Scuola, nulla di fatto per l’incontro tra Giannini e i sindacati. Confermati sciopero degli scrutini e mobilitazione del 5 giugno Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Si e’ concluso con un nulla di fatto l’incontro sulla riforma della scuola tra i sindacati di categoria e il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini. Uscendo da viale Trastevere i sindacati hanno rilasciato alcune dichiarazioni. “E’ stato un incontro deludente – ha spiegato ai cronisti il segretario generale della Cisl Scuola, Francesco Scrima – con una netta chiusura da parte del ministro per quanto riguarda la questione del precariato e la questione delle prerogative dei dirigenti scolastici. Abbiamo registrato soltanto una piccola apertura per quanto riguarda la presenza di genitori e studenti nel meccanismo di valutazione dei docenti, ma il giudizio complessivo resta assolutamente negativo e confidiamo nel dibattito al Senato. Resta confermata la mobilitazione, incluso lo sciopero degli scrutini”. Intanto, Renzi oggi è stato contestato a La Spezia da un gruppo di precari.

“L’incontro e’ andato esattamente come previsto, e’ stato di pura cortesia”, ha aggiunto il coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti, Rino Di Meglio. “Al momento – ha proseguito Di Meglio – non c’e’ la possibiilta’ di una mediazione tra il governo e i sindacati”. “Non c’e’ stata alcuna risposta concreta – ha affermato il segretario generale della Flc Cgil, Domenico Pantaleo – e quindi continueremo la nostra battaglia con lo sciopero degli scrutini e delle manifestazioni che si terranno in tutto il Paese il prossimo 5 giugno. Questa riforma e’ inaccettabile, incostituzionale – ha proseguito Pantaleo – e non apporta nessun cambiamento vero nel mondo della scuola. Anzi, con questo provvedimento la scuola pubblica ritorna indietro, ad un modello autoritario”.

«L’Europa volti pagina». L’appello dei sindacati Fonte: rassegna

Alla vigilia del summit Ue sul lavoro che si terrà a Milano mercoledì 8 ottobre, i sindacati europei rilanciano da Roma, dove hanno tenuto un vertice lunedì 6 ottobre, la proposta di un nuovo corso per l’Europa , un Piano del lavoro che nei prossimi dieci anni porti il continente fuori dalla crisi e dalla sofferenza industriale, e che sia alimentato da 2.500 miliardi di euro (250 miliardi l’anno), pari al 2% del Pil europeo .

I leader dei maggiori sindacati europei, nonché i vertici della Confederazione europea dei sindacati, si sono ritrovati oggi nella capitale, adottando al termine dei lavori la ‘Dichiarazione di Roma’ ( QUI IL TESTO INTEGRALE ) per sottolineare come l’Europa abbia bisogno di “ voltare pagina, rispetto a una conduzione dell’economia basata su politiche di austerità e di solo rigore contabile ”. Per farlo mettono al centro una proposta: appunto ‘Un nuovo corso per l’Europa’, ossia “un piano straordinario europeo di investimenti per la crescita sostenibile e l’occupazione”. E su questo punto rilanciano “il dialogo sociale tra le parti sociali, rinnovato e rafforzato nel suo significato e nel suo valore”, che è “architrave del modello sociale europeo e uno dei pilastri su cui si è fondato, nei decenni alle nostre spalle, il successo dell’economia europea”.

Per quanto riguarda nello specifico i temi del lavoro, i sindacati europei nella dichiarazione di Roma ricordano come interventi legislativi sul lavoro e sul mercato del lavoro, operati senza il confronto con le parti, “hanno provocato aumento della disoccupazione e delle disuguaglianze di trattamento dei lavoratori, diminuzione delle tutele e delle protezioni, indebolimento degli accordi e della contrattazione collettiva”. Per questo ribadiscono che “il lavoro stabile dignitoso e di qualità deve essere il punto di riferimento per il futuro, che la flessibilità non può né deve trasformarsi in precarietà, che la contrattazione dei salari e delle condizioni di lavoro deve rimanere autonoma responsabilità delle parti sociali, che i diritti e le tutele fondamentali dei lavoratori non devono essere oggetto di interventi unilaterali e non concordati”. Ecco perché, si chiude la dichiarazione di Roma, “solo attraverso la contrattazione collettiva si potranno negoziare le riforme che ci consentiranno di uscire dalla crisi e perseguire la giustizia sociale. Ciò è indispensabile affinché i lavoratori si possano sentire parte del progetto europeo”.

