L’Italia non contrasta la violenza sulle donne da: il manifesto

Annarikka (illustrazione di Stefania Spanò)
Anna­rikka (illu­stra­zione di Ste­fa­nia Spanò)

La cam­pa­gna di sen­si­bi­liz­za­zione e l’attivismo per con­tra­stare la vio­lenza con­tro le donne che negli ultimi tra anni ha lavo­rato su que­sto ter­reno in maniera instan­ca­bile, ha fal­lito. Ma come? E per­ché si è arri­vati a tanto? Il pro­gres­sivo declino dell’attenzione sulla que­stione vio­lenza da parte delle isti­tu­zioni ita­liane di fronte alle con­ti­nue sol­le­ci­ta­zioni da parte della società civile, che ha avuto un picco nel 2012 per poi sce­mare non verso l’archiviazione ma una vera e pro­pria distor­sione, creerà seri danni a tutto il Paese. La dimo­stra­zione di que­sta volontà di non affron­tare in maniera ade­guata il pro­blema, è stata prima di tutto l’aver costretto alle dimis­sioni la mini­stra delle pari oppor­tu­nità, Josefa Idem, che è stata l’unica ad aver ini­ziato un serio per­corso di costru­zione di dia­logo che met­tesse in col­le­ga­mento chi della mate­ria si occupa da tempo con pro­fes­sio­na­lità, e le isti­tu­zioni. Un pro­getto che avrebbe coin­volto tutta la società civile “esperta” (tutta) ma che pro­ba­bil­mente avrebbe dato fasti­dio a chi ancora è al governo, un fasti­dio che ne ha decre­tato la fine. A que­sto, si è aggiunta la scelta dell’allora pre­si­dente del con­si­glio, Enrico Letta, di non nomi­nare una nuova mini­stra delle pari oppor­tu­nità ma di dare tutto in mano alla vice­mi­ni­stra del lavoro, Ceci­lia Guerra, che mal­grado la buona volontà ha deciso di coin­vol­gere nei 7 tavoli creati per por­tare avanti il pro­getto lasciato in sospeso, solo alcune delle asso­cia­zioni coin­volte dalla Idem con una forma di inter­lo­cu­zione che ha avuto come con­se­guenza sia il mal­con­tento di alcune orga­niz­za­zioni che par­te­ci­pa­vano a que­sti tavoli ma soprat­tutto hanno pro­vo­cato una spac­ca­tura all’interno della società civile che si era mossa fino a quel momento in maniera com­patta, mal­grado le dif­fe­renze, pro­du­cendo un lavoro pra­tico e cul­tu­rale di alto livello, apprez­zato anche all’estero. Una scelta che ha pro­dotto uno sfi­lac­cia­mento interno e ridotto dra­sti­ca­mente l’impatto di que­sta bat­ta­glia di civiltà nei con­fronti delle isti­tu­zioni, come oggi dimo­strano i fatti.

A quel punto il nuovo pre­si­dente del con­si­glio, Mat­teo Renzi, ha potuto tran­quil­la­mente fare quello che ha fatto: nomi­nare 8 mini­stre su 16 senza una mini­stra delle pari oppor­tu­nità che por­tasse avanti quel lavoro spe­ci­fico – un lavoro che avrebbe miglio­rato il nostro Paese così arre­trato sulle que­stioni di genere al di là dell’apparenza – e infine sce­gliere di non dare nes­suna delega di quel mini­stero fer­mando que­sto per­corso, immo­bi­liz­zan­dolo. La con­se­guenza di tutto ciò è stato: un calo di atten­zione gene­rale nell’attesa, la pos­si­bi­lità di far pas­sare in caval­le­ria le diret­tive Onu — sia Cedaw che della Spe­cial Rap­por­teur Rashida Man­joo — e soprat­tutto met­tere nel cas­setto la Con­ve­zione di Istan­bul rati­fi­cata dal par­la­mento nel mag­gio dell’anno scorso, e che diven­terà effet­tiva ad ago­sto con la rati­fica di dieci Paesi. Oltre a que­sto, per­sone sin­gole, orga­niz­za­zioni, asso­cia­zioni varie che non si sono mai occu­pate di fem­mi­ni­ci­dio, se da una parte sono state sen­si­bi­liz­zate, dall’altra hanno visto un pos­si­bile busi­ness e improv­vi­sando, hanno messo in piedi pro­getti e pro­po­ste che non ten­gono conto dell’esperienza di quelle asso­cia­zioni e delle reti che con un lavoro sul campo di 20 anni lon­tano dai riflet­tori, hanno costruito alcune linee guida del con­tra­sto alla vio­lenza con­tro le donne in Ita­lia, con­tri­buendo al pro­gresso del Paese mal­grado finan­zia­menti sem­pre incerti e sul filo del rasoio.

