Usb: i sette operai della Thyssen uccisi una seconda volta Fonte: Usb

Fa ribollire il sangue la sentenza della Cassazione a sezioni riunite che annulla la condanna per omicidio volontario per la strage alla Thyssen Krupp di Torino.Il 7 dicembre 2007 sette operai morirono bruciati vivi, Antonio Schiavone, 36 anni morto la notte stessa, Bruno Santino 26 anni, Angelo Laurino, 43 anni, morto il giorno dopo come Roberto Scola, 32 anni. Rocco Marzo 54 anni deceduto dopo 10 giorni .Rosario Rodinò, 26 anni, morto dopo 13 giorni con ustioni sul 95 per cento del corpo e Giuseppe Demasi di 26 anni, morto il 30 dicembre dopo un calvario di 4 interventi chirurgici, una tracheotomia, tre rimozioni di cute con innesti.
Nelle ore subito dopo l’incedente della Thyssen, un compagno di lavoro raccontò che ”sembravano torce umane”.

L’istruttoria condotta dal PM Guariniello verificò l’inadeguatezza dei sistemi di prevenzione che non erano aggiornati perchè, essendo la fabbrica in fase di chiusura, per la dirigenza della Thyssen non c’era nessuna ragione “economica” per adeguarli. Dagli altoforni della Thyssen usciva ancora acciaio buono per i mercati, ma non c’erano ragioni per mettere in sicurezza le vite degli operai.
Secondo quanto verificato dall’istruttoria e dai racconti degli operai, c’erano già stati nel corso degli anni incidenti ed incendi, questi ultimi spenti grazie all’intervento e all’esperienza delle maestranze.

Il Procuratore Generale della Repubblica il Signor Carlo Destro, ha dato un’interpretazione agghiacciante : “i manager ed i dirigenti chiamati a vario titolo a rispondere della morte dei sette operai facevano affidamento sulla capacità dei lavoratori di bloccare gli incendi che quasi quotidianamente si verificavano: chi agisce nella speranza di evitare un evento evidentemente, se l’evento si verifica, non può averlo voluto”.

La salvaguardia delle vite dei lavoratori stando al Signor Corso, laddove non c’è il rispetto del già permissivo DL 81 sulla sicurezza, viene affidata al caso e alla capacità di mettersi in salvo degli operai.

Se estendiamo il pensiero del signor Corso e della sentenza della Corte di Cassazione all’edilizia, alle piccole imprese, capiamo che questa sentenza non solo salva la dirigenza Thyssen Krupp, ma crea un precedente pericoloso. Nella giurisprudenza del lavoro i precedenti fanno testo, scambiare la scelta nel non applicare le giuste norme di sicurezza con una vaga scelleratezza incolpevole è un atto criminale nei confronti di tutti lavoratori. Non solo, se mettiamo questa sentenza in relazione ai disastri ambientali, le dirigenze come quelle dell’ILVA di Taranto e tante altre si vedono offrire una via di fuga.

Questa sentenza cade nella ricorrenza del 25 aprile e le istituzioni la ricorderanno in maniera rituale e distante dalla realtà.

Al contrario questo giudizio ci dice che siamo di fronte ad uno Stato che conosce la legge ma non la giustizia , che difende gli industriali e condanna i lavoratori allo sfruttamento: sta a noi costruire una nuova stagione di resistenza.

Ilva, “basta concessioni ai Riva”. Ambientalisti in fermento dopo la sentenza della Cassazione Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Basta concessioni ai Riva, che per anni hanno intascato immensi profitti senza spendere un centesimo per ridurre l’impatto devastante dell’Ilva sui lavoratori e sui cittadini di Taranto”. Così in una nota Roberto Della Seta, di ‘Green Italia’, movimento politico ecologista, all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione che ha annullato il sequestro di più di otto miliardi ai Riva. Per Della Seta “al di la’ della sentenza della Cassazione, ci sono le leggi e la Costituzione che permettono, in casi eccezionali com’e’ senz’altro questo, l’esproprio ai privati. Tra la ‘roba’ dei Riva c’e’ l’Ilva, si ricominci da quella”.