L’illusione che la finanza e le esportazioni fossero sufficienti a un nuovo sviluppo è stata un fallimento sotto gli occhi di tutti , mentre in Europa si continua a discutere dei compiti a casa, indebolendo, se non cancellando le politiche espansive”. Così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso , nell’aprire il vertice ospitato nella sede della confederazione ( LEGGI L’INTERVENTO INTEGRALE DI CAMUSSO ). “Siamo quasi a metà del semestre europeo e dalla presidenza italiana non è arrivato ancora nessun cenno di dialogo sociale con i sindacati”, ha detto il segretario generale della Cgil. “Accadde una sola volta in altri semestri europei – ha ricordato Camusso – in un periodo unico di non dialogo sociale: quello di madame Thatcher ”. Dai sindacati nazionali e dalla Ces sono arrivate innumerevoli richieste di incontro e dialogo – ha ricordato il segretario generale Cgil – per ora rimaste inevase. Ma le organizzazioni dei lavoratori non rinunciano a “mettere in campo la loro proposta” per un dialogo sociale che costruisca un’”agenda del buon lavoro” e per uscire dal “modello del rigore europeo” e dell’austerità, che ha “tradito” lo spirito sociale della Carta d’Europa. Da qui parte la proposta per un nuovo corso: “Non bisogna rinunciare – sottolinea Camusso – a cambiare davvero verso alla politica europea”. Il piano della Ces prevede 10 anni di investimenti per creare lavoro: “Innovazione è per noi economia della conoscenza, industria verde, alta tecnologia, tutti investimenti che generano buon lavoro e non precarietà”. Come finanziare questa spesa? “Anzitutto con la tassazione europea sulle rendite finanziare e con un fisco che universalizzi la patrimoniale e le rendite improduttive”. E poi con “lo scorporo degli investimenti” dalle manovre nazionali unito alla lotta “all’evasione e ai paradisi fiscali”.

“Abbiamo sentito che il futuro Presidente della Commissione Juncker parla di 300 miliardi in 3 anni. Seppur meglio dell’assenza di scelte della Commissione precedente sono troppo pochi per poter cambiare l’Europa. Pochi e inadeguati alla fase che stiamo vivendo. Quanto all’Italia, Camusso ricorda il mancato confronto tra il premier Renzi, presidente del semestre europeo, e i sindacati continentali. “In questi giorni – aggiunge – c’è forse un cambio di orientamento, speriamo che sia un vero e serio ripensamento , perché l’idea del Jobs Act è di riduzione globale dei diritti e dei salari. Noi pensiamo al ‘buon lavoro’ e all’occupazione di qualità, alla cancellazione della precarietà, agli investimenti sul lavoro. Preoccupa, invece, l’idea del governo di restringere il ruolo dei sindacati e dell’autonomia delle parti nella contrattazione. Siamo pronti al confronto – precisa – ma altrettanto al conflitto. Al solito ritornello ‘ce lo chiede l’Europa’, vogliamo controbattere con ‘Lo facciamo in e con l’Europa’, cioè con un vero piano del lavoro”.

