questo paese da anni, ha ricevuto la richiesta di Agostinho Neto per l’allenamento delle sue forze armate che, installate a Luanda, la capitale del paese, dovevano essere pronte per la sua presa di possesso ufficialmente stabilita l’11 novembre 1975.

I sovietici, fedeli ai loro compromessi, avevano inviato attrezzature militari ed aspettavano solo il giorno dell’indipendenza per inviare gli istruttori. Cuba, da parte sua, aveva accordato l’invio degli istruttori sollecitati da Neto.

Il regime razzista del Sudafrica, condannato e disprezzato dall’opinione mondiale, decide di anticipare i suoi piani ed invia forze motorizzate in veicoli blindati, dotati di artiglieria potente che, dopo un avanzamento di centinaia di chilometri a partire dalla sua frontiera, ha attaccato il primo accampamento di allenamento, dove vari istruttori cubani sono morti in resistenza.

Dopo vari giorni di combattimenti sostenuti dagli istruttori valorosi insieme agli angolani, sono riusciti a fermare l’avanzamento dei sudafricani verso Luanda, la capitale dell’Angola dove era stato inviato per via aerea un battaglione di Truppe Speciali del Ministero dell’Interno, trasportato da L’Avana nei vecchi aeroplani Britannia della nostra linea aerea.

Così è cominciata quella lotta epica in quel paese dell’Africa nera, tiranneggiato dai razzisti bianchi, il paese in cui battaglioni di fanteria motorizzata e brigate di carri armati, artiglieria blindata e mezzi adeguati di lotta, hanno respinto le forze razziste del Sudafrica e li hanno obbligati a retrocedere fino alla loro stessa frontiera, da dove erano partiti.

Non è stato solo l’anno 1975 la tappa più pericolosa di questa guerra. Il momento è accaduto, approssimativamente 12 anni più tardi, nel sud dell’Angola.

Così quello che sembrava la fine dell’avventura razzista nel sud dell’Angola era solo il principio, ma almeno avevano potuto comprendere che le forze rivoluzionarie di cubani bianchi, mulatti e negri, insieme ai soldati angolani, erano capaci di fare inghiottire la polvere della sconfitta ai razzisti suppostamente invincibili. Forse si sono fidati troppo della loro tecnologia, delle loro ricchezze e dell’appoggio dell’impero dominante.

Benché non fosse mai stata la nostra intenzione, l’atteggiamento sovrano del nostro paese non smetteva di avere contraddizioni con la stessa URSS, che aveva fatto tanto per noi in giorni realmente difficili, quando il taglio delle somministrazioni di combustibile a Cuba da parte degli Stati Uniti c’avrebbe portato ad un prolungato e costoso conflitto con la poderosa potenza del Nord.

Sparito questo pericolo o no, il dilemma era decidersi ad essere liberi o rassegnarsi ad essere schiavi del poderoso impero vicino.

In questa situazione tanto complicata come l’accesso dell’Angola all’indipendenza, in lotta frontale contro il neocolonialismo, era impossibile che non sorgessero differenze in alcuni aspetti dai quali potevano derivare conseguenze gravi per gli obiettivi tracciati, che nel caso di Cuba, come parte in questa lotta, aveva il diritto ed il dovere di condurla al successo.

Ogni volta che secondo noi qualsiasi aspetto della nostra politica internazionale poteva scontrarsi con la politica strategica dell’URSS, facevamo tutto il possibile per evitarlo. Gli obiettivi comuni esigevano a tutti il rispetto dei meriti e delle esperienze di ognuno di loro.

La modestia non è incompatibile con l’analisi seria della complessità e dell’importanza di ogni situazione, benché nella nostra politica siamo sempre stati molto esigenti con tutto quello che si riferiva alla solidarietà con l’Unione Sovietica.

In momenti decisivi della lotta in Angola contro l’imperialismo ed il razzismo si è prodotta una di quelle contraddizioni che è derivata dalla nostra partecipazione diretta in quella contesa e dal fatto che le nostre forze non solo lottavano, ma istruivano anche ogni anno migliaia di combattenti angolani, che appoggiavamo nella loro lotta contro le forze pro yankee e pro razziste del Sudafrica.

Un militare sovietico era l’assessore del governo e pianificava l’impiego delle forze angolane. Ci differenziavamo, tuttavia, in un punto che era sicuramente importante: la frequenza reiterata con cui si difendeva il criterio erroneo di usare in questo paese le truppe angolane meglio allenate a quasi mille cinquecento chilometri di distanza da Luanda, la capitale, per la concezione propria di un altro tipo di guerra, per nulla simile a quella di carattere sovversivo e guerrigliera dei controrivoluzionari angolani.
In realtà non esisteva una capitale dell’UNITA, né Savimbi aveva un punto dove resistere, si trattava di un’esca del Sudafrica razzista che serviva solo per attrarre lì le migliori e più armate truppe angolane per vincerle a suo capriccio. Pertanto ci siamo opposti a questo concetto che si è applicato più di una volta, fino all’ultimo quando ci hanno chiesto di vincere il nemico con le nostre proprie forze, fatto che ha dato luogo alla battaglia di Cuito Cuanavale.

