“Una vittoria della sinistra”. Altra Europa aderirà al gruppo del Gue. Al Parlamento: Furfaro, Maltese e Forenza | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La sinistra in Italia è la lista Tsipras, anche perché ormai il Pd è in piena “mutazione antropologica” verso il modello Dc. Barbara Spinelli usa tutta la proverbiale calma mentre formula, nel corso della conferenza stampa di questa mattina, il condensato politico dell’Altra Europa con in tasca un 4% tondo tondo. E le sue parole risuonano, nella sala piena zeppa di giornalisti, molto chiare e nette. Se ancora c’è un pezzo di sinistra aggiunge Spinelli, questo si ferma al limite a Civati. Discorso chiuso,quindi. Un discorso, che ha come primo corollario l’adesione dell’Altra Europa al gruppo della Sinistra Europea. Chi aveva dei dubbi, soprattutto per la “strana” posizione di Vendola, sempre altalenante tra Shulz e Tsipras, con questo passaggio li dovrà dissipare in fretta. E i tre deputati che siederanno a Strasburgo saranno, con molta probabilità, Maltese, Furfaro e Forenza. Un terzetto reso possibile dal ritiro di Spinelli e OVadia, come del resto annunciato dall’inizio.
Il ragionamento di Spinelli parte dalla chiarissima osservazione sul successo di Renziche,evidentemente, “ha divorato l’elettorato di destra”. Il Pd “somiglia molto alla democrazia cristiana” mentre la lista Tsipras “e’ una sinistra radicale ma direi che e’ la sinistra italiana”. Spinelli ammette che nel Pd ci sono “forze chiaramente di sinistra come il gruppo dei civatiani che non e’ democristiano ma la linea vincente ha abbandonato le parole della sinistra. Renzi- conclude la giornalista capolista- ama paragonarsi a Blair ma lui ha salvaguardato lo stato sociale, ho molti dubbi che Renzi lo fara’”. Insomma, ci sarà ben poco da aspettarsi da Renzi sul piano del “governo della crisi”. La tasca della carità non è sempre aperta. E, soprattutto, non è sempre tempo di elezioni, quando con soli 8 euro si può andare ben otto punti sopra le previsioni dei sondaggi. Ora si tornerà all’austerità. E la reazione euforica delle borse la dice lunga.
“In un’Europa in cui c’e’ una forte critica delle politiche di austerita’, una nostra lista come la nostra avrebbe avuto ancora piu’ successo se non ci fosse stato il silenzio dei media nei primi mesi”, aggiunge Spinelli.
In quanto al risultato della lista,Marco Revelli, parla di “piccolo miracolo”. “Siamo partiti con zero euro in cassa, abbiamo speso 220 mila euro – aggiunge Revelli – che e’ meno di quanto ha speso un solo candidato del Pd e di Fi”. Revelli sottolinea il buon risultato nella grandi citta’ e tra i giovani “nonostante il silenzio dei media. Siamo riusciti comunque a comunicare che possa esserci una sinistra. Ora inizia un percorso in Europa e in Italia dove c’e’ un bisogno disperato di una sinistra autorevole”.

Francia, delusione Hollande e astensionismo aiutano Le Pen. Tiene però la sinistra. Analisi del voto Autore: pietro lunetto da: controlacrisi.org

Il risultato del primo turno delle amministrative francesi ha suscitato la reazione, spesso scomposta, della stampa mainstream, che preferisce i titoloni alle analisi dettagliate della situazione. Dai risultati del primo turno, credo che si possano solo identificare delle linee di tendenza ed una prima analisi della composizione dei ballottaggi. Come spesso é accaduto in passato il secondo turno elettorale può stravolgere la situazione completamente. Anche in Francia, purtroppo, l’alta astensione vince le elezioni. Se si aggiunge al 35% di astensione manifesta nelle urne, l’aumento dei cittadini che non si sono registrati per le operazioni di voto, si conferma un quadro di profonda sfiducia generalizzata nel sistema partitico-politico attuale.

