Non solo Expo’, la schiavitù esiste eccome nel Bel Paese! Ecco le storie. Nel mondo immaginario di Renzi si parla d’altro autore fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Vi proponiamo due storie di “sfruttamento estremo”. La prima viene dalla Val di Sangro e la seconda dalla Sicilia. Siamo ormai al limite della schiavitù, del lavoro gratuito, come all’Expo’, della criminalità imprenditoriale. Storie che hanno dell’assurdo ma che non si allontanano da un profilo dell’economia del Bel Paese completamente stravolto dalla crisi economica. Quando Renzi parla di ripresaa, quindi, non sa di cosa parla. E, soprattutto, nasconde il fatto che a livello di condizioni di lavoro siamo messi peggio dei paesi cosiddetti Brics.

La schiavitù esiste
La prima fabbrica lager è stata scoperta in Val di Sangro. Il titolare (Roberto Sandionigi, 57 anni, nato in provincia di Lecco ma residente a Pescara), è stato arrestato insieme a un 58enne romeno (Georghe Barbulescu residente nel Teramano) che fungeva da intermediario. I due reclutavno decine di operai che lavoravano in condizioni di semischiavitù e senza essere pagati. Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro le accuse contestate. Gli operai venivano picchiati e minacciati con le armi. Dormivano ammassati in un’abitazione ed erano costretti a pagare 500 euro di affitto ciascuno che venivano scalati dalla busta paga, formalmente corretta. Da intercettazioni telefoniche è emerso che alcuni di loro chiedevano al titolare di azienda 10 o 20 euro per poter comprare del pane. In una conversazione l’ imprenditore promette: «domani ti dò un pò di spesa». In una circostanza a un dipendente picchiato è stato vietato, dietro minaccia, di farsi medicare al pronto soccorso. Solo il giorno dopo l’uomo è riuscito a farsi visitare facendo 15 chilometri a piedi, poiché non aveva i soldi per l’autobus.La seconda è una storia individuale e viene dalle campagne del Ragusano. In questo caso Luana, una romena di 40 anni, si è ribellata al suo “daatore di lavoro” perché le aveva vietato di accompagnare i suoi due figli a scuola. Luana ha 40 anni, viene dalla Romania e lavorava per 100 euro a settimana, quando va bene, ed era costrett a subire violenze e vessazioni. I suoi figli l’hanno raggiunta in Italia, dopo il suicidio del marito in Romania, con la speranza di un futuro migliore. Ma quando lei ha detto no a uno dei tanti abusi sessuali da parte del suo padroncino, si è vista negare l’acqua da bere per sé‚ e i suoi bambini. La sua storia è stata raccolta dalla cooperativa Proxima di Ragusa e raccontata dalla ricercatrice Letizia Palumbo, nei giorni scorsi all’istituto penale per i minorenni di Palermo, durante il seminario su “La tratta di esseri umani in Europa e in Italia” organizzato dall’associazione Ciss di Palermo.

Aumento spaventoso degli aborti
La cooperativa Proxima ospita le vittime di tratta e fornisce loro assistenza secondo quanto previsto dall’articolo 13 della legge 228/2003 e dall’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione. A bordo di un “Solidal Transfert” cioè un piccolo furgone che attraversa le campagne, i volontari della cooperativa cercano di spezzare le condizioni di isolamento dei lavoratori nei campi, per lo più rumeni, arrivati nelle campagne in maniera massiccia a partire dal 2007. Una presenza che ha quasi soppiantato quella tunisina. “E’ difficile che la donna araba lavori nei campi – spiegano gli operatori del Ciss – inoltre la comunità tunisina non intendeva sottostare all’abbassamento della paga imposto dai datori di lavoro”. L’avvento delle donne romene ha creato una nuova forma di sfruttamento. Lo provano i dati informali raccolti al reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Vittoria “il giorno in cui si praticano le interruzioni di gravidanza è il martedì – continua la ricercatrice – arrivano una media di sei donne per volta, di cui 4 o 5 rumene. Hanno tra i 18 e i 28 anni e sono accompagnate da connazionali, altre volte da italiani molto più vecchi di loro”.
“Nonostante in quell’ospedale i medici siano tutti obiettori di coscienza, fino al primo aprile 2014 – osserva – questo tipo di attività è stata portata avanti grazie a ginecologi esterni alla struttura, facenti parte del progetto dell’Asp terminato il 31 marzo 2014. Non è difficile immaginare che l’interruzione di questo progetto comporterà un esponenziale aumento degli aborti clandestini sul territorio”.