Dirò che questo prolungato confronto militare contro l’esercito sudafricano si è prodotto a causa dell’ultima offensiva contro la supposta “capitale di Savimbi”, in un angolo lontano della frontiera dell’Angola, del Sudafrica e della Namibia occupata, fino a dove le coraggiose forze angolane, partendo da Cuito Cuanavale, antica base militare disattivata della NATO, benché ben equipaggiate con i più nuovi carri blindati, carri armati ed altri mezzi di combattimento, iniziavano la loro marcia di centinaia di chilometri verso la supposta capitale controrivoluzionaria.

I nostri audaci piloti di combattimento li appoggiavano coi Mig-23 quando stavano ancora dentro il loro raggio di azione.

Quando oltrepassavano questi limiti, il nemico colpiva fortemente i valorosi soldati delle FAPLA con i loro aeroplani di combattimento, la loro artiglieria pesante e le loro forze terrestri ben equipaggiate, causando morti e feriti abbondanti. Ma questa volta si dirigevano, nella loro persecuzione delle brigate angolane colpite, verso l’antica base militare della NATO.

Le unità angolane retrocedevano in un fronte di vari chilometri di larghezza, con brecce di chilometri di separazione tra di loro. Data la gravità delle perdite ed il pericolo che poteva derivare da queste, quasi sicuramente si sarebbe prodotto il sollecito abituale di aiuto da parte del Presidente dell’Angola affinché ricorresse all’appoggio cubano, e così è accaduto.

La risposta sicura, questa volta è stata che tale sollecito si sarebbe accettato solo se tutte le forze e tutti i mezzi di combattimento angolani nel Fronte Meridionale si sottomettessero al comando militare cubano. Il risultato immediato è stato che si accettava questa condizione.

Velocemente, si sono mobilitate le forze in funzione della battaglia di Cuito Cuanavale, dove gli invasori sudafricani e le loro armi sofisticate si schiantarono contro le unità blindate, l’artiglieria convenzionale ed i Mig-23 diretti dai piloti audaci della nostra aviazione. L’artiglieria, carri armati ed altri mezzi angolani ubicati in quel punto, che non avevano personale, sono stati attivati per il combattimento da personale cubano.

I carri armati angolani che non potevano vincere l’ostacolo dell’abbondante fiume Queve nella loro ritirata, ad est dell’antica base della NATO, il cui ponte era stato distrutto settimane prima da un aeroplano sudafricano senza pilota, carico di esplosivi, sono stati interrati e circondati da mine antiuomo ed anticarro.

Le truppe sudafricane che avanzavano si sono imbattute a poca distanza con una barriera insormontabile contro la quale si schiantarono. In questo modo, con perdite minime e condizioni vantaggiose, le forze sudafricane sono state sconfitte in modo contundente in quel territorio angolano.

Ma la lotta non si era conclusa, l’imperialismo con la complicità di Israele aveva trasformato Sudafrica in un paese nucleare. Al nostro esercito, toccava per la seconda volta, il rischio di trasformarsi in un bersaglio di questa arma.

Ma questo punto, con tutti gli elementi di giudizio pertinenti, si sta elaborando e forse si potrà scrivere nei mesi venturi.

Che eventi sono successi ieri sera che hanno dato luogo a questa lunga analisi? Due fatti, secondo me, di trascendenza speciale:

La partenza della prima Brigata Medica Cubana verso l’Africa a lottare contro l’Ebola.

Il brutale assassinio a Caracas, in Venezuela, del giovane deputato rivoluzionario Robert Serra.

Entrambi i fatti riflettono lo spirito eroico e la capacità dei processi rivoluzionari che si stanno svolgendo nella Patria di Josè Martì e nella culla della libertà dell’America, il Venezuela eroico di Simon Bolivar e Hugo Chavez.

Quante lezioni sorprendenti rinchiudono questi avvenimenti! Incontro appena le parole per esprimere il valore morale di questi fatti, successi quasi simultaneamente.

Non si può assolutamente credere che il crimine del giovane deputato venezuelano sia opera della casualità.

Sarebbe troppo incredibile, e così simile alle pratiche dei peggiori organismi yankee di intelligenza, che la vera casualità fosse che il ripugnante fatto non sia stato realizzato intenzionalmente, ancora di più quando si adatta assolutamente a quanto previsto ed annunciato dai nemici della Rivoluzione Venezuelana.

Ad ogni modo, mi sembra assolutamente corretta la posizione delle autorità venezuelane di esporre la necessità di investigare accuratamente il carattere del crimine. Il popolo, ciò nonostante, espressa commosso la sua profonda convinzione sulla natura del brutale fatto di sangue.

