Perché non dobbiamo disperdere il patrimonio accumulato. L’ultimo libro di Claudio Gambini su comunisti e sindacato Autore: giuseppe carroccia da: controlacrisi.org

L’ultimo libro di storia di Claudio Gambini, Comunisti e sindacato. Dalle origini alle leggi eccezionali(1921-1926). Editori Riuniti 2015. pag. 344,ricostruisce con la consueta serietà storiografica, una fase decisiva, fondativa, nella vita del partito comunista e del movimento operaio italiano, benché poco approfondita dalla ricerca storica.
Attraverso una scrittura rigorosa e avvincente che aderisce alla incandescenza degli avvenimenti narrati con una copiosa e scrupolosa massa di dati e fatti, (spesso confinati nelle note a piè pagina di cui si consiglia la lettura integrale), Gambini ripercorre la storia di quegli anni terribili intrecciando la narrazione degli attacchi padronali e fascisti, le lotte difensive e i tentativi di contrattacco dei lavoratori con il dibattito che attraversa il Partito comunista, la Fiom e la Cgil .

Nessuno degli aspetti che compongono la situazione storica vengono trascurati. Dai dati oggettivi: la crisi economica e la riorganizzazione del capitalismo industriale; a quelli soggettivi: debolezza del partito socialista e della Cgil, ambiguità della Fiom guidata da Bruno Buozzi, attesismo degli aventiniani, formazione ordinovista del nuovo gruppo dirigente comunista e suoi rapporti con l’Internazionale, limiti dell’azione degli stessi comunisti per il ruolo che ancora hanno le posizioni bordighiste. Lo sviluppo delle diverse posizioni è spiegata evidenziando le ragioni profonde che spingono gli attori sociali e politici a compiere scelte che influenzeranno il corso degli avvenimenti fino alla sconfitta e alla piena affermazione del fascismo.

La caratteristica principale della posizione dei comunisti, guidati da Gramsci e Togliatti, consiste nel provare e riprovare, malgrado le difficoltà estreme, a radicarsi nelle fabbriche e a sviluppare nelle lotte democrazia e partecipazione, per battere il fascismo e costruire il socialismo.
Si costruiscono pertanto, i comitati sindacali per mantenere in vita la Cgil (e le camere del lavoro) provando a spostarla su posizioni antifasciste, contrastando i progressivi compromessi che i dirigenti, le burocrazie, cominciano ad avere verso il fascismo e i sindacati corporativi appena costruiti dal regime. E’ un impegno assolutamente prioritario al punto che Serrati in una circolare propone l’espulsione dal partito per chi non si impegna nell’attività sindacale
Ma contemporaneamente, su spinta di Gramsci, si promuovono i comitati d’officina a cui possono aderire tutti gli operai per rivitalizzare il protagonismo operaio dopo l’eliminazione delle commissioni interne. Si prova cioè a difendersi contrattaccando, usando le istituzioni che il movimento operaio si era dato durante la fase offensiva, l’occupazione delle fabbriche, con l’esperienza consiliare del biennio rosso 1919/20.

Come sottolinea Alessandro Hobel nella sua esauriente prefazione è l’idea, che Gramsci svilupperà pienamente nei Quaderni, del controllo operaio come condizione preliminare per prendere e mantenere il potere e costruire una nuova società. Ma è anche l’idea, già presente in Lenin a proposito delle conquiste delle rivoluzioni borghesi, che anche quando si è costretti ad arretrare occorre preservare le istituzioni, il patrimonio che la classe ha prodotto durante la sua storia. Per questo saranno proprio i comunisti insieme a Bruno Buozzi a ricostruire la Cgil in clandestinità dopo lo scioglimento avvenuto in seguito all’approvazione delle leggi speciali. E coerentemente con questa impostazione, la scelta di prendere sempre e comunque l’iniziativa, battendo ogni atteggiamento attendista: troviamo qui la matrice della capacità dei comunisti di organizzare in clandestinità la lotta al regime fascista e dopo l’8 settembre la Resistenza partigiana.

Il dibattito sulla questione sindacale, sempre presente in ogni congresso dell’internazionale Comunista, troverà un momento di sistemazione avanzata nelle Tesi di Lione nel 1926, che costituiscono ancora oggi un metodo insuperato di rapporto tra partito e sindacato, assolutamente attuale e originale. Infatti buona parte delle riflessioni che Eugenio Curiel andrà sviluppando nella sua purtroppo breve azione e direzione politica e che condurranno la classe operaia italiana a essere l’unica a scioperare in piena occupazione nazista nel marzo del 43 e del 44, muovono dallo studio di quelle Tesi. E anche rileggendo gli atti della conferenza operaia del Pci svoltasi a Milano nel 1970 si ritrovano, ormai divenute di massa, patrimonio dell’intera classe, i principi fondamentali elaborati a Lione. Il principale dei quali è che il partito deve avere sempre una politica di massa, non si deve mai staccare da essa: il Pci è il partito della classe operaia e la democrazia operaia va sempre sostenuta e difesa dal tentativo di reprimerla e abolirla.

Di questa esigenza sono consapevoli ovviamente anche gli avversari storici degli operai, i padroni la cui azione antidemocratica, nella fabbrica e nella società, ha sempre ostacolato il progresso democratico, sociale e civile del paese. Anche Marchionne ha i suoi padrini.

