Il prezzo economico della vittoria sovietica nella Grande Guerra Patriottica da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 09-05-15 – n. 543

 

Valentin Katasonov | strategic-culture.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

06/05/2015

L’Occidente sconfessa imperterrito l’importante contributo dell’URSS nella sconfitta della Germania nazista e dei paesi satelliti. Ma non esiste prova documentale che possa corroborare qualsiasi speculazione a riguardo: basti pensare al prezzo economico sostenuto dal popolo dell’Unione Sovietica per la vittoria.

Il danno finanziario causato dalla guerra all’Unione Sovietica ha raggiunto livelli astronomici. Il 2 novembre 1942, il Presidium del Soviet Supremo dell’URSS emanava un decreto che istituiva la Commissione statale straordinaria per identificare e valutare i crimini perpetrati dagli invasori nazisti e dai loro complici, e il danno inflitto ai cittadini, alle fattorie collettive, alle organizzazioni sociali, alle imprese statali e alle istituzioni dell’Unione Sovietica durante la Grande Guerra Patriottica. Dopo la guerra, la Commissione pubblicò le seguenti statistiche: gli invasori nazisti e i loro complici avevano raso al suolo 1.710 città e oltre 70.000 villaggi, privando circa 25 milioni di persone di un riparo. Avevano distrutto circa 32.000 fabbriche, 84.000 scuole e altre istituzioni educative, demolito e saccheggiato 98.000 fattorie collettive. Inoltre avevano distrutto 4.100 stazioni, 36.000 infrastrutture per la comunicazione, 6.000 ospedali, 33.000 ambulatori e centri di cura, 82.000 scuole primarie e secondarie, 1.520 scuole specializzate superiori, 334 istituti di istruzione superiore, 43.000 biblioteche, 427 musei e 167 teatri. Nel settore agricolo si erano appropriati o avevano ammazzato 7 milioni di cavalli, 17 milioni di capi di bestiame, decine di milioni di suini, ovini, caprini e pollame. Le infrastrutture di trasporto del paese furono danneggiate per 65.000 chilometri di linee ferroviarie e 13.000 ponti ferroviari furono gravemente danneggiati, rubate oltre 15.800 locomotive a vapore e a benzina, 428.000 vagoni ferroviari e 1.400 navi.

Le imprese tedesche come Friedrich Krupp AG, Reichswerke Hermann Göring, Siemens-Schuckert, e IG Farbenindustrie saccheggiarono i territori occupati dell’Unione Sovietica.

I danni materiali inflitti all’Unione Sovietica dagli invasori nazisti sono stati pari a circa il 30% della ricchezza nazionale del Paese. Questo dato è salito al 67% nelle zone sotto occupazione. La relazione straordinaria della Commissione di Stato è stata presentata al processo di Norimberga nel 1946. Nella tabella seguente è evidenziata una sintesi delle perdite materiali dirette.

Entità dei danni materiali diretti subiti dall’Unione Sovietica a causa della guerra del 1941-1945.

Tipo di perdita Stime quantitative delle perdite causate da distruzione, danneggiamenti e furti
Patrimonio manifatturiero
Tranciatrici per metalli (pezzi) 175,000
Presse (pezzi) 34,000
Frese carbone (pezzi) 2,700
Martelli pneumatici (pezzi) 15,000
Impianti elettrici (kW di potenza) 5 milioni
Altiforni (unità) 62
Forni Martin (unità) 213
Macchine tessili (pezzi) 45,000
Fusi per filatoi (pezzi) 3 milioni
Risorse agricole
Cavalli (capi) 7 milioni
Vacche (capi) 17 milioni
Maiali (capi) 20 milioni
Capre e pecore (capi) 27 milioni
Trattori (unità singole) 137,000
Combinati (unità) 49,000
Seminatrici (unità) 46,000
Trebbiatrici (unità) 35,000
Stalle (unità) 285,000
Terreni coltivabili (ettari) 505,000
Vigne (ettari) 153,000
Trasporti e comunicazioni
Linee ferroviarie (in chilometri) 65,000
Locomotive (unità) 15,800
Vagoni ferroviari (unità) 428,000
Ponti ferroviari (unità) 13,000
Chiatte fluviali (unità) 8,3000
Telegrafi e linee telefoniche (in chilometri) 2,078
Alloggi
Alloggi urbani (singoli edifici) 1,209
Abitazioni rurali (singoli edifici) 3.5 million

Fonte: Nikolai Voznesensky. Voennaya Ekonomika SSSR v Period Otechestvennoi Voiny. – Moscow: Gospolitizdat, 1948.

Questi numeri non riflettono tutti i danni subiti. Essi mostrano solo le perdite derivanti dalla distruzione diretta di beni di proprietà di cittadini sovietici, fattorie collettive, organizzazioni sociali, imprese statali e istituzioni. Non comprendono le perdite quali i costi finanziari per il governo nazionale a causa della sospensione parziale o totale del lavoro nelle imprese di stato, nelle fattorie collettive, di privati cittadini, né il costo dei prodotti e delle forniture confiscati dalle forze di occupazione tedesche, le spese militari sostenute dall’URSS, né le perdite finanziarie che seguirono alla stasi nello sviluppo economico generale del paese a causa delle operazioni nemiche tra il 1941 e il 1945. La tabella che segue rende conto dei danni economici aggiuntivi subiti.

Il costo sulla produzione manifatturiera e agricola sovietica a causa dell’occupazione e della distruzione delle industrie nei territori occupati (fino alla fine della guerra).

Tipo di prodotto Ammontare della perdita*
1. Carbone 307 milioni di tonnellate
2. Elettricità 72 miliardi kWh
3. Acciaio 38 milioni di tonnellate
4. Allumio 136,000 di tonnellate
5. Trance per metalli 90,000 unità
6. Zucchero 63 milioni di quintali
7. Grano 11 billion di pudi
8. Patate 1.922 milioni di quintali
9. Carne 68 milioni di quintali
10. Latte 567 milioni di quintali

* Le perdite sono stimate in termini di carenza di produzione. Il livello annuale di produzione nel 1940 è stato utilizzato come base per i calcoli.
Fonte: Nikolai Voznesensky. Voennaya Ekonomika SSSR v Period Otechestvennoi Voiny. – Moscow: Gospolitizdat, 1948.