Ps, un partito di centro-destra
Il Partito Socialista (PS) arretra in generale e vistosamente in alcune delle sue roccaforti, toccando con mano lo scontento creato dalle promesse elettorali non mantenute da Hollande. Le grandi aspettative create per la campagna elettorale presidenziale solo 2 anni fa, sono state totalmente disattese, profilando un PS che si comporta come un partito di centro-destra. (chissà se questo risultato varrà da monito anche per il Partito Democratico in Italia). Il Partito Comunista Francese (PCF) si conferma la terza forza del Paese, allargando leggermente le sue aree di influenza, nonostante il pesante oscuramento mediatico. Sembra aver funzionato parzialmente l’alleanza del PCF con il PS e i Verdi effettuata a Parigi ed in altre grandi città della Francia. Ricordiamo che questa scelta elettorale di parte del PCF é costata una parziale frattura all’interno del Front de Gauche, che nella componente che fa capo a Melanchon, ha comunque deciso di presentare delle liste del Parti de Gauche (PdG) in concorrenza a quelle dell’ alleanza PS-PCF-Verdi. Dove questa alleanza a tre é stata presentata, sembra aver mitigato l’arretramento del PS, producendo un travaso di voti interno dal PS verso le altre forze. Se a questo risultato viene sommato una media del 6-7% del PdG, l’insieme delle sinistre in questi contesti sembra reggere. Ma rimane da capire come una siffatta alleanza potrà reggere alla prova del governo locale, stretto tra i tagli del PS dettati a livello nazionale e la lotta senza quartiere all’austerity del PCF e parte dei Verdi.

Le Pen, più che una avanzata un travaso di voti
Se si comparano i risultati del primo turno con la situazione uscita delle ultime amministrative del 2008, le sfere di influenza della destra e della sinistra sembrano rimaste grossomodo immutate, con cambi frequenti nei territori dove le percentuali di voto per i due maggiori schieramenti sono simili, e quindi dove un piccolo spostamento di voti crea un cambio di colore dell’amministrazione. La destra neofascista del Fronte Nationale (FN) – nonostante quel che ne dica Marine Le Pen con il suo slogan “ né destra, né sinistra” sempre un partito neofascista rimane nei contenuti – , stando alle sole percentuali sembra registrato una forte avanzata. Le sole percentuali però sono drogate dall’alto tasso di astensione. Se si confrontano le aree geografiche di maggior successo della destra, sembra esserci stato più che un’ avanzata dell’ FN, un travaso di voti all’interno delle forze dello schieramento di destra francese, dal più moderato UMP verso l’FN e le altre forze di estrema destra. Più in generale i dati sembrano confermare il trend, abbastanza comune nelle situazioni di crisi economica e sociale, di una polarizzazione verso le forze di estrema e destra e estrema sinistra del voto popolare, a scapito dei grandi partiti moderati. Ovviamente qui non si vuole sottovalutare il pericolo della destra neofascista in Francia, ma é bene ricordare che qualche anno fa l’FN stava per eleggere un suo candidato alla Presidenza della Repubblica, quindi il suo sostegno elettorale non é una novità di questi ultimi tempi.

Pcf con Hollande anche al secondo turno
La percezione mediatica dell’avanzata dell’FN, ha costretto in qualche modo il segretario del PCF, Pierre Laurent, a dichiarare apertamente l’appoggio del PCF a tutti quei candidati che al ballottaggio saranno contrapposti all’FN, in una sorta di modalità da emergenza democratica. Se questo approccio del PCF é quanto meno comprensibile nella situazione data, crediamo che vadano affrontate le ragioni di fondo del risultato elettorale: il PS, fedele alla linea dell’austerity che propone anche in sede europea, ha abbandonato qualsiasi idea di protezione sociale e più in generale di sinistra, comportandosi come qualsiasi partito di centro destra. (risuona ancora nelle nostre orecchie la previsione di un’ Europa che svolta a sinistra con la presidenza Hollande, fatta dall’esperto di metafore Pierluigi Bersani). Varrebbe la pena di abbandonare al proprio destino il PS e tutti i centro-sinistra-destra, con tutte le conseguenze del caso, e costruire una sinistra del XXI secolo degna di questo nome?  