La lettura dei libri di Gambini, è assolutamente preziosa non solo da un punto di vista storico(andrebbero studiati nelle facoltà di storia dei partiti politici), ma perché da un lato seguono minuziosamente e con partecipe solidarietà la maturazione della coscienza e delle conquiste operaie, (con gli edili il passaggio dal mutuo soccorso al sindacato e al contratto collettivo; con la biografia di Ettore Reina l’azione per conseguire una legislazione del lavoro avanzata) e dall’altro descrivono impietosamente la reazione tenace e inflessibile del padronato.
Quest’ ultima è all’ ordine del giorno in questa fase storica, come ampiamente dimostra la cronaca politica di questi giorni.
Dallo studio delle elaborazioni più avanzate del nostro passato dovremmo saper ripartire per tornare a saperci difendere e contrattaccare rifondando un partito comunista e un sindacato di classe adeguati alla nuova situazione. Sono l’alfa e l’omega del nostro futuro. Tutto il resto è noia.

In questo senso l’attualità, necessità, del lavoro di Claudio, frutto di vent’anni di ricerche, coincide con la sua opera più matura. Ne è pienamente consapevole, come dimostra la dedica al padre tranviere, di cui Franco Ottaviano nella sua presentazione fa un toccante e sobrio ricordo. Sobrio come è stata la vita di tanti militanti del secolo scorso, sulle cui robuste spalle venivamo portati ai cortei quando ci sembrava di poter toccare il cielo con un dito, tanto luminoso era il futuro che quella generazione aveva costruito per noi. Non disperdiamo quell’esempio e quella pratica di militanza politica generosa, perché come ci ricordava in una recente intervista Pepe Mujica, è uno dei punti più alti dello sviluppo culturale raggiunto dal genere umano. Lavoriamo affinché non sia una specie in via di estinzione.

“Cara Cgil il tempo delle mediazioni è finito. Serve un sindacato democratico”. Intervento di Gianni Rinaldini Fonte: alternativa per il socialismo | Autore: gianni rinaldini

 

