“Santapaola era il boss che nessuno cercava” La presentazione del suo ultimo lavoro oggi alle 18.00 alla Feltrinelli.

“Santapaola era il boss
che nessuno cercava”

Venerdì 11 Settembre 2015 – 09:00 di

Parla l’ispettore di polizia che è stato costretto a lasciare la città dopo delicate indagini per mafia negli anni ’90. Adesso scrive libri sotto un nome in codice. La presentazione del suo ultimo lavoro oggi alle 18.00 alla Feltrinelli.

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Quando hai iniziato a lavorare a Catania e in quali reparti hai operato?

Dopo aver lavorato diversi anni a Roma, nel 1984 ho fatto rientro a Catania. Trasferito alla Squadra Mobile ho fatto numerose esperienze, dapprima nella sez. Furti e Truffe, poi alla Sez. Rapine, quindi alla Sez. Investigativa che si occupava di estorsioni e ricerca di latitanti. Successivamente sono stato trasferito alla Criminalpol. Poi … poi è successo qualcosa! Era il 1992, un anno che non dimenticherò mai. Di stragi e morti innocenti negli anni 80 ne avevamo già contati a decine. C’era stato il Maxiprocesso di Palermo che si era concluso con pesanti condanne. Ma non era bastato! Quello fu l’anno maledetto delle stragi di Palermo ed anche quello dell’uccisione dell’ Ispettore Lizzio a Catania. Nel 1992 in Sicilia era come essere in Afghanistan. Almeno, così la vedevo io! L’aria era pesante, irrespirabile, l’umore di tutti a pezzi, ci sentivamo profondamente colpiti, vulnerabili. Come in una guerra, dovevamo contrattaccare il nemico, che fosse vestito con la coppola o con lo smoking poco importava. Lo Stato doveva reagire ed in fretta. La risposta arrivò presto. In poco meno di un anno vennero arrestati i due latitanti per eccellenza, Santapaola e Riina e via via capitolarono quasi tutti i capi e gregari di Cosa Nostra. Lo Stato aveva risposto ed i mafiosi ne avevano tratto una insegnamento. Da lì partiva il suo lento ma inesorabile inabissamento. La mafia aveva capito che tenendo un profilo basso e lontano dai clamori, poteva svolgere meglio i propri affari. IL SILENZIO poteva essere più incisivo e determinante di una carneficina. Niente più rumore di rivoltelle e bombe, meglio le pallottole di carta. IL SILENZIO di una penna per firmare assegni ed atti notarili poteva rendere molto di più e senza arresti. Cominciava un’era nuova e il mafioso cambiava pelle diventando ancor più imprenditore e aprendosi alla politica attraverso i vari affiliati, laureati e feroci. Un anno che non dimenticherò mai il 1992 perché ha segnato anche la mia vita personale e professionale con un trasferimento per motivi di sicurezza in una tranquilla (si fa per dire) cittadina del nord dove la mafia c’era ma non si vedeva. O meglio si vedeva ma a molti faceva comodo far finta di non vederla, la peggiore delle mafie che ho cominciato a conoscere… la massoneria.

Qual è il tuo ricordo di Catania?

Ce n’è sono talmente tanti che non saprei da dove cominciare. A Catania sono nato e cresciuto. Con la città ho sempre avuto un rapporto di amore e di odio. Ma devo confessare che quando sono stato trasferito al nord, nonostante mi sentissi in parte tradito, ne ho sentito molto più la mancanza. Quell’amore per la mia città ho cercato di condensarlo in questo passaggio che ho scritto sul mio libro -Nelle mani di Nessuno – “ E poi il ritmo, mi manca il ritmo della vita di prima. Il sound etneo, il respiro profondo di Catania, la grande madre. Una città che in realtà non dorme mai e pulsa di vita senza sosta, nella bramosia di bruciare il tempo ad ogni singolo istante. Una città dove l’esistenza si gode con insaziabile voluttà, come un amplesso amoroso con la femmina dei tuoi sogni”.

Come operavano le forze dell’ordine nei confronti di Nitto Santapaola?

Nitto chi? L’innominabile? Il concetto astratto del boss? Ma lo era oppure no? Molti se lo chiedevano! Le risposte erano ingarbugliate. Ecco, queste erano le perplessità che ruotavano attorno a chi, a cavallo tra gli anni 70 e 80, aveva ottenuto un posto nella “società che conta”. Non può essere mafioso uno che ha il privilegio di avere al suo fianco un Prefetto e un Questore nel corso dell’inaugurazione della concessionaria d’auto PAMCAR. Non può essere mafioso uno a cui nel 1979 gli viene rilasciato il porto d’armi per il fucile e nel 1981 il passaporto. Sembrava un gioco a quiz dalla risposta sempre ambigua. Santapaola era il boss che nessuno cercava ma … poi qualcosa è cambiato. Nuova linfa investigativa e una magistratura più accorta cominciavano a scardinare le porte dell’omertà, anche con l’apporto dei primi pentiti. Purtroppo anche quando alcuni equilibri cambiarono e si cominciava a cercarlo veramente, e non per propaganda, non si riusciva a mettergli le mani addosso … probabilmente perché le talpe erano ovunque.