L’invio della prima Brigata Medica a Sierra Leone, indicato come uno dei punti di maggiore presenza dell’epidemia crudele di Ebola, è un esempio del quale un paese può inorgoglirsi, perché non è possibile raggiungere in questo istante un seggio di maggiore onore e gloria.

Se nessuno ha avuto il minore dubbio che le centinaia di migliaia di combattenti che sono andati in Angola ed in altri paesi dell’Africa o dell’America, hanno prestato all’umanità un esempio che non potrà mai cancellarsi dalla storia umana, avrebbe ancora meno dubbi che l’azione eroica dell’esercito dei camici bianchi occuperà un alto posto di onore in questa storia.

Non saranno i fabbricanti di armi letali quelli che raggiungeranno un onore così meritato. Magari l’esempio dei cubani che vanno in Africa potrà anche invogliare la mente ed il cuore di altri medici nel mondo, specialmente di quelli che possiedono più risorse, pratichino una qualsiasi religione, o la convinzione più profonda del dovere della solidarietà umana.

È molto duro il compito di quelli che vanno al combattimento contro l’Ebola e per la sopravvivenza di altri esseri umani, anche a rischio della loro stessa vita. Non per questo dobbiamo smettere di fare tutto il possibile per garantire, a quelli che compiono quei doveri, la massima sicurezza nei compiti che svolgano e nelle misure da prendere per proteggerli e proteggere il nostro stesso popolo, da questa o da altre malattie ed epidemie.

Il personale che va in Africa sta proteggendo anche quelli che rimangono qui, perché il fatto peggiore che può succedere è che tale epidemia od altre peggiori si estendano nel nostro continente, o nel seno del popolo di qualsiasi paese del mondo, dove un bambino, una madre od un essere umano possano morire. Ci sono medici sufficienti nel pianeta affinché nessuno debba morire per mancanza di assistenza. È quello che desidero comunicare.

Onore e gloria per i nostri valorosi combattenti per la salute e per la vita!

Onor e gloria per il giovane rivoluzionario venezuelano Robert Serra insieme alla compagna Maria Herrera!

Queste idee le ho scritte il 2 ottobre quando ho saputo entrambe le notizie, ma ho preferito aspettare un giorno in più affinché l’opinione internazionale si informasse bene ed ho chiesto a Granma che le pubblicasse il sabato.

Fidel Castro Ruz
2 ottobre 2014 

 

Dichiarazione del Comitato greco per la Distensione Internazionale e la Pace (EEDYE) sull’Iraq da:www.resistenze.org – osservatorio – lotta per la pace – 23-06-14 – n. 504

Comitato greco per la Distensione Internazionale e la Pace (EEDYE) | solidnet.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

19/06/2014

In Iraq è in corso una crisi sanguinosa: ne è vittima il suo popolo. Dall’aperta invasione imperialista degli Stati Uniti e dei suoi volenterosi alleati del 2003, centinaia di migliaia di iracheni sono morti, sono stati feriti o sfollati, per non parlare della demolizione dei monumenti dell’antica civiltà mesopotamica, della distruzione delle infrastrutture e di intere città.

L’intervento imperialista nel 2003 venne giustificato con il pretesto delle armi di distruzione di massa, che non furono mai trovate. Saddam Hussein, una volta uomo degli Stati Uniti, è stato giustiziato, mentre il controllo del petrolio è passato agli Stati Uniti e alle sue multinazionali. L’installazione a Baghdad di un regime gradito a Washington e alla NATO non ha risolto naturalmente nessuno dei problemi. Il paese diviso in “tre parti”, secondo il vecchio “divide et impera”, voluto in vista del controllo geostrategico della regione, ha portato a nuovi conflitti tribali e religiosi.

E’ un’ipocrisia rimpiangere oggi la perdita di vite umane in Iraq senza menzionare l’occupazione in corso da parte degli Stati Uniti e le tragiche conseguenze per il popolo iracheno.

A tutt’oggi in Iraq è dispiegato un esercito mercenario che controlla tra l’altro i giacimenti di petrolio e gli oleodotti. Il recente avvicinamento della portaerei Usa G.Bush alla regione creerà solo nuove tensioni e promesse di guerra. Un altro guerrafondaio, Tony Blair, già parla di nuovi lanci missilistici contro obiettivi in Iraq.

Per il Comitato greco per la Distensione Internazionale e la Pace, EEDYE, e il movimento pacifista e antimperialista in Grecia, è chiaro che i problemi non possono essere risolti da chi ne è stato sostanzialmente l’artefice. Gli imperialisti statunitensi e della NATO, da un lato, i gruppi estremisti religiosi d’altra parte, non possono portare pace e prosperità al popolo iracheno. Sono le due facce della stessa medaglia. Puntano alla manipolazione e all’intimidazioni del popolo, mentre avanza il piano imperialista per il “Grande Medio Oriente”, con il sostegno degli Stati Uniti, della NATO e dell’UE.