“In Italia esiste ancora la schiavitù” Intervista esclusiva a Yvan Sagnet: “In Italia la schiavitù esiste ancora”

 

Riprendiamo qui quest’intervista esclusiva di Resapubblica.it a Yvan Sagnet

 

Intervista esclusiva a Yvan Sagnet: “In Italia la schiavitù esiste ancora”

 

Ivan-Jean-Pierre-Sagnet

 

di Mari Albanese –

 

 

 

Guardare Yvan Sagnet dritto negli occhi è come osservare l’intero continente africano e la sua fiera storia. Difficile credere che dietro tanta pacatezza e bon ton si nasconda uno spirito rivoluzionario capace di far esplodere un “conflitto” destinato a rimanere nella storia. Come ha scritto di lui Roberto Saviano: “Questa è una storia d’amore nata per caso tra un bambino e un Paese. Il bambino è Yvan che nel 1990 aveva 5 anni e il Paese è l’Italia. È una storia d’amore che parte dal calcio. Yvan è nato Douala, in Camerun, nel 1985 e nel 1990, come molti bambini camerunensi, visse la cavalcata trionfale dei Leoni d’Africa nel Mondiale, dalla prima partita con l’Argentina di Maradona fino ai quarti di finale contro l’Inghilterra”.

 

Yvan Sagnet inizia ad amare l’Italia, impara la nostra lingua e, al contrario della maggioranza dei suoi conterranei che sceglievano le università inglesi e francesi, decide di iscriversi in ingegneria al Politecnico di Torino. Già, la Torino della Juventus, suo mito calcistico italiano. Per mantenersi agli studi incrocia mille lavori e quando nel 2011 perde la borsa di studio, decide di andare a raccogliere pomodori al sud, come molti dei suoi conterranei, come i tanti “disperati” che noi chiamiamo extracomunitari e che in realtà rappresentano l’anello debole e allo stesso tempo più importante della filiera agricola in Italia.

 

Yvan conoscerà ben presto l’altra faccia del nostro paese e vivrà sulla sua pelle la riduzione in schiavitù. Dopo pochi giorni dal suo arrivo a Nardò in Puglia, organizza uno sciopero che vedrà protagonisti 700 lavoratori irregolari che fino a quel momento avevano vissuto in condizioni disumane e vittime del caporalato. 700 invisibili, guidati dal giovanissimo Yvan alzeranno la testa e faranno parlare si sé l’Italia intera. Abbiamo incontrato Yvan Sagnet che oggi lavora per la Flai Cgil lottando ancora al fianco degli invisibili. Questa è la storia straordinaria di un “eroe qualunque” che ha creduto e crede nel diritto alla dignità umana.

 

Yvan, puoi raccontarci del tuo arrivo a Nardò? In quali condizioni vivevano gli immigrati?

 

Gli immigrati vivevano in condizioni disumane. Intanto venivano accolti tutti in una masseria, ma che non era abbastanza grande per ospitare tutti. Chi arrivava per ultimo doveva accontentarsi di dormire per terra o su un materasso che per altro bisognava pagare al caporale. C’erano 5 bagni per 700 lavoratori, io per fare la doccia dovevo fare la fila per ore…ditemi se questo è rispetto della dignità umana.

 

Qual è il ruolo dei caporali? In che modo avviene la riduzione in schiavitù dei lavoratori?

 

I caporali fanno da intermediari, non esiste un regolare ufficio di collocamento. Appena arrivati, i caporali requisiscono i documenti originali ai braccianti e li usano per procurarsi altra mano d’opera, altri immigrati, ma clandestini. Il rischio che i documenti vadano persi è altissimo e quando ciò accade è inevitabile che i braccianti diventino schiavi. Le condizioni di lavoro, quando sono arrivato erano terribili: diciotto ore consecutive, quasi tutte sotto il sole cocente. Ci alzavamo alle 3 del mattino e tornavamo la sera. I caporali comandavano e comandano ancora su tutto. Essendo lontani dalla città eravamo costretti a pagare a loro un panino 5 euro, l’acqua 1,50 e addirittura il trasporto per andare al lavoro. La mattina infatti ci caricavano su furgoncini fatiscenti e stipati come animali per chilometri… e dovevamo pagare 5 euro anche per questo.

 

Ma quanto guadagnavate al giorno?

