Il Presidente dell’ANPI alle più alte cariche dello Stato: “Attendo un pronto e deciso intervento contro i raduni fascisti in Lombardia”

 

 

Ufficio stampa <ufficiostampa@anpi.it>

On.le Presidente della  Repubblica, Sergio Mattarella On.le Presidente del Senato della Repubblica, Pietro Grasso On.le Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini,  Presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi  On.le Ministro degli Interni, Angelino Alfano  Illustri Presidenti e Onorevole Ministro,dalle pagine milanesi di un quotidiano nazionale (La Repubblica), ho appreso che sarebbero previste, a breve, in Lombardia, due manifestazioni di netta marca fascista (significativo il titolo dell’articolo “La galassia nera arriva a Milano“), una Festa nazionale di tre giorni di CasaPound, a Milano e, pressoché contemporaneamente, un meeting internazionale a Cantù, promosso da Forza Nuova. La concomitanza di due manifestazioni del genere, che hanno precedenti ben noti, indigna e preoccupa chiunque sia dotato di una vera sensibilità democratica. In particolare l’ANPI, riconosciuta da diverse  sentenze di Tribunali militari come erede e successore dei Combattenti per la libertà, è legittimata e tenuta a reagire nei confronti di eventi che contrastino con i valori per i quali si batterono donne e uomini della Resistenza e su cui si fonda la Costituzione repubblicana. La nostra mobilitazione, dunque, è legittima e doverosa; ma non basta, perché il primo compito e il primo dovere di intervento spettano alle Istituzioni democratiche, che devono sapere, e far sapere, che i diritti di libertà trovano un limite imprescindibile nella natura democratica e antifascista del nostro Stato.A nome di tutta l’Associazione che ho l’onore di presiedere attendo, quindi, un pronto e deciso intervento da parte di chi ha competenza in materia e una indifferibile presa di posizione delle massime Istituzioni nazionali sulla questione di fondo: l’Italia, che si è liberata 70 anni fa dalla dittatura fascista e dall’occupazione tedesca, è e deve essere un Paese democratico e antifascista, non lasciando alcuno spazio a chi sogna impossibili ritorni o propugna forme nuove di autoritarismo.Con osservanza,                                                                                     Il Presidente Nazionale ANPI                                                                                         Prof. Carlo Smuraglia

 

Senza parole da:antimafia duemila

csm-effectBocciata dal Csm la domanda di Nino Di Matteo alla Dna
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo – 3 marzo 2015
Probabilmente abbiamo già scritto tutto. E forse potrebbe sembrare estenuante seguitare a rivolgersi ai “massimi rappresentanti” delle istituzioni per continuare ad appellarsi su questioni ovvie. Ma, si sa, nell’essere umano la rassegnazione rappresenta l’ultima spiaggia. E forse è a questa che non si vuole arrivare. La nuova bocciatura del Csm nei confronti della candidatura del pm Nino Di Matteo alla Direzione Nazionale Antimafia si commenta da sola. Rabbia, amarezza e disillusione sono solo alcuni dei sentimenti che albergano nei cittadini onesti che vedevano nella nomina di Di Matteo una risposta chiara dello Stato nei confronti del magistrato più esposto d’Italia. Più volte abbiamo definito la stragrande maggioranza dei componenti del Csm “sepolcri imbiancati” veicolati da logiche politiche lontane anni luce dai principi di giustizia. Recentemente ci siamo rivolti al neo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per chiedere di vigilare sull’Organo di autogoverno delle toghe, presieduto da lui stesso, auspicando un segnale di vicinanza verso chi è stato condannato a morte da Cosa Nostra. Che altro dovremmo aggiungere? Che con questa decisione si dimostra plasticamente che lo Stato non vuole essere vicino a Nino Di Matteo? Che in questo modo lo si espone ulteriormente al rischio di un attentato?