Dopo le manifestazioni e lo sciopero generale promossa dalla Cgil contro le politiche del Governo Renzi, il sindacato si trova nella necessità di definire le forme e le modalità per dare seguito e continuità alle scelte compiute.
So bene che esiste un’altra possibilità, quella di considerare quella fase una sorta di una tantum di cui gestire in qualche modo un atterraggio morbido che permetta di riprendere la normale routine quotidiana. Sarebbe in questo caso una scelta disastrosa dove la stessa burocrazia sindacale sarebbe inevitabilmente travolta come una appendice del ceto politico.
La partecipazione alle manifestazioni e agli scioperi della Fiom e della Cgil, sono andati oltre le stesse aspettative perchè hanno incrociato il “sentire” delle persone in carne ed ossa, il malessere sociale diffuso che anche in questo modo ha scommesso di nuovo sul sindacato. La contemporaneità con altre esperienze di movimento, come lo sciopero sociale, che hanno attraversato quelle giornate hanno altresì reso evidenti le potenzialità e la vastità dell’opposizione sociale.
Non mi faccio illusioni perchè tutto ciò è avvenuto a fronte dell’inimmaginabile, cioè di un Governo ed un Parlamento eletto con un sistema elettorale incostituzionale che ha cancellato tutele e diritti delle lavoratrici e dei lavoratori conquistati con decenni di lotta del Movimento Operaio. Non serve a nulla ragionare sulle responsabilità di questi decenni, sull’assenza di un reale contrasto sociale, ad esclusione della Fiom, perchè resta la cruda realtà con cui oggi siamo chiamati a fare i conti.
Questo è il passaggio ineludibile per la Cgil, per il futuro del sindacato perchè attuata la rottura politica con il PD, dobbiamo dare corso ad un profondo cambiamento di natura strategica, contrattuale ed organizzativa. Senza infingimenti abbiamo bisogno di definire una analisi precisa del contesto politico, istituzionale e sociale del Paese con lo stravolgimento di aspetti essenziali e decisivi della nostra Costituzione.
Mi riferisco all’equilibrio tra diritti politici, diritti civili e diritti sociali che costituivano l’architettura di una Costituzione programmatica che teneva in ambito democratico l’espressione del conflitto politico e sociale tra interessi e idee diverse, alternative, come linfa vitale per la democrazia. Non a caso, si diceva un tempo, “la Costituzione deve varcare i cancelli dei luoghi di lavoro”, che ha portato alla conquista dello Statuto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, così come la conquista dello Stato Sociale ha rappresentato l’affermazione dei diritti sociali universali.
I tanti vituperati Partiti, cosi come le organizzazioni sindacali rappresentavano lo strumento di questi conflitti sociali e politici. Viceversa, viviamo oggi la parte finale di un processo di mutazione epocale dell’insieme del sistema costituzionale, dove la crisi, l’austerità sono utilizzate per disegnare un assetto complessivo del sistema che punta ad espellere il conflitto sociale e politico. Il precariato, la disoccupazione, la ricattabilità permanente come condizione di vita e di lavoro delle persone ne rappresentano la condizione materiale.
Dopo decenni di astruse discussioni sul come mutilare e piegare la democrazia al primato della governabilità, dal bipolarismo al bipartitismo, siamo giunti al capitolo finale, con un sistema politico fondato su due soggetti politici che non hanno alcun riferimento di natura sociale ma ambiscono a rappresentare la categoria del cittadino. Concettualmente vuole dire che pensano di essere non espressione di una parzialità, di idee
alternative ma incorporano in se il luogo della mediazione sociale. Lo stesso comportamento della minoranza del PD sulla vicenda Jobs Act lo testimonia, dove la negazione del ruolo del sindacato confederale non è stato l’oggetto di uno scontro dirimente sul ruolo del Partito e del Governo, ma hanno pensato agli emendamenti come se fossero loro i portatori delle istanze sindacali.
Un ruolo che nessuno gli ha assegnato, ma che rende l’idea della deriva del primato della politica.
Del resto il comportamento del Governo Renzi ha reso del tutto esplicito ciò che era già avvenuto con il Governo Monti: il sindacato confederale considerato alla stregua delle centinaia di associazioni esistenti nel paese. Nasce da qui la rottura rispetto al passato tra questo sistema politico e il sindacato confederale, ma più in generale con la rappresentanza sociale rappresentato anche simbolicamente dallo sciopero generale contro il Governo del PD.
Con grande ritardo la Cgil ha dovuto prendere atto che non esiste alcun Partito di riferimento o minoranza di Partito da sostenere, ma semplicemente un contesto politico nuovo. Ritengo la storia del rapporto Partito Sindacato, che nasce dalla II e III Internazionale conclusa, finita da tempo e, la sua coda di questi ultimi decenni, è stata infausta. Si tratta di un aspetto strutturale nel rapporto Partito Sindacato, che apre scenari nuovi per il futuro stesso del Sindacato, senza nostalgie o reticenze come quelle di pensare che in assenza di Renzi,
Presidente del Consiglio e Segretario del PD, tutto possa tornare come prima.
L’altro aspetto riguarda la questione sociale che ha preceduto e accompagnato questo processo fino ad arrivare alla congiunzione attuale tra l’approvazione del Jobs Act e lo stravolgimento del sistema politico e istituzionale.
Nel corso di questi anni tutti gli atti legislativi, dal welfare al lavoro, sono stati finalizzati ad una idea precisa della società e dell’Europa, quella del neo-liberismo.
“La società non esiste, esistono gli individui”, disse la Thacher agli inizi degli anni ’80, riassumendo il significato dell’offensiva del capitale finanziario ed industriale per ridisegnare un sistema dove i lavoratori dipendenti, i precari e i disoccupati – cioè gli individui – devono essere messi nella condizione di una concorrenza feroce tra di loro assolutamente pervasiva della condizione umana. E’ perfino beffardo rammentare la campagna culturale e mediatica sulla presunta libertà individuale, fondata sulla flessibilità e il merito che accompagnava il crescere nella società reale delle diseguaglianze sociali.
Tutto ciò che costituisce, nel lavoro subordinato, un vincolo sociale sia esso di solidarietà o dei diritti, rispetto a questo obiettivo deve essere superato, cancellato. Lo stesso utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione su base informatica sono state piegate a questa esigenza. La crescita a dismisura delle disuguaglianze sociali trova in questo passaggio lo snodo decisivo dell’attuale fase della storia del capitalismo finanziario ed industriale. Il sistema fiscale di carattere progressivo come architrave del sistema dei diritti sociali universali è
stato demolito, perchè la formazione della ricchezza con il ruolo assunto dai flussi finanziari, con la libera circolazione dei capitali e l’attuale organizzazione delle imprese evade “legalmente”. Penso alla Fiat o alle multinazionale del digitale che hanno spiegato a tutto il mondo che loro pagano “legalmente” lo 0,5% di tassazione.
Nello stesso tempo, con il meccanismo delle “esenzioni”, la fiscalità viene utilizzata per rendere subalterna la contrattazione aziendale e/o di categoria alle esigenze delle imprese, le quali di fatto diventano anche “titolari” per l’accesso di una parte sempre più consistente di diritti sociali.