La deci­sione quindi di far arri­vare senza pre­cise indi­ca­zioni e cri­teri chiari di asse­gna­zione che rispet­tino il lavoro svolto finora, quei 17 milioni di euro stan­ziati per due anni nel pac­chetto sicu­rezza varato nel 2013 — e in cui com­pa­iono anche norme sul con­tra­sto alla vio­lenza sulle donne – nelle casse delle Regioni, sem­bra chia­rire la vera inten­zione di que­sto governo: il disin­te­resse totale nel con­tra­stare il fem­mi­ni­ci­dio in Ita­lia. Ma soprat­tutto dimo­stra a chi sedeva a quei tavoli con­vo­cati dalla vice­mi­ni­stra Guerra e pen­sava di aver risolto tutti pro­blemi, che le bat­ta­glie si vin­cono insieme e che basta un attimo per essere spaz­zate via.

Pochi giorni fa, prima in un arti­colo apparso sul Sole 24 ORE (27 giu­gno 2014) e poi in un comu­ni­cato di DiRe (la rete che rag­gruppa nume­rosi cen­tri anti­vio­lenza in Ita­lia), si fa pre­sente che i soldi stan­ziati per con­tra­stare la vio­lenza con­tro le donne non solo saranno desti­nati alle Regioni senza diret­tive nazio­nali chiare ma che que­ste prov­ve­de­ranno a finan­ziare pro­getti su base di bandi e in base a una map­pa­tura del ter­ri­to­rio dai “cri­teri illeg­gi­bili”, e che di que­sti 17 milioni ai Cen­tri Anti­vio­lenza e Case Rifu­gio, toc­che­ranno 2.260.000 euro, circa 6.000 euro per cia­scun cen­tro in due anni, una cifra che por­terà molte strut­ture che da tempo lavo­rano con espe­rienza col­lau­data, a chiu­dere e obbli­gherà molte ita­liane a rima­nere a casa e a subire vio­lenza fisica, ses­suale, psi­co­lo­gica, eco­no­mica (dato che l’80% in Ita­lia è vio­lenza dome­stica), o a rivol­gersi a strut­ture che spe­ri­men­te­ranno su di loro come si opera quando una donna si rivolge a un cen­tro. DiRe pre­cisa che “tutti i cen­tri, pub­blici e pri­vati, saranno finan­ziati allo stesso modo, senza tenere conto del fatto che diver­sa­mente dai pri­vati i cen­tri pub­blici hanno sedi, utenze e per­so­nale già pagati”, e che que­sta scelta del governo con­trav­viene in modo netto alla “Con­ven­zione per la pre­ven­zione e la lotta con­tro la vio­lenza sulle donne e la vio­lenza dome­stica” (Istan­bul 2011), che l’Italia ha rati­fi­cato e che pre­vede: “ade­guate risorse finan­zia­rie e umane per la cor­retta appli­ca­zione delle poli­ti­che inte­grate, misure e pro­grammi per pre­ve­nire e com­bat­tere tutte le forme di vio­lenza che rien­trano nel campo di appli­ca­zione della pre­sente Con­ven­zione, incluse quelle svolte da orga­niz­za­zioni non gover­na­tive e dalla società civile (Arti­colo 8)”.

