Un segnale forte per i medici di domani: la cattedra in Umanità alla facoltà di Medicina di Milano da:ndnoidonne

Dottori anche in ‘umanità’

Luisella Battaglia

Si è salutata con grande favore la notizia dell’istituzione di una cattedra di ‘Umanità’ nel dipartimento di oncologia della facoltà di Medicina a Milano. Un insegnamento, indubbiamente, carico di promesse, anche per il carattere fortemente evocativo di una parola che condensa in sé una straordinaria ricchezza di significati, ma che soprattutto, nel sottolineare la necessità di una formazione umanistica del medico, sembra nascere dalla presa di coscienza di una crisi della medicina scientifica. Una crisi che nasce, in realtà, dal suo stesso successo. La medicina scientifica ha compiuto infatti straordinari progressi: tecniche sempre più sofisticate consentono al malato di vedersi in tre dimensioni, il medico lo può curare a distanza grazie alla telemedicina, il chirurgo può operare senza toccare direttamente il malato. Progressi innegabili che celano tuttavia un pericolo, quello di vedere l’individuo ignorato nella sua singolarità dalle esigenze classificatorie. Siamo, in effetti, in presenza di un sistema sempre più burocratizzato che, ad esempio, anziché attribuire una valenza positiva al tempo trascorso con il paziente, considerandolo un investimento ai fini della stessa terapia, lo associa al concetto di perdita.

Che resta allora della relazione originaria tra curante e curato, di quel colloquio descritto fin dall’antichità da Ippocrate e dai suoi discepoli dell’isola di Kos? Qual è il posto del malato nella malattia, in una medicina sempre più spinta verso l’universalizzazione e chiamata a divenire una scienza dell’oggetto umano? In Nascita della clinica Michel Foucault ha tratteggiato magistralmente il cammino compiuto dalla medicina moderna, concentrandosi sul momento – la rivoluzione francese – in cui la creazione dell’ospedale, inteso come – “cittadella fortificata della salute” -, alimenta l’ambizioso progetto di una medicina come scienza esatta, attraverso l’oggettivazione della malattia e del malato. Al prezzo, tuttavia, di “sradicare” il soggetto, la persona, ignorando la molteplicità degli aspetti – biologici, psicologici, sociali – che ineriscono al problema della salute.

La ricostruzione etimologica di alcuni termini chiave potrebbe qui rivelarsi particolarmente utile. Medicus richiama il verbo latino mederi che significa “prendersi cura”, ma anche la parola greca therapeia ha tale significato: la sua radice Dher vuol dire “portare”, “prestare attenzione”. Il terapeuta è dunque “colui che sostiene”. È quanto ci ricorda un grande psicoterapeuta, James Hillman, secondo il quale il medico che passeggia “lungo le sale bianche dell’ospedale, con graziose nozioni della sofferenza, della malattia e della morte”, dovrebbe ritrovare la strada verso la visione più antica e integrata della sua vocazione, specie in quelle situazioni difficili della medicina moderna – superspecializzazioni, tariffe, amministrazione ospedaliera – che mostrano come l’aspetto umano sia caduto nell’ombra. È la stessa predilezione per la patologia scientifica ad allontanarlo dalla comprensione della sofferenza in favore della spiegazione della malattia: la sua attenzione è spostata dal soggetto all’oggetto, da colui che è disturbato al disturbo e alla sua causa. Ma, soprattutto, diventa immemore della sua stessa vulnerabilità: “I medici – rileva Hillman – sono notoriamente cattivi pazienti forse perché hanno perduto la capacità di essere feriti”.

Oggi, dinanzi ai complessi problemi della medicina ospedaliera, è davvero prefigurabile una medicina umanistica in grado di tenere insieme capacità tecniche e carattere morale? Ma, soprattutto, la cultura medica è preparata a questo rinnovamento, insieme politico e culturale? I segnali non sono certo incoraggianti: basti pensare agli attuali test di accesso alle facoltà di medicina, che privilegiano le competenze scientifiche e ignorano sistematicamente le questioni filosofiche ed etiche, di importanza fondamentale per la formazione umanistica del medico. Perché, allora, non cominciare proprio da qui, dando un segnale forte in direzione della confluenza dei diversi saperi dell’uomo e inaugurando così quel nuovo percorso per i dottori di domani che l’insegnamento di ‘umanità’ si propone?