Il governo greco, che presiede il semestre dell’Unione europea, è responsabile di quanto sopra, non solo perché non si oppose ai piani imperialisti, ma li sostiene apertamente, come ha fatto nei casi delle sanzioni contro la Siria, l’Iran e l’intervento in Ucraina.

Il tormentato popolo iracheno ha tutto l’interesse di organizzare la sua lotta contro le forze nazionali e straniere che lo vogliono in ginocchio, che lo intendono strumento dei conflitti religiosi ed etnici; il popolo iracheno può diventare così padrone del proprio paese e della ricchezza che produce.

La Segretaria di EEDYE

18/06/2014

Iraq e Ucraina. I “destabilizzatori creativi” | Fonte: Contropiano.org | Autore: Sergio Cararo

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La travolgente offensiva in Iraq dei miliziani jihadisti dell’Isis (Stato Islamico di Iraq e Siria) svela drammaticamente – ma meglio di tante arzigogolate argomentazioni – le conseguenze della “destabilizzazione creativa” praticata dagli Stati Uniti e dalle potenze loro alleate. Una destabilizzazione che si è manifestata in particolare in Africa e in Medio Oriente, riscrivendo quasi completamente la mappa geopolitica dell’area e riempiendola di quelle che possiamo definire come “terre di nessuno”. “Possiamo solo immaginare quali sarebbero state le conseguenze se a gennaio Stati Uniti e Francia avessero attaccato la Siria”, sottolineava giustamente qualche giorno fa Alberto Negri sul Sole 24 Ore .

Già Eric Hobsbawn, nella sua intervista sul Secolo Breve , indicava come la faglia nella storia del XXI Secolo sarebbe stata la contrapposizione tra le aree dove esistono gli Stati e quelle dove gli Stati non esistono più. Il mondo infatti si va sempre più definendo non più come diviso tra un primo e un terzo mondo, ma tra Stati forti e “disgreganti” (magari anche con processi inediti come quello che ha portato all’Unione Europea) e Stati “disgregati”.

Gli Stati più forti si integrano fra loro in nuovi blocchi economico/politici  mentre quelli più deboli – spesso frutto di una decolonizzazione pilotata proprio dalle ex potenze coloniali – vengono disintegrati in territori senza sovranità, divisi e contesi da gruppi armati con i quali è possibile negoziare o combattere in condizioni assai più asimmetriche e vantaggiose per le multinazionali e gli stati imperialisti.

L’apparente obiettivo di questo scenario è la scomparsa dello Stato nei paesi in cui la “rivoluzione democratica” è stata imposta con i bombardamenti o con i colpi di stato eterodiretti da Washington, Londra, Riad e talvolta Parigi.

La stabilità destabilizzante realizzata dalle potenze occidentali, in collaborazione con le petromonarchie del Golfo, ha mandato per aria i regimi “laici” in Libia, Iraq, Corno d’Africa e Africa centrale. Ha deposto e ricomposto i regimi “laici” in Tunisia ed Egitto. Di fatto è stato raggiunto l’obiettivo di Usa e Israele di “balcanizzare” l’Iraq in tre cantoni (sunniti/Isis, kurdi al nord, sciiti nel sud). Ha provocato la secessione in Sudan (e prima ancora nei Balcani e nel Caucaso), ha fallito – per ora – li tentativo di disintegrare la Siria ma ha lasciato indenni, se non rafforzato, le monarchie petrolifere del Golfo.

 Il segretario di Stato statunitense Kerry ha già indicato come i responsabili di questa destabilizzazione permanente intendano gestire gli effetti della loro azione: bombarderanno dall’alto dei cieli con i loro droni e impediranno di volta in volta che qualcuna delle fazioni armate, sorte nelle terre di nessuno, prevalga sulle altre. Sembra uno scenario da fantascienza (modello Elysium , potremmo dire) ed invece è quanto pianificato, realizzato e previsto dalle grandi potenze per il futuro.

Ora il cerchio di fuoco intorno all’Europa non brucia solo a sud, ma infiamma anche le regioni all’Est. La destabilizzazione e il conflitto in corso in Ucraina stanno esattamente dentro questa logica prettamente imperialista, nel senso più moderno e attuale del termine. L’instabilità infatti non è senza “centri di comando”, ma ne rappresenta una derivazione diretta. In gioco non c’è solo la partita energetica.

L’impero del caos nei paesi esterni e periferici rispetto ai centri imperialisti, consente di giocare a mani libere la partita a scacchi della competizione globale tra i vari poli determinando di volta in volta gli spazi per la concertazione e quelli per il conflitto. La vicenda della competizione energetica, della guerra sulle pipelines e i corridoi strategici (Nabucco versus South Stream ad esempio) è un aspetto rilevante ma non esclusivo di questa fase storica. Alzare continuamente la soglia della tensione rischia di creare uno o più punti di non ritorno, quelli nel quale il rapporto costi/benefici viene sottratto ai “politici” e affidato ai “tecnici”; e in particolari condizioni i tecnici che prendono in mano le decisioni sono i comandi militari. Efficacemente, Mark Twain diceva che è vero che “la storia non si ripete, ma è anche vero che spesso fa rima”.