Com’era Catania in quel periodo?

A casa tengo come una reliquia qualche numero de I Siciliani di Pippo Fava. Basterebbe leggere qualcuno di quei saggi per capire il clima che si respirava. Gli omicidi, le bombe a seguito di estorsione, le rapine e gli scippi riempivano le pagine dei giornali. Catania era pericolosa, spavalda, arrogante, niente spazio alla normalità. La gente si adattava e viveva in quell’oblio indefinito che … ammutoliva. Era arrivata ad una soglia di non ritorno, stava perdendo tutto, l’identità, la libertà, la prosperità, la speranza. Io non direi com’era Catania in quel periodo. Cambierei la domanda in: è cambiata Catania? Avevo all’incirca 14 anni quando ho cominciato ad appassionarmi ai fatti della mia città, quando ho cominciato a sognare di diventare un Poliziotto. Leggevo i giornali e nel mio cervello avevo fissato i nomi delle famiglie mafiose e dei loro “carusi”, cioè dei picciotti che ne facevano parte. Ad ogni nome di persona associavo il quartiere a cui apparteneva. Ed allora era un susseguirsi di nomi di famiglie mafiose, clan e pregiudicati che ne facevano parte. Da allora ad oggi sono passati 40 anni e ancora devo sentire che la mia città è in mano alle solite bande di mafiosi di merda. I boss storici sono in galera ed i figli hanno preso il loro posto. E quando arresteranno i figli, il loro posto verrà preso dai figli e poi dai figli dei figli. Insomma sembra che arresti non ce ne sono mai stati, sembra di non aver fatto nulla di nulla. Loro vivi, ricchi e potenti. E i morti? Per chi hanno sacrificato la loro vita i valorosi rappresentanti delle Istituzioni, se questa feccia rimane la padrona della mia città? Forse saremmo condannati a sentire questi nomi ancora per i prossimi 100 anni? Ma quando lo Stato ( e non un pugno di volenterosi servitori dello Stato) deciderà di permetterci di debellare la mafia, usando il pugno duro e non di plastica? Provo molta rabbia, se penso a quante notti e giorni buttati al lavoro, all’acqua e al vento, per poter arrestare questa gente, mentre i nostri figli crescevano senza che ce ne accorgessimo. 
I nostri figli sono grandi, io e tanti miei colleghi in quiescenza e ancora nella mia città sento parlare di Santapaola … ca sammuccau a nostra città!!! E certamente la colpa non è solo di Santapaola ma di molti catanesi indifferenti, conniventi, colpevolmente distratti. Che tristezza!

Perché sei stato costretto ad allontanarti da Catania

Le cose accadono ed a volte neanche tu riesci bene a capire cosa, chi, come, quando e perché è successo. Forse mi sono confidato con le persone sbagliate. Forse ho fatto qualche sopralluogo con il collega sbagliato. Forse qualcuno ha chiacchierato troppo. Addirittura sono arrivato a pensare che qualcuno mi voleva proteggere. Insomma, tanta domande senza risposte nella mia testa. Il bandolo della matassa era difficile da trovare. Avevo saputo e scoperto un bel po’ di cose importanti… importantissime della mafia catanese. Avevo fatto e fatto fare ad altri colleghi – per proteggere la fonte informativa – arresti importantissimi. Penso che qualche notizia è arrivata all’orecchio sbagliato e, in un momento in cui lo Stato in Sicilia stava traballando, ripeto era il 1992, qualche pezzo di merda di mafioso si è sentito così potente da minacciare un po’ di poliziotti, io fra questi. Le scelte erano due. O sperimentare se qualcos’altro di più grave poteva accadermi o andarmene per farmi dimenticare. Ho soppesato la cosa per circa sei mesi … poi altre avvisaglie ed allora ho deciso di proteggere me stesso e la mia famiglia.

Com’è cambiata la tua vita?

E’ cambiata totalmente. Come si fa a dire a dei bambini perché non possono più giocare con i cugini o andare al parco con i nonni. Come ci si può abituare a trovarsi dal caldo del sud al freddo del nord ed a vivere con la tua famiglia all’interno di una caserma. Sapesse quanto lavoro ho fatto per capire chi può avermi tradito. Mesi e mesi ad analizzare agende, turni di servizio, nomi di colleghi, di amici, di confidenti con i quali avevo effettuato sopralluoghi, avevo parlato per confrontare notizie o conoscerne delle altre, fare riscontri. Un’idea con il tempo me la sono fatta ma oramai è troppo tardi. Quello che penso lo scrivo nei miei romanzi e chi vuole capire capisca.

Perché hai iniziato a scrivere libri?

Come ho sempre detto era un sogno che avevo sempre coltivato e soprattutto perché avevo una storia complicata da raccontare, una storia che la gente doveva conoscere. Ma il mio obiettivo non era solo quello di raccontare la mia personale storia, infatti nei miei libri ci sono tanti protagonisti, ma mettere in evidenza la vita dura che conducono le Forze dell’Ordine nel tentativo, a volte estremo, di garantire la serenità ai cittadini e diffondere un senso di legalità.