Quale sinistra per le europee? Fonte: Esse blog.it | Autore: Nicola Melloni

Europa-680x365 Ci risiamo. Mancano pochi mesi alle elezioni e di nuovo scatta l’allarme. La sinistra deve aver voce istituzionale, l’Europa ha bisogno di un vero cambiamento, dobbiamo fare qualcosa per evitare i fallimenti del 2008 e del 2013.
Eppure, a dispetto di questi fallimenti la sinistra esiste. Le idee, come ha detto Gilioli , non mancano. Non mancano neppure le personalità, da Rodotà a Landini. C’è pure un popolo, seppure apolide, quello che ha riempito tante piazze, a cominciare da quelle romane, durante le manifestazioni del 12 e del 19 Ottobre. Non si riesce però a trasformare questa base sociale in prassi politica quotidiana. Anzi, sembra proprio che si remi in direzione opposta. Ci si domanda ora, in Gennaio, come passare lo sbarramento delle elezioni europee. Il motivo è alto ma i modi sembrano opportunistici: ci ricordiamo solo ora, con 4 mesi a disposizione, che ci sono le elezioni? Vogliamo dare voce ad una Europa nuova, vero, ma lo si fa solo quando si va a votare? Ed in questo anno cosa abbiamo fatto? Quasi nulla, ad esser sinceri. E dire che le occasioni non sono mancate: il risultato elettorale, il caos del Quirinale, il governo tecnico. Tutti a guardare, inorriditi, ma completamente immobili.
Sembra di rivivere il 2012: governo tecnico, PD con PDL, austerity, riforma Fornero, e la sinistra che fa? Nulla. SEL col PD, a prescindere, gli altri che 2 mesi prima delle elezioni provano a mettersi insieme, a tempo abbondantemente scaduto, con una lista elettorale, non politica. Un disastro, che sembra vogliamo ripetere. Cerchiamo di sopperire alle nostre mancanze con una scorciatoia dell’ultimo minuto. Una lista per Tsipras, chiede Barbara Spinelli . Una lista di sinistra ma senza partiti. Anzi no, una lista che non deve neanche essere di sinistra, per Flores , vittima forse inconsapevole della sindrome post-Bolognina: vergogniamoci di quel che siamo e cancelliamo i nostri nomi, cioè cancelliamo anche la nostra storia. E poi, di nuovo, società civile contro partiti e partitini, una dicotomia fuorviante: come se i veri partiti non fossero anche fatti, soprattutto, di società civile, come se la società civile non avesse bisogno dei partiti per organizzarsi politicamente. Questo, in fondo, è quello che dice la nostra Costituzione che tanto difendiamo ma forse troppo spesso non capiamo.
Cosa facciamo? Una volta sognavamo la scalata al cielo, oggi certifichiamo l’ovvio, formazioni politiche rinchiuse in se stesse e una società civile che – al netto di una manifestazione di oltre 10 anni fa – non ha avuto il benché minimo effetto sulle fasi politiche che abbiamo attraversato. Da una parte e dall’altra siamo bloccati da atteggiamenti e tattiche sbagliate, accettando la logica della post-democrazia, per dirla con Colin Crouch. Partitini che sembrano gruppuscoli post-68ini, e una parte consistente, direi maggioritaria della sinistra che non sembra credere nelle forme organizzative della democrazia novecentesca, nei partiti per essere chiari. E che dunque rinuncia anche alla battaglia politica elettorale, se non in forme disordinate, tipo appunto liste dell’ultimo momento. E’ una sinistra che è capace di mobilitarsi su singole battaglie, dal NO TAV alla guerra, al lavoro (perdendo sempre per altro, anche se gloriosamente) ma che sembra volersi estraniare da un progetto di società più complesso e articolato, lasciando dunque le leve del potere ad altri, ai governi tecnici, all’Europa, ai mercati. Una sinistra che vuole essere gruppo di pressione, non avendo capito, forse, che le lobby si fanno con i soldi, i partiti con le idee e con i voti. Un atteggiamento che si riflette poi nell’atteggiamento anche di una classe dirigente che si ostina a voler continuare il proprio lavoro di sempre, sindacalisti, docenti, magistrati, giornalisti, convinta di poter innervare un cambiamento da quei luoghi, da quelle casematte del potere. Non rendendosi conto che la guerra di trincea di Gramsci la si può fare certo anche e soprattutto in quei luoghi, ma solo con la forza di una organizzazione politica radicata. Altrimenti diventa un lavoro di testimonianza, non di cambiamento. Insomma, quel che manca è il contenitore, il partito. Che forse non potrà più essere quello del vecchio PCI ma di cui non si può fare a meno. Si continua a dire no ad altri partitini, salvo poi rimpiazzarli con liste estemporanee. Nessuno vuole un altro partitino, ci mancherebbe, ma con uno sforzo di fantasia, sacrificio e abnegazione da parte di tutti, partiti(ni) e società civile insieme, si dovrebbe forse cominciare a pensare, invece, ad un partitone. Di sinistra