Già prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, era chiaro che era l’Unione Sovietica a portare il peso maggiore del suo onere economico. Dopo la guerra, sono stati fatti vari calcoli e stime, servite come conferma di questo fatto ovvio. L’economista tedesco-occidentale Bernhard Endrucks ha condotto una valutazione comparativa della spesa pubblica per scopi militari durante la guerra dai maggiori belligeranti in campo. L’economista francese A. Claude ha prodotto stime comparative delle perdite economiche dirette (distruzione e furto della proprietà) subite dai maggiori belligeranti in campo. Abbiamo riassunto queste stime nella seguente tabella.

Spese militari dello Stato e danni economici diretti subiti dai maggiori belligeranti in campo durante la Seconda Guerra Mondiale (in miliardi di dollari).

Spese militari dello Stato* Danni economici diretti ** Totale perdita economica ****
(1) (2) (3) = (1) + (2)
USSR 357 128 485
Germania 272 48 320
Gran Bretagna 120*** 6.8 126.8
Francia 15 21.5 36.5
USA 275 275
Italia 94 94
Giappone 56 56
Polonia 20 20
Totale 1,189 224.3 1,413.3

* Ai prezzi correnti
** Ai prezzi del 1938
*** Insieme al Canada
**** Il potere d’acquisto del dollaro nel 1938 è stato superiore a quello durante gli anni della guerra 1939-1945. Pertanto, questo totale sarà un po’ sopravvalutato rispetto al 1938, ma un po’ sottovalutato al prezzo odierno. Detto questo, riteniamo che questa somma fornisca un’immagine fedele delle perdite aggregate che questi paesi hanno sperimentato. Fonte: Istoriya Mirovoi Ekonomiki/ Edited by Georgy Polyak and Anna Markova – Moscow: YUNITI, 2002, pgs. 307-315.

Esattamente il 30% della somma di tutte le spese militari dello Stato dei sette maggiori belligeranti durante la Seconda Guerra Mondiale può essere attribuito all’URSS. La spesa statale combinata degli alleati (URSS, USA, Gran Bretagna e Francia) su obiettivi militari è stata pari a 767.000 milioni dollari. L’URSS ha finanziato il 46,5% di tutte le spese militari sostenute dalle quattro potenze alleate.

Su un totale di danni economici diretti subiti dai cinque belligeranti, il 56% può essere attribuito all’URSS. Va notato che i danni economici diretti inflitti sull’URSS sono stati di 2,7 volte superiori rispetto ai danni similari subiti dalla Germania. Questa non dovrebbe essere una sorpresa: il Terzo Reich ha imposto una politica di terra bruciata in Oriente.

L’URSS ha portato il peso del 53% di tutte le spese militari e dei danni economici diretti subiti dai quattro paesi vincitori (URSS, USA, Gran Bretagna e Francia). Stalin era nel giusto quando suggeriva alla Conferenza di Yalta che la metà di tutte le riparazioni di guerra tedesche avrebbero dovuto esser pagate all’Unione Sovietica.

L’URSS ha subito perdite economiche complessive maggiori del 50% rispetto alla Germania. L’Unione Sovietica ha pagato il prezzo più alto di tutti i belligeranti in campo durante la Seconda Guerra Mondiale.

(1) I dati citati in questo articolo sono stati presi dal libro di Nikolai Voznesensky, Voennaya Ekonomika SSSR v Period Otechestvennoi Voiny. Moscow: Gospolitizdat, 1948. L’autore, Nikolai Alekseevich Voznesensky (1903-1950) è stato il presidente del Comitato del Gosplan dell’URSS tra il 1938 e il 1949.

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“Dopo Stalingrado per Hitler la guerra era persa”. Un passo dal libro di Magri “Il sarto di Ulm” da: controlacrisi.org

Questo passo tratto dal saggio di Lucio Magri “Il sarto di Ulm” (il saggiatore, 2009) spiega bene e molto sinteticamente il ruolo decisivo avuto dall’Urss nel decidere le sorti della Seconda guerra mondiale. Parole che andrebbero ricordate a tutti i detrattori e a tutti coloro che oggi 9 maggio pensano che a Mosca stiano facendo solo una parata. 

“Le sorti del conflitto si rovesciarono nel momento in cui Hitler decise di invadere l’Urss. Con senno di poi è facile dire che, tra le tante, fu la maggiore tra le sue follie, ma spesso nella follia c’è una logica. Evidentemente Hitler era convinto che l’Unione Sovietica, al primo urto perdente in breve crollasse, sul fronte interno più ancora che per debolezza militare, come era crollata la Francia, e come era crollata trent’anni prima la Russia dello Zar. Come poteva resistere una razza inferiore, male armata, dominata da un autocrate asiatico? Il suo crollo avrebbe assicurato alla Germania il controllo di un immenso paese, una riserva inesauribile di forza-lavoro e di materie prime. A quel punto l’Inghilterra non avrebbe potuto resistere, gli Stati Uniti avrebbero avuto nuove ragioni per tenersi alla larga. E infatti molti anche tra i suoi avversari temevano che andasse così come Hitler era sicuro che andasse. Il primo urto vincente ci fu, forse anche perché Stalin non se lo aspettava così presto; i tedeschi arrivarono alla periferia di Mosca e ai confini delle regioni petrolifere. Ma a quel punto, anche per la geniale intuizione della “guerra patriottica”, l’Unione Sovietica si mostrò capace di una miracolosa mobilitazione popolare e di una sorprendente capacità industriale, gli alleati ne capirono l’importanza vitale e mandarono armi e risorse, Leningrado tenne duro accerchiata e affamata con mezzo milione di morti, i tedeschi furono fermati sulla strada di Volokolamsk, furono circondati e annientati a Stalingrado: cominciò la lunga marcia verso Berlino. Nel frattempo, Roosvelt incoraggiò e utilizzò l’attacco a Pearl Harbour dei giapponesi per portare finalmente gli Stati Uniti in guerra, una lotta partigiana efficace emerse in Grecia e in Jugoslavia. Dopo Stalingrado per Hitler la guerra era persa. E nella vittoria l’Unione Sovietica aveva avuto un ruolo decisivo pagando con ventuno milioni di morti. Il comunismo è stato un mito? Ammettiamo pure che in parte lo sia stato, ma a quel punto trovava buone ragioni per crescere. Inscrivere la Seconda guerra mondiale come scontro tra i due “totalitarismi” è una pura stupidaggine. Il fiume di sangue non l’avevano prodotto i comunisti, l’avevano versato”.