Qual è il ricordo più bello che hai di Catania?

Anche in questo caso l’elenco sarebbe lungo. Certamente non dimenticherò mai il giorno che ho preso la patente. Pensavo mi bocciassero poiché avevo stupidamente rivelato all’istruttore di guida che guidavo da quando avevo 10 anni la Fiat 500 di mio padre. Da Poliziotto il ricordo più bello è stato il giorno in cui, libero dal servizio ed in compagnia della famiglia, ho affrontato due rapinatori che stavano facendo una rapina in un rifornimento di via Pietro dell’Ova. Il rapinatore mi ha puntato l’arma addosso ed io l’ho puntata su di lui, eravamo a distanza di due metri. Siamo stati circa un minuto a guardarci negli occhi. Lui era spaventatissimo, quello era il vero pericolo. Aveva non più di 16 anni, potevo sparare ma non volevo ucciderlo, né ferirlo. Era giovane, può rifarsi una vita, pensavo in quei pochi momenti di follia. Gli ho parlato, parlato, con calma, invitandolo ad arrendersi, dicendogli che lo avrei aiutato, che non doveva spaventarsi, insomma tante cose. Poi lui ha buttato l’arma a terra ed è scappato. Io l’ho inseguito ma lui correva troppo anche per Mennea. Ho recuperato l’arma! Aveva il colpo in canna! Ho rischiato troppo quel giorno ma ero felice di non aver ucciso quel giovane. Chissà … magari dopo quello spavento ha smesso di fare quella vita. Voglio pensare che sia così…

I fratelli pentiti e la vendetta (mancata) dei Mazzei Giuseppe Scollo scuote la malavita di Linerida: livesiciliacatania

Domenica 21 Giugno 2015 – 05:44 di

Le rivelazioni dell’ex reggente dei Santapaola, diventato a gennaio collaboratore di giustizia, hanno blindato l’inchiesta Enigma, che martedì ha fatto scattare le manette ai polsi dei picciotti di Nuccio Mazzei.

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CATANIA – Lineri è un terreno fertile per i clan mafiosi. La frazione misterbianchese, al confine di Catania, è stata al centro in questi giorni della retata Enigma che ha polverizzato la squadra di Nuccio Mazzei. Questa porzione di terra catanese sarebbe stata una roccaforte di estorsioni e traffico di droga per i Carcagnusi. Un’indagine quella della Squadra Mobile di perfetto fiuto investigativo e di grande conoscenza dei codici e dei sistemi di adattamento della criminalità organizzata alle dinamiche dell’economia.

A blindare le accuse nei confronti di molti degli oltre 35 indagati sono le parole di Giuseppe Scollo, ex reggente di Lineri della famiglia Santapaola Ercolano e diventato il 19 gennaio scorso collaboratore di giustizia. Le sue rivelazioni sono già entrate nel fascicolo dell’inchiesta del Pm Rocco Liguori, pronto tra qualche settimana a formulare le richieste di rinvio a giudizio nei confronti del capomafia Nuccio Mazzei, dei picciotti di Lineri e dei presunti imprenditori collusi.

Pippo Scollo, dunque, inchioda i Carcagnusi. Quasi una beffa: perchè i Mazzei avrebbero voluto vederlo morto. Anzi avrebbero voluto vedere in una bara lui e il fratello Antonio, anche lui soldato del Gruppo di Lineri – San Giorgio, per regolare i conti in merito all’omicidio di Michelangelo Domenico Loria ucciso la sera del 28 febbraio 2007. Antonio Scollo decide di entrare nel programma di collaborazione anche perchè ad un certo punto si sente braccato dai Carcagnusi pronti a vendicare la morte di Loria, appena 18enne, e il ferimento del fratello Francesco. Ma i “Santapaola non mi proteggevano”- disse ai magistrati quando iniziò a collaborare nel 2011. Per quei fatti di sangue è stato condannato a 22 anni e 6 mesi di carcere.

Antonio non si è fatto scrupoli e ha accusato il fratello per quell’omicidio che nulla però aveva a che vedere con gli affari di mafia. Giuseppe Scollo ha ucciso Michelangelo Loria e ha colpito alla testa il fratello 23enne. La sparatoria è avvenuta in strada a Librino: doveva essere un’azione punitiva per il furto della Bmw di Mario Villa, amico dei fratelli Scollo, ma finì tragicamente nel sangue. Era stato organizzato un incontro “chiarificatore”, ma Francesco Loria decise che invece delle parole servivano le pallottole: Antonio Scollo e Mario Villa sono stati feriti ai piedi. A quel punto i due fratelli Scollo reagirono. I Loria sono figli dell’ergastolano Gaetano, elemento di spicco della cosca Mazzei. Per questo in un primo momento gli inquirenti pensarono a un regolamento di conti tra clan: ma invece si trattava di un affare personale, tanto che i Santapaola lasciarono i due fratelli scoperti alla vendetta dei Carcagnusi. A salvargli la vita, forse, la galera: ma il “tradimento” della famiglia ha acceso la miccia in Antonino Scollo a “tradire” l’organizzazione mafiosa. E pochi mesi fa lo ha seguito in questa scelta il fratello Giuseppe.