Faccio alcuni esempi per capire meglio la situazione:
Viene concessa la detassazione degli aumenti retributivi a livello aziendale, solo se corrispondono a criteri definiti legislativamente di variabilità rispetto agli obiettivi di produttività, redditività e qualità. Oppure la legislazione fiscale di sostegno per le quote versate dai lavoratori e dalle imprese per la costituzione a livello aziendale e/o di categoria, di fondi sanitari che si aggiungono a quella della previdenza integrativa. Qualsiasi sindacalista sa, o dovrebbe sapere che la stessa compartecipazione della quota versata delle imprese, è una finzione perchè trattasi pur sempre del “costo del lavoro”, come tale calcolato dalle controparti nelle trattative.
Adesso con il meccanismo delle assunzioni a tutele crescenti siamo per i primi tre anni di lavoro, alla decontribuzione totale, con un risparmio per le imprese di circa il 30% del costo del lavoro. Leggere la busta paga di un lavoratore metalmeccanico è molto istruttivo per capire l’assetto sociale che si è costruito. Sul piano contrattuale, siamo alla distruzione evidente dei Contratti Nazionali perchè l’art. 8 ha tradotto in legge il sistema Fiat e cioè la possibilità di definire a livello aziendale tutti gli aspetti della prestazione lavorativa.
Una rivoltella alla tempia di qualsiasi trattativa nazionale, dove la controparte può dettare le condizioni per loro più convenienti. Si definisce in questo modo un quadro preciso di vincoli che configurano una gabbia di struttura contrattuale, dove non esiste più l’autonomia del sindacato. Questo è quello che è rimasto della concertazione.
Con l’abolizione dei diritti e delle tutele si completa l’operazione della dissociazione totale tra diritti e lavoro, la crisi viene utilizzata per affermare l’idea del “purchè sia un lavoro”. Non è difficile mettendo insieme i diversi pezzi capire che siamo di fronte ad un sistema complessivo che segna una rottura con la storia europea del dopo-guerra e guarda al sistema di regole sociali dei paesi anglosassoni, in particolare degli Stati Uniti. Per l’insieme di queste ragioni la Cgil è chiamata a misurarsi con uno scenario inedito, fondato sulla  precarizzazione di massa e la disuguaglianza sociale.
Uno scenario che nega il ruolo della Confederalità come soggetto sociale di cambiamento della società, e riduce il sindacato a soggetto aziendale e corporativo con vincoli precisi, che ho prima richiamato, di totale subalternità agli interessi di ogni singola impresa. Il Contratto Nazionale come elemento di solidarietà e di miglioramento normativo e retributivo per l’insieme dei lavoratori, è stato di fatto già superato e, quello di cui si discute oggi, è altra cosa al di là di come lo si voglia chiamare. La Confederalità come espressione degli interessi del lavoro subordinato, dei disoccupati e dei pensionati, cosa vuole dire oggi? Quale è la ragione per cui il lavoratore metalmeccanico, il precario, il disoccupato, l’insegnante, l’informatico, devono sentirsi parte di una stessa Organizzazione?
E’ finito il tempo dove la Cgil era parte di uno schieramento politico locale e globale da cui mediava, seppure genericamente un orizzonte di cambiamento della società. Autonomia e indipendenza della Cgil oggi, vuole dire esprimere una nuova progettualità, un idea di cambiamento della società che dia un senso ed un significato ad una comune appartenenza. Questa fu l’intuizione di Bruno Trentin quando propose, non a caso all’indomani del superamento delle correnti di partito, la necessità di un programma fondamentale della Cgil, come carta di
identità della Organizzazione Confederale. Non se ne fece nulla.
Quella intuizione va ripresa in una situazione molto peggiorata perchè vi è il rischio concreto che della confederalità sopravviva soltanto una struttura gerarchica e piramidale, un guscio vuoto, un sistema di regole interne destinato a deflagrare perchè tenuto insieme dal nulla o meglio dall’autoconservazione. La stessa legittimazione del sindacato, chiama in causa inevitabilmente la rappresentanza sociale. Ho ben presente lo smarrimento che esiste nella organizzazione, negli apparati perchè è crollato tutto un mondo di rapporti formali ed informali, di riconoscimento istituzionale del proprio ruolo nelle diverse istanze della organizzazione a livello nazionale, regionale e territoriale.
Dare continuità alla scelta dello sciopero generale non riguarda soltanto le decisioni del Comitato Direttivo Nazionale, ma tutta l’Organizzazione deve cambiare profondamente. I territori, i luoghi di lavoro sono il terreno da cui ripartire anche con nuove forme di rappresentanza e di aggregazione di un lavoro frammentato e diviso.
Un percorso di costruzione e cambiamento degli attuali rapporti di forza, che sono possibili soltanto con l’estensione della rappresentanza sociale e pratiche rivendicative, che sappiano parlare e  coinvolgere la nuova complessità del mondo del lavoro subordinato nei territori e a livello nazionale.
Questo per il Sindacato vuole dire, dal basso in alto. Mescolarsi ed essere parte del disagio sociale crescente, causato dalla costante riduzione dei servizi, la crescita delle aree di povertà, la devastazione sociale e ambientale. Non so se la Cgil è in grado di compiere un passaggio di questa natura e vedo per intero il rischio
che categorie e strutture confederali, cerchino illusoriamente rifugio, nella rincorsa sempre più affannosa di una legittimazione data dalle controparti con accordi indecenti e una contrattazione territoriale e/o sociale di pura applicazione dei tagli del Governo.
Sarebbe la traduzione del “purchè sia un lavoro” nel “purchè sia un accordo”. Tutto ciò richiede una volontà, una determinazione del gruppo dirigente della Cgil – Confederazione e Categorie – nel compiere scelte conseguenti a questi mesi di mobilitazione, sia nei contenuti della contrattazione delle categorie sia nell’operare delle Camere del Lavoro. Una nuova stagione rivendicativa sui temi sociali fondamentali che coinvolga l’insieme del sindacato, aprendosi al rapporto con altre istanze di movimento, con il discrimine della democrazia e il rifiuto della violenza.
Una apertura a tutto campo di questa natura, non è compatibile con l’attuale funzionamento della Cgil, delle sue regole interne, dell’esistenza di una molteplicità di categorie e di Contratti Nazionali, con la formazione dei gruppi dirigenti secondo la logica della cooptazione.
L’ultimo Congresso della Cgil era giunto al limite della rottura dell’Organizzazione, quando il Segretario Generale della Fiom, ha annunciato che se si procedeva alla elezione degli organismi di vigilanza interna, compreso la commissione Statuto, a colpi di maggioranza, si abbandonava il Congresso.
Quelle regole non sono più agibili e la democratizzazione della Cgil richiede un profondo cambiamento, fondato sulla partecipazione attiva degli iscritti e dei delegati, compresa l’elezione dei gruppi dirigenti e dei segretari generali. Anche da questo versante, l’unità della Cgil nel promuovere la mobilitazione di questi mesi è
auspicabile che abbia il significato di un nuovo inizio.
La struttura gerarchica, piramidale e burocratizzata non va da nessuna parte e il futuro del Sindacato non è scindibile dalla democrazia nella sua vita interna e nei rapporti con le persone che vogliamo rappresentare.

