“Venticinque anni di legge antisciopero. Ormai bisogna pensare ad azioni illegali”. Intervista a Giorgio Cremaschi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Tra due giorni saranno venticinque anni di legge antisciopero, la famosa 146. E ancora stanno lì ad apportare modifiche che peggiorano la situazione per quanto riguarda i diritti dei lavoratori.
Vogliono cancellare lo sciopero di autodifesa e di autotutela, quello che crea più problemi all’impresa. Di fatto, stanno andando rapidamente verso la cancellazione del diritto di sciopero. E laddove non arrivano ecco che, nelle vesti del cosiddetto garante o di un sindaco, magari spalleggiato da un prefetto, assistiamo a delle vere e proprie invasioni di campo. Per attaccare uno sciopero c’è sempre un qualche tipo di “ragione superiore” fuori dalle regole, dai casi previsti, e tutta nella gestione che la politica fa del conflitto sociale.A cosa ti riferisci?
Allo sciopero dei trasporti indetto pochi giorni dopo l’apertura dell’Expo, oppure a quanto ha dichiarato il garante a proposito dello sciopero degli scrutini. Tutti casi in cui nonostante i lavoratori e le organizzazioni sindacali avessero osservato scrupolosamente le regole l’indizione di sciopero viene attaccata per il solo fatto di essere un’azione di lotta. Siamo ormai a una gestione politica, altro che Commissione di garanzia e regole.

Un po’ la stessa cosa accaduta con il pronunciamento della Consulta sulle pensioni.
In quel caso, Morando prima e Padoan poi hanno sbattuto in faccia ai giudici della Consulta l’articolo 81 della Costituzione, quello che esige, lo voglio sottolineare, il pareggio di bilancio. E quindi hanno opposto un elemento preso, diciamo così dalle regole stesse. Questo da una parte riconferma la sciagura di aver voluto inserire il pareggio di bilancio in Costituzione, che funziona da arma definitiva,ovvero da pietra tombale, contro ogni tipo di diritto e,dall’altra, sottolinea che il Governo può arrivare tranquillamente a contestare una sentenza della Corte Costituzionale non applicandola nel dettato.

Insomma, il movimento sindacale sembra in un vicolo cieco…
Il movimento sindacale se non vuole soccombere ha davanti a sé il tema di trovare nuove forme di lotta. E dico, non esclusivamente quelle forme di lotta legate al rinnovo del contratto, ammesso che il contratto nazionale esista ancora in futuro, che in qualche modo quelle sono autorizzate entro certi limiti. Dico, le forme della lotta con le quali si vuole realmente conquistare qualcosa o bloccare una forzatura da parte dei padroni.

E’ un po’ la distinzione introdotta da Marchionne
Certo, in Fabbrica Italia quello che c’è scritto è che sono bandite, e dichiarate illegali, tutte le forme di lotta che di fatto bloccano la produzione o impediscono il comando sui lavoratori.

Secondo te cosa bisogna fare?

Lo voglio dire chiaro e, soprattutto senza che ci siano strumentalizzazioni. Senza azioni di lotta illegali non si va da nessuna parte. In un quadro in cui tutto viene vietato è chiaro che la soglia di legalità si alza. E allora bisogna avere la capacità di sfidarla questa soglia, altrimenti non si otterrà nulla di sostanziale.

Qualcuno propone di appellarsi alla violazione della Costituzione…
Bisogna capirci su questo. A parte i cosiddetti tempi lunghi di una strategia basata sul ricorso in sede giudiziaria, il punto è che lentamente ma inesorabilmente ci saranno sempre meno giudici disposti a prendere in considerazione le ragioni di chi lotta dal punto di vista del dettato costituzionale. Ripeto, la vicenda del pareggio di bilancio dimostra che nemmeno più la Costituzione è un territorio sicuro.