Pippo Scollo ha inflitto un nuovo colpo mortale ai Carcagnusi. Questa volta senza pallottole, ma fornendo agli inquirenti importanti elementi di riscontro alle risultanze investigative di Enigma. Gli affari della malavita di Lineri erano affar suo: Giuseppe Scollo, infatti, controllava la zona per conto dei Santapaola. I Mazzei sembra avessero ricevuto una sorta di placet da parte di Cosa nostra a operare nella frazione. Liguori – in conferenza stampa – l’ha definita “una joint-venture con i Santapaola”. E l’intermediario sarebbe stato Alfio Cavallaro (arrestato nel blitz), non affiliato, ma ritenuto vicino agli ambienti della famiglia di “Nitto”.

“Ero il reggente di Lineri”. Giuseppe Scollo interrogato nel corso di un processo si è presentato così. “Ho deciso di collaborarare con la giustizia per tagliare tutti i contatti del passato e soprattutto aiutare la mia famiglia”. Le rivelazioni dell’ex santapaoliano stanno portando colpi di scena in diversi processi. Ha infuocato gli animi dei difensori di Orazio Finocchiaro, accusato di aver pianificato di uccidere un pm, rivelando di aver assistito in carcere allo sfogo di Franco “Iattaredda” Finocchiaro mentre manifestava “la sua contrarietà nei confronti del progetto di attentato al magistrato Pacifico”. “Ma che si sente Toto Reina…” avrebbe detto rabbiosamente – a detta del pentito – il boss dei Cappello nei confronti del nipote Orazio. E Giuseppe Scollo è entrato anche nella lista dei testi dell’accusa nel processo di appello a carico dell’ex governatore Raffaele Lombardo.

Processo trattativa, ex colonnello Valente: “Non ritenni necessario avvisare Canali che Mori informato su Santapaola” da: antimafia duemila

carabinieri-divisa-colonnello-effdi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 12 giugno 2015

“Non ritenni necessario dire a Canali che Mori era stato informato sulla presenza di Santapaola nel barcellonese”. Così l’ex colonnello Silvio Valente, oggi in pensione e nel 1993 comandante della sezione anticrimine di Messina, ha risposto ad una domanda del pm Nino Di Matteo. “Con Mori parlammo a settembre dei fatti d Terme Vigliatore quando facemmo una riunione… si parlò di sfortuna, gli dissi che io c’ero rimasto male a non essere stato informato e lui fece riferimento al fatto che io stavo facendo la scuola di guerra… gli dissi che stavo cercando di rianimare il reparto. Mentre a De Caprio dissi ‘ma vi trovavate proprio là?’. E lui mi rispose che uno dei suoi aveva riconosciuto un latitante. Ma non mi spiegarono perché non avevano preso l’autostrada”.
Di Matteo, sottolineando come le intercettazioni dove venne registrata la voce di Santapaola fossero state richieste dallo stesso Canali, ha quindi chiesto perché nell’ informativa di luglio venne nascosto il dato della certa presenza di Santapaola. E il teste ha risposto: “Io so che gli riferivano direttamente a Canali e quindi probabilmente lui già sapeva. Quando gli porto l’informativa non è che mi dice: ma cosa mi sta dicendo, lui già sapeva”. E sul motivo per cui non si parla in alcun modo del riscontro effettuato da Scibilia per vie infromali ha aggiunto: “Quello che fece Scibilia lo fece in maniera molto artigianale, io ritengo che non era… una parola certa… forse per la polizia giudiziaria… che questo confidente gli avesse detto che quella era la voce di Santapaola… e quindi ho ritenuto di non scriverlo”.

Processo trattativa, ex colonnello Valente: “Ritengo che Canali sapesse della presenza di Santapaola i primi di aprile”
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari – 12 giugno 2015