Cgil, la minoranza chiede l’azzeramento dei vertici: “Hanno fallito, basta” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Via i vertici della Cgil”. Ieri si è svolta a Roma l’assemblea dei rappresentanti sindacali dell’area di minoranza in Cgil “Il sindacato è un’altra cosa”. L’area è guidata da Sergio Bellavita (intervista di LiberaTv), che ha tenuto la relazione di apertura, tutta incentrata su un attacco molto duro verso la segreteria, accusata di aver condotto il sindacato in una sorta di vicolo cieco. “Una situazione inedita e drammatica – viene definita nel documento finale -. Pensioni, libertà assoluta di licenziamento, riduzione ammortizzatori sociali, contrattazione di restituzione, generalizzazione della precarietà fanno dell’Italia un paese tra i più brutali d’Europa contro il lavoro”.

E anche se Susanna Camusso si agita tanto, con il referendum, “più sulla rappresentazione del conflitto che sul conflitto vero”, quindi, la realtà è che Jobs act e accordo del 10 gennaio, secondo i ribelli della Cgil, “stanno sulla stessa linea”. Insomma, anche se nessuno in Cgil sembra voler fare bilanci rispetto a un passaggio che senza dubbio può essere considerato epocale sul tema dei diritti dei lavoratori, sembra che il tempo di tirare delle righe sia arrivato davvero. “Il sindacato è un’altra cosa” tenta di farlo non scorgendo però in Landini, e nella Fiom, un possibile alleato in questa direzione. Il suo scontro con Camusso non sembra per il momento scaldare gli animi dei sindacalisti della minoranza della Cgil.

Detto questo, però, l’idea è di andare giù duri contro una maggioranza che di fatto sta facendo perdere di credibilità al sindacato, ormai visto come un corpaccione mollo solo in grado di fornire “servizi” e indire “proteste di testimonianza”, e quindi rendersi del tutto invisible ai bisogni reali di chi sta sul posto di lavoro. Anzi, la situazione è così drammatica che Bellavita fa una previsione molto chiara sul futuro materiale dell’organizzazione sindacale. “Presto – sentenzia – la Cgil comincerà a smaltire gli apparati perché è chiaro che l’organizzazione è sovradimensionata rispetto a quello che effettivamente dovrà svolgere”.

L’unica proposta che passa è quella del referendum. A patto, però, che sia “parte di una indispensabile mobilitazione generale, di una vertenzialità diffusa sugli stessi temi senza la quale nulla è tuttavia possibile, a partire dalla stessa campagna referendaria”.
Mentre si alternano gli interventi davanti a una platea di più di cento persone, qualcuno chiede addirittura di andare a spulciare i bilanci dei territori e chiedere conto di quello che si sta facendo nel concreto.

Dall’”altro mondo” della Grecia in collegamento Skype, porta la sua testimonianza Sotiris Martalis, del Comitato centrale di Syriza. Martalis parla di unan vittoria elettorale che arriva dopo ben 35 scioperi generale e di un sindacato che è quasi completamente in mano a Syriza. “C’è un governo di salvezza nazionale – puntualizza Martalis – e non un governo di sinistra”. E poi aggiunge: “Tsipras ha altri quattro mesi per convincere il popolo greco”. Nel documento finale sulla Grecia c’è un giudizio tutto sommato “attendista”. La partita è aperta. Da una parte si riconosce il tentativo di riscrivere il memorandum, dall’altra, però, si sottolinea che tale proposito “non ha purtroppo determinato quella rottura indispensabile per sostenere politiche economiche e sociali di segno opposto a quelle d’austerità”.

All’assemblea è intervenuto il professor Di Stasi, esperto di diritto del lavoro. Senza mezzi termini Di Stasi ha detto che dentro la proposta Cgil del nuovo statuto dei lavoratori si cela il pericolo di un allontanamento dalla Costituzione della Repubblica.

Il prossimo marzo l’area terrà un seminario del coordinamento nazionale. “Un seminario che si carica di un gravoso impegno: immaginare una strada per la ricostruzione del conflitto che si affranchi dalle pastoie di una burocrazia sindacale logora e complice”.

“Sciopero generale, si apre una fase nuova per sindacato e nuova sinistra”. Intervista a Gianni Rinaldini Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Tra i vari interventi, ieri, dal palco dell’iniziativa dell’Altra Europa in piazza Farnese, c’è stato anche quello di Gianni Rinaldini, ex segretario generale della Fiom. Rinaldini ha parlato della “costruzione di una nuova sinistra” che non sia di pura testimonianza ma come “forza alternativa di governo”. 

Nel tuo discorso dal palco di piazza Farnese hai detto che non si fermeranno con l’abolizione dell’articolo 18. Cosa altro ci aspetta?
Utilizzano la crisi per scagliarsi ad alzo zero contro diritti del lavoro, welfare e Costituzione. E vogliono ridefinire nettamente il ruolo delle organizzazioni sindacali. Dopo l’articolo 18 vogliono abolire il contratto nazionale. E tenteranno di farlo utilizzando l’articolo 8 dell’accordo del 2011. La Confindustria lo ha detto, e scritto, chiaramente. Rimarrà il solo contratto aziendale e quindi un sindacato corporativo e aziendalista. E lavoratori che, come dice Marchionne, saranno messi uno contro l’altro, in una guerra continua.