La creazione del nuovo Dipartimento di Oncologia della Statale segna comunque una tappa importante in quel processo di umanizzazione della medicina che ponga finalmente al centro del percorso di cura la persona. Negli ultimi anni, infatti, si è provato a dare una forma originale all’insegnamento della medicina iniziando un percorso sperimentale di introduzione precoce degli studenti, nei primi giorni di frequenza, al mondo della persona malata, seguendo gli infermieri nelle attività quotidiane di accudimento. In una serie di incontri di riflessione in piccoli gruppi con una docente di Pedagogia medica, gli studenti rielaborano i profondi sentimenti e le emozioni che si originano dal prendere parte al rapporto di cura. Al termine del corso, una serie di incontri organizzati dagli stessi studenti con scrittori, filosofi, medici, offre poi l’opportunità di riconsiderare i vissuti personali in un contesto ancora più ampio. Un progetto sperimentale, questo, nato dalla consapevolezza che i corsi di Medicina tradizionale, soprattutto nei primi anni, favoriscono una concezione distorta e riduttiva del tipo di medico che la società richiede: la concezione di un medico molto centrato sugli aspetti preclinici e le scienze di base, ma poco interessato alle dimensioni culturali, relazionali e umanistiche di importanza cruciale in questa professione.

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“Non può decidere Lorenzin se un esame è inutile o no” (ALESSIO SCHIESARI) 25/09/2015 di triskel182

gino-stradaL’INTERVISTA.

Gino Strada Il fondatore di Emergency contro la lista delle 208 analisi mediche ritenute superflue dal ministero della Salute.
Chi decide se un esame è inutile, la Lorenzin?”. Gino Strada, cardiochirurgoefondatore di Emergency, non esita a definire la lista dei 208 esami inutili “l’ennesimo taglio alla Sanità pubblica”. Può il ministero entrare nel rapporto fiduciario tra medico e paziente decidendo quali esami è opportuno prescrivere? È l’ultimo scempio ai danni della Sanità: ormai medici e infermieri fanno il lavoro non grazie alle politiche pubbliche, ma nonostante queste. Nello specifico,alcuni di questi esami si potranno prescrivere solo in caso di anomalia pregressa:ma come posso accertarla se l’esame non si può fare?

Il ministero dice di voler limitare la medicina difensiva. Di che si tratta? Sono le misure diagnostiche cui vengono sottoposti gli ammalati non perché ne abbiano bisogno, ma per tutelare il medico da eventuali rivalse legali. Ma in questa lista ci sono esami,come quello sul potassio o sul colesterolo totale, che sono quasi di routine per gli ospedalizzati. La medicina difensiva non c’entra. I medici hanno minacciato lo sciopero. C’è chi sostiene sia una battaglia corporativa per scongiurare le sanzioni sul salario accessorio. A me sembra una protesta ragionevole.Come medico ho il diritto e il dovere di utilizzare le prestazioni necessarie per accertare le condizioni di salute del mio paziente. In questo rapporto non può entrare la politica. È possibile risparmiare senza intaccare le prestazioni? Basta tagliare il profitto. Parliamo di 25/30 miliardi l’anno, una cifra enorme, quanto una grossa finanziaria. Abbiamo una Sanità che ha fatto diventare gli ospedali pubblici uguali a quelli privati convenzionati: entrambi funzionano col meccanismo dei rimborsi. Non le sembra assurdo? Cosa intende? Abbiamo costruito un sistema in cui fare più prestazioni significa ottenere più rimborsi, un sistema che non promuove la salute ma la medicalizzazione.Oradecidono che queste prestazioni vanno limitate. I Drg (Diagnosis related groups, ndr) dovevano servire a capire quante persone in una determinata area sono affette da una patologia, invece vengono usati come moneta di rimborso. E lo Stato italiano paga le prestazione molto più di quanto costino in realtà. Intanto l’anno scorso si è deciso di non incrementare di 2,3 miliardi il Fondo sanitario nazionale e quest’anno potrebbe succedere lo stesso. È solo un problema di austerity? A me sembra evidente la volontà di favorire le strutture private. Anche perché queste hanno uno stretto rapporto con chi occupa posti di lavoro nel settore pubblico. Lo sa che in Lombardia il 98% dei primari è iscritto a Comunione e liberazione? Altrettanto vale per il Pd in altre regioni. Nella sanità quasi non esistono concorsi pubblici nei quali non si sappia prima chi vincerà. Esiste un modello di sanità che dovremmo emulare? Molte delle cose che propongo verrebbero considerati passi indietro. Abbiamo 20 sanità regionali che moltiplicano per 20 le spese burocratiche:una follia.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 25/