“Si muore quando si è lasciati soli”, diceva Giovanni Falcone, e quella solitudine non veniva dalla società civile, ma dalle istituzioni. E tra provvedimenti disciplinari aperti, l’emissione di circolari particolari e mancate nomine in questi anni il Consiglio superiore della magistratura si è dato un gran da fare, così come accadeva ai tempi di Falcone e Borsellino. Poco importa se appena l’anno scorso, in poco più di venti giorni, sono state raccolte oltre 91.000 firme per chiedere al Csm di nominare Procuratore Aggiunto di Palermo lo stesso Di Matteo. Nel frattempo l’allarme attorno al magistrato si è fatto sempre più alto e alla presenza a Palermo di oltre centocinquanta chili di tritolo, così come raccontato dal pentito Vito Galatolo, si aggiunge il rischio di un attentato per mezzo di un fucile di precisione. Un elemento che non può essere affatto trascurato. E se con quella petizione, promossa da Salvatore Borsellino e dalla nostra redazione, si chiedeva di dare un segnale a sostegno delle indagini condotte dal magistrato e dal pool che indaga sulla trattativa Stato-mafia, stavolta il segnale sarebbe stato ancora più forte. Una manifestazione concreta di vicinanza da parte dello Stato nei confronti di chi ha subìto una condanna a morte da Totò Riina e da quei “sistemi criminali” che attendono solo il momento migliore per realizzare quella sentenza. Non smetteremo mai di chiedere l’intervento dei vertici istituzionali per salvare la vita del magistrato. Di fronte al silenzio più assordante che giunge dalle “massime autorità” ognuno di noi ha l’obbligo morale di opporvisi testimoniando lo scempio che sta avvenendo con la complicità di buona parte della “casta” della magistratura, della politica e dell’informazione. A futura memoria.

Renzi a Melfi, si prepara la contestazione dei Cobas. Landini: “Sciopero contro il Jobs act” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Un presidio davanti ai cancelli della Fiat Chrysler di Melfi (Potenza), per il 13 febbraio, in occasione della visita di Matteo Renzi, è stato annunciato dai cinque ex operai della fabbrica automobilistica campana, licenziati dall’azienda lo scorso giugno a seguito di una protesta ritenuta offensiva dall’azienda, e dai Cobas di Napoli e Caserta. Gli ex lavoratori annunciano analoghi presidi anche in occasione del rinnovo delle rsa nello stabilimento Fca di Pomigliano, in programma dal 18 al 20 febbraio prossimo.

I manifestanti la scorsa settimana hanno messo in scena anche una crocifissione davanti alla fabbrica di Pomigliano, per poi andare a Roma, dove hanno consegnato una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ed ora partiranno per Melfi dove installeranno anche una tenda già dalla sera del 12 per protestare contro il jobs act. ”Con il Jobs act il governo Renzi non ha fatto altro che trasferire il modello Marchionne all’intera società e a tutti i lavoratori – spiegano – per questo opporsi a Renzi oggi significa opporsi a Marchionne e riprendere la battaglia per il reintegro di tutti i cassintegrati e licenziati a salario pieno e il ripristino di tutti i diritti che in questi anni ci hanno rapinato”. Gli ex operai, inoltre, sostengono che le prossime elezioni in fabbrica non sono altro che ”una truffa clamorosa”. ”Gli operai – concludono – saranno chiamati ad eleggere le rsa dando obbligatoriamente il voto a Fim, Uilm, Fismic e Ugl, escludendo la Fiom e tutte le altre organizzazioni. E questa è dittatura. Dopo essere stati svenduti, gli operai ora dovranno votare quegli stessi sindacati che li ha condannati”.

Contro il Jobs act, il segretario della Fiom Maurizio Landini ha annunciato che chiederà alla Cgil di indire azioni di sciopero.

“Urgente rompere da sinistra l’austerità con la lotta, altrimenti accadrà da destra”. Intervista a Sergio Bellavita Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