Questo ha delle precise conseguente per la costruzione del soggetto politico?
Naturale. La sinistra è una costruzione politica. E non nasce dalla spontaneità, proprio perché i lavoratori si trovano nella trappola che ho appena delineato. Le dinamiche possono essere imprevedibili. Per questo dobbiamo costruire una nuova sinistra senza guardare alle riedizioni del passato. Il punto di partenza è che le nuove generazioni fanno i conti con il capitalismo allo stato puro. Nel dopoguerra, invece, c’era un blocco socialista che conteneva, e quindi una socialdemocrazia che si era scavata un solco tra i due.

Molti guardano a una non meglio identificata scissione o divisione del Pd, ma più di tanto che può dare?
E’ finita l’epoca in cui si poteva guardare alle dinamiche del Pd. Nel 2007, vorrei ricordare, da lavoro il loro riferimento diventò il cittadino. E tra le cose che sono finite c’è anche quella del rapporto tra sindacato e partito. Come ha dimostrato Renzi la discussione sulla materia sociale e sul lavoro è tutta interna al Pd. A quel punto cosa serve parlare con la Cgil? Ripartire, però, non significa rifare la stessa storia. Quello che serve oggi è un sindacato democratico e indipendente. E questo è anche un modo per fare spazio al nuovo soggetto politico.

Oggi lo sciopero generale c’è. Il problema è capire dopo il 12 dicembre…
Nel sindacato occorre un profondo rinnovamento. Democrazia interna e apertura verso un’ampia coalizione di soggetti sociali. Di questo serve discutere il giorno dopo lo sciopero generale.

La Cgil ha faticato molto per trovare la strada dello sciopero generale.
Finalmente siamo allo sciopero generale. E’ evidente che si sono sbloccati i rapporti tra sindacato e Pd. Da questo punto di vista non si può mettere in seconda linea il fatto che si apre una fase nuova. E di questo dobbiamo approfittare.

Nigeria. Insegnanti in sciopero protestano per ragazze rapite Scritto da DirittiDistorti

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Insegnanti nigeriani hanno scioperato oggi in tutto il paese per protestare contro il rapimento delle ragazze sequestrate il mese scorso da Boko Haram mentre erano a scuola.

 

Il presidente del Sindacato degli insegnanti della Nigeria, Michael Olukoya, ha detto che la protesta andra’ avanti fino a quando le ragazze non torneranno a casa. Ed ha denunciato la situazione di costante terrore che vive la scuola nigeriana, dopo che Boko Haram ha assassinato 173 insegnanti.

Il sindacato chiede al governo di fare di piu’ per garantire la sicurezza nella scuola e combattere le azioni tese a destabilizzarlo da parte dell’organizzazione terroristica il cui nome e’ “l’educazione occidentale e’ peccato”.

 

Anche questa protesta deve contribuire a non far cadere il silenzio su questa drammatica vicenda.

“Renzi, il modello sindacale resta quello forgiato da Marchionne”. Intervento di Giorgio Cremaschi Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

Già prima delle ultime elezioni politiche, di fronte alle contestazioni sulla passività della CGIL da quando si era insediato il governo Monti, Susanna Camusso aveva risposto che il sindacato da solo non avrebbe potuto farcela. Per questo era indispensabile una sponda politica, che tutto il gruppo dirigente del maggiore sindacato italiano identificava nella vittoria di Bersani. Si sa come è andata.

Allontanatasi la sponda politica, per non essere travolta dalla piena del torrente della crisi, la CGIL ha cercato di aggrapparsi a CISL UIL e Confindustria. La dottrina delle “parti sociali” che nasce nella CISL e nel mondo democristiano, è stata immediatamente adottata. Si sono sottoscritti appelli sul fisco assieme alle associazioni delle imprese, appelli che cancellavano la diversità degli interessi sociali sul tema centrale della riduzione delle tasse. Si è pronunciata quasi simultaneamente alle imprese la sfiducia verso il nullismo del governo Letta. E soprattutto si è sottoscritto l’accordo del 10 gennaio sulla rappresentanza, un patto corporativo dove le principali organizzazioni dei lavoratori e delle imprese decidono di escludere dal sistema contrattuale chi non é d’accordo con loro.

Ora è proprio il ruolo delle parti sociali che viene aggredito dal governo e quando Susanna Camusso, per difendersi dagli attacchi di Renzi, deve dichiarare che non è vero che sia d’accordo con Squinzi, ammette un doppio fallimento, quello della ricerca della sponda politica e quello del ruolo lobbistico delle “parti sociali”.

Il governo Renzi é il tentativo forse estremo da parte di banche finanza e poteri forti,italiani ed europei, di continuare e persino radicalizzare la politica di austerità con un pò di consenso in più. Per questo fa proprio il populismo liberista, sperando così di trovare quel sostegno nell’opinione pubblica che Monti e Letta hanno rapidamente perduto.

Così si annuncia la lotta alla precarietà del lavoro, ma poi la si estende con i provvedimenti concreti. Si promettono soldi in busta paga, ma si lasciano a secco pensionati e disoccupati, per questi ultimi ci sarà il lavoro se il sindacato non si oppone. E infine si annunciano privatizzazioni e tagli di lavoro pubblico. Insomma il programma di Renzi è una combinazione tra i diktat della Troika e le rivendicazioni dei Tea party, il movimento populista di destra estrema negli Usa.

L’ attacco alla casta sindacale è parte integrante di questa operazione consenso verso politiche economiche liberiste, ed è possibile anche perché la CGIL in questi anni ha perso enormemente in credibilità. Il suo gruppo dirigente, quando ha rinunciato a lottare contro la riforma Fornero delle pensioni e la manomissione dell’articolo18, ha segato la pianta che lo sosteneva. E Renzi ora attacca da destra.

