La battaglia di Tsipras ci riguarda tutti Fonte: sbilanciamoci | Autore: Thomas Fazi

 

Per capire perché la battaglia del nuovo governo greco di Alexis Tsipras riguarda tutti i cittadini europei – e in particolare quelli della periferia – dobbiamo innanzitutto tenere a mente che la rinegoziazione del debito non è per Syriza un fine a sé stante, combattuto in nome di un astratto principio di giustizia economica, ma piuttosto un mezzo per realizzare un obiettivo molto preciso: la riduzione dell’avanzo primario dal 4-5% richiesto dalla troika (oggi è intorno al 3%) all’1-1.5% del Pil. Per avanzo primario si intende un bilancio pubblico in positivo, esclusa la spesa per interessi sul debito pubblico: sostanzialmente vuol dire che le entrate (le tasse) superano le uscite (la spesa pubblica). Il motivo per cui un governo sceglie di perseguire un avanzo primario è solitamente quello di destinare il surplus di entrate al pagamento degli interessi sul debito, nella speranza di ridurre un po’ alla volta lo stock di debito.

Nel caso della Grecia questi interessi si aggirano intorno al 4% del Pil, a cui bisogna aggiungere gli obiettivi di riduzione del debito previsti dal Fiscal Compact (1/20esimo l’anno della porzione eccedente il 60% del Pil): considerando che la Grecia ha un rapporto debito/Pil pari al 177% si fa presto ad arrivare all’avanzo primario del 4-5% fissato dalla troika per la Grecia, che nel giro di un paio di anni dovrebbe salire addirittura al 7% (almeno fino al 2030). Se così non fosse, e senza una riduzione della spesa annuale per interessi – che è quello che chiede Syriza, attraverso una ricontrattazione del debito –, l’unica alternativa sarebbe quella di indebitarsi ulteriormente per continuare a ripagare gli interessi sul debito pregresso – che, in sostanza, è quello che vorrebbero la Germania e l’Eurogruppo, e che la Grecia si rifiuta di fare (“perché sarebbe come consigliare a un amico di farsi una seconda carta di credito per ripagare i debiti contratti con la prima carta di credito”, ha dichiarato Varoufakis).

E allora perché non fare come dice la troika e cercare di aumentare ulteriormente l’avanzo primario? Perché non potrà mai funzionare . Né dal punto di vista politico e sociale – la Grecia è già stremata da anni di brutali misure di austerità, e un incremento dell’avanzo primario potrebbe solo essere raggiunto attraverso ulteriori tagli alla spesa pubblica e/o aumenti di tasse, e dunque attraverso ulteriori misure di austerità –, né dal punto di vista economico: accumulare ampi avanzi primari è infatti considerato intrinsecamente recessivo, in quanto di fatto consiste nel sottrarre risorse all’economia reale per destinarle ai creditori, nazionali ed esteri (o, per dirla diversamente, nel sottrarre denaro ai più per alimentare le rendite di pochi). Se poi questa politica viene praticata in un contesto come quello europeo – di bassa inflazione (come quello che registra l’Italia) o addirittura di deflazione (come quello che registra la Grecia) e in assenza di una banca centrale in grado di agire da prestatrice di ultima istanza e di intervenire sui mercati sovrani per calmierare i tassi di interesse (e senza chiedere misure di austerità in cambio) – è puro masochismo, in quanto si può “consolidare” quanto si vuole, ma il debito continuerà inevitabilmente a salire sia in termini reali, a causa dell’effetto recessivo-deflattivo del cosiddetto moltiplicatore fiscale (ulteriormente esacerbato dalle misure di austerità), sia in termini assoluti, perché molti stati non sono in grado di accumulare avanzi primari sufficienti a far fronte agli interessi, e sono dunque costretti a indebitarsi ulteriormente solo per ripagare gli interessi sul debito pregresso (anche se con l’entrata in vigore del Fiscal Compact, che impone il pareggio di bilancio strutturale, questa strada in teoria non è più percorribile). E infatti, a fronte di alcune delle misure di austerità più estreme mai sperimentate in Occidente, nella maggior parte dei paesi dell’eurozona (soprattutto quelli della periferia) il debito continua a lievitare a ritmi vertiginosi.