Gli eroi della nostra epoca di Fidel Castro da: www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 07-10-14 – n. 514

Gli eroi della nostra epoca

Fidel Castro Ruz | prensa-latina.cu

06/10/2014

L’Avana, 6 ott (Prensa Latina) Il quotidiano Granma ha pubblicato sabato scorso un nuovo articolo del Comandante Fidel Castro, “Gli eroi della nostra epoca”, che pubblichiamo integralmente. 

“Ci sono molte cose da dire, in questi tempi difficili per l’umanità. Oggi, tuttavia, è un giorno di interesse speciale per noi e chissà anche per molte persone.

Durante la nostra breve storia rivoluzionaria, dal golpe astuto del 10 marzo 1952, promosso dall’impero contro il nostro piccolo paese, non poche volte ci siamo visti nella necessità di prendere importanti decisioni.

Quando non rimaneva oramai nessuna alternativa, altri giovani, di qualunque altra nazione, nella nostra complessa situazione, facevano o si proponevano di fare come noi, benché nel nostro caso in particolare, come tante volte nella storia, Cuba ha svolto un ruolo decisivo.

A partire dal dramma creato nel nostro paese per colpa degli Stati Uniti in quel momento, senza nessun altro obiettivo che frenare il rischio di sviluppi sociali limitati, che avrebbero potuto incoraggiare cambiamenti radicali futuri nella proprietà yankee in cui era stata convertita Cuba, si generò la nostra Rivoluzione Socialista.

La Seconda Guerra Mondiale, terminata nel 1945, ha consolidato il potere degli Stati Uniti come principale potenza economica e militare, ed ha convertito questo paese- cui territorio era distante dai campi di battaglia- nel più poderoso del pianeta.

La schiacciante vittoria del 1959, possiamo affermarlo senza ombra di sciovinismo, si è trasformata in esempio di quello che una piccola nazione, lottando per sé stessa, può fare anche per gli altri.

I paesi latinoamericani, con un minimo di eccezioni rispettabili, si sono lanciati sulle briciole offerte dagli Stati Uniti; per esempio, la quota degli zuccherifici di Cuba che durante quasi un secolo e mezzo ha mantenuto il nostro paese nei suoi anni critici, è stata ripartita tra produttori ansiosi di mercati nel mondo.

L’illustre generale nordamericano che presiedeva allora gli USA, Dwight D. Eisenhower, aveva diretto le truppe coalizzate nella guerra, e nonostante contassero con mezzi poderosi, hanno liberato solo una piccola parte dell’Europa occupata dai nazisti. Il sostituto del presidente Roosevelt, Harry S. Truman, risultò essere il conservatore tradizionale che normalmente assume tali responsabilità politiche negli Stati Uniti negli anni difficili.

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche- che ha costituito fino alla fine dello scorso XX secolo, la più grandiosa nazione della storia nella lotta contro lo sfruttamento spietato degli esseri umani- è stata sciolta e sostituita da una Federazione che ha ridotto la superficie di quel gran Stato multinazionale di circa cinque milioni 500 mila chilometri quadrati.

Un qualcosa, tuttavia, non hanno potuto scioglierlo: lo spirito eroico del popolo russo, che unito ai suoi fratelli del resto dell’URSS, è stato capace di preservare una forza tanto poderosa che insieme alla Repubblica Popolare Cina e paesi come Brasile, India e Sudafrica, costituiscono un gruppo col potere necessario per frenare il tentativo della nuova colonizzazione del pianeta.

Due esempi illustrativi di queste realtà li viviamo nella Repubblica Popolare dell’Angola. Cuba, come molti altri paesi socialisti e movimenti di liberazione, ha collaborato con lei e con altri che lottavano contro il dominio portoghese in Africa. Questo si esercitava in forma amministrativa diretta con l’appoggio dei suoi alleati.

La solidarietà con Angola era uno dei punti essenziali del Movimento dei Paesi Non Allineati e del Campo Socialista. L’indipendenza di questo paese è diventata inevitabile ed era accettata per la comunità mondiale.

Lo Stato razzista del Sudafrica ed il Governo corrotto dell’antico Congo Belga, con l’appoggio degli alleati europei, si preparavano accuratamente per la conquista e la ripartizione dell’Angola.

Cuba, che cooperava con la lotta di questo paese da anni, ha ricevuto la richiesta di Agostinho Neto per l’allenamento delle sue forze armate che, installate a Luanda, la capitale del paese, dovevano essere pronte per la sua presa di possesso ufficialmente stabilita l’11 novembre 1975.

I sovietici, fedeli ai loro compromessi, avevano inviato attrezzature militari ed aspettavano solo il giorno dell’indipendenza per inviare gli istruttori. Cuba, da parte sua, aveva accordato l’invio degli istruttori sollecitati da Neto.

Il regime razzista del Sudafrica, condannato e disprezzato dall’opinione mondiale, decide di anticipare i suoi piani ed invia forze motorizzate in veicoli blindati, dotati di artiglieria potente che, dopo un avanzamento di centinaia di chilometri a partire dalla sua frontiera, ha attaccato il primo accampamento di allenamento, dove vari istruttori cubani sono morti in resistenza.

