Siria, quattro anni dopo: quando la protesta è degenerata in terrore da: www.resistenze.org


Gianmarco Pisa | sibialiria.org

15/03/2015

Siria, 15 Marzo 2011. Non un giorno come un altro. Anche in Siria giunge una eco, per quanto distorta e deforme, di quella più ampia sollevazione che la stampa occidentale ha subito battezzato come “Primavera Araba”. Questa, a cavallo tra il 2010 ed il 2011, aveva interessato in primo luogo i Paesi della sponda mediterranea, in primo luogo la Tunisia e l’Egitto, sull’onda di un malcontento, vissuto presso settori della gioventù urbana e della popolazione povera, determinato dalla crisi economica e dal peggioramento delle condizioni materiali, e, per altri versi, aspetto maggiormente enfatizzato dai circuiti mainstreaming, dalle difficoltà legate alle burocrazie locali ed alle libertà di espressione. La Siria era rimasta sostanzialmente immune ai primi fermenti della sollevazione: se incitazione alla rivolta c’era stata, sino a quel momento, essa era giunta solamente da frange radicali della componente sunnita presente nel Paese, una opposizione storica al regime laico e panarabo espresso dal Ba’th, che, con Hafez al Assad dal 1970 e il nuovo presidente, Bashar al Assad dal 2000, aveva portato la minoranza alawita al potere del Paese. La situazione economico-sociale del Paese è mediamente migliore di quella che si registra in altri contesti: la tradizione multi-confessionale del sistema siriano è rispettata e, sebbene le recenti aperture ai mercati occidentali e l’incremento della inflazione abbiano aumentato il gap tra la città e la campagna e tra la costa e l’interno, non si registrano le clamorose sperequazioni frequenti altrove. La protesta del 15 Marzo a Dar’a muove da un contesto tra i più poveri e tradizionalmente ostili al potere ba’thista e si salda a Damasco con proteste di settori studenteschi e di classe media, su cui precipita il combinato disposto della repressione governativa e dell’incitamento anti-governativo proveniente non solo dai settori conservatori ma anche dai media ostili (Al Jazeera e Al Arabya).

Siria, 15 Marzo 2015. La Siria è in piedi, la Costituzione è stata riformata e Assad è al potere. Uno dei temi ricorrenti della comunicazione pubblica da parte di Assad è il refrain per cui «solo con la repressione, senza il consenso, sarebbe impossibile per qualsiasi governo, dopo quattro anni di guerra e di distruzioni, rimanere al proprio posto». Otto giorni dopo quel 15 Marzo di quattro anni fa, il governatore regionale di Dar’a viene rimosso; tempo una settimana, ed anche il capo del governo viene sostituito; nei mesi successivi viene ridotta la coscrizione obbligatoria, rivisto il sistema fiscale, promosso l’incremento dei salari. Il 21 Aprile viene accolta una delle richieste forti delle manifestazioni, la revoca dello stato d’emergenza; la nuova Costituzione siriana viene approvata con un referendum popolare, il 26 Febbraio 2012, da quasi il 90% dei votanti pari a circa il 56% della popolazione siriana (sebbene il dato non sia confermato da osservatori indipendenti); invece, le successive elezioni politiche, il 7 Maggio 2012, sono seguite anche da osservatori indipendenti, registrano una affluenza al voto superiore al 51% e la netta vittoria delle forze della maggioranza, raggruppate intorno al Ba’th nel Fronte Progressista, cui appartengono anche i due partiti marxisti del Paese. Il 3 Giugno 2014, nelle prime elezioni presidenziali pluri-partitiche, a norma della Costituzione rinnovata che abroga il ruolo-guida del Ba’th sullo Stato e sulla società e supera la direzione pianificata dell’economia nazionale, Assad è riconfermato con l’88% dei voti espressi, in una tornata che vede un’affluenza superiore al 73%. Non c’è dubbio che il risultato elettorale, di per sé, non cancella e non giustifica quelle violazioni, di cui anche il governo legittimo si è reso responsabile, nel corso del conflitto; ciò non toglie che la portata di tale consenso vada almeno riconosciuta, specie da parte di chi usa ergersi a “paladino” delle libertà elettorali.