Stop#jobsact oggi in tanti e tante per circondare il Senato contro la follia di Renzi | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Domani il “Jobs act” sarà in Senato per completare l’iter di approvazione. Domani, il Laboratorio nazionale per lo sciopero sociale ha dato appuntamento a tutti e a tutte per costruire una vera e propria “recinzione umana” attorno a palazzo Madama. Una forma di protesta già tentata, ma che questa volta sarà di dimensioni molto più considerevoli. “Il governo Renzi con un’ulteriore forzatura democratica e costituzionale – si legge nel documento uscito dall’assemblea di domenica scorsa a Napoli – accelera ancora il percorso di approvazione della legge delega e valuta l’ipotesi di blindarla col voto di fiducia. Segnali di un processo totalmente autoritario ed eterodiretto dalla BCE e dalla Troika”. Ma anche il tentativo “di depistare e disinnescare – continuano i militanti del Laboratorio per lo sciopero sociale – il protagonismo di centinaia di migliaia di precarie e di precari che hanno dimostrato la propria opposizione a questo progetto” nella giornata dello sciopero sociale del 14 novembre come nelle piazze e negli scioperi che stanno attraversando il paese. Chi vuole ipotecare la nostra vita e il nostro futuro non ci troverà in silenzio!
L’appuntamento è alle 10 alla fermata metro del Colosseo. La partenza del corteo a cui parteciperanno i sindacati di base alle 11.30 verso piazza Sant’Andrea della Valle. Ci saranno probabilmente anche iniziative dislocate in altre città. Alle decine di migliaia di persone che il 14 novembre hanno partecipato allo sciopero sociale è stato rivolto l’appello ad arrivare a Roma per realizzare una protesta il cui obiettivo è molto simile all’”Acampada” dell’M15. Praticamente parteciperanno quasi tutte le sigle del sindacalismo di base. L’USB ha indetto un presidio sotto  il Senato, in Piazza delle Cinque Lune, a partire dalle ore 11.00.  “Attraverso una delega al Governo, ampia e indeterminata anche sotto il profilo temporale – si legge in un comunicato – si intende cancellare diritti e tutele conquistati in anni di lotte: dal contratto a tutele crescenti, che nella sua declinazione servirà solo a garantire agli imprenditori mano d’opera ricattabile e precaria, al controllo a distanza dei dipendenti; dall’estrema libertà di deroghe al contratto nazionale, alla possibilità di demansionamento fino a due livelli inferiori, per finire con la cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori”. L’USB, che anche contro il jobs act ha costruito lo sciopero generale del 24 ottobre e partecipato allo sciopero sociale del 14 novembre scorso, “continuerà coerentemente ad opporsi contro questo progetto di asservimento del mondo del lavoro”.In piazza ci sarà anche Rifondazione Comunista che lancia un ponte tra la mobilitazione di domani e quella dello sciopero generale del 12 dicembre: “Contro il governo serve la più ampia mobilitazione possibile”, dichiara il segretario Paolo Ferrero

L’Usb indice lo sciopero generale il 24 ottobre. E il 14 novembre è nella mobilitazione dello sciopero sociale Autore: redazione da: controlacrisi.org

Usb ha deciso: sciopero generale il 24 ottobre per l’intera giornata e sostegno allo “sciopero sociale generalizzato promosso collegialmente dal sindacalismo di base e da settori dell’attivismo sociale per avviare un percorso di lotta contro la precarietà, per l’occupazione, il reddito il diritto all’abitare”. “A tal fine dispone almeno ulteriori quattro ore di sciopero – si legge nel dispositivo approvato all’unanimità dal Coordinamento nazionale – da effettuarsi nella giornata del 14 novembre con articolazioni a livello territoriale e/o di categoria. Inoltre, ribadisce il sostegno e la promozione delle Giornate internazionali indette dal 13 al 16 novembre 2014 a Roma dalla Coalizione Internazionale dei Sans Papier, Migranti e Rifugiati di cui la USB e’ parte integrante.

Nello specifico queste le motivazioni:

– Contro le politiche economiche e sociali del governo Renzi che provocano disoccupazione e precarietà, contro il Jobs Act, contro l’abolizione dell’articolo 18, contro le altre misure per il mercato del lavoro e la riforma Fornero del sistema previdenziale, per la riduzione dell’orario di lavoro e la crescita dell’occupazione.