Si sot­to­li­nea cioè il fatto che men­tre la Con­ven­zione di Istan­bul pri­vi­le­gia il lavoro dei cen­tri e strut­ture indi­pen­denti creati e gestiti dalle donne stesse e con un’esperienza solida alle spalle — che sono una garan­zia per le donne che chie­dono aiuto – il governo sce­glie di desti­nare la mag­gior parte dei finan­zia­menti alle reti di carat­tere isti­tu­zio­nale, met­tendo le basi per un con­trollo capil­lare di quello che suc­cede nelle case ita­liane e per poter pilo­tare al meglio non l’uscita dalle donne dalla vio­lenza e la loro indi­pen­denza ma il rista­bi­li­mento dello sta­tus quo (siamo sem­pre un Paese con un forte impianto cat­to­lico), tra­la­sciando le cause e quindi impe­dendo un vero e pro­prio per­corso di supe­ra­mento della discri­mi­na­zione di genere: un’idea che tra­pe­lava già da parte di alcune forze poli­ti­che all’interno del dibat­tito par­la­men­tare, non­ché dallo stesso pac­chetto sicu­rezza appro­vato dalla mag­gio­ranza del par­la­mento, e for­te­mente voluto dal mini­stero degli interni dove come con­si­gliera delle pari oppor­tu­nità c’è Isa­bella Rauti.

I cen­tri che già ci sono in Ita­lia e che sono nati venti anni fa dalla volontà delle donne e della società civile per sup­plire al grave defi­cit isti­tu­zio­nale in mate­ria di con­tra­sto alla vio­lenza con­tro le donne, hanno saputo nell’arco di tutto que­sto tempo, aggior­narsi a livello inter­na­zio­nale e por­tare avanti un dibat­tito pro­fondo sulla discri­mi­na­zione di genere che è indi­spen­sa­bile per affron­tare il pro­blema. E il peri­colo è che sia le strut­ture isti­tu­zio­nali, che anche gli amici degli amici che appro­fit­tano del bando per met­tere su uno affare, non solo non saranno in grado di rispon­dere alle domande delle donne vit­time di vio­lenza garan­tendo ano­ni­mato, ascolto com­pe­tente e soprat­tutto il rispetto della volontà delle donne, ma che fac­ciano tor­nare indie­tro un intero Paese che già non brilla in materia.

Per non dover tor­nare a un non augu­ra­bile Medioevo, l’unica via è quindi quella del con­fronto e del ricom­pat­ta­mento all’interno della stessa società civile e dell’attivismo, e di tutte quelle asso­cia­zioni e orga­niz­za­zioni che si erano ritro­vate insieme nella con­fe­renza indetta dall’allora mini­stra Idem, dove figu­ra­vano più di cento asso­cia­zioni spe­ci­fi­ca­mente ope­ranti sulla vio­lenza con­tro le donne, e che oggi dovranno ripren­dere la parola in modo auto­re­vole e deter­mi­nante tutte insieme.

da bet​ti​rossa​.com

Con Tsipras, se solo la gente lo conoscesse | Fonte: Micro Mega | Autore: Matteo Pucciarelli

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Puntuale come un orologio svizzero, rieccoci con l’apertura der dibbattito su liste, partiti e/o movimenti e/o società civile, a sinistra, in vista di elezioni. In questo caso le europee. Appassionato e violento, come da tradizione, er dibbattito ruota attorno alla figura (bella, giovane, piena di speranze) di Alexis Tsipras, leader di Syriza, raggruppamento (vincente) della sinistra radicale, antiliberista e postcomunista greca.

La sua candidatura a presidente della Commissione europea ha lo scopo di fornire un’alternativa (di sinistra, ovvio) all’Europa rigorista retta da popolare e socialdemocratici, tra larghe intese nazionali e sovranazionali. Di Tsipras ha parlato e bene Barbara Spinelli, prima in un’intervista al giornale di Syriza e poi su Repubblica . Stessa cosa ha fatto Paolo Flores d’Arcais, allo stesso giornale greco. Ancora, su MicroMega , un contributo di Alessandro Gilioli. Si è avventurato persino Nichi Vendola, con la solita fumisteria democristiana che ormai lo contraddistingue e che grida vendetta. Ma mentre nel circolo ristretto della sinistra radicale italiana er dibbattito divampa – la lista come si fa? Con i partiti? Senza? Società civile? Con le “élite”? Senza? – esiste una cosa che si chiama Paese, Italia.

Ecco, al Paese, all’Italia, er dibbattito non appassiona e anzi, lo schifa. Schifa i partiti, schifa gli intellettuali; ma il Paese vive; e vive il disagio, vive la mancanza di soluzioni che la politica offre, che questa politica offre. È vero che noi militanti e illuminati sappiamo benissimo che un’Europa diversa – quella di Tsipras, quella che immagina con sfumature diverse questa eventuale lista – potrebbe aprire delle speranze, potrebbe cambiare davvero i rapporti di forza in una società, potrebbe influire quindi nelle scelte vere della politica e dell’economia. Il problema è che lo sappiamo noi , e non lo sanno gli altri. Nel mentre ci si azzuffa, gran parte della popolazione italiana ignora completamente chi sia e cosa voglia Tsipras. Ignora gli editoriali, ignora le interviste, ignora i blog, ignora il nostro mondo e le sue mille sfaccettature spesso autoreferenziali.

