Piano Condor, politici, servizi e militari alla sbarra a Roma: la tragedia dei desaparecidos Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Prenderà avvio proprio il 12 Febbraio 2015 nell’Aula Bunker di Rebibbia il primo grado di giudizio del Processo che riguarda il Piano Condor. Alla sbarra gli esponenti di giunte militari e dei servizi di sicurezza dell’America del Sud, accusati a vario titolo della scomparsa e della morte di 23 cittadini di origine italiana avvenuta tra il 1973 e 1978. Processo di portata storica che arriva dopo un’inchiesta durata dieci anni condotta dal Procuratore Giancarlo Capaldo e i cui sviluppi sono molto attesi anche in America del Sud. La lista degli imputati include 21 persone e comprende ex autorità militari e di governo di Bolivia, Cile, Perù e Uruguay. Il Piano Condor è un piano finalizzato all’eliminazione di qualsiasi oppositore politico dei regimi di Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Brasile e Bolivia e che ha consentito a militari e servizi segreti di agire indisturbati per la cattura, la tortura e l’uccisione sistematica dei sospetti, anche al di là dei confini nazionali.
“Questo processo è importante per noi, che speriamo di ottenere giustizia” ricorda Aurora Meloni “ma è importante anche per l’Italia, che ha bisogno di non perdere la memoria ..ha bisogno di sapere chi siamo, chi siamo stati e chi vogliamo essere domani”.
12 Febbraio presso la Sala della Fondazione Basso in Via della Dogana Vecchia, 5 a Roma, dalle 17 alle 19, si terrà un incontro con alcuni familiari e avvocati delle vittime del processo Condor. Dopo i saluti del Prof. Guido Calvi, interverranno Aurora Meloni (parte civile) e gli avvocati di parte civile Arturo Salerni, Giancarlo Maniga, Alicia Mejía, Simona Filippi, Andrea Speranzoni e Fabio Maria Galiani. Il dibattito sarà moderato da Jorge Ithurburu, dell’associazione 24marzo Onlus.

Trattativa: da Flamia al passato di Mori si scava tra gli archivi dei Servizi da: antimafia duemila

flamia-rosario-sergio-eff-2di AMDuemila – 1Lo scorso dicembre il blitz del pool a Roma

La Procura di Palermo continua a cercare nuovi elementi nell’ambito dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia e quel segmento specifico che riguarda l’accordo segreto stipulato tra i servizi segreti e l’amministrazione penitenziaria per gestire il flusso d’informazioni proveniente dai penitenziari di massima sicurezza noto come Protocollo farfalla. Il 22 dicembre scorso, il giorno in cui a Palermo, in visita informale, giungeva il nuovo procuratore Francesco Lo Voi per fare gli auguri di Natale agli aggiunti e ai sostituti, il pool composto dai magistrati Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia si trovava a Roma nelle sedi dell’Aisi (Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna) e del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza). In particolare i magistrati cercavano nuovi documenti sul pentito Sergio Flamia. L’ex boss di Bagheria ha messo a verbale di essere stato per lungo tempo un confidente dei servizi segreti, dai quali per i suoi “servigi” avrebbe ricevuto anche 150 mila euro in contanti, e di aver avuto colloqui con l’intelligence anche quando si trovava agli arresti ed aveva iniziato il proprio percorso di collaborazione. Tra le dichiarazioni fatte ai magistrati anche alcuni presunte rivelazioni su Luigi Ilardo, il confidente che è tra i principali accusatori del generale Mario Mori. Anche per questo motivo la posizione di Flamia è finita al centro delle indagini della Procura e della Procura generale che tra nove giorni sarà impegnata con la riapertura del dibattimento del processo d’appello contro gli ufficiali dell’Arma Mori ed Obinu per la mancata cattura del boss corleonese Bernardo Provenzano.