In Europa, ha detto il segretario della Ces, Bernadette Ségol , “ci sono oltre 25 milioni di disoccupati , è come se fosse il 29simo Stato europeo. Aumentano i rischi di povertà, le situazioni personali drammatiche e non solo in Grecia e Spagna, ma anche in paesi come il Regno Unito dove i salari sono sempre più bassi”. La Ces – ha proseguito Ségol – “non è più disposta ad accettare dai leader politici l’idea che la crisi è superata. La crisi sarà superata solo quando avremo raggiunto la piena occupazione e un lavoro dignitoso per tutti. I sindacati ritengono che l’economia debba essere al servizio della società. Non vogliamo una società al servizio dei mercati. Se non esiste un’Europa sociale – ha aggiunto – al servizio dei cittadini, a medio e lungo termine fallirà anche l’Europa politica”. Secondo il segretario della Ces, le proposte della Commissione Ue per creare occupazione “sono completamente sbagliate” perché “la soluzione di rendere il lavoro precario e flessibile crea concorrenza fra i paesi, in particolare sui salari”. “Al presidente del Consiglio Matteo Renzi abbiamo chiesto un incontro ma non è stato ancora convocato”. Così Ségol ha risposto ai giornalisti che le chiedevano un commento sul semestre italiano di presidenza europea, aggiungendo: “è necessario che lo faccia, non si può parlare di dialogo sociale e poi ignorarlo. Ma non ci rinunciamo, la presidenza del Consiglio europeo è ancora all’inizio”.

Nel suo intervento, Ignacio Fernández Toxo , segretario delle Comisiones Obreras spagnole e presidente Ces, ha auspicato che i prossimi vertici europei non siano deludenti come accadde nel 2012, all’epoca dei cosiddetti “piani anticrisi”. Toxo ha ricordato che “l’Europa non sta uscendo dalla crisi” e che anzi c’è “il rischio di una terza recessione, o della ‘giapponesizzazione’ dell’economia . Nella migliore delle ipotesi, l’Europa potrebbe restare in stagnazione. I sindacati – ha aggiunto – non possono rassegnarsi al fatto che l’austerità, una gestione ideologica della crisi, sia l’unica via. Ci sono alternative e dobbiamo essere noi a promuoverle”, ha detto.

Nel corso del dibattito, Candido Mendez (UGT-E) ha esposto la situazione drammatica del mondo del lavoro spagnolo , e ha ricordato lo sforzo del sindacato nel sottoscrivere un impegno per la reindustrializzazione e per togliere dalla povertà 500mila famiglie, oltre che a favore del potere d’acquisto degli stipendi.

Mehrad Payandeh (DGB Germania) ha sottolineato che la situazione europea è “molto pericolosa e che i paesi esportatori, come la Germania, hanno bisogno di stabilità”. Le conseguenze dell’austerità – ha aggiunto – sono recessione, deflazione, povertà, disoccupazione giovanile e instabilità politica. “In Germania – ha concluso – dopo 10 anni di politiche del lavoro volte alla riduzione del costo del lavoro, abbiamo capito che dovevamo fermarci e che era necessario istituire un nuovo salario minimo”.

L’economia inglese si è fermata al 4% sotto i livelli pre-crisi – ha detto Billy Hayes del Tuc britannico – e il potere d’acquisto è diminuito. I nostri salari sono scesi dell’8% rispetto al passato. La crisi del settore pubblico ha portato a un aumento del 19% dei lavoratori autonomi, ma anche del part time, e a una crisi degli impieghi a tempo pieno”.

Josef Středula (Repubblica Ceca – Čmkos) ha ricordato che “abbiamo troppi mondi nella Ue : il sud, il nord, l’est, l’ovest. Nella Repubblica Ceca, dopo 10 anni di governi di destra, la situazione è che il nostro salario minimo non supera i 320 euro al mese e siamo prossimi al collasso”.

Una situazione analoga è stata esposta da Plamen Dimitrov (CITUB Bulgaria) , secondo il quale la “catena di produzione europea deve essere distribuita in modo più equo (…) e la solidarietà tra di noi dev’essere concreta”.

Yvan Ricordeau (della CFDT francese) ha sottolineato l’importanza della “sfida del dialogo sociale in Francia, e di negoziare qualsiasi riforma”. Inoltre ha ricordato “le misure da applicare immediatamente, come ad esempio il programma Garanzia giovani”.