Allora, piuttosto che sprecare fiato, inchiostro, voce, per riaprire l’infinito dibattito su sinistra, comunismo vecchio e nuovo, composizioni di liste, società civile, militanza e lavoro intellettuale, media di regime e lotta di classe ( sic ), questo dibattito antico e identitario, utilizzassimo tempo ed energie per spiegare a nostra madre, a nostra sorella, chi è Tsipras, e chi siamo noi, e cosa vogliamo noi davvero – nelle cose semplici, nelle scelte semplici – sarebbe tutto molto più facile. E forse vincente. Meno innamoramenti di noi stessi e della nostra storia e dei nostri mondi, più concretezza, più lavoro in comune, più umiltà. Meno recriminazioni e accuse reciproche, più intelligenza (e perché no, furbizia): mancano pochi mesi, più che litigare tra apostoli conviene fare discepoli.

Flores d’Arcais: “Alle elezioni europee una lista della società civile con Tsipras” | Fonte: micromega

“Oggi c’è una sola forza politica di sinistra in Europa e si chiama Syriza. Per questo pensiamo che in Italia alle prossime elezioni europee una lista dei movimenti e della società civile, totalmente autonoma (ed estranea alle forze organizzate del “Partito della sinistra europea”), con Tsipras candidato alla presidenza, potrebbe avere un buon risultato”. Pubblichiamo un’intervista del quotidiano greco “Avgì” (Aurora), molto vicino a Syriza, al direttore di MicroMega.

colloquio con Paolo Flores d’Arcais di Argiris Panagopoulos

In Italia sembra che esista una forte maggioranza a sostegno del governo Letta, al punto che il premier insiste che finirà il suo mandato…

Il governo Letta è debolissimo nel paese perché inviso alla schiacciante maggioranza dei cittadini. È debole anche nelle istituzioni, in parlamento, dal momento che il nuovo segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, eletto attraverso le primarie e personaggio di destra “alla Blair” ma fuori dagli schemi tradizionali dei vecchi apparati del partito (è popolare per questo) non ha nessuna intenzione di appoggiare a lungo questo governo.
Il realtà la forza di questo governo è duplice. In primo luogo, non è il governo Letta ma il governo Napolitano, cioè del Presidente della repubblica, che si comporta come un vero e proprio sovrano attribuendosi poteri che la Costituzione non gli dà. In secondo luogo le forze dell’opposizione sono debolissime: l’unica forza di opposizione oggi presente in parlamento è il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, una grande forza politica di massa (rappresenta grosso modo il 25% dei votanti) ma strutturata in modo debolissimo e soprattutto con un gruppo dirigente fatto di due persone, Beppe Grillo e un personaggio molto inquietante, che si chiama Casaleggio. Il M5S ondeggia perciò a seconda degli umori di questi due capi. Insomma, la vera forza di Letta è la debolezza dell’opposizione.

Il governo Letta, o del Presidente della Repubblica, non trova appoggi anche come “longa manus” di Bruxelles e Berlino?

“Longa manus” può essere fuorviante. Diciamo che c’è una strettissima convergenza di interessi fra l’establishment delle istituzioni europee e l’establishment italiano rappresentato da Napolitano e da Letta.
Ma se la gigantesca opposizione che c’è nel paese trovasse modo di avere anche una sua rappresentanza politica parlamentare la situazione cambierebbe radicalmente.

Manca una sinistra di opposizione? Non ha fatto nessun riferimento a SEL.