I pm del pool trattativa sono andati alla ricerca anche di nuove documentazioni sul passato di Mori così come era avvenuto tra febbraio e maggio 2014. Attraverso un lungo e complesso lavoro investigativo, anche all’interno degli archivi dei Servizi, i magistrati hanno accertato che l’ex generale, nel 1973 quando era un giovanissimo carabiniere, venne chiamato al Sid da Federico Marzollo, uomo dell’ex direttore del Servizio Vito Miceli, che sarà in seguito arrestato per cospirazione nell’ambito dell’inchiesta “Rosa dei Venti”.
Mori prese parte a funzioni operative anche in riferimento al terrorismo nero, utilizzando nomi di copertura, tra il ’73 e il ’74. Ma nel 1975, improvvisamente, nonostante le lodi ricevute, l’ufficiale venne allontanato. Diversi documenti vennero mostrati dai pm anche al generale Gianadelio Maletti, latitante dagli anni ’80, interrogato a Johannesburg, in Sudafrica, lo scorso novembre. Maletti in quell’interrogatorio ha parlato di una sorta di Sid parallelo creato con lo scopo di bloccare le indagini sull’estrema destra e sui tentativi di colpo di Stato. Ed è anche sulla scorta di questi nuovi spunti che i pm sono tornati nuovamente a scavare all’interno degli archivi dei servizi.

Protocollo Farfalla, Scarpinato sentito al Copasir da: l’ora quotidiano

Il pg di Palermo sarà ascoltato nel pomeriggio dai parlamentari componenti del comitato di controllo sui servizi segreti. A Palazzo San Macuto va avanti l’indagine sui rapporti border line tra boss mafiosi e 007

di Patrizio Maggio

2 dicembre 2014

Questo pomeriggio il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato sarà ascoltato dal Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. L’audizione del magistrato siciliano, prevista per le ore 16,30, fa parte dell’indagine che i parlamentari stanno svolgendo sulle operazioni d’intelligence denominate “Farfalla” e “Rientro”: nel 2004 il Sisde allora guidato da Mario Mori avrebbe stretto un accordo con il Dap di Gianni Tinebra. Agenti dei servizi potevano incontrare detenuti reclusi in regime di 41 bis, gestendo le informazioni che provenivano dai penitenziari, senza informare l’autorità giudiziaria competente. Secondo quanto acquisito dalla procura di Palermo, che sul protocollo Farfalla ha aperto un fascicolo d’indagine ipotizzando il reato di falso in atto d’ufficio, il Sisde avrebbe avuto intenzione di mettere a libro-paga come confidenti alcuni boss detenuti, come Fifetto Cannella, tra gli stragisti di via d’Amelio: in cambio di denaro avrebbero fornito informazioni ai servizi.

Recentemente Scarpinato aveva chiesto di produrre gli atti sul protocollo Farfalla al processo d’appello contro Mario Mori e Mauro Obinu, gli ex alti ufficiali del Ros accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. La corte presieduta da Salvatore Di Vitale ha accettato di riaprire l’istruttoria dibattimentale,  bocciando però la produzione dei documenti sul Protocollo e sul passato di Mori al Sid. Dopo l’audizione del pg di Palermo,  a Palazzo San Macuto saranno ascoltati anche il generale Arturo Esposito, direttore dell’Aisi, e Marco Minniti, il sottosegretario con delega ai servizi segreti del governo Renzi. Entro fine anno, poi, il senatore del Nuovo Centro Destra Giuseppe Esposito, relatore del caso, definirà le conclusioni, che saranno esposte in Parlamento. Nel frattempo i pm della procura di Palermo continuano ad indagare sul misterioso Enzo, lo 007 che gestiva Sergio Flamia, il boss di Bagheria, oggi pentito, che ha avuto per anni rapporti con i servizi: dall’intelligence avrebbe ricevuto 160 mila euro in contanti.  Flamia ha incontrato due 007 anche durante la sua detenzione al carcere Ucciardone di Palermo: è su quei due agenti, che adesso, gli investigatori stanno indagando.