In mezzo, e tuttora, c’è la guerra: una guerra, come è stato detto, “civile” e “per procura”, al netto del fatto che, secondo stime indipendenti, oltre 200 mila terroristi stranieri, provenienti da più di 80 Paesi del mondo, abbiano combattuto in Siria in tutti questi anni; che i danni provocati dalla guerra, secondo altre stime, pur difficilmente quantificabili, ammontino ad oltre 80 miliardi di dollari sino ad oggi; che la Siria è diventata il terreno privilegiato non solo della nuova contrapposizione strategica tra Stati Uniti e satelliti atlantici, da una parte, e Russia e Cina, dall’altra, ma anche delle divisioni nel mondo sunnita, tra Turchia e Qatar, da un lato, ed Egitto ed Emirati Arabi, dall’altro. Le continue provocazioni ed ingerenze straniere, unite alla barbarie, cui assistiamo pressoché quotidianamente, delle varie frange islamiste radicali, nella cornice di una complessiva destabilizzazione ai danni della Siria, come Paese e come governo, hanno alimentato le fila e le risorse di quello stesso terrorismo la cui espansione finisce oggi per preoccupare quelle stesse cancellerie che lo hanno a lungo finanziato e sostenuto; e hanno dato il contributo decisivo al sostanziale azzeramento delle forze democratiche e “moderate” che pure si erano manifestate nella, sempre più lontana, primavera del 2011. Gli interrogativi attualmente in corso, presso alcune capitali europee, sulla riapertura dei collegamenti diplomatici con Damasco, potrebbero essere il segnale di un ripensamento necessario. Se così fosse, andrebbe sostenuto e incoraggiato, per non confermare, ancora una volta, l’insopportabile trappola dei “due pesi e due misure”.

Obama prepara la guerra prolungata. L’Italia schiera jet e basi militari | Fonte: Il Manifesto | Autore: Manlio Dinucci

Domani – alla vigi­lia del 13° anni­ver­sa­rio dell’11 set­tem­bre che segnò l’inizio della «guerra glo­bale al ter­ro­ri­smo» incen­trata su Al Qaeda e l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq da parte di coa­li­zioni a guida Usa — il pre­si­dente Obama annun­cerà, in un solenne discorso alla nazione, il lan­cio di una nuova offen­siva a guida Usa mirante, secondo quanto ha dichia­rato dome­nica in una inter­vi­sta alla Nbc, ad «affron­tare la minac­cia pro­ve­niente dallo Stato isla­mico dell’Iraq e della Siria (Isis)». Pur non inviando uffi­cial­mente forze di terra in Iraq e Siria, il pre­si­dente pro­mette: «Degra­de­remo siste­ma­ti­ca­mente le capa­cità dei mili­tanti sun­niti dell’Isis, restrin­ge­remo il ter­ri­to­rio che con­trol­lano e, infine, li sconfiggeremo».

IL PUNTO 37 DEL VER­TICE DEL GALLES

La stra­te­gia è stata uffi­cia­liz­zata nella Dichia­ra­zione finale del recente Sum­mit della Nato a New­port, nel Gal­les, in cui si afferma (al punto 37) che «l’Isis, con la sua recente avan­zata in Iraq, è dive­nuto una minac­cia trans­na­zio­nale». Chi ne è respon­sa­bile? I 28 governi Nato (com­preso quello Renzi) non hanno dubbi: «Il regime di Assad che ha con­tri­buito all’emergere dell’Isis in Siria e alla sua espan­sione al di là di que­sto paese». Si capo­volge così la realtà: come già ampia­mente docu­men­tato, i primi nuclei del futuro Isis si for­mano quando, per rove­sciare Ghed­dafi in Libia nel 2011, la Nato finan­zia e arma gruppi isla­mici fino a poco prima defi­niti ter­ro­ri­sti (espri­mendo ora, nella Dichia­ra­zione del Sum­mit, «pro­fonda pre­oc­cu­pa­zione per le attuali vio­lenze in Libia»).

Dopo aver con­tri­buito a rove­sciare Ghed­dafi, essi pas­sano in Siria per rove­sciare Assad. Qui, nel 2013, nasce l’Isis che riceve finan­zia­menti, armi e vie di tran­sito dai più stretti alleati degli Stati uniti: Ara­bia Sau­dita, Qatar, Kuwait, Tur­chia, Gior­da­nia. In base a un piano sicu­ra­mente coor­di­nato dalla Cia.