Augusto Praça (CGTP-IN portoghese) ha elencato i disastri della Troika (Fmi, Bce, Banca Mondiale) che controlla il governo del Portogallo: “Ci hanno rovinati – ha detto. Siamo al 15,8% di disoccupazione. Il 20% dei portoghesi è emigrato. Siamo sempre più poveri e abbiamo gli stessi problemi che avevamo nel 2008. Dobbiamo investire sull’economia reale, anche con la spesa pubblica”.

Su RadioArticolo1 si possono ascoltare i podcast di tutti gli interventi
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Scuola, confermati i timori dei sindacati: tutto rimandato. Non ci sono i soldi | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La presentazione delle linee guida sulla scuola esce dall’agenda del gia’ corposo Consiglio dei ministri di oggi. Nella sostanza non ci sono i soldi. Nella forma, a stare a sentire Renzi, meglio fare una “riforma partecipata e non calata dall’alto”. Confermati in pieno quindi, i dubbi dei sindacati degli insegnanti e dei precari. Oggi in piazza i “Quota 96”. 

I temi all’ordine del giorno erano tutti di primo piano, a cominciare dalla revisione delle supplenze, la valorizzazione del merito e l’abbandono del precariato. Senza dimenticare lo sponsor dei privati e le aperture alle scuole paritarie; per finire con l’organico funzionale a livello di istituto e/o di area territoriale. Ma lo stop arrivato dal ministro Padoan è stato molto netto. Solo il costo della presa in carico dei precari sarebbe stato intorno al mezzo miliardo. In attesa di vedere il coniglio che il presidente del consiglio tirera’ fuori dal cilindro (nei giorni scorsi ha detto “vi stupiro'”), si sono rincorsi anche ieri suggerimenti e polemiche. Se per la Rete degli studenti “il primo passo per una vera rivoluzione e’ la riforma dei cicli” il Movimento Cinque Stelle ritiene che “il potenziamento del sistema ‘integrato’ pubblico-privato prospettato dal ministro Giannini” e’ “inaccettabile. Consideriamo malata l’equazione ‘piu’ scuola privata, uguale a maggiore risparmio per lo Stato'”.

I sindacati, intanto, fanno quadrato intorno agli insegnanti “Quota 96” – per i quali nessuna indiscrezione ha annunciato una imminente soluzione – e oggi stesso scenderanno in piazza per rinnovare la loro protesta. “E’ doveroso riparare rispetto a un errore ampiamente riconosciuto e una ingiustizia verso migliaia di insegnanti e personale della scuola” afferma il segretario generale della Uil scuola, Massimo Di Menna, invocando “una decisione politica chiara e trasparente che sia risolutiva”.
Ricorre all’ironia il leader della Cisl scuola, Francesco Scrima: “Tanto tuonò che non piovve”. “Rispetto alle grandi rivoluzioni prospettate, quota 96 sembrerebbe una questione di portata davvero modesta: risolverla sarebbe tuttavia – conclude Scrima – un buon segnale per dimostrare che non si vive di annunci a effetto ma si e’ capaci, ogni tanto, di passare dalle parole ai fatti”. Per Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil, “se le linee di indirizzo sulla scuola dovessero corrispondere all’intervento della Ministra Giannini al meeting di Comunione e Liberazione, non ci sarebbe nulla di nuovo rispetto alle impostazioni fallimentari della ex ministra Gelmini”.

La Gilda ricorda che le 100 mila assunzioni sarebbero solo “un atto dovuto”: “e’ un tentativo in zona Cesarini di evitare che la stabilizzazione dei precari storici venga imposta dall’Europa”, con una sentenza di condanna per l’abuso dei contratti a termine oltre i 36 mesi, osserva il coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti, Rino Di Meglio. L’Anief chiede infine una stretta sui tempi: se veramente si pensa a 100 mila assunzioni, “vengano attuate sin da subito e non nell’arco dei prossimi tre anni. 30mila assunti l’anno sarebbe solo la conferma dal quadro esistente”.