Il congresso avrebbe potuto essere una occasione di vera riflessione sulla crisi della CGIL, invece è stato un percorso di autotutela burocratica, sanzionato da un 97% a favore della lista Camusso che non solo è politicamente ridicolo e numericamente falso, ma è soprattutto la fotografia di una organizzazione che si dice bugie su sé stessa.

L’attacco di Renzi non solo mette in crisi la strana coppia Camusso Squinzi, ma anche quella della rottamazione tra il Presidente del consiglio e Landini. Il modello sindacale del governo, esaltato dal ministro Poletti ex capo di quelle coop licenziatrici di migranti, è quello di Marchionne. Gli operai di Melfi che ballano sulle musichette del terribile spot della Fiat, potrebbero fare la stessa danza per la campagna elettorale del presidente del consiglio. Il modello e la cultura sono le stesse.

È difficile dunque che rimanga in piedi il fronte degli innovatori contro quello dei conservatori, visto che Landini è stato conosciuto dal grande pubblico proprio per il suo scontro con Marchionne.

Le strane coppie sono quindi destinate alla implosione, ma non basta questo per far si che il sindacato riesca a trovare una via credibile di ricostruzione del proprio ruolo.

Perché questo avvenga ci vogliono atti costituenti che richiedono rotture di linea politica e di pratiche abitudinarie.

Si deve rompere con l’Europa delle banche e del fiscal compact, e costruire un’azione sindacale di contrasto continuo e diffuso alle politiche di austerità.

Si deve rompere con il sindacalismo burocratico e ricostruire la grande funzione del sindacato come organizzatore sociale.

Si deve rompere con i palazzi e dunque oggi con il collateralismo con il partito democratico.

Una CGIL che praticasse queste tre rotture nella sua azione quotidiana diventerebbe un eccezionale punto di riferimento per chi oggi paga tutti costi della crisi.

Ma i gruppi dirigenti e gli apparati del più grande sindacato italiano hanno paura dei costi politici e organizzativi di questa scelta, preferiscono la sponda dell’autoconservazione anche con gli insulti di Renzi, piuttosto che rischiare il mare aperto. E così affondano.

“Dalla concertazione alla complicità, per la crisi del sindacato serve la rottura”. Intervento di Giorgio Cremaschi | Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

Quel terribile applauso che nella trasmissione di Fazio ha sottolineato un passaggio particolarmente reazionario di Renzi fa venire i brividi. Il Presidente del consiglio ha affermato che farà lavorare i disoccupati, e se i sindacati si opporranno pazienza.

Quindi secondo Renzi e il pubblico di Fazio i sindacati sarebbero contrari a far lavorare i disoccupati, quindi i disoccupati ci sono anche per colpa loro. È una vecchia baggianata che periodicamente percorre gli umori della destra: i sindacati hanno rovinato l’Italia e ora il presidente nuovo e moderno la fa sua, approfittando della crisi evidente e della burocratizzazione di CGIL CISL UIL. In questo modo Renzi strizza un occhio a chi verrebbe sindacati più forti ed efficaci e un altro a chi non li vorrebbe in nessun modo. È questo il suo modo di non essere né di destra, né di sinistra, cioè di essere di destra stando formalmente a sinistra.

Avendo passato un bel pezzo di vita sindacale a contestare la concertazione, posso ben dire che non sono a lutto per la sua fine, però non posso non tenere conto del fatto che essa cade dal lato della finanza, delle banche e delle multinazionali, e non da quello dei diritti del lavoro. Socialmente cade da destra.

Noi che la contestavamo da sinistra abbiamo più volte denunciato il fatto che lo scambio che stava alla base della concertazione, rafforzamento del ruolo istituzionale di CGIL CISL UIL in cambio della loro disponibilità ad accettare la regressione del mondo del lavoro, aveva qualcosa di insano. Questo scambio, il sindacato come istituzione stava meglio mentre per i lavoratori andava sempre peggio, non poteva durare all’infinito.

Renzi e il sistema di potere che lo ha messo lì e che oggi lo sostiene sono ingenerosi. Grazie alla collaborazione o non opposizione dei grandi sindacati abbiamo avuto la caduta dei salari, la precarizzazione di massa per legge, il peggioramento delle condizioni di lavoro, un sistema pensionistico che è tra i più feroci ed iniqui di Europa. Appena insediato come ministro dell’economia, Tommaso Padoa Schioppa spiegò che il suo governo, quello di Prodi, aveva gli stessi obiettivi di quelli della signora Thatcher, solo li voleva realizzare con la collaborazione e non con lo scontro con i sindacati.

Fino alla crisi la concertazione ha funzionato e lor signori dovrebbero essere riconoscenti alla moderazione sindacale. Ora però non serve più, con le politiche di austerità e i diktat della Troika, anche la sola immagine di essa non piace ai signori dello spread, per i quali il sindacato è negativo in sé. Come diceva il generale Custer degli indiani, per chi guida la finanza e ci giudica sulla base dei propri interessi, il solo sindacato buono è quello morto. Già nel libro verde del ministero del lavoro gestione Sacconi, si chiedeva il passaggio dal regime della concertazione a quello della complicità con le imprese. E questa è stata la richiesta dalla lettera BCE del 4 agosto 2011, assunta da Berlusconi che sperava così di salvarsi, e poi resa operativa da Monti.