– Contro il blocco dei contratti nel pubblico impiego e per consistenti aumenti salariali per tutti i lavoratori.

– Contro il Piano Renzi per la scuola, per l’assunzioni di tutti i precari docenti ed Ata.
Per un ruolo del pubblico nell’economia, per massicci investimenti nella scuola, sanità, trasporti e servizi pubblici, per la difesa dei beni comuni e contro l’attacco generalizzato al welfare, contro le privatizzazioni, le grandi opere e la distruzione del territorio.

– Contro il Fiscal Compact e gli altri trattati antipopolari dell’Unione Europea, contro il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione.
Per reddito garantito, salario minimo, rivalutazione delle pensioni, salute e sicurezza sui posti di lavoro, diritto all’abitare, contro precarietà e lavoro gratuito (modello Expo).

– Contro l’accordo del 10 gennaio 2014 tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil  e per la difesa e lo sviluppo della democrazia sui posti di lavoro e del diritto di sciopero. Contro la guerra che sta coinvolgendo l’Europa e l’Italia, contro le spese militari e le politiche di riarmo.

Il documento finale del Coordinamento nazionale

Strikemeeting, il documento finale dopo la plenaria di ieri ad Acrobax di Roma Autore: redazione da: controlacrisi.org

Ecco il comunicato finale dello #strikemeeting che si è svolto a Roma in questo fine settimana. Oltre 500 tra precari/e, lavoratrici/ori, attivist*, student* hanno discusso e lanciato alcune proposte per la costruzione di un’opposizione sociale, ampia e articolata, capace di resistere alla devastazione del «modello sociale europeo» e dei governi della BCE che stanno portando un attacco senza precedenti al salario, disoccupazione di massa, privatizzazioni del welfare (formazione, sanità, previdenza) e dei settori strategici, recinzione dei beni comuni.“Partiamo da un dato: nei tre giorni dello Strike Meeting, oltre 500 tra lavoratrici e lavoratori, precari, studentesse/studenti, attiviste/i sindacali, dei centri sociali e dei comitati che difendono i beni comuni, provenienti da tutta Italia e non solo, si sono incontrati e hanno discusso per ore, mettendo a confronto forme organizzative, pretese programmatiche, pratiche di lotta. Un dato per nulla scontato, che non si limita a registrare la forza quantitativa dell’evento, ma segnala, semmai, la qualità di un processo politico dove alla competizione tra gruppi si sostituisce la composizione virtuosa delle differenze. Da qui dunque occorre prendere le mosse per passare in rassegna i punti salienti del dibattito.

Nei workshop come nelle plenarie, nei tavoli programmatici come nella tavola rotonda con gli attivisti provenienti da Germania, Francia, Grecia, Spagna e Portogallo, centro dell’attenzione sono state le politiche neoliberali, approfondite dalla crisi, che stanno ridisegnando lo scenario europeo: attacco ai salari, compressione dei diritti sindacali, dequalificazione e aziendalizzazione della formazione e della ricerca, privatizzazione delle public utilities, recinzione dei beni comuni, nuovo governo della mobilità della forza-lavoro e sfruttamento del lavoro migrante. Altrettanto, e al seguito di una definizione non superficiale di questi fenomeni, è emersa l’esigenza di fare un salto di qualità nell’articolazione delle lotte e delle istanze programmatiche.

È evidente a tutte e tutti ‒ e l’avvio della tre giorni con la tavola rotonda animata dagli attivisti europei non è stato casuale ‒ che l’Europa è il terreno minimo dello scontro, la scala transnazionale decisiva per affermare conflitti capaci di incidere. Ed è evidente che senza la costruzione di uno spazio di relazione permanente e innovativo tra le lotte e i movimenti è inimmaginabile rompere l’impasse e sovvertire il presente. Lo sciopero sociale, generale e generalizzato, precario e metropolitano vuole essere un primo approdo, indubbiamente parziale ma fondamentale, di questa sperimentazione. Un modo per cominciare a rovesciare la narrazione tossica che sostituisce il merito all’uguaglianza, la competizione selvaggia alla felicità comune.