Nella manifestazione del 28 giugno e nel controsemestre popolare finalmente, dopo anni di rimozione, ci sarà posto anche per il confronto e l’iniziativa sui pericoli di guerra. E’ una parte del ritardo che comincia ad essere recuperato. Prima è, meglio è.

Vedi anche: http://contropiano.org/internazionale/item/24685-la-scienza-del-conflitto-secondo-il-pentagono

IRAQ: LE MOLTE PARTI IN COMMEDIA DEGLI USA Fonte: www.comidad.org da: tutti i coloridel rosso

La destabilizzazione siriana di marca jihadista è stata esportata in grande stile nel confinante Iraq, il cui governo è ufficialmente appoggiato sia dagli Stati Uniti che dall’Iran. I media ci presentano quindi i due storici nemici, USA e Iran, costretti a fronteggiare insieme la minaccia dell’integralismo islamico. Sennonché notizie di stampa poste in minore evidenza sembrano sfatare la propaganda dell’ISIS (o ISIL), il gruppo jihadista che sostiene di praticare esclusivamente sane forme di autofinanziamento con rapine in banca e imposizione di tangenti. I finanziamenti principali proverrebbero infatti dalle petromonarchie del Golfo: Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Già da qualche giorno alcuni commenti giornalistici, seppur di stretta marca occidentalistica, avevano posto in evidenza il “paradosso” costituito dal fatto che a finanziare il jihadismo fossero proprio i principali alleati degli Stati Uniti nell’area, cioè appunto le petromonarchie. Poteva apparire spregiudicato, ma coerente, che il jihadismo venisse usato per destabilizzare la Siria, un paese storicamente nel mirino degli USA, ma potrebbe apparire contraddittorio che oggi si trovi a far da bersaglio un governo insediato proprio dagli USA come quello dell’Iraq.

Queste perplessità derivano da una concezione idealizzata ed edulcorata dell’imperialismo, al quale spesso si attribuisce, del tutto arbitrariamente, una carica “progettuale”, cioè la determinazione di stabilire una qualche forma di “ordine”, per quanto ingiusto, sia a livello regionale che globale. Quando si notano certe incongruenze si può sempre spiegare tutto con la stupidità, che ha certamente un ruolo rilevante nelle vicende umane. D’altra parte, proprio perché la stupidità costituisce una costante perenne ed ineliminabile, serve a molto poco per spiegare ciò che accade nello specifico.

I commentatori dell’occidentalismo puro e duro se la prendono poi con la debolezza e l’indeterminazione di Obama, e rimpiangono il “guerriero” Bush. La stupidità potrebbe essere facilmente invocata anche per spiegare questo tipo di assurdi commenti giornalistici, ma così si coglierebbe l’aspetto meno rilevante del problema. La propaganda dei “Neocon” americani consiste per un verso nell’inflazionare l’epiteto di “pacifista”, attribuendolo persino a criminali di guerra del calibro di Bill Clinton, e dall’altro verso nel caricare di nuovi sovrasignificati bellicistici cose che rientrano nella routine dell’affarismo militare. Capitò anche con le mitiche “Guerre Stellari” lanciate mediaticamente dal presidente Reagan negli anni ’80. In realtà dagli anni ’50 il Pentagono già finanziava e organizzava dispendiose ricerche sull’uso militare dei satelliti. Perciò non vi era nulla di nuovo, se non l’enfasi pubblicitaria attribuita a quelle ricerche.

Se si va invece a comparare il grado di destabilizzazione operato nel periodo della presidenza Obama con quello che si è verificato nel corso della presidenza Bush, ci si accorge che la palma dell’imperialismo più aggressivo andrebbe proprio all’understatement di Obama, e non all’enfasi bellicistica di Bush. Ciò, ovviamente, se Obama non fosse soltanto quello che è, cioè un addetto alle pubbliche relazioni; e se questo alternare uno stile più spavaldo a un altro più dimesso non rientrasse in un normale gioco comunicativo.

 

Dopo l’irrigidimento delle forze armate russe nel difendere la Siria, il piano di destabilizzazione di questo paese ha dovuto subire una battuta d’arresto, perciò era ragionevole attendersi che gli USA e le petromonarchie spostassero il fronte sul paese confinante. Nel caso iracheno gli USA possono consentirsi infatti di riscuotere i vantaggi della destabilizzazione, che va ad investire direttamente anche il ruolo di potenza regionale dell’Iran e la sua influenza sull’attuale Iraq a predominio sciita. Gli USA possono conseguire questo risultato senza peraltro esporsi più di tanto, e senza nemmeno spendere più di tanto, lasciando le spese e il lavoro sporco agli “alleati”, come è già avvenuto per le “primavere” arabe del 2011.