La vittoria di Syriza in Grecia e il duro confronto sull’austerità aperto da Tsipras pongono dei precisi interrogati al movimento sindacale europeo. Secondo te in che termini e con quali tempi…
L’affermazione di Syriza rappresenta un elemento di straordinario valore sulla scena Europea. Per la prima volta nella storia della costruzione dell’Unione Europea un paese sceglie di rompere con le politiche imposte dai trattati rimettendo al centro i diritti del lavoro, i bisogni sociali. I primi provvedimenti annunciati dal governo Tsipras sono uno schiaffo sonoro al dogma del libero mercato e delle politiche monetarie che stanno distruggendo il modello sociale europeo. Il popolo greco ha dimostrato una tenacia ed una determinazione tutt’altro che scontata. Le pesanti mortificazioni e umiliazioni imposte dalla Troika con il memorandum non era scontato producessero una poderosa spinta politica nel segno della giustizia sociale, della solidarietà. Segno che le lotte sociali di questi anni sebbene sconfitte hanno contribuito a costruire una critica di massa all’austerità che oggi si è imposta su e contro ogni deriva puramente nazionalista, autoritaria e xenofoba di gestione della crisi. Tuttavia il popolo Greco ha dovuto fare tutto da solo. L’assenza di una qualsivoglia risposta del movimento sindacale e della sinistra a livello europeo è stata ed è tuttora vergognosa. Non solo perché ciò testimonia il ripiegamento nazionalistico del sindacalismo dei singoli paesi, l’abbandono di ogni riferimento di classe nella propria iniziativa e la scomparsa, se mai fosse esistito, del movimento sindacale europeo, ma anche perché la partita è solo all’inizio. O la vittoria di Syriza e l’avanzata di Podemos impongono davvero la rottura delle politiche d’austerità da sinistra o le stesse cadranno da destra sotto la spinta dei movimenti xenofobi e nazionalisti aprendo così ad una nuova barbarie. Lo scontro è durissimo, non siamo davanti ad una semplice battaglie delle idee ma a interessi concreti che non hanno nessuna intenzione di farsi indietro. Per queste ragioni è più che mai urgente che in ogni singolo paese della Ue riparta il conflitto sociale, così come è urgente uno sciopero generale europeo contro le politiche d’austerità. Non si può ancora lasciare da solo il popolo greco a combattere una guerra che è negli interessi di tutti i popoli europei. Non basta essere solidali e vicini alla loro lotta, bisogna lottare anche da noi. Di fronte alla pochezza ed alla complicità delle centrali sindacali nella gestione delle politiche d’austerità andrebbe ripreso quel terreno di costruzione dal basso del conflitto nella dimensione europea come era stato efficacemente sperimentato nella seconda metà degli anni novanta del secolo scorso con la rete delle marce europee. Un percorso che presuppone tempo, quel tempo che non abbiamo più. Siamo in estremo ritardo.In Cgil, dopo la mobilitazione di dicembre sembra palesarsi un immobilismo pericoloso. Lo spostamento dell’accento sul livello aziendale non fa che depotenziare il movimento sindacale nel suo complesso.
L’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica segna, a mio avviso, un cambio di fase nella vita politica del paese. L’ovazione che il palazzo, dentro e fuori il parlamento, ha tributato al neo presidente della repubblica ne è la rappresentazione plastica. La parte più impopolare dell’azione del governo Renzi è alle spalle. Ora le classi dominanti lavoreranno, sempre se il quadro internazionale ed il contesto economico lo consentiranno, a ricucire i pesanti strappi di questo primo anno dell’era Renzi. Il lavoro più cruento è stato fatto, il modello sociale è destrutturato. Si tratta ora di formalizzare il nuovo assetto modificando la costituzione e restituendo una parvenza di dignità, almeno l’onore delle armi, a organizzazioni profondamente sconfitte e logore come la Cgil, ma non solo. Sergio Mattarella serve esattamente a questo. Tutti coloro che da sinistra inspiegabilmente gli hanno reso sperticate lodi non colgono la natura di questo passaggio. Non è un caso che la breve parabola di conflitto della Cgil si sia fermata proprio nel momento di maggior tensione con il Pd. Il rischio molto concreto, come peraltro già accaduto dopo la criminale opera di governo di Monti Fornero, è che la Cgil accetti passivamente il nuovo quadro riposizionando la sua iniziativa, nelle compatibilità date, al solo scopo della semplice sopravvivenza d’organizzazione. Renzi ha vinto una partita importante e la Cgil ne esce a pezzi. Se Renzi ha potuto cancellare lo Statuto dei lavoratori con il suo Jobs Act è perché la Cgil e la Fiom non hanno affrontato la sconfitta del 2012 e ricostruito una linea contrattuale adeguata. Avevamo visto lungo quando abbiamo criticato lo sciopero prenatalizio del 12 dicembre a cui, peraltro, abbiamo lavorato tenacemente.