La piattaforma dello sciopero non può che comporre le istanze che segnano il mondo del lavoro e della formazione, del non lavoro e della cooperazione sociale. Rifiutare e respingere il Jobs Act e la riforma renziana della scuola, oltre alla nuova stagione di privatizzazione e mercificazione dei beni comuni, in generale la trasformazione neoliberale del mercato del lavoro e la rinazionalizzazione della cittadinanza, significa infatti battersi per un nuovo welfare, per il diritto all’abitare, per il reddito europeo sganciato dalla prestazione lavorativa, per il salario minimo europeo, per l’accesso gratuito all’istruzione, e lottare contro i dispositivi di selezione e di controllo che, attraverso le retoriche meritocratiche, aprono le porte delle scuole e delle università ai privati e fanno del sapere strumento docile degli interessi d’impresa. Non c’è solo la disoccupazione a colpire giovani e meno giovani, non è solo la sottoccupazione a trafiggere milioni di donne e di uomini. Si tratta del nuovo mantra dell’occupabilità che spinge ad accettare il lavoro purché sia, quello senza diritti e, addirittura, gratuito (vedi il modello Expo). Rivendicare reddito garantito e salario minimo europeo deve quindi procedere di pari passo con la pretesa della libertà e della democrazia sindacale, del diritto di coalizione e di sciopero, dentro e fuori i posti di lavoro. Ancora: senza la difesa dei beni comuni e la riappropriazione democratica del welfare è impensabile un processo di conflitto espansivo che sappia mettere all’angolo la gestione neoliberale della crisi.

Una piattaforma comune per uno sciopero sociale che sappia combinare le diverse forme di lotta e di sciopero sperimentate e progettarne di nuove, potenzialmente capaci di estendersi su scala europea: lo sciopero generale del lavoro dipendente, lo sciopero precario e metropolitano, lo sciopero di chi non ha diritto di sciopero, il netstrike, lo sciopero nei luoghi della formazione, lo sciopero di genere. Un caleidoscopio di pratiche da costruire pazientemente attraverso dei veri e propri laboratori territoriali dello sciopero.

Verso lo sciopero sociale, per il quale proponiamo la data del 14 novembre ‒ per avere il tempo di far crescere un processo reale che vada oltre l’evocazione roboante, e perché proprio a novembre si concluderà l’iter parlamentare del Jobs Act, mentre si procederà speditamente verso l’approvazione della Legge di stabilità e il giorno successivo si concluderà la consultazione del Governo sul Piano Scuola ‒, sono diversi gli appuntamenti importanti che rilanciamo con forza: il 2 ottobre a Napoli, per contestare il board della BCE; il 10 ottobre, la grande mobilitazione e gli scioperi delle studentesse e degli studenti, dei docenti e del personale ATA; l’11 e 12 ottobre a Milano, avviando la lunga agenda di conflitto contro l’Expo che avrà come approdo il 1 maggio; dal 9 al 12 ottobre, la guerriglia tag contro l’Internet Festival di Pisa; il 16 ottobre dove con buona probabilità prenderà forma lo sciopero generale della logistica. Proponiamo inoltre a tutte le reti europee di avviare una discussione sull’estensione transnazionale della pratica dello sciopero: saremo a Bruxelles al meeting lanciato dal coordinamento di Blockupy il prossimo 26 e 27 settembre per discutere iniziative comuni. Proponiamo anche per il 7 novembre una giornata di azioni dislocate in tutte le città contro il programma Youth Guarantee e più in particolare contro gli enti pubblici e privati (centri per l’impiego, Regioni, agenzie interinali, università/fondazioni) che il programma gestiscono. Sabato 1 novembre, e se la data del 14 novembre sarà accolta come la migliore per lo sciopero sociale, proponiamo di rivederci a Roma, un’assemblea dei laboratori territoriali per entrare nel vivo della preparazione dello sciopero stesso.

Da tutte e tutti coloro che hanno partecipato allo Strike Meeting un caloroso abbraccio agli attivisti ancora privi della libertà, nella speranza di rivederli presto con noi nelle lotte”.