In Italia – a livello politico organizzato – la sinistra non esiste. Ma non esiste da molti anni. Esiste invece nella società civile. E la distanza e lo scarto tra una sinistra sempre meno esistente nella politica ufficiale e una sinistra sempre più forte nella società civile continua ad aumentare.
Non esiste la sinistra come forza politica perché il PD esiste ma non è più di sinistra. Non aveva più nulla di sinistra con D’Alema e Veltroni, che hanno realizzato una vera mutazione antropologica del partito, rendendolo parte dell’establishment. Con Renzi non potrà essere peggio, ma sarà solo una sostituzione dentro l’establishment.
SEL e gli altri piccoli partiti non contano più nulla. SEL forse (molto forse) supererà lo sbarramento elettorale. Il suo leader Vendola sempre di più si trova implicato in inchieste che ormai stanno distruggendo la sua reputazione. Rifondazione, i Verdi e gli altri gruppi politici non rappresentano nulla. Se non si capisce questo non si capisce la situazione italiana.

Però la sinistra sociale rimane forte e non da oggi…

Quasi trent’anni, quando ho fondato “MicroMega” (1986), la chiamavo “sinistra sommersa”. Ma questa sinistra sommersa negli ultimi quindici anni è diventata una sinistra di piazza. In Italia la società civile ha auto-organizzato davvero da sola, senza sindacati e partiti, manifestazioni gigantesche. In quattro persone (ma una era Nanni Moretti, con un peso mediatico molto forte) abbiamo portato a piazza san Giovanni a Roma nel 2002 un milione di persone. Abbiamo fatto da catalizzatori di una voglia di autoorganizzazione che era gigantesca e che è durata svariati mesi. Abbiamo avuto negli anni successive manifestazioni del “popolo viola” e tante altre.

Avete avuto anche le vittorie dei referendum sul nucleare e sull’acqua.

Certo. In Italia da oltre dieci anni c’è una capacità di autoorganizzazione della società civile attraverso personalità diverse e una miriade di associazioni che è gigantesca. Allo stesso tempo questa opposizione civile e sociale non ha rappresentanza politica. I suoi militanti si sentono cittadini orfani di rappresentanza. Tutto questo si può chiamarlo sinistra in senso tradizionale? Non esattamente.
Perché credo che sia qualcosa di più e di diverso dalla sinistra tradizionale. Rifiuta l’idea del partito, e credo con ragione. Perché ha potuto sperimentare che la struttura di partito inevitabilmente in tempi molto rapidi ripropone (magari in forma soft) le degenerazioni dei partiti di establishment. Sa che c’è bisogno di una forma nuova di rappresentanza. Trent’anni fa avevo scritto che dobbiamo passare dalla politica come mestiere alla politica come bricolage. Gli ultimi quindici anni confermano che questa è la vera sfida. Inventare delle forme organizzative anche di rappresentanza che pero facciano meno della politica come professione, che realizzino quasi unicamente la politica come bricolage.
Il Movimento di Beppe Grillo entrerà in crisi, in due o tre anni. Si devono perciò creare le premesse di una nuova forza politica che abbia le virtù del Movimento Cinque Stelle (la politica bricolage) ma non i suoi gravissimi vizi. Altrimenti l’Italia si troverà in una situazione rischiosissima, perché a questo punto ci sarà lo spazio per una proposta eversiva di destra. Ci sono state “zone rosse” che in questi anni hanno visto vittorie elettorali di Berlusconi. Se in Grecia non ci fosse Syriza potrebbe dilagare Alba Dorata.

Che tipo di sinistra o di opposizione dobbiamo costruire?

La parola sinistra rischia di esser equivoca oggi. Paradossalmente non usarla è meno equivoco che usarla. Perché a volte sinistra indica anche l’opposto dei due suoi ideali fondamentali, giustizia e libertà. Noi abbiamo bisogno di una forza politica Giustizia e Libertà (oltretutto era il nome del movimento della Resistenza non comunista, perche antistalianiano). “Sinistra” per qualcuno richiama a volte ai regimi più antioperai che siano esistiti, quelli stalinisti. “Sinistra” ricorda in periodi più recenti il PCI e le sue continue trasformazioni, che sono state una non-opposizione al berlusconismo, che hanno permesso al berlusconismo di fiorire. “Sinistra” ricorda ora i partitini che si definiscono neocomunisti e sono una parodia.

Come si crea lo strumento politico “Giustizia e Libertà”?