Per la procura, nel tesoretto i soldi risparmiati in sicurezza
Secondo i consulenti della procura di Taranto che ordinò il sequestro, gli oltre 8 miliardi sarebbero una cifra equivalente alle somme che dal 1995 (anno di acquisizione della Italsider pubblica) l’Ilva avrebbe risparmiato non adeguando gli impianti del Siderurgico, e in particolare quelli dell’area a caldo (sotto sequestro dal 26 luglio 2012, anche se la fabbrica non si e’ mai fermata), alle normative ambientali, pregiudicando l’incolumita’ e la salute della popolazione. La tesi degli inquirenti tarantini e’ che gli investimenti non eseguiti si siano tradotti in un guadagno illecito: un tesoretto che i Riva avrebbero accumulato risparmiando sulla salute dei cittadini. In totale sotto sequestro erano finiti beni, di cui e’ custode e amministratore giudiziario il commercialista Mario Tagarelli, per poco meno di due miliardi, di cui le liquidita’ ammontano a circa 56 milioni di euro.

“Grazie ai magistrati abbiamo conosciuto il bubbone dell’Ilva”
Secondo Della Seta, “da quando la magistratura ha fatto conoscere a tutti il bubbone dell’Ilva, la risposta della politica e dei governi e’ stata prima compiacente, in perfetta continuita’ con anni di rapporti complici tra politici di ogni colore e famiglia Riva, e poi timida e incerta, segnata piu’ dal tentativo di salvaguardare la continuita’ produttiva dell’impianto che da scelte forti e coraggiose per il risanamento rapido e radicale del siderurgico tarantino”.
L’errore, spiega l’esponente ecologista, “e’ proprio questo: immaginare che si possa difendere il lavoro annacquando gli interventi di conversione dei processi produttivi. Nel mondo, i luoghi-simbolo della siderurgia, da Bilbao a Pittsburgh alla Corea alla Ruhr, vivono da decenni un’epoca di grandi trasformazioni: in alcuni casi si e’ deciso di puntare su diverse vocazioni industriali, in altri si sono realizzate rilevantissime azioni di ambientalizzazione. Noi soli abbiamo scelto la via del piccolo cabotaggio, rappresentata nel modo piu’ emblematico dalla nomia a commissario di Enrico Bondi che e’ stato anche l’ultimo fiduciario dei Riva. Insomma la colpa se le cose a Taranto non si risolvono non e’ dei magistrati – conclude Della Seta – ne’ di quelli che sequestrano gli impianti ne’ di questi che sbloccano i beni personali dei Riva: e’ della politica che non vuole e non sa decidere”.

Le cronache dell’avvelenamento
Intanto, le “cronache dell’avvelenamento” raccontano che il 19 dicembre scorso, nella zona Bestat di Taranto, ”i cittadini, bambini compresi, hanno respirato aria che conteneva una concentrazione media di Ipa, Idrocarburi policiclici aromatici, di 80 nanogrammi a metro cubo. Questo significa che l’altro ieri ogni minuto di respirazione equivaleva a 2 minuti di fumo passivo in un’aula scolastica”. La denuncia viene dal presidente di Peacelink Taranto, Alessandro Marescotti, che giudica questa situazione ”inaccettabile” e chiede ai consiglieri comunali di Taranto di affrontare la questione nel corso della prossima riunione della massima assise cittadina, fissata per lunedi’.
”Ogni 50 minuti di respirazione di quella concentrazione di Ipa – aggiunge – equivalevano a 1 minuto di respirazione della concentrazione di Ipa prodotta direttamente da una sigaretta. Questo significa che ogni bambino ha respirato Ipa equivalenti a 28 minuti di sigaretta diluiti nell’arco delle 24 ore”. Ad attestarlo ci sono non solo le misurazioni eseguite con una strumentazione simile a quella in dotazione all’Ilva, ritenuta la principale fonte inquinante, e all’Arpa, ma anche ”le foto di diverse persone – spiega Marescotti – che hanno documentato visivamente una cappa di smog sulla citta’. La concentrazione di Ipa cosi’ elevata e’ stata misurata con circa cinquemila campionamenti di aria e questo e’ avvenuto al terzo giorno di vento proveniente dall’area industriale in una zona posta a tre chilometri dall’Ilva (la zona Bestat, appunto, dove si trovano molte scuole)”. Gli Ipa, conclude l’ambientalista, sono ”frutto di combustione e sono potenzialmente cancerogeni”.