Privatizzare la sanità. Il modello Unipol da: contropiano.org

Claudio Conti | contropiano.org

07/09/2015

Il piano è sempre lo stesso, qualsiasi sia il settore pubblico da smantellare. Tagli la spesa, restringi i servizi, aumenti le tariffe, fai incazzare gli utenti, muovi un po’ di giornalisti prezzolati, alimenti una campagna contro “il pubblico” che incontra resistenze via via più febili (il servizio funziona sempre meno) e alla fine privatizzi tutto.

Abbiamo visto i “grandi successi” di Telecom e dell’Alitalia, per non dire dell’Italsider diventata Ilva. Lo stiamo vedendo con la scuola e l’università, fatte marcire tra taglio dei fondi, maltrattamento del personale e aumento delle rette, parallelo all’aumento dei fondi regalati alle scuole private.

La “fase finale” ora tocca alla sanità.

Come si privatizza la sanità pubblica? All’americana, naturalmente, dandola in mano alle assicurazioni e alle strutture private. C’è ancora un po’ di timore a presentarla così, quindi si comincia con degli studi, in cui magari un centro di ricerca serio come il Censis si mette a duettare con un qualcosa che si chiama Unipol, si comincia a far circolare il mantra che “bisogna superare certi pregiudizi” (le assicurazioni, in Italia, non godono effettivamente di grandi simpatie nella popolazione…), ma si comincia anche a disegnare teoricamente il nuovo assetto possibile di una sanità completamente privatizzata. A cominciare dal nome, ovviamente in inglese: white economy.

Il rapporto Censis-Unipol prende atto con soddisfazione che la sanità pubblica è stata ormai “frollata” a sufficienza e quindi “Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori”.

In fondo gli utenti sono stati ormai abituati a pagarsi quasi tutte le prestazioni sanitarie, a cominciare dall’assistenza agli anziani. Dunque non ci sarebbero troppi ostacoli pratici. Anzi, bisogna anche sbrigarsi perché la crisi ha ristretto la capacità di spesa delle famiglie in questo settore. Al punto che ci si cura in generale di meno (nonostante l’aumento dei ticket, infatti, nel 2014 la spesa delle famiglie è scesa del 5,7%) e per la prima volta è in diminuzione anche il numero delle badanti assunte per assistere gli anziani.

Per il presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini, “Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”. Et voilà, il gioco è fatto. La salute della popolazione smette di essere un diritto individuale garantito dallo Stato e diventa una merce “prodotta” da una “solida filiera economico-produttiva”, con aziende private (cliniche, laboratori di analisi e diagnostica, ecc) che sostituiscono quasi in tutto la rete sanitaria pubblica. Cui dovrebbero essere affidate, in misura assolutamente residuale, tutte quelle prestazioni da cui proprio è impossibile estrarre profitti privati: pronto soccorso, malattie gravi e/o invalidanti di persone con redditi troppo bassi, ecc.

Naturalmente bisogna “comunicare” qualcosa di più attraente e meno volgare. Quindi si argomenta in modo solidale alle famiglie italiane che “nei lunghi anni della recessione hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico”. E anzi ci si presenta come pronti a correre in loro soccorso, perché “oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”.