La Cgil rischia un cruciale passaggio di trasformazione interno?
Oggi la Cgil è in un pesante stato confusionale. Le roboanti dichiarazioni di guerra all’applicazione del Jobs Act sul terreno aziendale testimoniano esattamente la fine della fase di conflitto su scala generale. Non c’è alcuna strategia su come affrontare questa fase inedita, non c’è nessuna seria volontà di definire politiche contrattuali nuove. Come si riconquistano i diritti cancellati? Come si difende il lavoro nel quadro della totale ricattabilità definito dal Jobs Act? Interrogativi tanto ineludibili quanto semplicemente ignorati. Renzi esce vincitore dalla prova di forza con la Cgil, approva il suo Jobs Act e si ripulisce l’immagine con Mattarella presidente, riuscendo persino a dare un colpetto a Berlusconi per la gioia di tutti gli orfani dei bei tempi in cui si poteva addebitare tutto al caimano. Il rischio è che alla Cgil ciò sia sufficiente per abbellire la resa. Questo non vuol dire che non si riapriranno tensioni con il governo, ne che la Cgil starà ferma nei prossimi mesi. Tuttavia qualunque iniziativa, anche di lotta, che non sia preceduta da una riflessione profonda e rigorosa sulla sconfitta e su come ripartire con scelte nette e radicali serve solo a parare la mesta ritirata. Se non si rimette al centro la ricostruzione dell’opposizione sociale, se non si riafferma l’identità anticapitalista del sindacato in un nuovo rapporto di reti, di mutualismo, di riappropriazione dei bisogni negati il sindacato è destinato a accettare, più o meno passivamente, la sua lenta estinzione, la sua progressiva perdita di senso e ruolo nella vita di chi vuole rappresentare. Il doppio regime sociale che Renzi ha imposto con il Jobs Act, tra vecchi dipendenti e neoassunti senza più diritti rende bene l’idea della residualità di un sindacato, non solo la Cgil evidentemente, chiuso in un fortino con i suoi, sempre meno, vecchi iscritti.

Landini sembra proporre una formula mista nel tentativo di uscire dall’angolo, ovvero un’alleanza con la società civile. Cosa ne pensi?
Ho colto nelle dichiarazioni di Landini sul partito sociale il tentativo di una riflessione importante. Siamo nel pieno della conclamata crisi della rappresentanza sociale e politica del lavoro da cui non se ne esce con la pur necessaria radicalità formale. Pratiche, ricostruzione di senso, efficacia e rispondere ai bisogni sociali al tempo della ricattabilità del lavoro dovrebbero essere i temi di fondo su cui impegnarsi davvero. Occorre ridefinire una strategia di medio lungo periodo per riaffermare la contrattazione come uno degli strumenti dell’emancipazione progressiva dal lavoro subordinato. Ragionare di rappresentanza dentro e fuori i luoghi di lavoro in tempi in cui sarà sempre più complicato anche solo essere iscritti al sindacato visto che si può essere licenziati su due piedi. Così come il tema della riunificazione degli interessi di classe destrutturati dalla durezza della restaurazione capitalistica non è più rinviabile.
Quello che non mi convince del ragionamento di Landini è quello che manca. In primo luogo la necessaria rottura con il modello dell’accordo del 10 gennaio, quello cioè che consente la spoliazione di diritti e salario dei lavoratori. In secondo luogo servono le lotte. Senza il conflitto su larga scala, senza la ricostruzione molecolare di nuovi rapporti di forza non c’è alcun partito sociale. Non è la sommatoria di soggetti che rende l’efficacia ma la radicalità di un percorso che deve essere unificante e volano dell’iniziativa. Lo dimostra l’esperienza della Grecia. Le innumerevoli lotte dei lavoratori greci hanno sedimentato coscienza, critica di massa, rabbia e hanno permesso di provare a rappresentare sul piano politico quei bisogni. Se in Italia non c’è sinistra politica è perché non c’è stato alcun conflitto e la sinistra politica e sociale è percepita, a torto o a ragione, come parte di chi governa l’austerità non di chi si oppone ad essa. In questo senso davvero non comprendo la dichiarazione di Landini a favore dell’elezione di Mattarella. Senza una rottura con il palazzo, di cui Mattarella è parte, non c’è ricostruzione.
Mi chiedo e chiedo a Maurizio Landini se non sia giunta l’ora di rompere ogni ritrosia e indugio a lanciare una grande manifestazione contro l’austerità e in solidarietà al popolo greco. E’ stato un errore affidarsi alla presunta svolta della Camusso, ora bisogna tornare alla Fiom che promuove l’incontro di un vasto fronte sociale, a prescindere dalle scelte della Cgil. Bisogna tornare alla Fiom che lotta sul serio.