Dopo vari giorni di combattimenti sostenuti dagli istruttori valorosi insieme agli angolani, sono riusciti a fermare l’avanzamento dei sudafricani verso Luanda, la capitale dell’Angola dove era stato inviato per via aerea un battaglione di Truppe Speciali del Ministero dell’Interno, trasportato da L’Avana nei vecchi aeroplani Britannia della nostra linea aerea.

Così è cominciata quella lotta epica in quel paese dell’Africa nera, tiranneggiato dai razzisti bianchi, il paese in cui battaglioni di fanteria motorizzata e brigate di carri armati, artiglieria blindata e mezzi adeguati di lotta, hanno respinto le forze razziste del Sudafrica e li hanno obbligati a retrocedere fino alla loro stessa frontiera, da dove erano partiti.

Non è stato solo l’anno 1975 la tappa più pericolosa di questa guerra. Il momento è accaduto, approssimativamente 12 anni più tardi, nel sud dell’Angola.

Così quello che sembrava la fine dell’avventura razzista nel sud dell’Angola era solo il principio, ma almeno avevano potuto comprendere che le forze rivoluzionarie di cubani bianchi, mulatti e negri, insieme ai soldati angolani, erano capaci di fare inghiottire la polvere della sconfitta ai razzisti suppostamente invincibili. Forse si sono fidati troppo della loro tecnologia, delle loro ricchezze e dell’appoggio dell’impero dominante.

Benché non fosse mai stata la nostra intenzione, l’atteggiamento sovrano del nostro paese non smetteva di avere contraddizioni con la stessa URSS, che aveva fatto tanto per noi in giorni realmente difficili, quando il taglio delle somministrazioni di combustibile a Cuba da parte degli Stati Uniti c’avrebbe portato ad un prolungato e costoso conflitto con la poderosa potenza del Nord.

Sparito questo pericolo o no, il dilemma era decidersi ad essere liberi o rassegnarsi ad essere schiavi del poderoso impero vicino.

In questa situazione tanto complicata come l’accesso dell’Angola all’indipendenza, in lotta frontale contro il neocolonialismo, era impossibile che non sorgessero differenze in alcuni aspetti dai quali potevano derivare conseguenze gravi per gli obiettivi tracciati, che nel caso di Cuba, come parte in questa lotta, aveva il diritto ed il dovere di condurla al successo.

Ogni volta che secondo noi qualsiasi aspetto della nostra politica internazionale poteva scontrarsi con la politica strategica dell’URSS, facevamo tutto il possibile per evitarlo. Gli obiettivi comuni esigevano a tutti il rispetto dei meriti e delle esperienze di ognuno di loro.

La modestia non è incompatibile con l’analisi seria della complessità e dell’importanza di ogni situazione, benché nella nostra politica siamo sempre stati molto esigenti con tutto quello che si riferiva alla solidarietà con l’Unione Sovietica.

In momenti decisivi della lotta in Angola contro l’imperialismo ed il razzismo si è prodotta una di quelle contraddizioni che è derivata dalla nostra partecipazione diretta in quella contesa e dal fatto che le nostre forze non solo lottavano, ma istruivano anche ogni anno migliaia di combattenti angolani, che appoggiavamo nella loro lotta contro le forze pro yankee e pro razziste del Sudafrica.

Un militare sovietico era l’assessore del governo e pianificava l’impiego delle forze angolane. Ci differenziavamo, tuttavia, in un punto che era sicuramente importante: la frequenza reiterata con cui si difendeva il criterio erroneo di usare in questo paese le truppe angolane meglio allenate a quasi mille cinquecento chilometri di distanza da Luanda, la capitale, per la concezione propria di un altro tipo di guerra, per nulla simile a quella di carattere sovversivo e guerrigliera dei controrivoluzionari angolani.
In realtà non esisteva una capitale dell’UNITA, né Savimbi aveva un punto dove resistere, si trattava di un’esca del Sudafrica razzista che serviva solo per attrarre lì le migliori e più armate truppe angolane per vincerle a suo capriccio. Pertanto ci siamo opposti a questo concetto che si è applicato più di una volta, fino all’ultimo quando ci hanno chiesto di vincere il nemico con le nostre proprie forze, fatto che ha dato luogo alla battaglia di Cuito Cuanavale.

Dirò che questo prolungato confronto militare contro l’esercito sudafricano si è prodotto a causa dell’ultima offensiva contro la supposta “capitale di Savimbi”, in un angolo lontano della frontiera dell’Angola, del Sudafrica e della Namibia occupata, fino a dove le coraggiose forze angolane, partendo da Cuito Cuanavale, antica base militare disattivata della NATO, benché ben equipaggiate con i più nuovi carri blindati, carri armati ed altri mezzi di combattimento, iniziavano la loro marcia di centinaia di chilometri verso la supposta capitale controrivoluzionaria.

I nostri audaci piloti di combattimento li appoggiavano coi Mig-23 quando stavano ancora dentro il loro raggio di azione.

Quando oltrepassavano questi limiti, il nemico colpiva fortemente i valorosi soldati delle FAPLA con i loro aeroplani di combattimento, la loro artiglieria pesante e le loro forze terrestri ben equipaggiate, causando morti e feriti abbondanti. Ma questa volta si dirigevano, nella loro persecuzione delle brigate angolane colpite, verso l’antica base militare della NATO.

Le unità angolane retrocedevano in un fronte di vari chilometri di larghezza, con brecce di chilometri di separazione tra di loro. Data la gravità delle perdite ed il pericolo che poteva derivare da queste, quasi sicuramente si sarebbe prodotto il sollecito abituale di aiuto da parte del Presidente dell’Angola affinché ricorresse all’appoggio cubano, e così è accaduto.

La risposta sicura, questa volta è stata che tale sollecito si sarebbe accettato solo se tutte le forze e tutti i mezzi di combattimento angolani nel Fronte Meridionale si sottomettessero al comando militare cubano. Il risultato immediato è stato che si accettava questa condizione.