“Io ritengo che lui lo dovesse assolutamente sapere. La prima informativa che gli porto a mano lui gli diede un’occhiata e mi diede l’impressione che lo sapesse. Se non lo avesse saputo avrebbe fatto un salto sulla sedia”. A riferirlo in aula è l’ex colonnello Silvio Valente, nel 1993 Comandante della sezione anticrimine di Messina. L’ex ufficiale, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Vittorio Teresi (in aula assieme ai pm Di Matteo e Del Bene), sta ricostruendo i fatti su quanto avvenuto nell’aprile del ’93 quando venne intercettata la voce dell’allora latitante Nitto Santapaola e vi fu una sparatoria a Terme Vigliatore, quando Fortunato Imbesi venne scambiato per il latitante Pietro Aglieri dagli uomini del Ros guidati dal capitano Sergio De Caprio. All’epoca dei fatti Valente non era presente ma alcuni particolari gli furono riferiti al suo rientro a Messina. “Nella prima informativa io scrivo quanto mi venne riferito. Su Terme Vigliatore mi disse che uno dei due gruppi in una macchina credette di vedere un latitante palermitano, gli intimarono l’alt e questi scappò via, che ci fu una sparatoria dove si è rischiato il morto. La perquisizione a casa degli Imbesi? Non ne so niente, non mi venne detto niente. So che Imbesi abitava nella stessa contrada. Io non ebbi nemmeno la curiosità di andarci. Dopo l’ascolto fatto con attenzione di tutte le bobine arrivammo a ricostruire tutte le vicende per la seconda informativa”.
Nella prima informativa, consegnata al sostituto procuratore Olindo Canali nel luglio 1993, vi è un riferimento ad intercettazioni incomprensibili in riferimento a “zio Filippo”. Alla domanda su chi gli avesse fornito il dato della incomprensibilità di queste conversazioni l’ex ufficiale ha detto: “Non ricordo chi me lo disse nello specifico. Mi riferirono coloro che avevano eseguito le intercettazioni. So che erano fatti con strumenti inadeguati. Il mio scopo era riavere quelle bobine, dissi: avete fatto una cosa artigianale, ora prendiamo un filtro e vediamo cosa esce fuori”. A quel punto però il pm Teresi replica facendo notare che, prima ancora di ascoltare le stesse registrazioni, in un atto ufficiale si scrive che le stesse erano inascoltabili ed il teste conferma: “Mi dissero che alcune si ascoltavano bene e altre male e io desumo per avere queste cose siccome molte potevano essere incomprensibili bisognava riascoltarle”.

Processo trattativa, ex colonnello Valente: “Di Santapaola e sparatoria a Terme Vigliatore venni informato a fatti avvenuti”
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari – 12 giugno 2015
“Vengo informato di quanto avvenuto nel mese di aprile, l’intercettazione di Santapaola e della sparatoria di Terme Vigliatore solo dopo”. A dirlo in aula al processo trattativa è l’ex colonnello Silvio Valente, oggi in pensione, nel 1993 effettivo comandante della sezione anticrimine di Messina. “Quattro o cinque giorni dopo mi telefona il Maresciallo Sammarro che mi dice: ‘non volevano che glielo dicessi ma è successo questo’. Chiesi spiegazioni e loro avevano pensato che ormai il pasticcio era stato fatto e che avrei potuto lasciare il corso. Ma io non ci rimasi molto bene. Quando io rientro Santapaola era stato arrestato in altro sito”. L’ex ufficiale dell’Arma ha spiegato che nell’ottobre 1992 ha lasciato il comando dell’anticrimine di Messina al Maresciallo Scibilia in quanto aveva iniziato il corso di guerra. Fino a quel momento il gruppo era impegnato nelle indagini sull’operazione Peloritano 1 e 2 ma non si aveva alcuna percezione della possibile presenza di Santapaola sul territorio messinese. “Con Scibilia – ha aggiunto il teste – mi sentivo ma si parlava solo di queste attività. Nulla mi venne detto su attività nel barcellonese e sull’omicidio del giornalista Alfano. Certe cose le ho sapute solo dopo”.
Spiegando cosa gli venne riferito Valente ha ricordato: “Io finisco il corso ai primi di giugno e quando arrivai alla sezione e riunii il personale che era stato coinvolto nelle intercettazioni e chiesi di raccontarmi quello che era successo. Feci fare una scaletta. Quella scaletta fece scaturire la nota informativa. Io chiesi se erano state riascoltate le intercettazioni per vedere se di “zio Filippo” si parlava anche in altre occasioni, ma mi dissero che non era stato fatto. Quel lavoro però non si poteva più fare perché le intercettazioni erano già state depositate. C’erano alcune trascrizioni, ma non tutte. Io credevo che bisognava fare l’informativa e dall’esame delle intercettazioni denunciare chi aveva favorito la latitanza. Dovevamo mettere una pietra sopra e andare avanti e lavorare”.
In merito alla presenza di Santapaola sul territorio Barcellonese “Scibilia mi disse di aver fatto sentire la voce dello ‘zio Filippo’ al confidente. Lui riteneva che da quello che diceva il soggetto e dal riconoscimento della voce quello era il latitante”. L’ex colonnello ha anche raccontato di aver saputo che Mario Mori, imputato al processo, fu avvisato della presenza di Santapaola ma non ricorda se poi venne messo a conoscenza o meno della presenza dello stesso Mori a Messina.