Sembra la pubblicità di una catena di supermercati che garantisce “prezzi bassi e fissi”. E bisognerebbe chiedersi come sia possibile che una “moderna organizzazione” della sanità in mano ai privati riesca a garantire -in futuro – prezzi più bassi e migliori prestazioni. L’esperienza comune, infatti, registra l’esatto opposto: prezzi spaventosi (una clinica privata con una certa affidabilità può arrivare a chiedere 500 euro al giorno per il solo ricovero, senza ancora calcolare i costi di visite specialistiche e medicinali, per non dire delle operazioni chirurgiche), qualche problema con i casi clinicamente più complessi (specie nella neonatologia, dove non è infrequente che bambini nati in cliche private vengano trasferiti d’urgenza in ospedali pubblici specializzati, come il Bambin Gesù di Roma). Poi, certamente, in una clinica privata il “numero chiuso” – ristretto a chi si può permettere di pagare certe cifre o è coperto da un’assicurazione (appunto…) – garantisce un rapporto meno frettoloso con medici e infermieri, meno affollamento e nessun letto nei corridoi. Queste sono piacevolezze che vengono da sempre assegnate alla sanità pubblica che deve accogliere e assistere chiunque – meritoriamente – anche se non c’è posto.

Ma ci sono dettagli decisamente interessanti nel rapporto Censis-Unipol. Per esempio, lo scorso anno la spesa sanitaria privata è crollata del 5,7%. La riduzione generalizzata dei redditi, insomma, sta mettendo in crisi i profitti dei padroni delle cliniche e dei centri diagnostici privati (gli Angelucci e i Debenedetti, per esempio); quindi è decisamente il “momento” di garantir loro un solido aumento delle entrate.

L’idea è di copiare il modello anglosassone, soprattutto statunitense, con qualche mediazione: “un’integrazione tra offerta pubblica e strumenti assicurativi (che permettano di sottoscrivere polizze a costi accessibili per poter godere in futuro di servizi di assistenza, di cura e di long term care) e di intermediazione organizzata e professionale di servizi”.

Come farlo senza consegnare immediatamente e brutalmente la popolazione agli “intermediatori” sanitari privati? Con una attenta regolamentazione che serva a “stabilire le modalità precise per attivare tale percorso di integrazione, non tralasciando che molti fenomeni di cambiamento socio-demografico variano ed assumono sfumature differenti a seconda dei territori in cui si articola il Paese. Coinvolgere, pertanto, gli Enti territoriali nella definizione di processi di integrazione pubblico-privato, ma soprattutto coinvolgerli nella definizione di strumenti integrativi di welfare può essere una pista di lavoro per attivare servizi maggiormente rispondenti ad uno scenario in cambiamento. In questa prospettiva si pongono le proposte, di alcuni operatori privati, in primis Unipol, di attivare fondi sanitari integrativi di tipo territoriale, con una forte compartecipazione degli Enti locali”.

Decentramento, accordi con enti locali inchiodati dal “patto di stabilità” e dunque impossibilitati ad opporsi validamente alle pressioni dei “privati” in presenza di una riduzione generalizzata della spesa sanitaria pubblica e quindi alle montanti proteste della popolazione. La chiave per disarticolare le resistenze passa da qui.

Il tutto, ovviamente, per “stimolare la crescita del paese”, sviluppando “filiere”. Perché “è evidente che la modernizzazione e la crescita della white economy, non possono passare solo per un investimento pubblico ma, viceversa, dovrebbero passare attraverso l’attivazione di un’offerta privata di servizi e di strumenti assicurativi e finanziari privati, di tipo integrativo, coordinati con l’offerta pubblica e sottoposti, ovviamente, alla vigilanza di organismi indipendenti competenti per materia”.

Preparatevi a fare a schiaffi con le assicurazioni. Che, come in America, pretendono di coprire soltanto i clienti in perfetta salute, scartando tutti quelli che rischiano di costar loro più di quanto non versino di polizza.

Le Regioni e i tagli alla sanità. Ecco perché prevedo un conflitto sociale e il conto rischia di pagarlo il PD da:quotidianosanità.it

Nell’ultima intervista il presidente Chiamparino afferma che i risparmi derivanti dalla lotta agli sprechi resteranno in sanità. Difficile credergli dopo quanto accaduto con l’ultima intesa che ha tagliato 2,3 miliardi al Ssn

07 SET – Caro Chiamparino, signor presidente, non se ne abbia a male se le dico che la sua intervista sulla sanità mi ha lasciato perplesso. Noi del settore  probabilmente, come dice lei, saremmo tutti  dei “dietrologi” ma lei, mi creda, dà l’impressione di uno che o ci fa o ci è.