Renzi è un puro continuatore di questa politica, ma è lì perché ha il compito di costruire attorno ad essa quel consenso che non ha mai avuto. Per questo dopo aver sostenuto Marchionne contro la FIOM, ora cavalca lo scontento sacrosanto che c’ è verso la passività di CGIL CISL UIL , ma per colpire il sindacato non per rafforzarlo. Renzi ha lamentato che la CGIL si svegli dopo aver dormito venti anni, ciò che vuole è che quel sonno continui per sempre.

Alla crisi e alla ritirata dell’azione sindacale Susanna Camusso e Maurizio Landini stanno reagendo in due modi conflittuali tra loro e comunque sbagliati.

La segretaria generale della CGIL difende la linea ed i comportamenti della CGIL di oggi, ne nega la burocratizzazione e la passività e ripropone la concertazione su scala ridotta, come azione comune delle cosiddette parti sociali, sindacati e Confindustria tutti nella stessa barca. L’accordo del 10 gennaio é una disperata difesa della casa che crolla, ma in realtà aggrava la crisi democratica del sindacato attraverso regole autoritarie e corporative.

La risposta di Landini parte dalla giusta denuncia di questa crisi democratica, ma poi finisce per scegliersi con interlocutore proprio quel Renzi che è avversario politico di un sindacato davvero rinnovato.

Camusso, per non cambiare, si aggrappa all’intesa con CISL UIL e Confindustria, così prestando il fianco alla demagogia renziana contro le caste sindacali.

Landini, che afferma di voler cambiare, si aggrappa a Renzi, così compromettendo tutto il senso della sua battaglia.

Entrambe queste scelte sono il segno che la CGIL è una organizzazione in piena crisi, i cui gruppi dirigenti hanno sinora tentato tutte le strade tranne una. Quella di rompere con i palazzi della politica e del potere e con ogni collateralismo con il centrosinistra, per ricostruire la piena autonomia di azione sociale.

Il sindacato deve cambiare e la sfida di Renzi va raccolta, ma proprio per lottare meglio contro il suo governo, ultimo esecutore delle politiche di austerità.

Il bellissimo film americano Fronte del porto negli anni 50 denunciava la corruzione nel sindacato. Questa c’era davvero, ma il film si collocava nella campagna maccartista per colpire la sinistra radicale e i comunisti, e in particolare il sindacalismo conflittuale educato dalle lotte degli anni della presidenza Roosvelt.

Alla fine la corruzione sindacale rimase tutta, ma il sindacato era stato epurato proprio dei suoi elementi più combattivi. Un contributo lo diede anche l’ attore e futuro Presidente Ronald Reagan, con le sue denunce contro i militanti radicali nel mondo dello spettacolo.

Usb: “Duro colpo di Susanna Camusso alla pratica dello sciopero generale” Autore: RedAzione da : controlacrisi.org

“Susanna Camusso riemerge dall’ombra, in cui da tempo è finita la CGIL e tutto il sindacato concertativo italiano, per assestare con argomentazioni che lasciano allibiti un duro colpo alla pratica dello sciopero generale, uno dei principali strumenti politici di lotta del movimento dei lavoratori”, così Pierpaolo Leonardi, dell’Esecutivo Nazionale USB, sulle recenti dichiarazioni del segretario generale CGIL.

 

Osserva il dirigente USB: “Camusso sostiene infatti che lo sciopero generale lascia fuori dalla lotta quei milioni di soggetti che non possono scioperare semplicemente perché un lavoro non lo hanno. Così, dopo che il sindacato concertativo non si è opposto alla destrutturazione del mondo del lavoro, che attraverso l’ideologia della flessibilità ha macinato diritti e garanzie, e, invece che chiamare i lavoratori allo scontro, quel sindacato ha accompagnato i processi di riorganizzazione e ristrutturazione produttiva perché servivano prima ad entrare, e poi a rimanere, nell’Europa e nell’euro, adesso l’ineffabile segretaria della CGIL tira fuori l’argomento della inefficacia dello sciopero generale”.

 

“Da tempo gli scioperi proclamati dalla USB chiamano alla mobilitazione e alla lotta anche i precari, i disoccupati, i senza casa, i richiedenti reddito, i migranti, gli studenti. Cioè – continua Leonardi – generalizzano lo sciopero a quella parte di società che diventa sempre più ampia e che non incontra più il sindacato nei luoghi di lavoro. E gli scioperi riescono, nelle fabbriche e negli uffici; riescono le manifestazioni attraverso cui si rappresentano e a cui partecipano in massa anche i soggetti sociali figli della frammentazione sociale e produttiva, come dimostrato dallo straordinario successo del 18 e 19 ottobre”.

“Evidentemente – conclude Leonardi – la Camusso ha altri problemi. Il primo è che un sindacato che ha perso l’indipendenza dai governi e dai padroni non può chiamare allo sciopero generale che, per la sua natura prevalentemente politica, metterebbe in crisi il collateralismo di Cgil, Cisl e Uil. Il secondo è che chiamare i lavoratori alla lotta senza indicare l’obiettivo che si vuole raggiungere, o indicando obiettivi assolutamente lontani dalle reali esigenze della gente, come è stato per il ridicolo sciopericchio di quattro ore sulla legge di stabilità, rischia di essere un boomerang per il sindacato stesso. Allora la domanda giusta non è se lo sciopero generale sia ancora utile, ma se il sindacato concertativo e complice sia ancora utile. E la risposta è no”