Questo non è un problema che riguarda solo la Grecia, infatti: in tutti i paesi della periferia la spesa per interessi si aggira tra il 3.5 il 5% del Pil. Il caso dell’Italia è paradigmatico : nonostante il paese registri un avanzo primario fin dai primi anni novanta, il nostro debito pubblico è continuato a salire unicamente a causa della spesa per interessi – che oggi si aggira intorno al 4.5% del Pil, pari a poco meno di 80 miliardi l’anno – per poi esplodere negli ultimi anni. Ora, in base al duplice obiettivo del Fiscal Compact – pareggio di bilancio strutturale e riduzione del debito –, questi paesi dovrebbero mantenere da qui al 2030 avanzi primari da capogiro, come si può vedere nel seguente grafico: 7% in Grecia, 6.5% in Italia, 5.5% in Portogallo, 3.5% in Spagna.

Si tratta di una strada palesemente insostenibile – e che infatti non ha precedenti nella storia – sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico e sociale, per l’entità dei tagli alla spesa pubblica o dell’imposizione fiscale che essa comporterebbe: se consideriamo che lo stimolo fiscale implementato da Obama nel 2009 ammontava al 5.5% del Pil e che il New Deal di Roosevelt era pari al 5.9% del Pil, un avanzo primario delle dimensioni previste dal Fiscal Compact equivarrebbe per molti paesi a una sorta di anti-New Deal praticato ogni anno per i prossimi quindici anni (almeno). Una follia.
Ecco perché la battaglia di Syriza – che riguarda non tanto il debito pubblico in sé quanto le assurde imposizioni del Fiscal Compact in termini di avanzi primari – riguarda tutti i paesi della periferia. E soprattutto l’Italia.

L’insaziabile Matteo-mani-di-forbice: la manovra balza a 36 miliardi. Perfino Chiamparino protesta!!!Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Il governo Renzi vara un manovrone da 36 miliardi sperando di cavarsela in Europa e di poter dare un qualche incentivo alle imprese con il taglio delle tasse. Nel gioco delle entrate e delle uscite della Legge di stabilità saranno molto pesanti i tagli alla spesa pubblica con la spending review di 15 miliardi; in particolare nei settori della sanità e sul piatto ci sono tanti buoni auspici nelle intenzioni di recuperare quasi 4 miliardi di entrate dalla lotta all’evasione fiscale. Confermati il taglio dell’Irap, un vero e proprio regalo alle imprese che Confindustria saluta usando toni entusiastici, e il trasferimento del Tfr in busta paga. Contenti gli imprenditori mentre le Regioni mettono le mani avanti: con i tagli annunciati l’unica via per le amministrazioni decentrate sarà quella di alzare le imposte locali. La bomba infatti deve ancora arrivare e si chiamerà “local tax”. Renzi ha detto che non è nella manovra ma l’ha comunque confermata.

Molto forte il grido di allarme lanciato dal presidente Chiamparino. “A Renzi dico che nessuno vuole aumentare le tasse, anzi. Ma ci sono limiti di tolleranza oltre i quali non si può andare”, dice Chiamparino. Il taglio per quattro miliardi, continua il governatore, “per cominciare, significa azzerare l’aumento del Fondo nazionale della Sanità nel 2015: se andrà bene, manterremo quello di quest’anno. Poi ci saranno da recuperare altri due miliardi”. E sottolinea: “altro che ridurre le tasse, sarà un miracolo se riusciremo a non aumentarle. Temo sarà difficile evitarlo”. Molto critico anche il giudizio della Cgil che ribadisce tutte le ragioni alla base della manifestazione del 25 ottobre a Roma. “Si continua su una logica di taglio che non risponde all’urgenza che ha il Paese”, ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, secondo la quale “il nostro sogno è che si faccia una manovra che crei lavoro. Ma questa invece è una manovra in cui non si vedono effetti positivi in termini di occupazione, in cui continuano ad esserci moltissimi tagli a enti locali e sanità. Soprattutto è una manovra in continuitàche pensa che l’unica leva sulla quale agire sia la diminuzione delle tasse per alcuni e che non mette invece quelle risorse in investimenti e creazione effettiva di posti di lavoro. Non c’è un principio di giustizia fiscale e di e di spostamento del carico fiscale”. Per la Cgil è inoltre molto grave la decisione di aumentare la tassazione sui fondi pensione.

Secondo il segretario del Prc Paolo Ferrero, c faccia Renzi a dire che ha messo in piedi una manovra di sinistra ed espansiva “non è dato sapere”. “O è grullo o è in malafede. E’ infatti del tutto evidente – continua Ferrero – che il taglio di 15 miliardi di spesa pubblica produrrà contemporaneamente una ulteriore distruzione del welfare, oltre ad essere una misura pesantemente recessiva. Parimenti il grande regalo fatto ai padroni con il taglio dell’IRAP, vista la situazione del mercato mondiale, determinerà solo un aumento dei profitti senza particolari vantaggi per l’economia italiana. Libertà di licenziamento, distruzione della sanità pubblica e rispetto dei diktat della Merkel, è questo ciò che Renzi copre quotidianamente con le sue chiacchiere: peggio di Berlusconi”.