Pubblico impiego, il Governo Renzi pronto a schiaffeggiare i dipendenti pubblici. Ecco la riforma!| Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.or

Pubblico impiego ad un passo dallo sciopero generale di tutte le sigle sindacali. L’incontro di oggi, sbandierato dal ministro Madia come “concertativo” in realtà non è approdato a nulla, anzi. Ai sindacati è stata consegnata a voce una nota omertosa e poco chiara. E domani il presidente del Consiglio Renzi è pronto a dare un altro schiaffo ai dipendenti della pubblica amministrazione. Cgil, Cisl e Uil, prudentemente, per il momento “non escludono di scioperare”, mentre Usb dopo la protesta di questa mattina a palazzo Vidoni confermano l’astensione dal lavoro già in programma per il 19 giugno.

I tre sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil, che si sono visti rifiutare anche le controproposte a questo punto aspettano le carte di palazzo Chigi. Qualora non dovessero arrivare “risposte a garanzia dei cittadini e dei dipendenti pubblici sulla riforma della Pubblica amministrazione” allora si dicono pronti “ad usare ogni strumento a disposizione”. I sindacati che sono stati convocati oggi ad un tavolo dal ministro Madia proprio ieri hanno presentato alla stampa un documento unitario con le loro proposte: in cima alle priorità espresse dai sindacati c’è il rinnovo del contratto di lavoro e la richiesta di 100 mila assunzioni a fronte delle 400 mila uscite degli ultimi anni nel pubblico impiego.
E’ prevista la mobilita’ obbligatoria. Al contrario di quanto chiedono i lavoratori della P.a., nessun riferimento al rinnovo del contratto, il 45esimo punto aggiunto dai sindacati. Non si ipotizzano risorse da destinare alla contrattazione integrativa e anzi si introduce il principio, anche questo di tenore privatistico, che la retribuzione individuale sarà legata all’andamento economico del Paese. Su questo nelle scorse settimane si erano già espressi alcuni ministri.

E’ prevista una riduzione e della cosiddetta “staffetta generazionale” nell’incontro non si e’ parlato. L’inserimento dei giovani e’ il primo dei 44 punti del governo che recita “abrogazione dell’istituto del trattenimento in servizio”, che produrrebbe, secondo i conteggi del Governo oltre 10mila posti in piu’ per i giovani, a costo zero. Ma queste cifre sono state contestate dai sindacati. La mobilita’ volontaria e obbligatoria e’ il secondo punto. Il terzo punto del documento prevede l’introduzione dell’esonero dal servizio, il quarto l’agevolazione del part time, il quinto limiti ai compensi cumulabili, il sesto la possibilita’ di affidare mansioni assimilabili quale alternativa per il lavoratore in esubero, il settimo maggiore flessibilita’ delle regole sul turnover. Tutti argomenti su cui i sindacati aspettano di saperne di piu’. Il comportamento del governo e del ministro della funzione pubblica Marianna Madia e’ “antisociale e autoritario”, dice Massimo Betti, dell’esecutivo nazionale Usb, lasciando l’incontro tra ministro e sindacati sulla rifoma della P.a. “Il ministro non ci ha presentato il decreto legge che andra’ domani in Consiglio dei ministri – ha riferito Betti – ha fatto solo un’informativa, perche’ il governo pensa che i sindacati siano un orpello. Ma non e’ pensabile – ha aggiunto – che le relazioni con i lavoratori siano tenute in questo modo, credendo che basti una e-mail”.
L’Usb conferma quindi lo sciopero del 19 giugno e la manifestazione prevista a Roma per il 28. “Non permetteremo a Madia e a Renzi – ha concluso – di tagliare le retribuzioni, diritti e permessi sindacali”.