“Più cresce il movimento e meno ci sono sette”. Intervista a Maurizio Acerbo | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Il movimento sceso in piazza il 19 sembra non volersi perdere d’animo e così tra la difficile costruzione di una vertenzialità sociale e assemblee forse con troppi interventi ‘autocentrati’ si avvia a bruciare altre scadenze. Qual è il tuo punto di vista?
Vedo comunque positivo che ci sia un processo di aggregazione sulla base di una piattaforma sociale. Che ci sia mobilitazione nel movimento è fondamentale,soprattutto dopo un lungo periodo di assenza. E poi si tratta di qualcosa non caratterizzato dall’ideologia, che divide e crea recinti, ma dalla concretezza delle rivendicazioni. Insomma, ‘più cresce il momvimento e meno ci sono sette’, per dirla con Marx. E’ bene che tutti si rimettano in gioco a partire dai contenuti e dalla piattaforma sociale, che dentro la crisi non può che essere che aperta man mano che si ha la capacità di allargare ad altri soggetti della galassia sociale prodotta dalla crisi.Quella del passo indietro dei soggetti politici sembra una fase che stiamo subendo, però, più che vivendo consapevolmente
Non vedo salti immediati al tema della soggettività politica perchè è evidente che c’è, ed è probabilmente l’ostacolo principale a metter su qualcosa che somigli all’esperienza dei greci, una certa diffidenza nei confronti del terreno della rappresentanza. Su questo la penso molto come Carlo Formenti. Si tratta di un senso comune che si è radicato ed è diventato maggioritario e rispetto al quale non credo di ci siano scorciatoie facili per superarlo.
Certo, ma non credi che la pesantezza della crisi abbia in qualche modo ridisegnato più che la rappresentanza il senso della domanda di rappresentanza?
Dentro la crisi dobbiamo fare i conti con il fatto che non c’è un immediata relazione con il conflitto. Già è difficile produrre un livello di mobilitazione da minimo sindacale. Nel 94 e nel 2001-2003 abbiamo avuto ondate più potenti. Non c’è quindi un automatismo nella crisi. Certo, il malcontento, se si offrono degli spazi per esprimerlo poi può trovare sbocco, ma il tema della rappresentanza è più complesso. Penso che Wu Ming, di cui sono un fan, sbagliano nel dire che Grillo svolga una funzione di sostituzione dei movimenti radicali. Dimenticano che la gran parte dei movimento sociali in Italia, come ideologia prevalente, hanno avuto quella di non andare a una relazione sul terreno della rappresentanza. Il problema è che non ci sia stata dentro la crisi una ripresa della sinistra radicale, come anche in Inghilterra. E questo, va detto, è comune alle altre articolazioni della sinistra. Nessuno si senta escluso.

In tutto questo, che peso possono avere le elezioni europee?
Penso che la questione Syriza non vada vista come soluzione magica che consente di superare sbarramenti elettorali. Quello che potrebbe servire è una campagna che ci consente di introdurre a livello di massa non una miriade di proteste ma quello che serve è far venire fuori una visione generale della crisi, cosa che finora non siamo riusciti a fare, e quindi il ruolo della Bce e della Troika. E questo già sarebbe importante. Aiuta a far passare nell’immaginario che c’è una sinistra al di fuori del centro-sinistra. E quindi, un’altra sinistra è possibile. Una cosa difficile ma possibile. E credo che sia per questo che il successo di Syriza sia oscurato dai mass media. L’evento in Europa non è né Marie Le Pen né Alba dorata, ma i greci di Syriza. L’altro elemento per cui credo che sia importante la candidatura europea di Tsipras è che apre la discussione anche sulla Syriza italiana. Uno dei limiti che ho sentito in questi anni è che oltre alle riserve delle organizzazioni rispetto alla prospettiva di ricostruzione di una sinistra radicale modello Syriza è che anche i settori che si collocano a sinistra del centrosinistra ci hanno creduto poco.

Credo sia l’aspetto più evidente. C’è stata una specie di fuga dalla realtà, per rintanarsi in schemi ormai superati dagli eventi…
Ritengo che ciò che non va bene e che non funziona è che ci sia un pezzo di sinistra che fa i convegni sulla sinistra e un altro pezzo che fa i movimenti. Allora, da un lato la prima rischia di essere sempre troppo politicista e molto spesso non va da nessuna parte perché la discussione è verso un pd senza vita e dall’altro nei movimenti si dovrà aprire una discussione sul fatto che l’Italia ha concluso il processo di americanizzazione e non c’è più, per esempio, una sinistra di classe di peso. Tutti celebrano l’America Latina, ma Chavez ha fatto le occupazioni o il governo? Il punto è che questo discorso non può essere l’oggetto di una predica.