Processo trattativa, pentito Di Natale: “Stragi per piegare lo Stato e sistemare le cose”
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari – 12 giugno 2015
“Subito dopo le stragi si era in attesa di sviluppi e si pensava di organizzare altri eventi caso mai quelle stragi non erano state sufficienti a far cambiare idea. Perché servivano? Per piegare lo Stato”. Prosegue la testimonianza del collaboratore di giustizia Giusto Di Natale al processo trattativa Stato-mafia. Il pentito, parlando della strategia di Cosa nostra nel 1994, ha ricordato le riunioni che venivano affrontate con Brusca, Matteo Messina Denaro, Guastella, Bagarella e Nino Mangano a cui poi subentrò anche Spatuzza: “ Una volta Brusca disse che bisognava mettere delle siringhe infettate di Aids nella sabbia. Poi questo non si fece. C’era da ridisegnare la situazione. In quel momento c’erano collaboratori che spuntavano come funghi la mafia stava prendendo batoste e si voleva invertire questa cosa, c’era anche chi parlava di revisione al maxi processo. Si faceva una guerra allo Stato per farlo piegare”. E poi ancora: “Si voleva abolire il 41bis perché arrivavano notizie che la gente veniva picchiata. Erano argomenti che si affrontavano a livello quotidiano, ne parlavano tutti. Erano quelli i problemi che avevamo”.
Sui motivi per cui quei progetti vengono arrestati Di Natale ha spiegato che “quando hanno arrestato Bagarella c’è stato un attimo di problematica. Questo gruppo ristretto che si incontrava nel mio ufficio era tenuto all’oscuro di Provenzano. Poi c’erano anche dei contatti degli agganci e si aspettavano risposte. Una di queste arrivò con l’episodio dell’euforia di Guastella ma so che Bagarella aspettava anche altre risposte. Si disse che qualcuno si era fatto vivo, ma non so chi. Me lo disse Bagarella a livello confidenziale”.
In aula il pentito ha anche ricordato che, in occasione di un’intervista televisiva di Santoro a Marcello Dell’Utri “al carcere eravamo tutti sintonizzati su quel canale. C’era grande attesa. Dell’Utri affrontava le domande di Santoro e partivano cori da stadio. Quando Dell’Utri rispose che se essere palermitano significava essere mafioso allora lui era mafioso. E tutti abbiamo applaudito. Eravamo in attesa di eventi e speravamo che qualcuno cambiasse le leggi”.
Di Natale ha anche dichiarato di aver gestito il libro mastro (del pizzo, ndr) del mandamento. “L’incarico venne da parte di Di Trapani e Guastella nell’estate del ’94. Il libro mastro era un libro nel quale annotavamo le entrate di tutti i mesi, c’erano altri soggetti che avevano ‘messo a posto’ le imprese”. Tra queste, a suo dire, vi era anche questioni importanti tra i quali le antenne di Berlusconi sotto al Monte Pellegrino. “C’erano da riscuotere 250milioni dal “serpente” nel senso del “biscione” – ha detto – Le somme importanti delle estorsioni venivano gestite in maniera diversa. Il libro Mastro l’ho gestito dal ’94 fino a quando mi hanno arrestato nel ’96. Per le antenne di Canale 5 se ne occupava Mangano, ogni estorsione aveva un suo referente”.

Processo trattativa, pentito Di Natale: “Dell’Utri assicurò per intervento su legge pentiti”
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari – 12 giugno 2015
“Un giorno Giuseppe Guastella tornò da un incontro con Vittorio Mangano euforico. Ne parlò subito con Leoluca Bagarella e poi lo disse a me. Il concetto era che avrebbero modificato la legge sui collaboratori. Mangano diceva che aveva parlato con Marcello Dell’Utri”. A dirlo in aula è il collaboratore di giustizia Giusto Di Natale, sentito oggi come teste al processo trattativa Stato-mafia. Il pentito, rispondendo alle domande del pm Francesco Del Bene dopo aver ripercorso la storia del suo inserimento all’interno di Cosa nostrana ricostruito una serie di incontri avvenuti tra il 1993 ed il 1994. “Questi incontri tra Bagarella e il genero di Mangano e Mangano non erano giornalieri ma avvenivano frequentemente. Guastella informava Bagarella di quello che succedeva. A volte era Bagarella che mandava Guastella a rapportarsi su certi argomenti. In quel periodo speravamo nella modifica dell’art.192 sui pentiti (cioè il riscontro incrociato delle dichiarazioni dei collaboratori su cui si sono basate molte condanne e arresti, ndr)”.
Alla domanda su quali fossero le assicurazioni che venivano da Dell’Utri il Di Natale ha risposto senza esitazioni: “Di portare pazienza che si stava mettendo in moto una macchina sull’art. 192. Se andate a vedere le trasmissioni televisive di Italia1, Canale5 e Rete4 e non c’era un giorno che non attaccavano i collaboratori di giustizia, è durato un paio di anni. Poi è stato cambiato l’art. 192. Basta guardare i fatti”. Nella sua deposizione il collaboratore di giustizia ha parlato anche di diverse riunioni che si sarebbero tenute nel suo ufficio: “Io ero amico di Giuseppe Guastella di Resuttana e piano piano ci siamo trovati in sintonia. In quel periodo ?93/’94 avevamo formato un club di Forza Italia, la sede era nel mio ufficio. In tutta la città c’erano dei fermenti e tutti stavano cercando di organizzarsi per non perdere questo treno politico, sono stato avvicinato da Nino Ferrante che mi ha detto che voleva fare un club più grande”.