#14N
#scioperogenerale
#scioperosociale
#stopjobsact
#renzistaisereno

Roma Capitale , Marino festeggiato dai dipendenti con uno sciopero generale | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Ad un anno dall’elezione di Marino a sindaco di Roma (10 giugno), i lavoratori di Roma Capitale ne hanno piene le tasche. Non ci stanno al taglio della busta paga, né a situazioni tampone. Il 19 maggio hanno deciso di scendere in sciopero. Non accadeva da oltre 30 anni che venisse indetto dai sindacati confederali uno sciopero di tutti i dipendenti capitolini, circa 24mila, che rischia di bloccare la citta’ sia per l’assenza dei servizi, sia perche’ ci sarà una mobilitazione in piazza. In realtà la data dello sciopero era già stata fissata il 14 maggio dal sindacalismo di base (Usb) con un chiaro invito a convergere verso una iniziativa unitaria. Ma Cgil, Cisl e Uil non hanno voluto sentire ragioni, con il rischio però di vederselo bloccare dalla commissione di garanzia.
La forza che in questo momento i lavoratori riescono a mettere in campo è davvero notevole. Pochi giorni fa quando hanno invaso piazza del Campidoglio il traffico è rimasto bloccato per diverse ore con forti ripercussioni nelle zone limitrofe. Marino dichiara di avere le mani legate. “Io sono assolutamente dalla parte dei dipendenti – ha – che hanno salari piu’ bassi di dirigenti che ne hanno di alti. Non e’ possibile accettare che persone che guadagnano 1.100-1.200 euro al mese possano trovarsi 200 euro in meno per un’applicazione di norme che debbano assolutamente trovare una soluzione” aggiungendo: “Ho parlato piu’ volte al giorno con rappresentanti del governo affinche’ si trovi nelle prossime ore una soluzione”. Il punto è che il bilancio del Comune di Roma è in realtà gestito da una sorta di “Troika” eterodiretta dal Governo nazionale.
I segretari generali delle federazioni di Roma e Lazio di Fp-Cgil, Cisl-Fp e Uil-Fpl parlano chiaro: “Il tempo dei tentennamenti e’ finito. Se l’amministrazione e il Governo credono di poter rimanere barricati nella loro incapacita’ di decidere, allora saremo noi a tirarla fuori dai palazzi”.
Nei giorni scorsi c’è stata una lunga serie di consultazioni, a partire da un tavolo allargato insieme al sindaco Marino e il vicesindaco Luigi Nieri. Si è cercata la quadra con il Governo per sciogliere il nodo (messo sotto i riflettori dopo la recente relazione del Mef) e garantire il livello dei salari. Nella riunione Marino avrebbe chiesto agli uffici capitolini se, in attesa di un provvedimento governativo, potesse firmare lui qualche atto per sbloccare la situazione al posto dei dirigenti ma la risposta sarebbe stata negativa.
E se non subentrano cambiamenti, sara’ accompagnato anche da un corteo per le strade della Capitale. Per lo stesso giorno, nel pomeriggio potrebbe essere convocata un’assemblea capitolina proprio sul tema dei dipendenti. La corsa contro il tempo per scongiurare il taglio dei salari e’ ora partita.
Critiche ai sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil arrivano dall’Usb. “E’ vergognoso il comportamento delle sigle confederali, che hanno inteso spaccare il fronte unitario dei lavoratori che si è espresso in piazza il 6 Maggio, dimostrando ancora una volta la contrarietà a qualsiasi azione unitaria, come invece da noi proposto, e depotenziando l’azione di sciopero”, dichiara Roberto Betti, dell’Esecutivo Nazionale USB Pubblico Impiego. Prosegue Betti: “In assenza di certezze riguardo il pagamento delle retribuzioni, comprensive delle voci di salario accessorio nella busta paga di Maggio, dobbiamo nostro malgrado confermare lo sciopero del 14 maggio prossimo”. Usb esprime il timore che il decreto salva stipendi, annunciato da più parti, non sia arrivato a definizione per le lotte intestine al Partito Democratico, “che così facendo segna un clamoroso autogol

Pubblico impiego, Usb verso lo sciopero generale. “Contro il blocco dei contratti, contro l’austerity” | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il Coordinamento Nazionale USB Pubblico Impiego, riunitosi ieri, 14 aprile, con i responsabili dei territori e dei settori del lavoro pubblico, ha dato mandato all’Esecutivo Nazionale USB di proclamare lo sciopero generale dell’intera categoria.