Ora Renzi dovrà vedersela con l’Ue. “Italia e Francia – scrive il Wsj stanno entrambe lottando con un’attivita’ delle imprese stagnante e un’alta disoccupazione, e sono cosi’ riluttanti a infliggere ad un’economia gia’ debole aumenti di tasse o tagli alla spesa pubblica”. “Ma la Commissione europea – prosegue il quotidiano – potrebbe contestare questa mancanza di un rigore piu’ ambizioso nelle manovre” di Roma e Parigi. E “l’imminente scontro potrebbe mettere alla prova i nuovi poteri di controllo della Commissione sulle finanze pubbliche dei singoli stati”.

L’Italia è in guerra. E aumenta la spesa militare Fonte: Il Manifesto | Autore: Manlio Dinucci

Difesa. Il governo Renzi, scavalcando il Parlamento ma di sicuro in accordo col Presidente della Repubblica, si è solennemente impegnato al Summit Nato nel Galles ad aumentare la spesa militare italianaLa Dichia­ra­zione finale del Sum­mit – arti­co­lata in 113 punti redatti a Washing­ton dopo aver con­sul­tato al mas­simo i prin­ci­pali alleati (Gran Bre­ta­gna, Ger­ma­nia, Fran­cia) – impe­gna i 28 mem­bri della Nato, ai punti 14/15, a «inver­tire la ten­denza al declino dei bilanci della difesa».

Ciò per­ché «la nostra sicu­rezza e difesa dipen­dono com­ples­si­va­mente sia da quanto che da come vi spen­diamo». Occor­rono «accre­sciuti inve­sti­menti» per rea­liz­zare «i nostri obiet­tivi prio­ri­tari in ter­mini di capa­cità»: a tal fine «gli Alleati devono dimo­strare la volontà poli­tica di for­nire le capa­cità richie­ste e dispie­gare le forze che sono necessarie».

Per for­nire le capa­cità richie­ste resta «indi­spen­sa­bile una forte indu­stria della difesa in tutta l’Alleanza», soprat­tutto «una più forte indu­stria della difesa in Europa e una accre­scita coo­pe­ra­zione indu­striale attra­verso l’Atlantico: gli sforzi della Nato e della Eu per raf­for­zare le capa­cità della dofesa sono infatti com­ple­men­tari».
Il docu­mento ricorda quindi agli alleati che essi si sono impe­gnati a desti­nare al bilan­cio della difesa come minimo il 2% del loro pro­dotto interno lordo. Finora, oltre agli Usa che inve­stono nel mili­tare il 4,5% del loro pil, hanno rag­giunto la soglia del 2% solo Gran Bre­ta­gna, Gre­cia ed Esto­nia. L’Italia vi destina l’1,2%. Una per­cen­tuale appa­ren­te­mente ridotta, fal­sata dall’ingannevole para­me­tro spesa militare/pil: in realtà, trat­tan­dosi di denaro pub­blico, quella mili­tare va rap­por­tata alla spesa pubblica.

Secondo di dati uffi­ciali rela­tivi al 2013, pub­bli­cati dalla Nato nel feb­braio 2014, l’Italia spende per la «difesa» in media 52 milioni di euro al giorno (avete letto bene!). Tale cifra però, pre­cisa la Nato, non com­prende diverse altre voci.

In realtà, cal­cola il Sipri, la spesa mili­tare ita­liana (all’undicesimo posto su scala mon­diale) ammonta a circa 70 milioni di euro al giorno.

Impe­gnan­dosi a por­tare la spesa mili­tare ita­liana al 2% del pil, il governo Renzi si è impe­gnato a farla salire a oltre 100 milioni al giorno. Qual­cuno potrebbe dire «verba volant».

L’impegno non è però for­male: la Dichia­ra­zione del Sum­mit pre­vede infatti che «gli Alleati veri­fi­che­ranno annual­mente i pro­gressi com­piuti sul piano nazio­nale» in appo­site riu­nioni dei mini­stri della difesa e nei futuri sum­mit dei capi di stato e di governo.