Processo trattativa, oggi in aula il colonnello Valente
di Aaron Pettinari – 12 giugno 2015
All’udienza odierna previsto anche l’esame del pentito Giusto Di Natale
Dai rapporti tra Cosa nostra e Marcello Dell’Utri al mancato arresto di Nitto Santapaola a Terme Vigliatore. Saranno questi gli argomenti che verranno affrontati quest’oggi al processo trattativa Stato-mafia. Nell’attesa di conoscere la decisione della corte, presieduta da Alfredo Montalto, in merito alla richiesta di confronto tra l’ex sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto, Olindo Canali, e l’ex maresciallo Giuseppe Scibilia, oggi in pensione, verrà ascoltato come testimone il colonnello Silvio Valente. Quest’ultimo nel 1993 era l’effettivo comandante della sezione anticrimine di Messina ma in quel periodo in cui venne registrata la voce di Santapaola e vi fu il caso della sparatoria contro Fortunato Imbesi, scambiato dal Ros per il boss Pietro Aglieri (un fatto che secondo l’accusa poco tempo dopo portò Santapaola a cambiare luogo per trascorrere la latitanza), frequentava un corso e dunque fu sostituito da Scibilia.
Valente ha anche il firmatario dell’informativa della sezione anticrimine di Messina, del 25 luglio 1993, quando Santapaola era già stato arrestato, indirizzata proprio a Canali. In quel documento vi è un riferimento ad alcune intercettazioni del 1 e del 5 aprile ’93 che farebbero emergere la presenza di Santapaola proprio nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto. La scorsa settimana l’ex pm Canali ha spiegato che: “Quell’informativa venne depositata quando io stavo per rientrare dalle ferie, io avevo già le dichiarazioni di Bonaceto su Alfano ma che fosse stata intercettata addirittura la voce di Santapaola non lo seppi e nessuno me lo disse”. Dell’informativa, delle investigazioni, e del mancato arresto dell’allora latitante Santapaola oggi Valente dovrà quindi riferire alla corte.
Di ben altro invece parlerà il collaboratore di giustizia Giusto Di Natale.
Di Natale, anche se non è mai stato combinato, in passato è stato legato alle famiglie mafiose di Resuttana e di altri mandamenti ed era arrivato persino ad un passo dal diventare reggente del quartiere La Noce. In particolare è chiamato a riferire in merito ai rapporti intrattenuti dall’organizzazione mafiosa con Marcello Dell’Utri ed in particolare sugli incontri tra quest’ultimo e Vittorio Mangano. In passato ha già riferito che, assieme al fratello, “aprii negli ultimi mesi del 1993 un club di Forza Italia e mio fratello aveva molti contatti con persone di Palermo che poi avrebbero avuto successo politicamente, come ad esempio Gianfranco Micciché. Come imprenditore avevamo molta fiducia in un progetto politico che avrebbe favorito l’imprenditorialità in Sicilia”. In quello stesso ufficio in cui aveva sede il club, ricorda, era frequentato dal “meglio di quello che c’era a quei tempi”. Matteo Messina Denaro, Salvatore Brusca, Nino Mangano, Pino Guastella. Quest’ultimo, a detta del pentito, si sarebbe fatto portavoce del boss Leoluca Bagarella.
Vi sarebbero state tante riunioni organizzate alla fine del 1994 per decidere “come arginare il fenomeno dilagante del pentitismo e in particolare quel che riguardava l’articolo 192 del codice di procedura penale, cioè il riscontro incrociato delle dichiarazioni dei collaboratori su cui si sono basate molte condanne e arresti. Un giorno, databile nell’estate del 1995, prosegue, il Guastella tornò in ufficio euforico. ‘Mi hanno assicurato che il problema dei pentiti sarà risolto: si interverrà sull’articolo 192’”. Una notizia venuta da un supposto contatto diretto di Mangano con Marcello Dell’Utri. E indirettamente confermata da un altro mafioso, Diego Di Trapani, “convinto, dopo aver incontrato Provenzano, che tutto sarebbe stato risolto e che in appello i boss sarebbero stati assolti in massa”. In passato aveva anche raccontato che nel 1998 fu accolta con applausi, risate e fragorosi battimani da centinaia di detenuti al 41 bis nelle carceri di tutta Italia, la provocazione lanciata da Marcello Dell’Utri al microfono di Michele Santoro – “sono palermitano e quindi sono mafioso”.
Inoltre il pentito Di Natale ha anche riferito che all’indomani delle stragi, vi era stata più di una riunione per determinare il nuovo riassetto dell’organizzazione e a queste riunioni c’era un nuovo “senato” di Cosa nostra. Un gruppo ristrettissimo che si riservava di prendere decisioni senza che gli altri capimandamento ne fossero a conoscenza. Una sorta di élite che si è definita dopo l’arresto di Bagarella nel 1995.

I verbali del pentito Seminara “La mappa della mafia catanese”

CLAN SANTAPAOLA

Giovedì 12 Febbraio 2015 – 05:02 di

Davide Seminara riconosce gli affiliati dei Santapaola guardando le foto degli inquirenti. Nomi e cognomi.

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CATANIA- Davide Seminara, uomo fidato della mafia che comanda a Librino, da qualche mese collaboratore di giustizia, continua ad affiancare i magistrati della Procura etnea nelle più importanti indagini sulla famiglia mafiosa Ercolano-Santapaola.