L’Isis lan­cia poi l’offensiva in Iraq, non a caso nel momento in cui il governo pre­sie­duto da Nouri al-Maliki stava pren­dendo le distanze da Washing­ton, avvi­ci­nan­dosi sem­pre più alla Cina.
Che a sua volta com­pra circa la metà della pro­du­zione petro­li­fera dell’Iraq, for­te­mente aumen­tata, ed effet­tua grossi inve­sti­menti nella sua indu­stria estrat­tiva. Lo scorso feb­braio, i due governi fir­mano accordi che pre­ve­dono for­ni­ture mili­tari da parte della Cina.

Lo scorso mag­gio al-Maliki par­te­cipa, a Shan­ghai, alla Con­fe­renza sulle misure di inte­ra­zione e raf­for­za­mento della fidu­cia in Asia, insieme al pre­si­dente russo Vla­di­mir Putin e ad Has­san Rou­hani, pre­si­dente dell’Iran. Paese con cui il governo al-Maliki aveva fir­mato nel novem­bre 2013 un accordo che, sfi­dando l’embargo voluto da Washing­ton, pre­vede l’acquisto di armi ira­niane. Su que­sto sfondo si col­loca l’offensiva dell’Isis, che incen­dia l’Iraq tro­vando mate­ria infiam­ma­bile nella riva­lità sunniti-sciiti.
L’Isis svolge quindi di fatto un ruolo fun­zio­nale alla stra­te­gia Usa/Nato di demo­li­zione degli stati attra­verso la guerra coperta. Ciò non signi­fica che la massa dei suoi mili­tanti, pro­ve­niente da diversi paesi, ne sia consapevole.

A CHI SERVE LO STATO ISLAMICO

Essa è molto com­po­sita: ne fanno parte sia com­bat­tenti isla­mici, for­ma­tisi nel dramma della guerra, sia ex mili­tari dell’epoca di Sad­dam Hus­sein che hanno com­bat­tuto con­tro gli inva­sori, sia molti altri le cui sto­rie sono sem­pre legate alle tra­gi­che situa­zioni sociali pro­vo­cate dalla prima guerra del Golfo e dalle suc­ces­sive nell’arco di oltre vent’anni. Ne fanno parte anche diversi pro­ve­nienti da Stati uniti ed Europa, die­tro le cui maschere cer­ta­mente si nascon­dono agenti segreti appo­si­ta­mente for­mati per tali ope­ra­zioni.
Detto que­sto, vi sono fatti incon­tro­ver­ti­bili i quali dimo­strano che l’Isis è una pedina del nuovo grande gioco impe­riale in Medio Oriente. Nel mag­gio 2013, un mese dopo aver fon­dato l’Isis, Ibra­him al-Badri – il «califfo» oggi noto col nome di bat­ta­glia di Abu Bakr al-Baghdadi – incon­tra in Siria il sena­tore sta­tu­ni­tense John McCain, capo­fila dei repub­bli­cani inca­ri­cato dal pre­si­dente demo­cra­tico Obama di svol­gere ope­ra­zioni segrete per conto del governo.

QUELL’ACCESSO ILLI­MI­TATO ALLA RETE

L’incontro è docu­men­tato foto­gra­fi­ca­mente (foto Cnn, pub­bli­cata su «Mon­dia­li­za­tion», di Michel Chos­su­do­v­sky). Molto sospetto è anche l’illimitato accesso che l’Isis ha alle reti media­ti­che mon­diali, domi­nate dai colossi sta­tu­ni­tensi ed euro­pei, attra­verso cui dif­fonde i fil­mati delle deca­pi­ta­zioni che, susci­tando orrore, creano una vasta opi­nione pub­blica favo­re­vole all’intervento della coa­li­zione a guida Usa in Iraq e Siria. Il cui reale scopo stra­te­gico è la rioc­cu­pa­zione dell’Iraq e la demo­li­zione della Siria.

Si apre così, pre­pa­rata da 145 attac­chi aerei effet­tuati in Iraq in un mese dall’aviazione Usa, una «mis­sione pro­lun­gata» di guerra che – pre­cisa A. Blin­ken, vice-consigliere di Obama per la sicu­rezza nazio­nale – «durerà pro­ba­bil­mente oltre l’attuale ammi­ni­stra­zione». Guerra in cui il governo Renzi, sca­val­cando il Par­la­mento, si è già impe­gnato a far par­te­ci­pare l’Italia. I nostri cac­cia­bom­bar­dieri sono pronti, ha annun­ciato la mini­stra della «difesa» Pinotti, per «un’azione mili­tare, che biso­gne­rebbe avere il corag­gio di fare».