L’imperialismo non ha bisogno di strategia, poiché la destabilizzazione è già di per sé una strategia. Sul cammino di una Russia concentrata sulla questione dell’Ucraina viene oggi lanciata la nuova pietra d’inciampo della destabilizzazione irachena, quindi un nuovo fronte e militare e diplomatico per Putin, dato che dall’Iraq diventa possibile tentare di destabilizzare nuovamente la Siria.

All’opposto della visione idealizzata dell’imperialismo, può anche darsi una sua concezione del tutto unilateralistica, come se l’imperialismo costituisse una sorta di “villain” che va a turbare le paradisiache armonie dei popoli. In realtà la forza dell’imperialismo non sta tanto nella sua potenza intrinseca, quanto nella sua capacità di catalizzare tutti gli affarismi e gli opportunismi a livello locale. In questo senso si può valutare anche la storia dell’Europa dell’Est non soltanto nei suoi aspetti di discontinuità, successivi alla caduta del muro di Berlino, ma anche nei suoi aspetti di continuità rispetto all’epoca del cosiddetto “socialismo reale”. Durante la Guerra fredda, paesi come la Jugoslavia o la Romania hanno saputo “vendere” la loro posizione di confine tra i due schieramenti, ritagliandosi un ruolo internazionale e anche una sorta di alibi ideologico. Tito e Ceasescu sono stati celebrati dalla propaganda occidentalistica per decenni, salvo essere criminalizzati dalla stessa propaganda, quando il loro opportunismo non serviva più; post mortem nel caso di Tito, e ancora in vita nel caso di Ceasescu, sino a plaudire alla sua feroce esecuzione. La stessa Albania, passata così bruscamente nel campo occidentale, ha un suo passato ambiguo, in cui il marxismo/leninismo/stalinismo apparentemente ortodosso di Enver Hoxha, costituì di fatto un ottimo alibi per ritagliarsi un ruolo di neutralità. Se Hoxha avesse aderito al Patto di Varsavia, la marina militare sovietica avrebbe potuto piazzare basi navali a pochi chilometri dalla base NATO di Taranto, e tutto l’equilibrio militare del Mediterraneo sarebbe mutato. Qualche innocua trasmissione da Radio Tirana fu sufficiente per tutti gli anni ’70 ad accreditare alla politica antisovietica di Hoxha una sorta di mitico alone ultra-rivoluzionario, mentre dietro vi erano evidenti compromessi con la NATO.

Non vi è perciò nulla di strano nel fatto che oggi in Ucraina la posizione di confine sia considerata un’opportunità da sfruttare e che fare l’anti-russo sia divenuto un mestiere carico di prospettive di successo e carriera. Ciò che invece risulta strano, è che a Kiev non ci si accorga che attualmente la posizione di confine dell’Ucraina non viene venduta al migliore offerente, ma svenduta a condizioni di strozzinaggio. L’Occidente può permettersi di spacciare il prestito di diciassette miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale al governo ucraino come un “aiuto”, quando persino un quotidiano come “The Guardian” deve riconoscere che il vantaggio di questo prestito va esclusivamente ai creditori. Questa svendita è appunto l’effetto della destabilizzazione permanente, per la quale ogni paese è considerato un bersaglio e nessuno può più permettersi di negoziare tranquillamente per ottenere vantaggi dalla propria posizione di neutralità o di alleanza. Per questo motivo la destabilizzazione imperialistica non colpisce soltanto coloro che sono ufficialmente considerati nemici, ma spesso, o soprattutto, i cosiddetti “alleati”, come sta capitando adesso anche all’Iraq.

 

Vertice del G77, la Bolivia capitale dei paesi del sud Fonte: Marx 21 | Autore: Angel Guerra Cabrera

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Il 14-15 giugno, a Santa Cruz de la Sierra in Bolivia si svolge il Vertice del Gruppo dei 77 più la Cina (G77). Riunisce la maggior parte degli stati membri dell’ONU, che formano il sud politico, poiché al gruppo appartengono 133 dei 193 paesi partecipanti all’organismo internazionale, con quasi il 60 per cento della popolazione mondiale.

La celebrazione di questo appuntamento nel paese andino è un riconoscimento dei paesi del Sud all’enorme sforzo di trasformazione, decolonizzatore e solidale con i popoli del mondo promosso dai suoi popoli indios e meticci, e dal suo prestigioso leader indigeno Evo Morales, che lo ha guidato dal momento del suo arrivo alla presidenza nel 2006. Da uno dei paesi più poveri e subordinati a Washington dell’America Latina di allora, la Bolivia è oggi un vigoroso Stato plurinazionale, degno difensore della propria sovranità ed esempio di equità, interculturalità e inclusione sociale che, con il prodotto della rinazionalizzazione delle sue risorse naturali e l’organizzazione dei suoi movimenti sociali ha elevato in modo sostenibile i livelli di educazione, salute, benessere e riduzione della povertà, mentre conserva un’apprezzabile crescita economica. Possiamo affermare senza dubbio che in questi giorni è la capitale del Sud.