Il percorso dello sciopero sociale riprende proprio in questi giorni. Che possibilità ci sono lì?
L’originalità positiva del percorso che ha portato al 14 novembre va mantenuta, arricchita e rilanciata. Certo l’approvazione del Jobs Act pone un problema a tutte le soggettività che vogliono davvero contrastarlo e insieme ricostruire una cornice di diritti del lavoro in tutte le sue forme. Bisogna riflettere sul come dare gambe concretamente alla lotta in una fase di pesante passività sociale e di immobilismo delle grandi organizzazioni. Le mobilitazioni contro l’Expò 2015 devono divenire parte importante di questo percorso proprio nella città che diverrà simbolo del capitalismo usa e getta, del lavoro a salario zero. Siamo parte di questa bella e importante esperienza e continueremo a sostenerla insieme al resto del sindacalismo conflittuale.

ANPInews n.149

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Abbiamo indirizzato, sabato, un telegramma al neo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, esprimendo – con necessaria sintesi – il nostro pensiero. Ecco il testo, al quale aggiungerò poi solo alcune rapide considerazioni:  (…)

 

 

Si sta verificando, temo, ciò che abbiamo considerato come un’ipotesi da scongiurare. Si avvicina il 20 febbraio, quando saranno presentati i famosi decreti fiscali e dentro vi sarà ancora, a quanto pare di capire, il famoso 3% di condono, perfino per i colpevoli di frode fiscale. (…)

 

 

Il 22 e 23 gennaio si è svolto, a Napoli, l’annunciato Convegno dell’ANPI nazionale sul “Il contributo del Mezzogiorno alla Liberazione d’Italia”. ANPINEWS N.149Il Convegno è pienamente riuscito, per l’elevatezza delle relazioni e dei contributi (in particolare, quello della tavola rotonda conclusiva), con una larga presenza, costante, assidua e fortemente interessata.  (…)

Il Presidente Mattarella: “La lotta alla mafia priorità assoluta” da: quirinale .it

mattarella-giuramento-c-ansa lamiVideo integrale!

Messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Parlamento nel giorno del giuramento

Palazzo Montecitorio, 03/02/2015

Signora Presidente della Camera dei Deputati, Signora Vice Presidente del Senato, Signori Parlamentari e Delegati regionali,

Rivolgo un saluto rispettoso a questa assemblea, ai parlamentari che interpretano la sovranità del nostro popolo e le danno voce e alle Regioni qui rappresentate.

Ringrazio la Presidente Laura Boldrini e la Vice Presidente Valeria Fedeli.

Ringrazio tutti coloro che hanno preso parte al voto.

Un pensiero deferente ai miei predecessori, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, che hanno svolto la loro funzione con impegno e dedizione esemplari.

A loro va l’affettuosa riconoscenza degli italiani.

Al Presidente Napolitano che, in un momento difficile, ha accettato l’onere di un secondo mandato, un ringraziamento particolarmente intenso.

Rendo omaggio alla Corte Costituzionale organo di alta garanzia a tutela della nostra Carta fondamentale, al Consiglio Superiore della magistratura presidio dell’indipendenza e a tutte le magistrature.
Avverto pienamente la responsabilità del compito che mi è stato affidato.

La responsabilità di rappresentare l’unità nazionale innanzitutto. L’unità che lega indissolubilmente i nostri territori, dal Nord al Mezzogiorno.

Ma anche l’unità costituita dall’insieme delle attese e delle aspirazioni dei nostri concittadini.
Questa unità, rischia di essere difficile, fragile, lontana.

L’impegno di tutti deve essere rivolto a superare le difficoltà degli italiani e a realizzare le loro speranze.

La lunga crisi, prolungatasi oltre ogni limite, ha inferto ferite al tessuto sociale del nostro Paese e ha messo a dura prova la tenuta del suo sistema produttivo.

Ha aumentato le ingiustizie.

Ha generato nuove povertà.

Ha prodotto emarginazione e solitudine.

Le angosce si annidano in tante famiglie per le difficoltà che sottraggono il futuro alle ragazze e ai ragazzi.

Il lavoro che manca per tanti giovani, specialmente nel Mezzogiorno, la perdita di occupazione, l’esclusione, le difficoltà che si incontrano nel garantire diritti e servizi sociali fondamentali.

Sono questi i punti dell’agenda esigente su cui sarà misurata la vicinanza delle istituzioni al popolo.

Dobbiamo saper scongiurare il rischio che la crisi economica intacchi il rispetto di principi e valori su cui si fonda il patto sociale sancito dalla Costituzione.

Per uscire dalla crisi, che ha fiaccato in modo grave l’economia nazionale e quella europea, va alimentata l’inversione del ciclo economico, da lungo tempo attesa.

E’ indispensabile che al consolidamento finanziario si accompagni una robusta iniziativa di crescita, da articolare innanzitutto a livello europeo.