Sosta in Sicilia per le micidiali armi chimiche siriane? di Antonio Mazzeo

È sempre più probabile che sarà il porto siciliano di Augusta a ricevere entro la metà di gennaio la nave mercantile in cui saranno stipate le centinaia di tonnellate di gas nervini che l’Opac, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per la distruzione delle armi chimiche, ha sequestrato in Siria. La sosta in un porto italiano dei micidiali sistemi di distruzione di massa era stata anticipata una settimana fa a Bruxelles dalla ministra degli Esteri, Emma Bonino. “Il nostro Paese ha dato la sua disponibilità per le operazioni logistiche dell’unità che trasporterà il materiale proveniente dalla Siria, che però non toccherà il territorio italiano”, ha dichiarato la Bonino. “La decisione finale spetterà all’Opac che dovrà scegliere il porto in base al pescaggio, la capienza e la lontananza o la vicinanza dal centro abitato”. In pole position per l’attracco della nave con i gas nervini, oltre ad Augusta, i porti sardi di Santo Stefano, Oristano e Arbatax e quello pugliese di Brindisi. Sorgono tutti in prossimità di centri abitati, ma lo scalo siciliano offre il “vantaggio” di un ampio molo off limits utilizzato per le operazioni di rifornimento di sistemi d’arma, munizioni e  carburanti delle unità navali della VI Flotta USA e della NATO. Il porto di Augusta ospita inoltre un distaccamento speciale della US Navy dipendente dalla vicina stazione aeronavale di Sigonella, principale centro logistico per le operazioni statunitensi in Medio Oriente e nel continente africano.
Top secret pure la data prevista per l’arrivo in Italia del pericoloso cargo, né è chiaro quanto durerà la sosta in porto. Secondo quanto comunicato dalla ministra Bonino, le armi chimiche siriane giungeranno “probabilmente nella seconda metà di gennaio”, ma ciò “dipenderà dalle valutazioni tecniche della stessa Opac che ha confermato la disponibilità ad esporre le modalità dell’operazione al Parlamento italiano, alla ripresa delle attività a gennaio”. Secondo il cronogramma delineato lo scorso 15 novembre dal consiglio esecutivo dell’Organizzazione per la distruzione delle armi chimiche, l’arsenale di armi chimiche dovrebbe essere rimosso dalla Siria il 31 dicembre, per poi essere distrutto entro la metà del 2014. L’Opac ha previsto che i “precursori chimici” per la produzione dei gas nervini, “relativamente innocui se separati e letali solo dopo essere stati miscelati”, siano prima trasportati via terra al porto di Latakia, per essere poi caricati su due mercantili, rispettivamente di nazionalità danese (Arka Futura) e norvegese (Taiko), oggi fermi in acque cipriote. Si tratterebbe complessivamente di 500 tonnellate di armi chimiche (ma si parla pure di un migliaio): 155 tonnellate saranno trasferite dal cargo danese in un porto britannico e da lì, fino ad un impianto di incenerimento; 345 tonnellate saranno invece trasportate in Italia dal mercantile “Taiko”. Sempre nel porto italiano avverrà il trasbordo del carico sull’unità militare statunitense “Cape Ray” (proveniente dalla Virginia) che, in acque internazionali, dovrà “neutralizzare” le molecole tossiche in circa 80 giorni grazie a un particolare sistema di idrolisi all’interno di un reattore chimico di titanio messo a disposizione dall’esercito USA.Al termine del trattamento, le scorie con “basso livello di tossicità” saranno consegnate a società private specializzate nell’eliminazione dei prodotti chimici, anche se l’Opac non ha conseguito ancora le risorse finanziarie sufficienti a completare lo smaltimento.
I mercantili saranno scortati nella loro rotta per il Mediterraneo da un imponente schieramento militare. Nel porto siriano di Latakia sono giunte la fregata norvegese “Helge Ingstadt” con a bordo un team di incursori, la fregata danese “Esbern Snare” e un’unità da guerra britannica. Il Pentagono ha fatto sapere che mobiliterà la propria flotta nel Mediterraneo, più un centinaio di dipendenti civili del Dipartimento della difesa che assisteranno al procedimento di distruzione delle armi e dei precursori chimici. Dopo il meeting di Mosca del 24 dicembre a cui hanno partecipato alti ufficiali delle forze armate di Russia, Cina e Stati Uniti e i rappresentanti dell’Opac, il Cremlino ha comunicato che alla scorta delle navi cargo parteciperanno pure alcune unità da guerra russe, come l’incrociatore lanciamissili “Petr Velikiy”, il cacciatorpediniere “Smetlivy” e le navi da sbarco “Yamal”, “Pobeditel” e “Aleksandr Shabalin”. Le Nazioni Unite avevano già incaricato le forze armate russe a trasportare le armi chimiche dai siti di produzione e stoccaggio siriani sino a Latakia, utilizzando 75 veicoli militari di cui 25 corrazzati.
Per la pericolosità delle operazioni di trasferimento delle armi chimiche, tutti i paesi che in un primo momento avevano dato la propria disponibilità ad ospitarle sino alla distruzione finale (Albania, Croazia, Danimarca, Germania e Norvegia), si sono poi ritirate. Da Bruxelles, il premier Pieter De Crem nell’offrire la disponibilità belga a “neutralizzare” i gas nervini, ha invitato però i partner internazionali a operare “vicino alla Siria” dal momento che “solo il trasporto di queste armi é già una missione difficile”. Secondo alcuni esperti, l’allestimento di un apparato galleggiante per lo smaltimento dei composti chimici comporterà costi elevatissimi e non ridurrà il rischio di danni ambientali in caso di incidenti. Di contro, l’Opac sostiene che la soluzione adottata è “tecnicamente possibile” e che può “essere sicura se fatta in maniera appropriata”. Secondo i tecnici norvegesi che parteciperanno al trasbordo delle armi chimiche in Italia, il rischio maggiore verrà quando saranno aperti i container e i fusti con i composti chimici a bordo dell’unità militare “Cape Ray” in mezzo al Mediterraneo.