Interrogato dai Pm Rocco Liguori e Lina Trovato ha tracciato una vera e propria mappa della mafia catanese riconoscendo in un corposo album fotografico ex “colleghi” di malavita, amici e nemici. Ecco la prima parte dei verbali di Seminara.

Riconosce Salvatore Aiasecca, detto “Turi ca lente”, “fa parte del clan Santapaola -dice Seminara- gruppo del Villaggio, si occupa di estorsioni, è uno dei vecchi appartenenti al clan, lo conosco personalmente, sono state anche detenuto con lui, ho discusso di estorsioni”.

Il pentito riconosce “Armando da Civita, fa di cognome Angemi -dichiara- fa parte del gruppo della Civita del quale è stato responsabile dopo l’arresto di Orazio Magrì, durante la latitanzadel Magrì, il ruolo di responsabile lo copriva Castelli. L’ho riconosciuto personalmente, veniva spesso a San Cristoforo per discutere di estorsioni con Daniele Nizza”. “Angemi -aggiunge Seminara- si occupava in particolare di estorsioni, ricordo che ha avuto dei contrasti sia con Castelli, sia con Daniele Nizza, perché Angemi gestiva estorsioni nascoste”.

Marco Battaglia sarebbe “appartenente al Clan Santapaola, gruppo di Picanello, si occupa di stupefacenti, più volte ci siamo incontrati a Picanello per discutere di stupefacenti. Gestisce una piazza di spaccio a San Giovanni Galermo, ma rifornisce diverse altre piazze. L’ho conosciuto personalmente all’incirca nel 1997, è il cognato di mio zio ed è anche parente della mia compagna…è soggetto molto legato a Lorenzo Pavone”.

Salvatore Battaglia, secondo Seminara, “è appartenente al Clan Santapaola, gruppo del Villaggio, lui e suo fratello Marco sono componenti storici del gruppo. Suo cugino Giovanni Battaglia, nel corso di un colloquio, gli ha riferito che avrebbe dovuto ricoprire l’incarico di responsabile al posto di Luca Mirabella, volontà che è stata poi riferita a Saro Lombardo. Ad oggi, anche se detenuto, gestisce il gruppo del Villaggio, lui e suo fratello Marco sono componenti storici del gruppo”.

Battaglia avrebbe inviato “Molti bigliettini ad Andrea Nizza un paio di mesi fa da Bicocca, lamentandosi del comportamento di Andrea Nizza, che non mandava sufficienti somme di denaro ai vari componenti del gruppo; alcuni di questi bigliettini li ho letti personalmente”.

Esisterebbe un vero e proprio “sistema” per far uscire i bigliettini dal carcere durante i colloqui: “Vengono piegati -dice Seminara- e collocati all’interno dei bicchieri di plastica che poi, al termine dei colloqui, il famigliare riporta con sé”.

Il pentito Seminara confida ai magistrati che “quando si fa riferimento al termine sorella vuole indicare Andrea Nizza”.

Altro componente del clan Santapaola sarebbe Davide Battiato, “gruppo di Picanello -dichiara Seminara- vicino a Giovanni Comis, si occupa principalmente di droga e rapine, lo conosco personalmente, in diverse occasioni ho discusso con lui di affari illeciti, più volte si è recato in visita da Fabrizio Nizza, ma quest’ultimo non ne aveva grande considerazione”.

C’è poi un certo “Giuseppe”, appartenente al Clan Santapaola secondo il collaboratore, “veniva spesso a parlare con i Nizza, con Benedetto Cocimano, di cui era uomo di fiducia. So che si occupava principalmente di droga, in quantitativi di chili, lo conosco personalmente, gestiva un bar a Catania nei pressi della Piaggio, dove in un’occasione mi ha ceduto un chilo e mezzo di cocaina”.

Guardando le foto predisposte dagli inquirenti, Davide Seminara individua “Alfio”, appartenente ai Santapaola, “gruppo di Acireale – Aci Catena. Ricordo che veniva spesso a San Cristoforo a parlare con Daniele Nizza e che nell’occasione, tra di noi si diceva <<ci sunu l’acitani>>, quindi nel gruppo si sapeva che era del gruppo di Aci Catena”.

Giorgio Cannizzaro, colletto bianco di cosa nostra sarebbe “un vecchio appartenente al clan Santapaola, gruppo San Giovanni Galermo, fratello di Nuccio Cannizzaro. Non l’ho conosciuto personalmente, ma me ne ha parlato Salvatore Gurrieri, un altro vecchio appartenente al clan. So che Giorgio Cannizzaro vive a Roma e che quando scendeva a Catania non voleva incontrarsi con nessuno per restare “riservato”.

Davide Seminara ha riconosciuto in foto anche Filippo Scalogna, “clan Santapaola, gruppo del Villaggio Sant’Agata; io e Davide Licciardello portavamo lo stipendio mensile di 750 euro a sua moglie”.

L’elenco dei “picciotti” riconosciuti da Davide Seminara è ancora lungo e servirà ai magistrati per trovare importanti riscontri ai processi e alle indagini in corso.