Nel corso del semestre di Presidenza dell’Unione Europea appena conclusosi, il Governo – cui rivolgo un saluto e un augurio di buon lavoro – ha opportunamente perseguito questa strategia.

Sussiste oggi l’esigenza di confermare il patto costituzionale che mantiene unito il Paese e che riconosce a tutti i cittadini i diritti fondamentali e pari dignità sociale e impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza.

L’urgenza di riforme istituzionali, economiche e sociali deriva dal dovere di dare risposte efficaci alla nostra comunità, risposte adeguate alle sfide che abbiamo di fronte.

Esistono nel nostro Paese energie che attendono soltanto di trovare modo di esprimersi compiutamente.
Penso ai giovani che coltivano i propri talenti e che vorrebbero vedere riconosciuto il merito.

Penso alle imprese, piccole medie e grandi che, tra rilevanti difficoltà, trovano il coraggio di continuare a innovare e a competere sui mercati internazionali.

Penso alla Pubblica Amministrazione che possiede competenze di valore ma che deve declinare i principi costituzionali, adeguandosi alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie e alle sensibilità dei cittadini, che chiedono partecipazione, trasparenza, semplicità degli adempimenti, coerenza nelle decisioni.

Non servono generiche esortazioni a guardare al futuro ma piuttosto la tenace mobilitazione di tutte le risorse della società italiana.

Parlare di unità nazionale significa, allora, ridare al Paese un orizzonte di speranza.

Perché questa speranza non rimanga un’evocazione astratta, occorre ricostruire quei legami che tengono insieme la società.

A questa azione sono chiamate tutte le forze vive delle nostre comunità in Patria come all’estero.

Ai connazionali nel mondo va il mio saluto affettuoso.

Un pensiero di amicizia rivolgo alle numerose comunità straniere presenti nel nostro Paese.

La strada maestra di un Paese unito è quella che indica la nostra Costituzione, quando sottolinea il ruolo delle formazioni sociali, corollario di una piena partecipazione alla vita pubblica.

La crisi di rappresentanza ha reso deboli o inefficaci gli strumenti tradizionali della partecipazione, mentre dalla società emergono, con forza, nuove modalità di espressione che hanno già prodotto risultati avvertibili nella politica e nei suoi soggetti.

Questo stesso Parlamento presenta elementi di novità e di cambiamento.

La più alta percentuale di donne e tanti giovani parlamentari. Un risultato prezioso che troppe volte la politica stessa finisce per oscurare dietro polemiche e conflitti.

I giovani parlamentari portano in queste aule le speranze e le attese dei propri coetanei. Rappresentano anche, con la capacità di critica, e persino di indignazione, la voglia di cambiare.

A loro, in particolare, chiedo di dare un contributo positivo al nostro essere davvero comunità nazionale, non dimenticando mai l’essenza del mandato parlamentare.

L’idea, cioè, che in queste aule non si è espressione di un segmento della società o di interessi particolari, ma si è rappresentanti dell’intero popolo italiano e, tutti insieme, al servizio del Paese.

Tutti sono chiamati ad assumere per intero questa responsabilità.

Condizione primaria per riaccostare gli italiani alle istituzioni è intendere la politica come servizio al bene comune, patrimonio di ognuno e di tutti.

E’ necessario ricollegare a esse quei tanti nostri concittadini che le avvertono lontane ed estranee.

La democrazia non è una conquista definitiva ma va inverata continuamente, individuando le formule più adeguate al mutamento dei tempi.

E’ significativo che il mio giuramento sia avvenuto mentre sta per completarsi il percorso di un’ampia e incisiva riforma della seconda parte della Costituzione.

Senza entrare nel merito delle singole soluzioni, che competono al Parlamento, nella sua sovranità, desidero esprimere l’auspicio che questo percorso sia portato a compimento con l’obiettivo di rendere più adeguata la nostra democrazia.

Riformare la Costituzione per rafforzare il processo democratico.

Vi è anche la necessità di superare la logica della deroga costante alle forme ordinarie del processo legislativo, bilanciando l’esigenza di governo con il rispetto delle garanzie procedurali di una corretta dialettica parlamentare.
Come è stato più volte sollecitato dal Presidente Napolitano, un’altra priorità è costituita dall’approvazione di una nuova legge elettorale, tema sul quale è impegnato il Parlamento.