Il G77 ha acquistato un meritato prestigio in difesa degli interessi politici, economici e culturali dei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Denominazione eufemistica ed eurocentrica poiché dietro a questi vocaboli si nasconde l’esistenza della maggioranza degli stati e delle regioni del mondo sottomessi al colonialismo, al neocolonialismo, allo sfruttamento e al saccheggio da parte del piccolo club delle potenze imperialiste sorto nel Nord Atlantico e in Giappone alla fine del XIX secolo. Gli stessi che oggi, guidati dagli Stati Uniti, pretendono di continuare a dominare il mondo appoggiandosi sul controllo delle nuove tecnologie della (delle) informazione con le loro ingannevoli attrattive edoniste e consumiste e parallelamente su una strategia di conquista e ricolonizzazione dei popoli che non esita a ricorrere a sanguinose e distruttive invasioni o alla feroce violenza destabilizzatrice mascherata da protesta sociale, come in Venezuela e Ucraina.

L’appuntamento in Bolivia, di per sé stesso, assume un’importanza inusitata dal momento che la visibile tendenza al transito dall’egemonia degli Stati Uniti a una riconfigurazione multipolare mondiale osservata nell’ultimo decennio si è espressa recentemente in una frattura tettonica dell’ordine internazionale.

All’esistenza di un forte polo di resistenza all’imperialismo statunitense che ha il suo nucleo nelle alternative liberatrici in America Latina e nei Caraibi si aggiunge il rapido consolidamento della proiezione di potere e rafforzamento di alleanze economiche, politiche e militari da parte di Russia, Cina, Iran e altri paesi della zona asiatica che rifiutano di subordinarsi alla politica estera di Washington.

In tal senso, sono stati decisivi l’atteggiamento della Russia e della Cina per impedire un intervento imperialista in Siria e la reazione russa alla rozza ingerenza della NATO in Ucraina con la reincorporazione della Crimea nella Federazione Russa. Allo stesso modo, il consolidamento dell’alleanza tra Russia e Cina con la nuova visita di Putin in questo paese e la firma del contratto del secolo per la fornitura di gas, la vendita di sofisticato armamento strategico russo al gigante asiatico e i multimilionari investimenti reciproci accordati da entrambi.

La presa di posizione boliviana ( http://www.comunicacion.gob.bo/sites/default/files/media/publicaciones/CARTILLA%20G77.pdf ), con il suo pensiero latinoamericano ispirato all’anticonsumista “buen vivir” andino, augura al vertice del G77 risultati favorevoli per continuare ad avanzare con l’agenda internazionale antimperialista, anti-neoliberale e anticoloniale. In opposizione alle violenze del capitale finanziario, per il diritto dei popoli a controllare le loro risorse naturali, per la democrazia partecipativa e protagonista non limitata al voto, difensora dell’ambiente e, di conseguenza, anticapitalista. Nello stesso tempo, rivendicatrice della dichiarazione per la Celac dell’America Latina come zona di pace, in opposizione ad ogni intervento straniero e, in particolare, a quello degli Stati Uniti in Venezuela e con il blocco di Cuba, reclamando la sovranità dell’Argentina sulle Malvine, e dando nuovo impulso all’unità e all’integrazione latino-caraibica rappresentate da Alba, Unasur, Mercosur rinnovato e Celac. E, naturalmente, per il diritto inalienabile della Bolivia ad avere uno sbocco al mare.

(Angel Guerra Cabrera è giornalista cubano residente in Messico ed editorialista di La Jornada)

Traduzione di Marx 21

Contro la guerra nel cuore dell’Europa, a fianco dell’Ucraina antifascista! da: controlacrisi.org

A Odessa un’orda nazista ha trucidato oltre 50 cittadini ucraini di origine russa. Disarmati. Lo ha fatto con i metodi nazisti del pogrom: bruciare, uccidere, non lasciare via di scampo alle vittime.

I media, all’unisono, hanno deformato la notizia fino a renderla irriconoscibile. Questa falsificazione è funzionale a coprire le responsabilità degli Stati Uniti e dell’Unione europea, che appoggiano il governo golpista di Kiev, da essi portato al potere.

Noi, cittadini italiani di una repubblica antifascista ormai solo di nome, siamo parte involontaria di questa mostruosa tragedia e di questo ritorno al passato. Lo siamo in quanto membri della NATO e alleati degli Stati Uniti. Non a caso il ministro della Difesa italiano, non pago delle violazioni che in questi ultimi due decenni hanno ripetutamente sfigurato l’articolo 11 della nostra Costituzione, è stato il primo a dichiararsi disponibile per un’ennesima sciagurata missione militare, stavolta in Ucraina.

Possiamo tacere? Se lo faremo, saremo complici.

Sono altissime, purtroppo, le probabilità che, nelle prossime settimane, quelle che ci separano dal voto ucraino del 25 maggio, possano verificarsi eventi ancora più sanguinosi, mentre la crisi tra Russia e Occidente rischia di scivolare in conflitto aperto.