Nestlé, scontro tra sindacati e azienda che vuole precarizzare tutti i dipendenti | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Nestlè ha interrotto il tavolo delle trattative e i sindacati hanno dichiarato lo stato di agitazione del gruppo. Il Coordinamento Sindacale e le Segreterie nazionali Fai, Flai e Uila accusano l’azienda di voler come pregiudiziale la soluzione di alcune problematiche organizzative in tre siti (Perugia, Frosinone, Parma) prima di affrontare la discussione dei punti della piattaforma dell’integrativo. Ad avviso dei sindacati, la proposta dell’azienda per tre siti risulta impraticabile in quanto prevede di trasformare il contratto di lavoro da tempo indeterminato e tempo pieno in altre forme contrattuali per centinaia di lavoratori. Ciò “intaccherebbe i diritti dei singoli dal punto di vista del reddito e previdenziali”.”Il coordinamento sindacale e le segreterie nazionali Fai, Flai e Uila hanno ripetutamente chiesto di tenere separate le discussioni del rinnovo dell’integrativo – si legge in un comunicato – dai temi della riorganizzazione ma – prosegue la nota – la Nestlè ha dichiarato la propria indisponibilità, assumendosi così la responsabilità di interrompere le trattative. Per queste ragioni dichiariamo lo stato di agitazione del gruppo, il blocco delle flessibilità e degli straordinari e convochiamo le assemblee dei lavoratori”.
Sara Palazzoli, segretaria Flai dell’Umbria, spiega così la vertenza. “La questione – ricorda – e’ sempre quella della cosiddetta ‘curva bassa’ produttiva che riguarda sia il cioccolato prodotto nello stabilimento Perugina di San Sisto”, dove si producono i ‘Baci’, “sia il gelato dei siti di Parma e Ferentino, in provincia di Frosinone. Su questa problematica, da tre anni la dirigenza Nestle’ torna alla carica con ricette diverse per risolvere il problema costituito, dal loro punto di vista, dall’eccesso di dipendenti full time in questa fase di calo produttivo. Prima – ricorda ancora Palazzoli – ha cominciato proponendo il cosiddetto ‘patto generazionale’ tra padri dipendenti e figli, poi quest’anno la cassa integrazione. Ora subordina il confronto sull’integrativo alla riorganizzazione del lavoro nei tre siti italiani: una soluzione – ribadisce la segretaria di Flai Umbria – per noi inaccettabile, prima di tutto per la differenza di situazioni fra i tre stabilimenti. E poi perche’ – prosegue Palazzoli – il nostro obiettivo e’ che Nestle’ ci dica quali sono le sue intenzioni per quanto riguarda il proprio futuro in Italia, con tutto cio’ che segue per le strategie di mercato. Vogliamo parlare anche, e soprattutto, di questo, nell’incontro gia’ fissato per il 16 aprile prossimo in Confindustria a Perugia. Un fatto e’ certo – conclude Palazzoli – e cioe’ che Nestle’ non puo’ scaricare sui lavoratori un calo produttivo e di vendite dovuto anche alle scelte del management”.

«Mercoledì taglio le tasse». Ma a chi? | Fonte: liberazione.it

Facile fare promesse; più difficile mantenerle. Specie se il tuo ministro dell’Economia non è proprio convinto delle tue decisioni; se hai pochi soldi da utilizzare; e se l’Unione europea ti mette veti continui. E’ un po’ questa, in sintesi, la situazione in cui si trova Renzi alla vigilia del “mercoledì da leoni”, quello, cioè, in cui il consiglio dei ministri si appresta a varare la «riduzione fiscale senza precedenti» (parole, speriamo per lui non avventate, di Angelino Alfano).