Ma pure il trasbordo dal cargo norvegese “Taiko” alla “Cape Ray” in un porto italiano è un’operazione di per sé molto rischiosa, non fosse altro per la tipologia (e la quantità) delle armi chimiche presenti nei container. Secondo le Nazioni Unite, negli arsenali siriani sono stati trovati principalmente i gas Sarin, iprite e VX. Si tratta di agenti chimici che pure in dosi minime possono causare la morte. Il Sarin o GB è un gas nervino della famiglia degli organofosfati; a temperatura ambiente è un liquido di aspetto incolore ed inodore, estremamente volatile e porta alla paralisi del sistema nervoso se inalato per via respiratoria. L’iprite è un altro micidiale gas impiegato per fini bellici. Noto anche come gas mostarda per il suo particolare odore, l’iprite è liposolubile e penetra in profondità nella cute causando devastanti piaghe. A secondo delle concentrazioni del gas, esso può causare la morte in meno di dieci minuti o in qualche ora, con un’agonia dolorosa. Il gas nervino VX può essere utilizzato come arma chimica in forma liquida pura, in miscela con agenti di ispessimento e sotto forma di aerosol. L’esposizione può avvenire per inalazione, ingestione e contatto con la pelle o con gli occhi, causando in pochi minuti la paralisi dei muscoli del corpo, compreso il diaframma con conseguente morte per asfissia.

Siria, otto milioni di sfollati e profughi tra interni ed esterni | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Un esercito di 5,7 milioni di sfollati all’interno del Paese, che si aggiungono agli oltre due milioni di profughi in quelli vicini. Attacchi ai convogli umanitari, 22 membri della Mezzaluna rossa uccisi dall’inizio del conflitto e tre operatori della Croce Rossa sequestrati. In Siria c’è una guerra nella guerra, con numeri da genocidio. E il capo degli affari umanitari delle Nazioni Unite Valerie Amos nel comunicare i dati di questa tragedia sembra non trovare più nemmeno le parole.

“Mai visto niente di simile”
Lo fa al suo posto Simon Schorno, capo della Comunicazione del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) in Siria. “Prima di arrivare qui sono stato in Yemen, Afghanistan e Iraq, ma non ho mai visto niente di simile, per la complessita’ della situazione e il numero delle forze in campo”, dice. “Quando si parla di guerra, tutti credono che i morti siano solo quelli in battaglia – aggiunge – ma bisogna pensare ai molti malati cronici che perdono la vita per la mancanza di cure. Non permettere l’accesso al personale sanitario e l’afflusso di farmaci e apparecchiature significa usare la salute come arma di guerra. Ed e’ ben documentato che tutte le parti lo hanno fatto”. “Qui anche la salute – denuncia Schorno – e’ usata come un’arma di guerra da tutte le parti, con minacce e attacchi al personale sanitario”.