Chiediamo a tutte e tutti coloro che condividono i valori della democrazia e della pace, che vogliono battersi contro la guerra, di partecipare a una manifestazione nazionale di protesta e di lutto. Chiediamo che lo si faccia insieme e subito. Con urgenza, sabato 17 maggio, a Roma.

E’, questo, un appello perché ci si riunisca in segno di lutto e di vergogna, per questa Unione europea senza vergogna. Diamo una risposta collettiva, grande, dignitosa, al fianco dell’Ucraina antifascista, contro l’escalation bellica nel cuore dell’Europa.

LA MANIFESTAZIONE E’ CONVOCATA, DUNQUE, SABATO 17 MAGGIO ALLE ORE 18.00 CIRCA, NEI PRESSI DELL’AMBASCIATA DELL’UCRAINA A ROMA, VIA GUIDO D’AREZZO, VICINO A PIAZZA VERDI, ZONA PARIOLI E SI TERRA’ DOPO IL CORTEO IN DIFESA DELL’ACQUA PUBBLICA, AL QUALE SI PARTECIPERA’ .

Per aderire all’Appello: info@giuliettochiesa.it

Promotori

Giulietto Chiesa – presidente “ Alternativa”, fondatore Pandora TV

Valentino Parlato – giornalista

Matteo Gaddi – coordinatore nazionale RSU “ CONTRO LA LEGGE FORNERO”

Mariella Cao- Comitato “Gettiamo le Basi”, Sardegna

Cesare Procaccini – segretario nazionale PdCI

Paolo Ferrero – segretario nazionale PRC

Fabio Amato – responsabile Dipartimento Esteri PRC, candidato Lista Tsipras

Fausto Sorini – responsabile Dipartimento Esteri PdCI

Ciro D’Alessio – operaio RSA- FIOM-CGIL Pomigliano D’Arco

Oliviero Diliberto – docente di Diritto Romano Facoltà “ La Sapienza” di Roma – già segretario nazionale PdCI

Claudio Grassi – direzione nazionale PRC

Piergiovanni Alleva – giuslavorista, FIOM, candidato Lista Tsipras

Domenico Losurdo – filosofo, presidente nazionale Associazione “ Marx 21”

Bruno Steri – Comitato Politico nazionale PRC, direttore di “Essere Comunisti”

Angelo D’Orsi – storico del pensiero politico, Università di Torino

Antonio Mazzeo – Movimento “no Muos” – Sicilia, candidato Lista Tsipras

Fosco Giannini – già senatore della Repubblica, direzione nazionale PdCI

Sergio Cararo e Marco Santopadre – segreteria nazionale Rete dei Comunisti

Nicola Nicolosi – CGIL nazionale

Nicola Cipolla – presidente CEPES

Stefano Vinti – assessore regionale PRC, Umbria

Raffaele Bucciarelli – presidente Gruppo Federazione della Sinistra Consiglio Regionale Marche

Giampaolo Patta – CGIL nazionale , esponente sinistra sindacale

Manlio Dinucci – saggista, giornalista de il Manifesto

Vladimiro Giacchè – economista

Luca Cangemi – docente, Catania, Comitato Politico Nazionale PRC

Gianmarco Pisa – segretario ITRI ( Istituto Italiano Ricerca per La Pace)

Patrick Boylan – Roma No War

Angelo Baracca – fisico , docente Università di Firenze

Gordon M. Poole – docente letteratura americana Università “Orientale” di Napoli

Guido Oldrini – filosofo

Guido Liguori – docente di storia del pensiero politico Università della Calabria , presidente IGS Italia

Bassam Saleh’ – giornalista palestinese

Nico Perrone – già docente di Storia dell’America, Università di Bari

Franco Cardini – storico

Nicolò Ollino – Comitato Politico Nazionale PRC, candidato Lista Tsipras

Marino Severini – “voce” e chitarra de La Gang

Fabio Marcelli – giurista, CNR

Andrea Catone – storico del movimento operaio, direttore di “ Marx 21”

Alfio Nicotra, giornalista

Maurizio Musolino – segreteria nazionale PdCI

Luigi Vinci – già capogruppo al Parlamento europeo – condirettore di “Progetto e Lavoro”

Gianni Fresu – storico del movimento operaio

Simona Lobina – PRC Sardegna , candidata Lista Tsipras

Manuela Palermi – presidente Comitato Centrale PdCI

Emiliano Franzina- storico- Università di Verona

Milena Fiore – video maker , collaboratrice archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico

Alessandro Hobel – storico del movimento operaio

Luigi Marino – già senatore della Repubblica

Mauro Gemma – direttore di Marx21.it

Flavio Pettinari – amministratore della pagina FB “ Con l’Ucraina antifascista”

Wasim Damash – docente di letteratura e lingua araba Università di Cagliari

Ada Donno – associazione Donne Regione Mediterranea

Enrico Vigna – Centro Iniziativa Verità e Giustizia

Federico Martino – docente di diritto , Università di Messina