Vabbé ma a queste tare non può provvedere il movimento…
Certo, però quello che è accaduto in questo autunno sul piano della piattaforma sociale è che alcune esperienze come il partito sociale hanno dimostrato di essere non certo un qualcosa di impolitico. E poi, l’unica occasione in cui Sel ha detto di aver preso una cantonata è stata in occasione della manifestazione del 19 ottobre. Quindi, questo dimostra che non bisogna avere una visione della politica astratta e scolastica.

… oppure da regolamenti di conti…
Nel 2008 tanti di sinistra pensavano, dentro rifondazione e fuori, che tutto sommato se Rifondazione si levava di torno chissà quali prospettive si sarebbero aperte. Essendo arrivati al 2014 con l’unico paese europeo in cui non c’è una sinistra radicale in Parlamento ma anche in cui non c’è stato rispetto all’attacco una mobilitazione sociale adeguata, è chiaramente uno schema da rottamare definitivamente. Nella stessa Francia sulla riforma delle pensioni Sarkozy si è spaccato la faccia. Questo dovrebbe insegnare a tutti che la boria di partito non funziona ma anche la boria antipartito dà bei grattacapi.

Il passo del gambero della sinistra | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Walter Tocci

 

Che cosa impedisce alla sinistra di «fare popolo» proponendo una vita collettiva più felice? Un estratto dal libro di Walter Tocci, appena uscito per Donzelli editore

Fino a quando sopporteremo una sinistra senza popolo? Da qui bisogna ripartire con un salto teorico e pratico per intendersi meglio sul concetto di «popolo». La prima battaglia che deve vincere il concetto è con se stesso, deve liberarsi cioè della tradizione idealistica che lo intende come un insieme organico e senza differenze. Il popolo non esiste in natura. Non è un aggregato sociale e tanto meno una classe. È prima di tutto una costruzione politica (1)

Ecco il compito teorico, ripensare il popolo accordando la musica di un doppio movimento.. Da un lato bisogna affacciarsi sull’abisso, cogliere il perturbante della forma di vita, immergersi nell’estrema differenziazione. Dall’altro lato però non si deve rinunciare al costruttivismo politico tracciando un confine nel magma sociale per definire il campo: con chi e contro chi, per cosa e anti che cosa.

Prender parte in una lotta, ma con il pensiero rivolto al tutto è la funzione originaria di un partito. Essa non solo non scompare, ma viene esaltata nella lotta per l’immaginario che caratterizza la postmodernità. Scompaiono invece i modelli, le strutture e le forme che hanno contraddistinto il partito novecentesco. La destra lo ha usato prevalentemente come strumento di contenimento, senza mai innamorarsene, ed è perciò più pronta a liberarsene, ma sa anche riscoprirne la tensione originaria tra parte e tutto mediante le attuali forme populistiche. Al contrario, la sinistra sente la nostalgia verso questo strumento perché è stato decisivo nella sua lotta per l’eguaglianza e per l’ampliamento della democrazia, ma non ha saputo ritrovare una soggettività politica capace di interpretare sia la parte sia il tutto.

Ce ne sarebbe l’occasione proprio nella crisi attuale che rimette in discussione le certezze del passato. La fine del ciclo liberista crea nuove linee di frattura sul destino dell’Occidente, sulle promesse del capitalismo, sulle forme della Decisione. Sui nuovi cleavages del secolo appena cominciato la sinistra potrebbe «fare popolo» meglio dei comici postmoderni, mettendoci più solidarietà e più cultura. Potrebbe farlo riscoprendo l’attualità delle proprie ragioni dell’eguaglianza, del lavoro, della democrazia . Non basta tornare a declamarle, come si è preso a fare negli ultimi tempi, occorre renderle vincenti.

L’Inganno (liberista) non cadrà solo perché la crisi lo ha svelato. Occorre un altro discorso che risolva l’irrequietezza gramsciana, che eviti tutte le attuali ipocrisie: chi vuole continuare come prima, chi si limita ai pannicelli caldi e chi sposta l’attenzione sulle cause fittizie. È maturo il tempo per elaborare un’altra teoria che vada d’accordo con la vita reale delle persone. La chiama un «programma massimo della sinistra» Salvatore Biasco, non senza timore di essere frainteso, per dire che a un’egemonia durata trent’anni si risponde solo con un’altra egemonia, non con i mugugni, i distinguo e le chiose ( 2) .