Velocemente, si sono mobilitate le forze in funzione della battaglia di Cuito Cuanavale, dove gli invasori sudafricani e le loro armi sofisticate si schiantarono contro le unità blindate, l’artiglieria convenzionale ed i Mig-23 diretti dai piloti audaci della nostra aviazione. L’artiglieria, carri armati ed altri mezzi angolani ubicati in quel punto, che non avevano personale, sono stati attivati per il combattimento da personale cubano.

I carri armati angolani che non potevano vincere l’ostacolo dell’abbondante fiume Queve nella loro ritirata, ad est dell’antica base della NATO, il cui ponte era stato distrutto settimane prima da un aeroplano sudafricano senza pilota, carico di esplosivi, sono stati interrati e circondati da mine antiuomo ed anticarro.

Le truppe sudafricane che avanzavano si sono imbattute a poca distanza con una barriera insormontabile contro la quale si schiantarono. In questo modo, con perdite minime e condizioni vantaggiose, le forze sudafricane sono state sconfitte in modo contundente in quel territorio angolano.

Ma la lotta non si era conclusa, l’imperialismo con la complicità di Israele aveva trasformato Sudafrica in un paese nucleare. Al nostro esercito, toccava per la seconda volta, il rischio di trasformarsi in un bersaglio di questa arma.

Ma questo punto, con tutti gli elementi di giudizio pertinenti, si sta elaborando e forse si potrà scrivere nei mesi venturi.

Che eventi sono successi ieri sera che hanno dato luogo a questa lunga analisi? Due fatti, secondo me, di trascendenza speciale:

La partenza della prima Brigata Medica Cubana verso l’Africa a lottare contro l’Ebola.

Il brutale assassinio a Caracas, in Venezuela, del giovane deputato rivoluzionario Robert Serra.

Entrambi i fatti riflettono lo spirito eroico e la capacità dei processi rivoluzionari che si stanno svolgendo nella Patria di Josè Martì e nella culla della libertà dell’America, il Venezuela eroico di Simon Bolivar e Hugo Chavez.

Quante lezioni sorprendenti rinchiudono questi avvenimenti! Incontro appena le parole per esprimere il valore morale di questi fatti, successi quasi simultaneamente.

Non si può assolutamente credere che il crimine del giovane deputato venezuelano sia opera della casualità.

Sarebbe troppo incredibile, e così simile alle pratiche dei peggiori organismi yankee di intelligenza, che la vera casualità fosse che il ripugnante fatto non sia stato realizzato intenzionalmente, ancora di più quando si adatta assolutamente a quanto previsto ed annunciato dai nemici della Rivoluzione Venezuelana.

Ad ogni modo, mi sembra assolutamente corretta la posizione delle autorità venezuelane di esporre la necessità di investigare accuratamente il carattere del crimine. Il popolo, ciò nonostante, espressa commosso la sua profonda convinzione sulla natura del brutale fatto di sangue.

L’invio della prima Brigata Medica a Sierra Leone, indicato come uno dei punti di maggiore presenza dell’epidemia crudele di Ebola, è un esempio del quale un paese può inorgoglirsi, perché non è possibile raggiungere in questo istante un seggio di maggiore onore e gloria.

Se nessuno ha avuto il minore dubbio che le centinaia di migliaia di combattenti che sono andati in Angola ed in altri paesi dell’Africa o dell’America, hanno prestato all’umanità un esempio che non potrà mai cancellarsi dalla storia umana, avrebbe ancora meno dubbi che l’azione eroica dell’esercito dei camici bianchi occuperà un alto posto di onore in questa storia.

Non saranno i fabbricanti di armi letali quelli che raggiungeranno un onore così meritato. Magari l’esempio dei cubani che vanno in Africa potrà anche invogliare la mente ed il cuore di altri medici nel mondo, specialmente di quelli che possiedono più risorse, pratichino una qualsiasi religione, o la convinzione più profonda del dovere della solidarietà umana.

È molto duro il compito di quelli che vanno al combattimento contro l’Ebola e per la sopravvivenza di altri esseri umani, anche a rischio della loro stessa vita. Non per questo dobbiamo smettere di fare tutto il possibile per garantire, a quelli che compiono quei doveri, la massima sicurezza nei compiti che svolgano e nelle misure da prendere per proteggerli e proteggere il nostro stesso popolo, da questa o da altre malattie ed epidemie.

Il personale che va in Africa sta proteggendo anche quelli che rimangono qui, perché il fatto peggiore che può succedere è che tale epidemia od altre peggiori si estendano nel nostro continente, o nel seno del popolo di qualsiasi paese del mondo, dove un bambino, una madre od un essere umano possano morire. Ci sono medici sufficienti nel pianeta affinché nessuno debba morire per mancanza di assistenza. È quello che desidero comunicare.

Onore e gloria per i nostri valorosi combattenti per la salute e per la vita!

Onor e gloria per il giovane rivoluzionario venezuelano Robert Serra insieme alla compagna Maria Herrera!

Queste idee le ho scritte il 2 ottobre quando ho saputo entrambe le notizie, ma ho preferito aspettare un giorno in più affinché l’opinione internazionale si informasse bene ed ho chiesto a Granma che le pubblicasse il sabato.

Fidel Castro Ruz
2 ottobre 2014 

 

“La Guerra sporca di Mussolini”Il Consiglio Provinciale ha approvato una delibera sui territori occupati dall’Italia prima dell’8 settembre da: parmadaily.it

 

 

Il Consiglio Provinciale ha approvato una delibera sui territori occupati dall’Italia prima dell’8 settembre

 

08/02/2014
h.10.00

Di seguito il testo della delibera, che vede come primo firmatario Massimo Pinardi, approvata dal Consiglio Provinciale di Parma sulla “Guerra sporca di Mussolini” nelle terre occupate dai fascisti italiani in Grecia, Albania e Jugoslavia fino all’8 settembre del 1943.