Tutti gli alleati, infatti, dovranno «assi­cu­rare che le loro forze ter­re­stri, aeree e navali siano con­formi alle diret­tive Nato in mate­ria di dispie­ga­bi­lità e soste­ni­bi­lità» e pos­sano «ope­rare insieme in maniera effi­cace secondo gli stan­dard e le dot­trine Nato».

Ad esem­pio, poi­ché il governo Renzi ha impe­gnato l’Italia (anche qui sca­val­cando il Par­la­mento) a par­te­ci­pare sia allo schie­ra­mento di forze mili­tari nell’Est euro­peo in fun­zione anti-Russia, sia alla coa­li­zione dei dieci paesi che, uffi­cial­mente per com­bat­tere l’Isis, inter­ver­ranno mili­tar­mente in Iraq e Siria, dovrà ovvia­mente essere l’Italia ad assi­cu­rare con ade­guati inve­sti­menti aggiun­tivi la «dispie­ga­bi­lità e soste­ni­bi­lità» delle forze aeree ed altre inviate in quel tea­tro bellico.

Oltre ad aumen­tare la spesa mili­tare, il governo Renzi (sem­pre sca­val­cando il Par­la­mento) si è impe­gnato a man­te­nere forze mili­tari in Afgha­ni­stan e a far parte dei «dona­tori» che for­ni­ranno a Kabul (leggi alla casta domi­nante) un aiuto eco­no­mico di 4 miliardi di dol­lari annui.

Si è impe­gnato allo stesso tempo a par­te­ci­pare a uno spe­ciale fondo di soste­gno per il governo di Kiev, can­di­dato a entrare nella Nato insieme a Geor­gia, Bosnia-Erzegovina, Mon­te­ne­gro e Mace­do­nia, allar­gando ulte­rior­mente l’Alleanza «atlan­tica» ad est.

Que­sti e altri impe­gni, assunti dal governo Renzi al Sum­mit Nato, non solo tra­sci­nano l’Italia in nuove guerre e in un sem­pre più peri­co­loso con­fronto mili­tare con la Rus­sia, ma pro­vo­cano un aumento della spesa mili­tare diretta e indi­retta che sot­trae ulte­riori risorse alla spesa sociale e alla lotta con­tro la disoccupazione.

Che cosa si aspetta a fare di que­sta mate­ria un fronte di lotta poli­tico e sin­da­cale? Che scen­dano in piazza i girotondini?

Cgil, Cisl e Uil criticano la cosiddetta riforma della pubblica amministrazione: “Poco coraggiosa”Autore: redazione da: controlacrisi.org

“Un progetto poco coraggioso senza un vero disegno di riforma che non cambierà in alcun modo il rapporto tra cittadini e Pubblica amministrazione”. Così la Cgil, ha commentato ieri il decreto sulla Pubblica amministrazione pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Dalla critica del sindacato si salvano, le norme di contrasto alla corruzione che “rispondono ad una situazione di emergenza politica e morale e alle quali dovranno essere accompagnate ulteriori misure in tema di appalti con una riforma organica, e di reintroduzione del reato di falso in bilancio per il quale la Cgil chiede tempi di approvazione rapidi”.

Per il resto il giudizio è negativo: “L’unico disegno che appare è il ritorno ad una scoperta occupazione da parte della politica sull’amministrazione pubblica, attraverso l’incremento delle quote di nomina di dirigenti esterni scelti discrezionalmente dalla politica. Un sistema che non ha mai portato benefici ai cittadini e al Paese in termini di efficienza, di efficacia, di legalità e di risparmio economico, mentre continuano ad essere presenti per l’ennesima volta ripetuti tagli lineari alla spesa pubblica”.

La Cgil critica anche “le misure punitive e di dubbia legittimità nei confronti dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni. In particolare in tema di demansionamento professionale ed economico, in deroga alle norme vigenti anche nel settore privato, e di mobilità obbligatoria introdotta senza regole e senza contrattazione”. Risulta chiaro che anche con questi provvedimenti, il governo continua a “negare quella privatizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici che la Cgil aveva fortemente contribuito a costruire e della quale oggi rivendica la piena e completa attuazione”.

“Contro una politica che vuole un rapporto di lavoro e una P.A. subalterna, l’antidoto, infatti, non può che essere l’unificazione del sistema di regole tra lavoro pubblico e privato”. Si ripropone “un modello di cambiamento della pubblica amministrazione, già fallito in passato, che prevede una continua e asfissiante moltiplicazione di leggi, norme e regolamenti, che impediscono un reale cambiamento e una riappropriazione da parte dei cittadini della cosa pubblica”.