Nel linguaggio corrente si è soliti tradurre il compito del capo dello Stato nel ruolo di un arbitro, del garante della Costituzione.

E’ una immagine efficace.

All’arbitro compete la puntuale applicazione delle regole. L’arbitro deve essere – e sarà – imparziale.
I giocatori lo aiutino con la loro correttezza.

Il Presidente della Repubblica è garante della Costituzione.

La garanzia più forte della nostra Costituzione consiste, peraltro, nella sua applicazione. Nel viverla giorno per giorno.

Garantire la Costituzione significa garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna in ambienti sicuri, garantire il loro diritto al futuro.

Significa riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro.

Significa promuovere la cultura diffusa e la ricerca di eccellenza, anche utilizzando le nuove tecnologie e superando il divario digitale.

Significa amare i nostri tesori ambientali e artistici.

Significa ripudiare la guerra e promuovere la pace.

Significa garantire i diritti dei malati.

Significa che ciascuno concorra, con lealtà, alle spese della comunità nazionale.

Significa che si possa ottenere giustizia in tempi rapidi.

Significa fare in modo che le donne non debbano avere paura di violenze e discriminazioni.

Significa rimuovere ogni barriera che limiti i diritti delle persone con disabilità.

Significa sostenere la famiglia, risorsa della società.

Significa garantire l’autonomia ed il pluralismo dell’informazione, presidio di democrazia.

Significa ricordare la Resistenza e il sacrificio di tanti che settanta anni fa liberarono l’Italia dal nazifascismo.

Significa libertà. Libertà come pieno sviluppo dei diritti civili, nella sfera sociale come in quella economica, nella sfera personale e affettiva.

Garantire la Costituzione significa affermare e diffondere un senso forte della legalità.
La lotta alla mafia e quella alla corruzione sono priorità assolute.

La corruzione ha raggiunto un livello inaccettabile.

Divora risorse che potrebbero essere destinate ai cittadini.

Impedisce la corretta esplicazione delle regole del mercato.

Favorisce le consorterie e penalizza gli onesti e i capaci.

L’attuale Pontefice, Francesco, che ringrazio per il messaggio di auguri che ha voluto inviarmi, ha usato parole severe contro i corrotti: «Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini».

E’ allarmante la diffusione delle mafie, antiche e nuove, anche in aree geografiche storicamente immuni. Un cancro pervasivo, che distrugge speranze, impone gioghi e sopraffazioni, calpesta diritti.

Dobbiamo incoraggiare l’azione determinata della magistratura e delle forze dell’ordine che, spesso a rischio della vita, si battono per contrastare la criminalità organizzata.

Nella lotta alle mafie abbiamo avuto molti eroi. Penso tra gli altri a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Per sconfiggere la mafia occorre una moltitudine di persone oneste, competenti, tenaci. E una dirigenza politica e amministrativa capace di compiere il proprio dovere.

Altri rischi minacciano la nostra convivenza.

Il terrorismo internazionale ha lanciato la sua sfida sanguinosa, seminando lutti e tragedie in ogni parte del mondo e facendo vittime innocenti.

Siamo inorriditi dalle barbare decapitazioni di ostaggi, dalle guerre e dagli eccidi in Medio Oriente e in Africa, fino ai tragici fatti di Parigi.

Il nostro Paese ha pagato, più volte, in un passato non troppo lontano, il prezzo dell’odio e dell’intolleranza. Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché, rimasto ucciso nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma nell’ottobre del 1982. Aveva solo due anni. Era un nostro bambino, un bambino italiano.

La pratica della violenza in nome della religione sembrava un capitolo da tempo chiuso dalla storia. Va condannato e combattuto chi strumentalizza a fini di dominio il proprio credo, violando il diritto fondamentale alla libertà religiosa.

Considerare la sfida terribile del terrorismo fondamentalista nell’ottica dello scontro tra religioni o tra civiltà sarebbe un grave errore.

La minaccia è molto più profonda e più vasta. L’attacco è ai fondamenti di libertà, di democrazia, di tolleranza e di convivenza.

Per minacce globali servono risposte globali.

Un fenomeno così grave non si può combattere rinchiudendosi nel fortino degli Stati nazionali.

I predicatori d’odio e coloro che reclutano assassini utilizzano internet e i mezzi di comunicazione più sofisticati, che sfuggono, per la loro stessa natura, a una dimensione territoriale.

La comunità internazionale deve mettere in campo tutte le sue risorse.