Le forze politiche non nascono a tavolino. Nascono se ci sono dei gruppi e delle elite capaci di cogliere le occasioni. Non servono professionisti e burocrati. Con i girotondi abbiamo perduto una occasione. Nanni Moretti pensava che l’area dell’attuale PD fosse ancora recuperabile e lo crede anche ora appoggiandolo. E noi, che non avevamo più questa illusione, non abbiamo avuto il coraggio di dare un seguito organizzato ai girotondi.
Di recente abbiamo perso un’altra occasione con la FIOM, che ha cercato di lanciare con tutti i movimenti della società civile una grande manifestazione. Ma non ha voluto dare alla iniziativa i contenuti coerenti alla situazione. Non ha voluto contrapporsi frontalmente al governo Letta, al PD e al presidente Napolitano. Non si può difendere in modo generico la Costituzione italiana, che in effetti è una delle più avanzate del mondo, ma bisogna indicare chi cerca di distruggerla oggi. Molti movimenti chiedevano che la FIOM facesse la manifestazione con obiettivi politici molto più espliciti dicendo che i nemici della Costituzione oggi non sono solo le destre ma anche Letta, il PD e il presidente Napolitano. Se ci fosse stato questo la manifestazione sarebbe stata gigantesca con effetto di mobilitazione straordinario. E oggi non avremmo moimenti sociali ambigui come il movimento dei Forconi.
Ora abbiamo un’altra occasione con le elezioni europee. Se a maggio ci fossero le elezioni politiche direi che l’unica cosa da fare è votare Beppe Grillo, perche non ci sarebbe spazio reale per una lista nuova di Giustizia e Libertà.
Ma per le elezioni europee si vota con sistema proporzionale puro. Le posizioni di Grillo sull’Europa sono molto ambigue e non è molto credibile.
Con la nuova legge elettorale si può presentare un candidato alla presidenza europea. Per tutti noi che abbiamo partecipato negli ultimi quindici anni a tutti i movimenti possibili di lotta della società civile c’è oggi una sola forza politica di sinistra in Europa e si chiama Syriza (negli altri paesi o non sono di sinistra o non sono “forze”). Per questo pensiamo che una lista rigorosamente della società civile con Tsipras potrebbe avere un buon risultato.
Pensiamo che si possa ipotizzare una lista della società civile, esclusivamente della società civile, che avendo Tsipras come candidato possa essere credibile anche solo nei pochi mesi che abbiamo in avanti e anche in una situazione politica italiana in qui ovviamente le condizioni per una lista nuova sono molto difficili, perché dal punto di vista mediatico tutto ciò che non è contro l’establishment è focalizzata sul nuovo segretario del PD e tutto ciò che è opposizione dal punto di vista mediatico è focalizzata su Beppe Grillo e il suo movimento.
E tuttavia, con le europee si può tentare. Perché questo tentativo abbia un minimo ragionevole di possibilità e non sia destinato già ad una funzione minoritaria ci sono però svariate condizioni. La prima, che Tsipras sia interessato ad essere il candidato di una forza politica della società civile, totalmente autonoma e estranea alle forze organizzate dei partiti della sinistra europea e specialmente dei suoi partitini in Italia.

Syriza, il Partito della Sinistra Europea e i partiti che vi aderiscono hanno un progetto comune per ricostruire l’Europa…