ORDINE DEL GIORNO
OGGETTO: “La Guerra sporca di Mussolini. La presenza italiana nei territori occupati durante la Seconda Guerra Mondiale, prima dell’8 settembre 1943”

Settanta anni fa, durante l’occupazione italiana della Grecia, l’esercito italiano stanziato a Domenikon, in Tessaglia, commise un atroce eccidio nei confronti della popolazione civile e 150 uomini vennero fucilati e sepolti in fosse comuni.
L’eccidio avvenne a seguito dell’uccisione di nove soldati italiani in un attacco da parte dei partigiani greci. La rappresaglia non si fece attendere. Il Generale Cesare Benelli della divisione “Pinerolo” volle dare una “salutare lezione” alle popolazione e ordinò il rastrellamento casa per casa nel villaggio e successivamente il bombardamento con l’aviazione per radere al suolo il villaggio di Domenikon e di tanti altri villaggi di poveri contadini.
La storica italiana Lidia Santarelli docente al Center of European and Mediterranean Studies della New York University che studia le occupazioni dell’esercito italiano, prima dell’ 8 settembre 1943, in Tessaglia, Epiro e Macedonia definisce le stragi dei nostri soldati “il buco nero nella storiografia”.
Il Generale Carlo Geloso, comandante delle forze italiane di occupazione, emanò una circolare sulla lotta ai ribelli il cui cardine principale era la responsabilità collettiva e quindi per annientare il movimento partigiano andavano annientate le comunità civili locali. L’ordine si tradusse in rastrellamenti, fucilazioni, incendi, requisizione e distruzione di riserve alimentari.
A Domenikon seguirono eccidi in Tessaglia e nella Grecia interna: 60 civili fucilati a Tsaritsani. Poi a Domokos, Farsala, Oxinià. Le autorità greche segnalarono stupri di massa e il Comando tedesco in Macedonia arrivò a protestare con gli italiani per il ripetersi delle violenze contro donne, bambini e vecchi.
Nel campo di concentramento di Luisa, a nord di Volos dove nacque Giorgio de Chirico, furono fucilati per rappresaglia oltre mille prigionieri greci.
Nel solo inverno del 1941, dichiara la professoressa Santarelli, causa carestia indotta dagli italiani morirono tra le 40 e le 50.000 persone. Nell’intero periodo di occupazione per fame e malattie morirono tra i 200 e 300.000 greci.
I Generali Geloso e Benelli altro non fecero che applicare le linee guida del generale Roatta in Jugoslavia che teorizzò la strategia «testa per dente». Lo storico Lurz Klinkhammer dichiara che le fucilazioni in Slovenia, nella provincia di Lubiana ebbero le stesse dimensioni delle fucilazioni dei tedeschi in Alta Italia dopo l’8 settembre del 1943. Oltre 100.000 slavi transitarono nei campi di concentramento italiani in Jugoslavia e solamente nell’isola di Rab morirono il 20% dei prigionieri.
A Londra la Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra ricevette una lista con più di 1.500 segnalazioni di criminali di guerra italiani. Gli eventi che poi hanno determinato la divisione del mondo in due blocchi, il Patto Atlantico e il Patto di Varsavia hanno impedito, di fatto e per le mutate condizioni geopolitiche, di rendere giustizia per i crimini commessi durante la seconda Guerra Mondiale.
Oggi Domenikon, riconosciuta città martire nel 1998 al pari di Marzabotto, ricorda l’eccidio dei civili con una cerimonia che si tiene il 16 febbraio.
Nel 2009 in occasione della cerimonia commemorativa, l’Ambasciatore italiano in Grecia ha partecipato per la prima volta in rappresentanza del nostro Paese e nel suo breve discorso a chiesto scusa per i crimini commessi dai fascisti italiani.
Il cammino verso la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, quella immaginata e pensata da Altiero Spinelli nel “Manifesto di Ventotene” non può dimenticare i fatti dell’ ultimo conflitto bellico che morte e distruzione hanno provocato in Europa, ma non solo, e dopo settant’anni, fare luce per stabilire una verità storica condivisa su quegli accadimenti è doveroso per il referente rispetto che deve essere portato alle vittime e alle famiglie che hanno subito le conseguenze di atti belligeranti e violenti.
L’Italia fino all’8 settembre del 1943 ha condotto la guerra alleata con i tedeschi su molti fronti e i nostro soldati, in molti casi, hanno compiuto atti di guerra di cui sappiamo poco o nulla.
E’ auspicabile che si possano scrivere quelle pagine di storia ancora bianche e quegli accadimenti attraverso un meticoloso lavoro di ricerca, con raccolta di testimonianze di persone ancora in vita, di atti, di documenti e di riscontri oggettivi. Non ci sono vendette da consumare ma si avverte il bisogno di riportare i fatti nella loro reale dimensione e nel loro preciso contesto storico.

Il Consiglio Provinciale di Parma
Invita

Il Parlamento Italiano a costituire un Commissione di storici con il compito di fare luce sugli accadimenti e sul coinvolgimento dell’esercito italiano e delle milizie fasciste, in occasione delle occupazioni militari della Grecia, dei Balcani e della ex Jugoslavia, in atti violenti ed eccidi di civili come quella del 16 febbraio 1943 a Dominikon e di istituire una “Giornata del ricordo per le stragi e gli eccidi di civili commessi dai fascisti prima dell’ 8 settembre 1943”.
L’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma a promuovere una ricerca sui comportamenti tenuti dai fascisti e dell’esercito italiano durante le occupazioni, insieme ai tedeschi, della Grecia, dei Balcani e della ex Jugoslavia.
Il Presidente del Consiglio provinciale ad inviare il presente ordine del giorno:
– al Presidente del Senato della Repubblica;
– al Presidente della Camera dei Deputati;
– ai Parlamentari di Parma;
– ai Sindaci della provincia di Parma.