Uno sciopero che già era nell’aria, ma che si è reso necessario dopo l’emanazione del Def da parte del governo Renzi, con il quale, nella sostanza, si bloccano i contratti di pubblico impego per un altro quinquennio e non si stanziano le risorse per alcuna stabilizzazione dei lavoratori precari.

Secondo il Coordinamento Nazionale USB P.I., “siamo di fronte ad un governo che, come quello Letta e quello Monti, si fa dettare la linea dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea, con la differenza che l’attuale premier assomiglia sempre più a un illusionista: dal cappello tira fuori 80 euro per chi ha redditi minimi e contemporaneamente, senza farsi vedere, Renzi taglia di fatto i salari ai lavoratori pubblici del 20%”.

“E’ evidente che con questa decisone – continua il Coordinamento nazionale Usb/Pi – nei prossimi due anni aumenteranno le famiglie sotto la soglia di povertà, a fronte anche del silenzio complice delle altre organizzazioni sindacali”.

L’USB P.I. invita dunque tutte le lavoratrici ed i lavoratori dell’amministrazione pubblica a mobilitarsi e a sostenere lo sciopero USB, che sarà preceduto il 14 maggio prossimo da una giornata nazionale di lotta con iniziative regionali.

Data e modalità dello sciopero saranno definite nelle prossime settimane, anche entrando in relazione con il movimento fatto di organizzazioni sociali e politiche che intende mobilitarsi contro i diktat dell’Unione Europea.

Il renzismo approda subito in Cgil: basta con lo sciopero generale. Intervento di Giorgio Cremaschi | Autore: giorgio cremaschi

 

In un convegno organizzato dalla FIOM a Bologna Susanna Camusso ha affermato che lo sciopero generale non basta più. Siccome è difficile credere che con ciò la segretaria della CGIL volesse annunciare il passaggio a forme di lotta rivoluzionarie, è probabile che sia giusta la interpretazione che ne ha voluto dare la stampa: basta con lo sciopero generale.

Ma quanti scioperi generali ha fatto la CGIL in questi ultimi anni? L’ultimo che tutti i lavoratori ricordano con rabbia è quello di tre ore per non fermare la riforma Fornero delle pensioni. Uno sciopero finto, fatto per circostanza e con la chiarissima intenzione di non procurare difficoltà al governo Monti appena insediato.

Nessuno sentirà la mancanza di lotte come questa, fatte solo per far guadagnare spazietti nei telegiornali, lotte che i lavoratori hanno imparato a disertare. Gli ultimi scioperi di quattro ore di CGIL CISL UIL, sparpagliati in giornate e territori diversi, sono stati semiclandestini. È fallito anche lo sciopero proclamato dalla FIOM in Emilia la scorsa settimana: poche centinaia di persone in piazza a Bologna.

È colpa delle persone che non hanno più voglia di lottare? No è colpa dei gruppi dirigenti sindacali, che proclamano lotte che servono solo a far vedere che si esiste e che hanno la sola funzione di creare frustrazione ed impotenza in chi le fa.

Nella più grave crisi economica del dopoguerra la CGIL vivacchia tra un convegno e l’altro, senza pensare al conflitto vero, quello che i lavoratori son ancora disposti ad affrontare con grande coraggio, come hanno mostrato i tranvieri di Genova.