La storia proibita di Mario Mori dal Sid alle aule dei tribunali da: l’ora quotidiano

INCHIESTA. La carriera del generale, nei documenti che la Corte d’appello di Palermo ha scartato riaprendo l’istruttoria dibattimentale nel processo per la mancata cattura di Provenzano. Il promettente debutto del giovane capitano nel Sid nel ’72 e l’allontanamento improvviso nel ’75. L’ex 007 Maletti dal Sudafrica: “Era vicino all’estrema destra”

di Giuseppe Pipitone

23 novembre 2014

Questa è una storia che non doveva essere raccontata, che doveva rimanere segreta, dimenticata  nei rivoli di un passato vecchio di quarant’anni, custodita negli archivi polverosi dei servizi segreti. Una storia che conosciamo soltanto perché i pm  Antonino Di Matteo e Roberto Tartaglia hanno preteso di entrare negli archivi dell’Aisi, l’agenzia informazioni per la sicurezza interna, acquisendo il fascicolo personale di Mario Mori, l’ex generale del Ros, imputato nel processo sulla Trattativa Stato – mafia. Quei documenti, che ricostruiscono il segmento iniziale della carriera del generale, rimarranno però fuori dal processo d’appello in corso a Palermo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano: in primo grado l’ex generale è stato assolto. “Mori ha sempre mantenuto il modus operandi tipico di un appartenente a strutture segrete, perseguendo finalità occulte” ha detto  il pg Roberto Scarpinato chiedendo la riapertura della fase dibattimentale del procedimento. Una richiesta accolta in parte, dato che il presidente della corte Salvatore Di Vitale ha deciso di tenere fuori dal processo i documenti che ricostruiscono la carriera di Mori al Sid, il servizio informazioni della difesa, l’antenato del Sismi. Ecco cosa raccontano le carte sequestrate negli archivi dell’Aisi e in possesso dei pm di Palermo.

La P2, Gelli e i rapporti con Pecorelli nei verbali dell’ex 007 Venturi

Prima dell’arresto di Totò Riina, prima della mancata perquisizione del covo del capo dei capi, prima della carriera nell’antiterrorismo al seguito di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Mori era infatti un giovane e brillante capitano dei carabinieri, che nel 1972 viene chiamato a lavorare nei servizi da Federico Marzollo, il capocentro del Sid a Roma. All’epoca il direttore del Sid è il generale Vito Miceli, iscritto alla P2, poi coinvolto nell’inchiesta sul Golpe Borghese. “Mori venne mandato a lavorare nel mio ufficio ma rispondeva soltanto a Marzollo stesso: era il suo pupillo” ha raccontato ai pm Mauro Venturi, capo della segreteria raggruppamento centri di controspionaggio a Roma negli anni ’70. L’ex 007, deceduto poche settimane fa, agli inquirenti ha raccontato anche altro. Come i rapporti che Mori avrebbe intrattenuto con Mino Pecorelli, il direttore di Op, il periodico Osservatore Politico, considerato vicino ai servizi, poi assassinato nel 1979. “Mori – sostiene Venturi – aveva un vizio per gli anonimi: si recava presso l’agenzia di Mino Pecorelli per scriverli”. Le peculiarità del futuro generale però non si fermano qui: ”Mori – prosegue Venturi – eseguiva intercettazioni abusive sui suoi superiori”. E secondo l’ex collega 007 ci sarebbe anche un fil rouge che collegherebbe l’allora giovane 007 a Licio Gelli.  “Mori – dice – cercava di convincermi ad iscrivermi alla P2, dicendo che non era una loggia come le altre del passato. Mi disse che in quel momento storico Licio Gelli era intenzionato come non mai ad affiliare personale del Sid. Mi propose di andare a trovare Gelli, dicendomi che io da toscano gli sarei stato simpatico. Visto che io ero titubante, mi disse che gli appartenenti al Sid per garanzia sarebbero stati iscritti in liste riservate”.