“Le sanzioni impediscono l’arrivo dei fondi per i soccorsi”
Dal fronte governativo, la denuncia e’ quella del ministro per gli Affari sociali e capo del comitato interministeriale per i soccorsi, signora Kinda al Shammat. “I fondi necessari per dare assistenza ai profughi interni sono enormi – dice – ma a causa delle sanzioni, anche della Ue, non possiamo ricevere un euro in aiuti finanziari, nemmeno dai nostri emigrati. Oggi tutti parlano delle sofferenze del popolo siriano, ma la verita’ e’ che contribuiscono a farli soffrire ancora di piu'”.
Gli aiuti dai Paesi occidentali possono arrivare solo in forma materiale, come cibo e medicinali, attraverso le agenzie dell’Onu. Ma non in trasferimenti finanziari al governo per rispondere alle mille esigenze che vanno dagli alloggi alla sanita’, all’assistenza ai disabili, fino alle iniziative a protezione di donne e bambini.

I soldati bambini
C’è poi il fenomeno dei soldati bambini. Il reclutamento imperversa. “Abbiamo individuato – dice Kinda al Shammat – almeno 50 casi di bande armate che hanno utilizzato bambini in combattimenti e abbiamo fatto una legge speciale per punire questi atti”.
Ma secondo il Cicr anche le forze governative sono responsabili degli ostacoli e delle minacce alle attivita’ umanitarie. Per esempio a Moaddamiya, sobborgo sud-occidentale di Damasco, controllato dai ribelli e assediato da circa un anno dalle truppe del regime, dove gli attivisti hanno denunciato anche la morte per fame di alcuni bambini. “Abbiamo cercato di entrare per portare cibo e medicinali, ma non abbiamo ottenuto il permesso delle autorita’, afferma Simon Schorno.
Di una squadra sanitaria facevano parte anche i sette operatori rapiti il mese scorso nella provincia di Idlib. “Avevano portato materiale in un’area controllata dalle forze governative e poi erano entrati nel territorio dei ribelli, e qui sono stati prelevati”, dice Schorno. Quattro di loro sono stati rilasciati, gli altri tre rimangono in ostaggio. Il Cicr si adopera per ottenere la loro liberazione, ma il responsabile della Comunicazione rifiuta di entrare in dettagli. “Pero’ continuiamo le nostre operazioni, perche’ non possiamo permettere che venga punito il popolo siriano”.

“120 missioni oltre il fronte”
Questa situazione impedisce di utilizzare tutta la forza di cui dispone la Croce rossa in Siria, la missione che gode del piu’ importante finanziamento al mondo – circa 110 milioni di dollari – e puo’ contare su uno staff di 147 persone: nelle sedi di Damasco, Aleppo e Tartus: 35 stranieri e il resto siriani. “Dall’inizio dell’anno, pero’, siamo riusciti a rifornire di acqua 130.000 persone, di cibo 2,5 milioni e di altro materiale, come materassi e coperte, altre 700mila”, sottolinea Schorno.
La Croce rossa ha effettuato in prima persona 120 missioni oltre la linea del fronte, ma gran parte dei rifornimenti avvengono attraverso la Mezzaluna rossa siriana. “Ogni giorno – dice Schorno – qualche loro missione attraversa le linee per entrare nel territorio dei ribelli affrontando non pochi rischi, essendo identificati con il governo. E 22 di loro hanno perso la
vita dall’inizio della crisi”.Ribelli divisi
La situazione del fronte alla vigilia di una nuova tornata di colloqui a Ginevra è quella di un rafforzamento delle posizioni lealiste. I contrasti interni tra le file dei ribelli siriani stanno rafforzando sempre piu’ Assad, che continua a riconquistare posizioni anche nel nord, finora raccoforte dell’opposizione. Un’ennesima prova del tracollo dei ribelli e’ l’annuncio delle dimissioni del colonnello Abdul Jabbar Akaidi, tra i capi dell’opposizione armata dell’Esercito libero, che due giorni fa ha fatto sapere che si dimette in segno di protesta contro le rivalita’ tra gruppi ribelli. Secondo il colonnello, e’ da attribuire proprio a questi contrasti la riconquista di Safira, citta’ strategica nella provincia di Aleppo, da parte delle forze lealiste.