Che questa CGIL sia ora spaventata e affascinata dalla nuova leadership del PD è evidente e anche questo è un segno della sua profonda crisi. Accantonato e dimenticato il goffo tentativo della SPI di sostenere Cuperlo, ora tutto il gruppo dirigente della confederazione spera in una legittimazione da Renzi. Il più lesto è stato Maurizio Landini, che al convegno di Bologna si è ben guardato dal polemizzare con la segretaria della CGIL sugli scioperi, e invece ha parlato tanto del sindaco di Firenze. Che incontrerà nella sua città in un convegno tempestivamente organizzato dalla FIOM locale.

Tra Camusso e Landini si è quindi aperta la gara a chi si presenti più innovativo e corrisponda di più al messaggio delle primarie del PD. La grande informazione ha subito colto il segnale e si prepara a misurare i dirigenti della CGIL in termini di maggiore o minore affinità con il renzismo.

Peccato che le due principali figure della CGIL si siano messe d’accordo di fare il congresso sulla stessa posizione, come se nel PD non si fossero svolte le primarie e ci fosse stata una intesa preventiva di vertice sulla composizione dei gruppi dirigenti. In mancanza di un confronto trasparente sulla guida del principale sindacato italiano, la contesa andrà avanti a convegni e controconvegni, indici di gradimento, battute di corridoio.

Naturalmente si potrebbe anche pensare che alla CGIL e ai suoi rappresentati converrebbe oggi allontanarsi dal PD, principale partito dei governi che praticano quelle politiche di austerità che stanno devastando il mondo del lavoro. Converrebbe anche alla democrazia una CGIL che non lasciasse la protesta sociale ai forconi e che con i lavoratori, i disoccupati, i precari, i pensionati, provasse a bloccare il paese. Invece di rinunciare preventivamente ad uno sciopero generale che da tempo immemore non convoca più.

Ma questo sarebbe accusato di essere il sindacato vecchio, vecchio come quello che nel pieno della rivolta reazionaria di massa a Reggio Calabria, portava i metalmeccanici a sfilare nella città e così a cambiare il segno politico di quella protesta.

Ma quello era il sindacato degli anni 70, quello che credeva nella funzione degli scioperi generali. Vuoi mettere quel vecchio modello sindacale con le infinite possibilità di cambiamento della realtà che oggi offrono la partecipazione a Ballarò o a Servizio Pubblico?

Solo una minoranza di sognatori contrasta questo modo di fare sindacato in CGIL, e ha chiamato questa sua posizione: “Il sindacato è un’altra cosa”.

Ma cosa volete che importi, c’è Renzi .

Province, il 6 dicembre l’Usb ha dichiarato lo sciopero nazionale | Autore: RedAzione da: controlacrisi.org

 

Uno sciopero “di tutti i lavoratori e le lavoratrici delle Province, comprese quelle delle Regioni a Statuto Speciale, per l’intero turno di lavoro del prossimo venerdi’ 6 dicembre” e’ stato indetto dall’Usb Pubblico Impiego.
L’Usb ha inoltre indetto una conferenza stampa per il 5 dicembre a Roma, sotto la sede dell’Anci, in via dei Prefetti 46 a Roma alle ore 12.30, prima della riunione in cui l’Anci discutera’ della legge di stabilita’ e della seconda rata Imu. “Nel corso della conferenza stampa verranno approfondite le ragioni dello sciopero, sotto il profilo giuridico, economico e politico – fa sapere Usb riferendosi al ddl ‘svuota Province’ – Nonostante i tentativi operati in seno alla Commissione Affari costituzionali della Camera, e nonostante le audizioni in Commissione dei vari soggetti coinvolti, il testo della riforma complessiva delle Autonomie Locali approdato in aula non contiene significativi elementi di novita’ o di miglioramento”.Secondo l’Usb P.I. il testo “appare pasticciato, confuso e sgrammaticato sotto il profilo costituzionale. Rimangono le pesanti ricadute sul personale, sia in termini economici, sia in termini di mobilita’, sia in termini di dequalificazione professionale – conclude – Da tale riforma risultano particolarmente colpiti i lavoratori con contratto di lavoro precario e grandi incertezze rischiano di determinarsi anche sulle societa’ partecipate dalle Province e dalle aziende che svolgono servizi in appalto”.