Syriza è una forza. Negli altri paesi i partiti della sinistra non sono una forza. In Italia solo una lista che raccolga esperienze e movimenti della società civile può evitare l’ennesimo fallimento minoritario. Con molti punti del programma del “Partito della sinistra europea” la consonanza può essere molto grande, ma una questione ancora più cruciale è: con quali strumenti? E dal punto di vista degli strumenti (partito, liste, storie ideologiche, rifiuto dei politici di professione) la differenza è enorme.
In Italia, per essere molto espliciti, una qualsiasi lista che poniamo potenzialmente avesse il 10% dei voti se si allea anche con Rifondazione o i Verdi o i Comunisti Italiani prenderebbe il 5%. Una lista autonoma che avesse potenzialmente il 5% dei voti se si allea con Rifondazione e gli altri prenderebbe il 2%. Oggi allearsi con qualsiasi di questi partitini invece di produrre una somma produce una sottrazione. Perche godono di una credibilità negativa.
La seconda condizione è verificare quante delle personalità che in questi anni sono stati punti di riferimento di queste lotte sono convinte della necessità di una lista autonoma e quanti ancora si illudono che si possa trasformare il PD dall’ interno, che si possa trasformare SEL o far rinascere una specie di lista Ingroia. Bisognerà perciò verificare se almeno un centinaio di persone eminenti nei vari campi, scrittori, filosofi, sociologi, scienziati, personalità del cinema, della musica ecc., condividano la nostra ipotesi.
Se saranno in tanti a pensare che la lista abbia senso e “necessità” dovremmo fare un terzo passo: vedere se tutti i movimenti oggi attivi si riconoscono in un progetto di questo genere. Perché alle volte purtroppo questi movimenti sono molto importanti e molto interessanti ma in taluni loro settori ritengono che la rappresentanza parlamentare non sia una cosa fondamentale. Se ci sarà una convinzione molto diffusa tra questi movimenti della necessità di questa lista si farà il quarto passo: una grande assemblea di tutti.
Per avere una successo e non rappresentare una forza minoritaria e sfondare sarà comunque decisivo il quinto passo, la nascita spontanea di nuovi club e associazioni. Ricordo che quando Occhetto sciolse il PCI, la proposta di una “sinistra dei club” vide la nascita di centinaia di gruppi locali in poche settimane. E con i girotondi stava succedendo lo stesso fenomeno.
Naturalmente, anche così non ci sarebbe certezza di un successo elettorale. Ma correre il rischio sarebbe ragionevole, se davvero si vedesse che nella società civile c’è un spinta dell’opinione pubblica per organizzarsi in gruppi in vista delle elezioni per il Parlamento Europeo che va oltre i militanti organizzati nelle varie lotte come per l’acqua, per i beni comuni, contro la TAV, ecc., e gli intellettuali di riferimento. E ovviamente i militanti anche dei piccoli partiti avrebbero tutto lo spazio per dare il loro contributo nell’impegno elettorale in mille modi. Il problema è che questa lista sia autonoma. Organizzata da questi movimenti della società civile. Si tratta di convincere milioni di persone dell’opinione pubblica. Milioni di persone per le quali Rifondazione Comunista o SEL sono dei marchi negativi e neanche per motivi ideologici.

Forse li considerano come arnesi inutili…

Appartengono ad un’altra era geologica.

Tsipras però è il presidente di un partito politico …

Syriza rappresenta un miracolo. E’ il frutto di un’impresa eccezionale: partire da realtà ideologiche e decisamente minoritarie, rissose, di piccoli gruppi burocratici e di piccole gelosie e inventare il crogiuolo che le ha trasformate. Tsipras e Syriza hanno convinto l’opinione pubblica greca di aver realizzato una entità nuova, non come la somma di tante piccole realtà. Tsipras ha preso dei rottami di ferro e ne ha prodotto acciaio nuovo. In Grecia si è fatta una trasmutazione che è riuscita molto bene. Invece in Germania Die Linke ha perso il momento giusto, perché sono molto ideologici, molto burocratici e sembrano un vecchio ceto politico che ripropone la forma vecchia del partito. In Italia non esistono proprio e il problema non c’è. Naturalmente ci sono alcune migliaia di militanti di questi piccoli partiti, capaci magari di entusiasmo. Ma non sempre l’entusiasmo supera il settarismo ideologico.
In Italia abbiamo un elettorato mobilissimo. Il PCI aveva il suo elettorato. Da quando ero bambino quando andava malissimo prendeva dal 23% al 24%. Nel momento massimo della espansione con Berlinguer è arrivato al 34%. C’era un quarto o un terzo dell’Italia che votava PCI. Poteva cambiare di volta in volta di qualche piccola percentuale. C’era una fedeltà elettorale. In Italia da vent’anni non c’è più la fedeltà elettorale. Due anni fa Grillo prendeva il 3% in varie città. Nel giro di alcuni mesi ha superato il 25%. Ma può tornare al 3% in un momento. E’ questo vale per chiunque.

Il futuro di questa lista dipenderà dal risultato elettorale?

Per andare al parlamento europeo dovremo superare il 4%. Se questa lista prende un risultato intorno al 5% non avrà futuro. Sarà una manifestazione di testimonianza. Se per caso esplode e arriva a percentuali che superano simbolicamente il 10% avrà un futuro. Comunque quello che interresa a tutti noi è impegnarsi in un’azione politica non minoritaria, se riusciamo a crearne le condizioni, e non fare i Nostradamus.

(28 dicembre 2013)

SPINELLI Con Tsipras contro l’Europa dell’austerità