Il dottor Amici, Ghiron e i rapporti coi neri 

L’ex 007 Venturi è stato interrogato dai pm palermitani dopo l’acquisizione del fascicolo personale di Mori negli archivi dei servizi. Un fascicolo che gli inquirenti hanno potuto ricostruire nel dettaglio, dopo avere scoperto che il generale, negli anni ’70, utilizzava una falsa identità con tanto di patente di guida, intestata al dottor Giancarlo Amici: negli archivi degli apparati, alcuni documenti erano protocollati solo con quel criptonimo, senza alcun riferimento alle vere generalità di Mori. Una falsa identità era nelle disponibilità anche di Gianfranco Ghiron, fonte fiduciaria di Mori, nome in codice “Crocetta”, vicino agli ambienti della destra eversiva, fratello di Giorgio Ghiron, che anni dopo diventerà l’avvocato di Vito Ciancimino. Ed è proprio da un verbale reso da Gianfranco Ghiron a Brescia nel 1975 che gli inquirenti trovano traccia di una triangolazione tra Mori, Gelli e lo stesso Miceli. Durante quell’interrogatorio, Ghiron mostra agli inquirenti bresciani una lettera, datata 5 novembre 1974, firmata da un tale Piero, criptonimo di Amedeo Vecchiotti, estremista nero che in quegli anni era una fonte dei servizi. “La settimana prossima – si legge nell’appunto recuperato dai pm – Licio Gerli (probabile refuso per Gelli n.d.a.) scapperà all’estero tra la Francia e l’Argentina: la prego di avvisare il dott. Amici (ovvero il criptonimo Mori n.d.a.). Ciò perché se la partenza di Gerli danneggia Mister Vito (inteso Miceli n.d.a) lo fermino, oppure se è meglio che se ne vada lo lascino andare”.

Il gruppo dei sei, l’ostracismo forzato e il processo Borghese

Tra i documenti top secret recuperati dagli inquirenti c’è anche una relazione, redatta dalla fonte dei servizi Gian Sorrentino negli anni ’70, che rivela l’esistenza di un gruppo organico e attivo all’interno del Sid, nato per ostacolare le indagini del reparto D, ovvero il controspionaggio, sulla destra eversiva. Di quel gruppo  avrebbero fatto parte sei persone, tra cui Marzollo, Ghiron e lo stesso Mori. Messo a conoscenza di quella relazione dai pm di Palermo volati in Sudafrica per interrogarlo, Gianadelio Maletti, l’ex capo del reparto D del Sid negli anni ’70, ha dichiarato di non averla mai vista e di non essere mai stato a conoscenza dell’esistenza di quel gruppo segreto. “Le inclinazioni politiche di Mori, però, mi erano chiare” ha detto Maletti, riferendosi alla vicinanza del generale con l’estrema destra.  Nell’archivio dell‘Aisi, infatti, gli inquirenti hanno trovato un appunto redatto dallo stesso Maletti nel 1975. Contiene la richiesta indirizzata al direttore del Sid Mario Casardi (che aveva preso il posto di Miceli) per allontanare dai servizi Mori e tenerlo lontano dalla capitale. Una richiesta inedita, perché accompagnata appunto da quel divieto a prestare servizio nella capitale: perché a Mori viene interdetto persino di prestare servizio a Roma? Casardi accetta la richiesta di Maletti, e anche l’Arma dei carabinieri segue l’ordine del Sid: nel 1975 Mori viene quindi spostato al nucleo radiomobile di Napoli. Poi nel 1978, tre anni dopo l’ostracismo, l’Arma prova di nuovo a spostarlo a Roma. Prima, però, in maniera abbastanza irrituale, chiede il parere del Sid. Che risponde con un appunto in cui spiega che Mori non potrà rientrare in servizio nella capitale prima della fine del processo sul Golpe Borghese. Per quale motivo? Rimane un mistero. All’epoca il processo sul golpe organizzato e mai attuato dal principe Junio Valerio Borghese inglobava anche l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, aperta dal pm di Padova Giovanni Tamburino e poi  “scippata” dalla Cassazione e affidata al pubblico ministero romano Claudio Vitalone. Uno degli ultimi atti compiuti da Tamburino prima dello ”scippo” è proprio la richiesta al Sid di una fototessera di Mario Mori. Che arriverà a Padova quando l’inchiesta sarà ormai approdata a Roma. Alla fine del processo sul golpe Borghese tutti gli imputati usciranno assolti nel luglio del 1978. Pochi mesi prima Mori è già tornato a lavorare a Roma, dove va a comandare la sezione antiterrorismo del reparto operativo. Il primo giorno di servizio è il 16 marzo del 1978, quando in via Fani le Br rapiscono Aldo Moro, massacrando la scorta.