 

Il guadagno era di appena 3,5 euro a cassone, un cassone è da tre quintali e per riempirlo di pomodori ci voleva molto tempo, ore. Al massimo io riuscivo a riempirne 4 o 5, quindi per un guadagno di 17 euro al giorno, provate a sottrarre da questo tutto quello che dovevamo ai caporali e ditemi se non era schiavitù.

 

Quando hai deciso che era l’ora di scioperare per poter cambiare queste regole disumane?

 

I braccianti in genere strappavano le piantine alla radice per batterle sulle cassette così che i pomodori potessero cadere facilmente e tutti. Ma un giorno il caporale decide di imporci un altro metodo perché servivano pomodori da vendere ai supermercati per le insalate, quindi da selezionare uno a uno. Si trattava di riempire gli stessi cassoni di sempre, ma selezionare i pomodori significava raddoppiare la fatica, ma mantenendo sempre la stessa paga. Quindi decisi di insorgere e convinsi tutti i miei compagni di sventura. In pratica iniziò così la rivolta. Ma lo sciopero non fu facile da gestire perché era quasi impossibile comunicare tra i diversi gruppi etnici. Gli unici a esprimersi facilmente in italiano sono i tunisini, per gli altri (bukinabé, togolesi, ivoriani, ghanesi, nigeriani, etiopi, somali) è necessario parlare in inglese e francese. Ma nonostante le diversità, lo sciopero continuò e gli italiani sembrarono prendere finalmente coscienza delle condizioni difficili di chi lavora nei campi e le istituzioni furono costrette ad ammettere il problema caporalato.

 

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Non hai avuto paura per la tua incolumità?

 

Alessandro Leogrande nell’intervista finale che accompagna il mio libro svela che c’è un piano per uccidermi, ordito da alcuni caporali tunisini che ancora operano a Nardò. Ma io non ho paura di inseguire i miei sogni e di aiutare i tanti lavoratori che ancora oggi vengono sfruttati in maniera disumana come se niente fosse mai accaduto!

 

Quali sono stati i risultati del tuo, del vostro coraggio, cosa è accaduto dopo la rivolta di Nardò?

 

Abbiamo ottenuto la legge contro il caporalato, eppure i caporali esistono al Sud da più di un secolo. Ma purtroppo devo tristemente constatare che nulla è cambiato, assolutamente nulla. Esistono ancora i caporali ed esistono ancora gli uomini ridotti in schiavitù in un paese come l’Italia che dice d’essere democratico e giusto. Tuttavia la giustizia è stata dalla nostra parte. La magistratura trovò la forza per continuare le indagini già in corso e a maggio 2012 i carabinieri del Ros arrestarono 16 persone nell’ambito dell’operazione “Sabr” che mirava a colpire un’organizzazione criminale attiva tra Rosarno, Nardò e altre città della Puglia. Io e ad alcuni miei compagni ci ritrovammo, avendo scelto di costituirci parte civile, dinanzi ai nostri sfruttatori, con la soddisfazione di vederli condannati. Ma tutto questo non basta ancora, bisogna davvero andare oltre e continuare a lottare.

 

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Yvan cosa hai fatto dopo la rivolta di Nardò e quali sono le tue battaglie di oggi?

 

Ho fatto un Master sulle Energie Rinnovabili dell’Università la Sapienza di Roma e sono il Vice-Presidente del CETRI-TIRES (Circolo Europeo della Terza Rivoluzione Industriale) di Bruxelles-Roma-Palermo ispirato alle idee dell’economista americano Jeremy Rifkin. Sono anche il responsabile dell’Associazione NO-CAP, associazione che lotta contro le schiavitù nel mondo del lavoro e nella società. Intanto continuo a lavorare con la Cgil n Puglia per contrastare lo sfruttamento dei lavoratori nella filiera dell’agricoltura. Sto portando avanti la battaglia per fare approvare in parlamento la tracciabilità dei prodotti agricoli che prevede, tra l’altro, anche la realizzazione di un disciplinare con il quale la grande distribuzione può rifiutare i prodotti provenienti da territori agricoli in cui è presente il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori. Un’altra battaglia è quella sulla confisca dei terreni e dei beni per quegli imprenditori agricoli che praticano lo sfruttamento dei lavoratori.

 

Quindi il tuo impegno è per un sindacato in “trincea”?

 

Il mio è un impegno per il sindacato di strada, per essere presente nei luoghi dei conflitti. Questo ricorda molto il lavoro e il sacrificio dei vostri sindacalisti siciliani che pagarono con la vita la lotta per la riforma agraria.

 

Fonte: resapubblica.it