Rodi, come la “digos” fascista schedava gli italiani. Per la prima volta aperti gli archivi con tutti i documenti segreti Marco Clementi, L’Huffington Post

Rodi, Gruppo Carabinieri Reali – Ufficio Centrale Speciale. Dietro questa sigla si nascose per più di dieci anni, dal 1932 fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’ufficio politico italiano di pubblica sicurezza, che riuscì a mettere sotto controllo praticamente l’intero Dodecaneso.

Su una popolazione di 130.000 abitanti furono raccolti circa 90.000 dossier, conservati oggi in un archivio unico e per il momento non accessibile agli studiosi, ma che si spera in un paio d’anni potrà fornire materiale in grado di aiutare a rileggere la presenza italiana nel Dodecaneso (1912-1947) e offrire nuovi spunti per la comprensione del fascismo.

Eirini Toliou, la direttrice del locale Archivio di Stato che ha acquisito i fascicoli, sostiene che fu Mussolini a volere questo stretto controllo. Probabilmente, nonostante un governo non disprezzabile, l’Italia non era stata in grado di ottenere la piena fiducia dei dodecanesini. Il luogo, inoltre, meta turistica di prestigio, si prestava allo spionaggio di stranieri residenti o di passaggio, provenienti dal Levante o dall’Europa, alleati o possibili nemici.

Scheda del nominato: così era chiamata la cartella contenente cognome e nome della persona controllata, paternità e maternità, data e luogo di nascita e residenza. In basso il numero di pratica, ossia il dossier, con l’indicazione dell’anno in cui era stato creato. Da quel momento, tutte le successive informazioni venivano allegate nella cartella originale. Persone normali si è detto, come Nichitas Zavolas, nato a Pigadia il 15 marzo 1897, o Teorodo Costantinidi fu Costantino, medico condotto, sul quale il 17 febbraio 1939 i carabinieri scrivono: “In passato fu un fervente irredentista ed era tenuto in molta considerazione dalla popolazione per l’opera che svolgeva a favore dell’unione di queste Isole alla Grecia”. Da diversi anni però (siamo nel 1939) “si disinteressa di politica ed affianca le autorità italiane dando a vedere di essere un leale collaboratore […]. Non è di razza ebraica”.

Cambiano i tempi. Siamo dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia. A Rodi è governatore Cesare Maria de Vecchi conte di Val Cismon, uno dei quadrumviri della marcia su Roma. Moderato verso gli ebrei, mantiene il Collegio rabbinico ma deve comunque gestire il formale controllo razziale. Ai cittadini viene fornito un questionario dove specificare, cancellando con un tratto di penna le indicazioni che non interessano, se si appartiene alla razza ebraica (padre o madre), se si è iscritti alla comunità israelitica o se ne professi la religione.

Gli ebrei e gli irredentisti sono tenuti sotto controllo. Si capisce. Ma anche gli amici, come il maggiore della polizia tedesca Rodolfo Kaufmann, numero di protocollo 1229 categoria 2=10=15=1938, o il presidente della compagnia di bandiera “Ala Littoria”, Umberto Klinger, l’onorevole Klinger, che partecipò all’impresa di Fiume e durante la seconda guerra mondiale diresse il 114º Gruppo Autonomo di Bombardamento, protocollo 4950 categoria 2.11.1698-1937. Con lui, i passeggeri dei voli per Rodi, tutti regolarmente segnalati.

Poi i nemici, certo, come Kermeth Arthur Noel Anderson, maggiore comandante le truppe inglesi in Palestina, protocollo 6880 categ. 2.10.41=1933, o il deputato “irakiano” Yassin Taymore (167:1.1-102:1939) e la certissima “agente servizio informazioni cecoslovacco” Margaret Kis, agganciata nel 1936.

Scoppia la guerra e il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, la cui giurisdizione non era stata estesa alle Isole Egee, diventa a Rodi il “Tribunale speciale per la difesa del Possedimento”, e condanna all’ergastolo Giorgio Chirmicali per aver “portato armi contro lo Stato italiano”. Prigioniero a Taranto, non può neanche ricevere un pacco dal padre Elias. Sono i Carabinieri dell’Ufficio Centrale Speciale a sconsigliarlo il 29 gennaio 1943, considerando il detenuto “non meritevole di alcuna agevolazione” a causa della gravità del crimine commesso.

L’epoca è complessa. Migliaia di ebrei fuggono dall’Europa, ma milioni restano. Alcuni vanno in Francia, altri negli Stati Uniti. Quelli cosiddetti “revisionisti”, convinti che la terra promessa sia la Palestina, si imbarcano come possono diretti verso Haifa. Le navi inglesi bloccano le rotte, affondano navi e carrette del mare entrano nelle acque del Dodecaneso, fanno naufragio. Il Possedimento accoglie i naufraghi. Alcuni ripartono subito, ma altri restano più a lungo, in improvvisati campi profughi. E sono messi sotto controllo. Nel frattempo l’Italia ha occupato la Grecia. I carabinieri collaborano con l’ufficio informazioni del Comando superiore delle Forze Armate dell’Egeo, si passano notizie e dati. Rosa Spiegel, di Bratislava, così come Eugene Reimann, non riceveranno mai alcune lettere inviate dalla loro città natale. Interviene la censura militare, blocca la corrispondenza, traduce e gira ai carabinieri, che aprono nuovi fascicoli. Sono decisi, fermi, ma alla fine trattano bene i profughi. Che nel 1942 vengono trasferiti in Italia, a Ferramonti, in Calabria, e il 16 settembre 1943 saranno i primi ebrei europei ad essere liberati dagli Alleati.

Qualche settimana fa lavoravo al “Titolario”, il vecchio indice dell’archivio amministrativo che fecero gli italiani nel 1942. Tra le tante voci, mi restava come sospesa la classe G del titolo IV: “tipografia, macchine tipografiche, gestione”. Una classe per la tipografia? Che senso ha, quando cose apparentemente più importanti come la costruzione di acquedotti o caserme sono una sottoclasse? Solo osservando le “schede del nominato”, ho capito l’importanza e la necessità di una voce separata dalle altre spese. La tipografia stampava le schede, a Rodi, in segreto. Gestire il potere, allora, osservare senza essere visti, significava avere anche il controllo totale di quelle macchine.