Omicidio Alpi-Hrovain: “uccisi per aver scoperto il traffico d’armi” da: antimafia duemila

alpi-ilaria-c-ansaL’ipotesi fu sviluppata dai Servizi segreti

di AMDuemila – 24 maggio 2014
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, furono probabilmente uccisi per aver scoperto il traffico d’armi. A sviluppare l’ipotesi è un’informativa del Sisde sviluppata meno di due mesi dopo la morte dei due giornalisti. “Da fonte fiduciaria (omissis) si apprende che nel corso di un servizio fotografico realizzato a Bosaso qualche giorno prima della loro morte, i giornalisti Alpi e Hrovatin avevano raccolto informazioni su un traffico di armi di contrabbando effettuato dalla motonave “21 ottobre” della cooperativa italo-somala Shifco”. E’ questo quanto messo nero su bianco ed oggi svelato dopo la desecretazione dei faldoni da parte del governo. Un’informativa che fu trasmessa anche alla Procura di Roma e al ministero dell’Interno in un documento datato 8 aprile 1994.
Quella nave, un peschereccio d’altura che faceva parte di una flottiglia di 5 unità creata grazie ai fondi della Cooperazione italiana, era stata sequestrata da uomini del Somali salvation democratic front (SSDF), tutti del clan Habarghidir, legati al “signore della guerra” Aidid. Nello specifico i due giornalisti avrebbero documentato una partita d’armi marchiata CCCP (Urss).
E per l’intelligence vi sarebbe il coinvolgimento di un italiano “implicato nel citato traffico, messo in atto utilizzando come vettori alcune navi impegnate nel trasporto di aiuti umanitari, nell’ambito della cooperazione italiana a favore della Somalia”.

In un memorandum compilato dal Sisde nel 2002 per il Copaco (il Comitato parlamentare di controllo per i servizi segreti), si legge che il 6 maggio 1996, il Sismi ha trasmesso al sostituto procuratore Ionta un’informativa secondo la quale il mandante dell’omicidio sarebbe il generale Aidid, l’utilizzatore finale del traffico d’armi, poi `stornato´ in Yemen per i reduci afghani.
Sempre la stessa fonte sostiene che qualcuno “deve aver avvertito i contrabbandieri del rischio che il traffico potesse essere svelato dai due giornalisti”.
Nel dossier ampio spazio è dedicato alla figura di Giancarlo Marocchino: factotum a Mogadiscio, legato tramite della moglie somala al presidente ad interim Ali Mahdi, fu il primo a intervenire sul luogo dell’omicidio. Secondo fonti del Sisde, Marocchino avrebbe potuto essere implicato nel delitto, forse come “mandante o mediatore tra mandanti ed esecutori del duplice omicidio”.
Il servizio di intelligence estero invece smentisce un suo ruolo diretto nell’omicidio Alpi-Hrovatin, ma non ne esclude uno “indiretto”. Ovvero “la complicità da parte del capo della sicurezza di Marocchino agli esecutori del duplice omicidio, all’insaputa dello stesso Marocchino”.
Tutte queste piste non sono mai state seguite fino in fondo durante le indagini, nonostante i tanti elementi raccolti dai servizi siano stati riversati alla polizia giudiziaria e alla magistratura.
L’avvocato della famiglia della giornalista del Tg3, Domenico D’Amati, ha commentato: “L’impressione è che nella fase iniziale delle indagini si sarebbe potuto fare molto di più. C’erano delle piste da seguire: il traffico di armi, ma anche di rifiuti tossici. Non so perché non si sono seguite. E’ tutto ancora da fare”. E poi ancora: “Ne ho letto una parte finora. Ho fiducia che i nuovi magistrati della procura che se ne occupano diano il massimo impulso alle indagini”.

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