Non dovrà essere una fuga nell’impossibile, ma una guida per procedere alla rovescia del mondo attuale, per progettare idee nuove nel lavoro, nella cultura, nella salute, nella natura, nella città e nei tempi, per fare le riforme che davvero cambiano la vita dei cittadini, per aiutare i riformatori che già sono all’opera, per prendere decisioni generative di nuovi legami sociali.

E il tono dovrebbe diventare più positivo che in passato. Mentre il discorso capitalistico si fa sempre più cupo tra crisi, debiti e disoccupazione, la novità sarebbe una sinistra che riprendesse a parlare di felicità. Ci provò Prodi nell’ultima battuta del confronto televisivo del 2006, per contrastare le promesse di meno tasse per tutti, ma rimase un colpaccio mediatico non pienamente riuscito. Con più teoria Magri si spinse a preconizzare una «società signorile di massa», ma rimase una mozione congressuale inesistente. Eppure coglieva un punto essenziale: «l’arricchimento dei bisogni propriamente umani, della personalità, delle relazioni, da sempre connotato del privilegio signorile, potrebbe per la prima volta nella storia rappresentare l’obiettivo dell’intera società». Dovrebbe essere possibile in astratto se la ricchezza prodotta dalla formidabile capacità di conoscenza dell’homo faber del XXI secolo fosse coniugata con l’eguaglianza e con la libertà. Non ci sarebbe ragione per l’impoverimento dei lavoratori, per il furto di futuro ai giovani, per la mancanza di solidarietà verso chi soffre, per il respingimento dei migranti nelle acque del Mediterraneo. Basta questa critica ingenua all’attuale capitalismo per richiamare la sua insostenibilità e la rottura di un rapporto durato tanto tempo tra sviluppo e benessere. Le esperienze della vita e le analisi sociali più attente segnalano che nelle società mature il miglioramento economico si accompagna spesso a un malessere nelle relazioni tra le persone. Solo un «manifesto per la felicità» può spiegare il ribaltamento di politiche che è necessario per uscire davvero dalla crisi (3) .

Che cosa impedisce alla sinistra di «fare popolo» proponendo una vita collettiva più felice? Che cosa impedisce di inventare un «populismo» sereno, creativo, solidale a sostegno delle riforme che migliorano la vita dei cittadini? C’è un impedimento che attiene al lungo processo di statalizzazione della politica. Da quella posizione non riesce a parlare ai tormenti e ai bisogni della vita. Ma qui c’è un’altra differenza tra la destra e la sinistra, soprattutto in Italia. La prima ha saputo mantenersi in una posizione anfibia tra l’occupazione di potere nell’amministrazione e l’agitazione vitalistica della polemica antistatale. La seconda, invece, ha interpretato fedelmente il processo fino a insediarsi senza residui nello Stato. Il Pd, almeno nei quadri intermedi e dirigenti, è un esempio da manuale del modello del party in office descritto dalla politologia: un partito di amministratori, gestore delle compatibilità economiche, adagiato nelle pieghe della spesa pubblica, incapace di parlare ai tormenti della società e tanto meno di parlare di felicità.

Tuttavia accanto a questa struttura sterile abitano due risorse preziose: i militanti che costituiscono oggi il più ricco patrimonio italiano di volontariato politico, erede delle migliori tradizioni popolari; un elettorato intelligente e disponibile a mobilitarsi per vincere come ha dimostrato tante volte.
Fare esodo dalla statalizzazione è il primo passo per utilizzare a meglio queste risorse e ricollocare l’organizzazione di sinistra nel vivo della società.
1 A. Mastropaolo, La democrazia è una causa persa? cit., pp. 50-3.

2 S. Biasco, Ripensando il capitalismo. La crisi economica e il futuro della sinistra , Luiss University Press, Roma 2013, p. 9 e p. 43.

3 Sono linee di ricerca che ormai producono diversi contributi sia in sede scientifica sia nel dibattito politico, ad esempio: S. Bartolini, Manifesto per la felicità , Donzelli, Roma 2010; M. Toaldo, Le riforme che cambiano la vita , in Italia 2013 , a cura di C. D’Elia e M. Toaldo, Ediesse, Roma 2013.

(il testo, gentilmente concesso dall’editore, è un estratto del libro “Sulle orme del gambero. Ragioni e passioni della sinistra”, Donzelli editore, pp. 133‚ 18,50 euro)