Nel salutare il Corpo Diplomatico accreditato presso la Repubblica, esprimo un auspicio di intensa collaborazione anche in questa direzione.

La lotta al terrorismo va condotta con fermezza, intelligenza, capacità di discernimento. Una lotta impegnativa che non può prescindere dalla sicurezza: lo Stato deve assicurare il diritto dei cittadini a una vita serena e libera dalla paura.

Il sentimento della speranza ha caratterizzato l’Europa nel dopoguerra e alla caduta del muro di Berlino. Speranza di libertà e di ripresa dopo la guerra, speranza di affermazione di valori di democrazia dopo il 1989.

Nella nuova Europa l’Italia ha trovato l’affermazione della sua sovranità; un approdo sicuro ma soprattutto un luogo da cui ripartire per vincere le sfide globali. L’Unione Europea rappresenta oggi, ancora una volta, una frontiera di speranza e la prospettiva di una vera Unione politica va rilanciata, senza indugio.

L’affermazione dei diritti di cittadinanza rappresenta il consolidamento del grande spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia.

Le guerre, gli attentati, le persecuzioni politiche, etniche e religiose, la miseria e le carestie generano ingenti masse di profughi.

Milioni di individui e famiglie in fuga dalle proprie case che cercano salvezza e futuro proprio nell’Europa del diritto e della democrazia.

E’ questa un’emergenza umanitaria, grave e dolorosa, che deve vedere l’Unione Europea più attenta, impegnata e solidale.

L’Italia ha fatto e sta facendo bene la sua parte e siamo grati a tutti i nostri operatori, ai vari livelli, per l’impegno generoso con cui fronteggiano questo drammatico esodo.

A livello internazionale la meritoria e indispensabile azione di mantenimento della pace, che vede impegnati i nostri militari in tante missioni, deve essere consolidata con un’azione di ricostruzione politica, economica, sociale e culturale, senza la quale ogni sforzo è destinato a vanificarsi.

Alle Forze Armate, sempre più strumento di pace ed elemento essenziale della nostra politica estera e di sicurezza, rivolgo un sincero ringraziamento, ricordando quanti hanno perduto la loro vita nell’assolvimento del proprio dovere.

Occorre continuare a dispiegare il massimo impegno affinché la delicata vicenda dei due nostri fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, trovi al più presto una conclusione positiva, con il loro definitivo ritorno in Patria.

Desidero rivolgere un pensiero ai civili impegnati, in zone spesso rischiose, nella preziosa opera di cooperazione e di aiuto allo sviluppo.

Di tre italiani, padre Paolo Dall’Oglio, Giovanni Lo Porto e Ignazio Scaravilli non si hanno notizie in terre difficili e martoriate. A loro e ai loro familiari va la solidarietà e la vicinanza di tutto il popolo italiano, insieme all’augurio di fare presto ritorno nelle loro case.

Onorevoli Parlamentari, Signori Delegati,
Per la nostra gente, il volto della Repubblica è quello che si presenta nella vita di tutti i giorni: l’ ospedale, il municipio, la scuola, il tribunale, il museo.

Mi auguro che negli uffici pubblici e nelle istituzioni possano riflettersi, con fiducia, i volti degli italiani:
il volto spensierato dei bambini, quello curioso dei ragazzi.

i volti preoccupati degli anziani soli e in difficoltà il volto di chi soffre, dei malati, e delle loro famiglie, che portano sulle spalle carichi pesanti.

Il volto dei giovani che cercano lavoro e quello di chi il lavoro lo ha perduto.

Il volto di chi ha dovuto chiudere l’impresa a causa della congiuntura economica e quello di chi continua a investire nonostante la crisi.

Il volto di chi dona con generosità il proprio tempo agli altri.

Il volto di chi non si arrende alla sopraffazione, di chi lotta contro le ingiustizie e quello di chi cerca una via di riscatto.

Storie di donne e di uomini, di piccoli e di anziani, con differenti convinzioni politiche, culturali e religiose.

Questi volti e queste storie raccontano di un popolo che vogliamo sempre più libero, sicuro e solidale. Un popolo che si senta davvero comunità e che cammini con una nuova speranza verso un futuro di serenità e di pace.

Viva la Repubblica, viva l’Italia!

Tratto da: quirinale.it

Foto © Ansa/Lami

Sergio Mattarella Presidente della Repubblica

index31 Gennaio 2015 Sergio Mattarella  eletto Presidente della Repubblica

Auguri Presidente e Buon Lavoro