I “dimenticati di Stato”: quei 46 nisseni uccisi dai nazisti e “scomparsi”. Uno storico ha scovato le loro tombe all’estero Scritto da Redazione Seguonews.it il 4 novembre 2013 alle 10:24

lager nazistaIn provincia di Caltanissetta sono 46, di San Cataldo come di Gela, di Caltanissetta come di Riesi, di Serradifalco come di Santa Caterina, e sono tutti inseriti tra i cosiddetti “Dimenticati di Stato”, la lista messa a punto da Roberto Zamboni, un ricercatore volontario veronese che ha elaborato un elenco di caduti, militari e civili che nella Seconda guerra mondiale furono deportati, vessati e uccisi nei campi di concentramento nazisti. Si tratta di militari e civili fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio di Cassibile del settembre 1943 e deportati in Germania, Austria e Polonia. Tra il settembre 1943 e il maggio 1945, oltre 70.000 italiani persero la vita nei campi di concentramento o d’internamento militare dislocati nei territori del Terzo Reich. Solo una modesta parte di questi ebbe tuttavia il privilegio di una degna sepoltura, tutti gli altri finirono nei forni crematori o in fosse comuni.

Tutta gente finita nell’oblio della storia. Un oblio da quale è tuttavia riuscito a farli uscire Roberto Zamboni. Dal 1994 il ricercatore volontario veronese ha portato avanti una ricerca -studio “per dovere di cronaca e per pietà nei confronti di chi ha perso un congiunto in prigionia o per motivi di guerra e non ha più saputo nulla sulla sorte del proprio parente”. lager nazistiUn’opera tanto incredibile quanto meritoria, quella portata avanti in tutti questi anni da Roberto Zamboni che ha raccolto i dati di quei caduti (militari e civili), morti in Germania e Polonia in prigionia o per motivi di guerra. Militari e civili che furono sepolti nei cimiteri militari italiani in Germania, Austria e Polonia tramite il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra (OnorCaduti – Ministero della Difesa), ente preposto alla ricerca ed alla sistemazione delle loro Spoglie. Secondo Zamboni, nel dopoguerra OnorCaduti purtroppo non riuscì ad informare tutti i familiari dell’avvenuta inumazione dei loro cari, con la conseguenza che migliaia di famiglie italiane non hanno avuto la possibilità di avere almeno una tomba su cui piangere i loro cari morti nei campi di prigionia tedeschi. La sua ricerca ha pertanto come scopo finale quello di far conoscere ai parenti di questi poveri sventurati le località di sepoltura dei loro cari.

roberto zamboniA questo proposito dal 2009 Zamboni ha iniziato a catalogare, riscontrare e verificare gli elenchi in suo possesso per renderli pubblici. La molla che lo ha spinto ad avviare questa sua ricerca a livello nazionale è stata di conoscere una volta per tutte la sorte di suo zio Luciano, morto in guerra in Germania e che in famiglia si diceva fosse disperso. La sua ricerca dimostrò il contrario: Luciano era morto ed era stato seppellito in uno dei cimiteri militari tedeschi. Alla fine la famiglia Zamboni riuscì a riportare in patria le spoglie mortali del proprio caro. E’ stato allora che il ricercatore veronese ha raccolto i dati dei Caduti (militari e civili), internati o deportati nei campi nazisti e che, alla fine del loro calvario, sono stati sepolti in Austria, Germania e Polonia grazie al Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra del Ministero della Difesa (Onorcaduti). Lo studio si è con il tempo sviluppato e dilatato a livello nazionale in una vera e propria ricerca su fatti e circostanze poco note agli studiosi e del tutto sconosciute alla quasi totalità dei parenti di questi Caduti.

lager nazistiRoberto Zamboni ha messo a punto la lista che, dalla fine della Seconda Guerra mondiale, è il primo elenco, suddiviso per regioni, provincie e Comuni, comprendente ben 16 mila nominativi riguardanti i nostri connazionali deceduti in prigionia o per cause di guerra, sepolti in Austria, Germania e Polonia, che sia mai stato reso pubblico in forma integrale. In questa lista ci sono anche 46 tra civili e militari della Provincia di Caltanissetta che morirono in Germania nei campi di prigionia e che sono riemersi dalle nebbie di un passato tragico che sembrava averli avvolti nell’oblio per sempre. Ovviamente, in tutta Italia sono stati già diversi i privati cittadini o i Comuni che, una volta venuti a conoscenza di questi elenchi, hanno provveduto di tasca propria a riportare a casa le spoglie mortali dei propri cari. Tanti altri, cittadini privati e Comuni, non hanno invece potuto farlo. A quanto sembra, e questa è l’assurdità maggiore in questa vicenda, i congiunti o i Comuni dovrebbero essere loro a provvedere alle spese necessarie per la riesumazione e il trasporto delle salme dalla Germania in Italia. Di recente, tuttavia, Roberto Zamboni ha presentato una petizione al Parlamento europeo per il rimpatrio dei Caduti sepolti nei cimiteri militari con spese a carico dello Stato italiano.

Il 9 ottobre scorso, poi, è stata presentata un’altra petizione alla Camera dei deputati al fine di addebitare allo Stato Italiano le spese di riesumazione e rimpatrio delle salme dei caduti nei campi di prigionia tedeschi. Secondo Zamboni ciò dovrà avvenire tramite il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra (Onorcaduti – Ministero della Difesa), coadiuvato dai consolati generali d’Italia all’estero” pagando tutte le spese riguardanti le riesumazioni e i rimpatri dei caduti. Infine, di recente il ricercatore veronese ha inviato lettere ai Comuni che figurano tra quelli di nascita dei caduti civili e militari nei campi di prigionia tedeschi. Una iniziativa a 360 gradi per fare in modo che questi sventurati, grazie all’eventuale meritoria opera delle amministrazioni comunali locali, possano tornare nella propria terra strappandoli dall’oblio.