Ospite ieri sera in televisione da Fabio Fazio, il premier assicura che l’impegno del governo è «a favore delle famiglie», che le tasse saranno tagliate per la prima volta e dunque sono «imbarazzanti» polemiche e «derby da stadio» (tra chi vuole che il taglio vada tutto alle imprese – Confindustria – e chi tutto ai lavoratori – i sindacati), ma di misure concrete non c’è neanche l’ombra, come ormai Renzi ci ha abituati. Così come si guarda bene dal fare pubblicamente e davanti a milioni di telespettatori la propria scelta tra Irap e Irpef. Svicola, insomma, sapendo che su questo tema il governo è diviso. Dice solo che dei 10 miliardi a disposizione, distribuirne 5 a favore delle aziende e 5 a favore dei lavoratori non funzionerebbe, come «non ha funzionato» in passato. Dunque? Ai posteri l’ardua sentenza. Per ora ci basti sapere che abbassare le imposte alle imprese «è una cosa che cercheremo comunque di fare», tentando allo stesso tempo di dare a chi guadagna 1.500 euro al mese «e non ce la fa», «qualche decina di euro in più al mese», in modo che «quei 100 euro possano essere rimessi in circolo, per andare a mangiare una pizza o comprare un astuccio nuovo», dando una spinta in questo caso ai consumi delle famiglie per spingere l’economia. Il tutto vago quanto basta per poter fare tutto e il suo contrario.

Almeno fino a mercoledì il dilemma degli ultimi giorni tra Irap e Irpef è dunque destinato a rimanere insoluto. Anche perché è dentro il governo che manca la sintesi. Mentre, infatti, Renzi lascia intendere di preferire il taglio dell’Irpef, al ministero dell’Economia puntano invece sull’Irap. Lo dice chiaro il viceministro dell’Economia Enrico Morando, che in due interviste, una su l’Unità e una sul Messaggero, tenta una mediazione riproponendo i due tempi, dove il primo tempo, ovviamente, è per le imprese. Al quotidiano romano Morando spiega che «l’intervento che vogliamo varare sarà forte e pluriennale», val e a dire «10 miliardi l’anno che saranno ripetuti, dopo il 2014, nel 2015 e 2016». Trenta miliardi, dunque, da tagliare a rotazione: «Niente mezze misure nel 2014 o tutto sull’Irap o tutto sull’Irpef. L’anno prossimo il contrario». In ogni caso «io preferirei tagliare l’Irap, per l’esattezza eliminerei il costo totale delle buste paga dall’imponibile Irap». Comunque, avverte invece sull’Unità il sottosegretario, sarà Matteo Renzi alla fine a «decidere quale sarà la priorità».

Sarà forse per questo, cioè per non essere ancora in grado di sciogliere questo nodo, che il presidente del consiglio si mostra nervoso con le parti sociali, che lo incalzano con forza pari e contraria: «Trovo abbastanza imbarazzante che per anni si sono aumentate le tasse ed ora che si stanno abbassando sono iniziate le polemiche “le abbassi agli altri e non a me”. Non dobbiamo pensare a un derby Confindustria-sindacati». Piuttosto, suggerisce il premier, «verrebbe da chiedergli, che avete fatto negli ultimi 20 anni per cambiare l’Italia?» (che è un altro modo per svicolare). Quindi se Confindustria e sindacati si schiereranno contro il governo, anche sulle misure sul lavoro e il sussidio di disoccupazione, «ce ne faremo una ragione», assicura il premier, scatenando però la replica piccata del segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, che tiene a mantenere le distanze dalla Cgil di Susanna Camusso: «Renzi non faccia l’errore di fare di tutta un’erba un fascio. Ci sono sindacati e sindacati, come ci sono politici e politici. Tolga i paraocchi».

Ma è con la Cgil che i rapporti sono tesi: non solo con il segretario Camusso, ma con tutto il direttivo di Corso d’Italia: se il governo non darà le risposte necessarie per affrontare l’emergenza occupazione e far fronte alle esigenze dei lavoratori, il sindacato è pronto alla mobilitazione e non esclude anche il ricorso all’arma dello sciopero.

I guai per Renzi vengono soprattutto dall’Europa. Domani il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, farà il suo esordio all’Eurogruppo, mettendo soprattutto l’accento sulla crescita, unica strada per riassestare anche i conti pubblici. Per il premier la regola del 3% sul deficit/Pil è «una norma concettualmente antiquata ormai», ma l’Italia la rispetterà «finché non sarà cambiata» e non sarà Roma a cambiare le regole «in modo unilaterale». E allora?