A leggere le sue  dichiarazioni  sulla sanità, ma soprattutto  valutando la vicenda “Patto per la salute” che lei ha capitanato dalla firma in poi, si è incerti  se considerarla uno sprovveduto o uno  stratega tanto raffinato da essere  imperscrutabile ai più, me compreso. Ma come può pensare, dopo che voi Regioni  vi siete autoridotti il FSN di 2.300 mld  che  la sanità possa credere alle sue interviste?  E soprattutto ora che  il governo, nonostante le rassicurazioni di Gelli,  sta pensando a  tagliare la spesa  sanitaria  per  finanziare la riduzione della pressione fiscale? Lei  oggi,  praticamente, ci viene a dire che quei soldi   li rivuole indietro cioè che il  Governo  le deve dare  3 mld per il 2016 “perché consentono di sostenere la sanità” e come  contropartita  si dichiara disponibile a “tagliare sugli sprechi” (sic) ma a condizione che i risparmi realizzati  restino nel settore.

Ma scusi Chiamparino ma si rende conto di quello che dice? Cioè lei l’istituzione, più chiacchierata della nostra  Repubblica  chiede  al santo un miracolo non  solo senza  che da parte sua  vi sia neanche il  minimo  ravvedimento  ma tentando addirittura di fregarlo. Le ricordo che gli “sprechi” come li chiama lei siete voi a farli. Dopo tutti gli abusi che avete consumato ai danni della sanità pubblica, ci spieghi la  ragione  per la quale meritereste di essere rifinanziati ? Dica lei, che era indicato  tra i candidati  alla presidenza della Repubblica, come si può dare credito a chi  si è mostrato incapace di governare creando con le proprie incapacità delle incompatibilità tra diritti e risorse tutt’altro che irresolubili?

Noi non facciamo “dietrologia” siamo solo disincantati quanto basta per non credere né ai miracoli né ai venditori di fumo.

Tant’è che le ricordo che tra i primi ho sostenuto che:
·         il vostro Patto per la salute,  sarebbe stato un “pacco”… e così è stato
·         il comma 566 fortemente voluto da voi regioni  sarebbe stato inconcludente …e così è stato
·         le vostre leggi di riordino  regionale avrebbero avuto pesanti conseguenze   sulle tutele dei cittadini…e così è.
Ho anche anticipato:
·         gli esiti dell’applicazione  dei costi standard che voi cavalcate ammesso che riusciate  a calcolarli
·         le conseguenze immorali che si avranno  con la vostra burocratica idea  di “appropriatezza” quella che io chiamo  “medicina  amministrata
·         le ricadute  che si avranno a seguito della riduzione scriteriata delle aziende sanitarie  sulle organizzazioni  territoriali, sull’ integrazione tra servizi  sull’idea decentrata di governo  della salute .

Un anno fa, poi, le dedicai un articolo (QS 1 settembre 2014). In quell’articolo indicavo tre  problemi da risolvere:
·         il vostro discredito quali istituzioni  di governo testimoniato dalla riforma del titolo V quindi la perdita secca del vostro  potere contrattuale nei confronti del governo;
·         il paese che fatica a crescere e la sanità che per il governo diventa sempre più  insostenibile, per cui non bastando  più le politiche marginaliste, si dà il via alle politiche di  definanziamento  per  privatizzare il sistema;
·         la mancanza di una contro prospettiva e di un pensiero riformatore cioè il navigare da parte vostra  a vista  di finanziaria in finanziaria.

A fronte di questi problemi, e leggendo la sua ultima intervista,  mi è venuto  da sorridere quando lei parla di riforme. Una riforma è tale se cambia il mondo in meglio, rendendolo più giusto, più civile, più governabile, più ricco per tutti. Ma se cambia il mondo in peggio è una controriforma. Voi regioni davanti ai problemi della sanità, l’unica cosa che sapete fare è tagliare, togliere, comprimere, immiserire, sfruttare chi lavora. Compossibilità per voi è una parola  esoterica.

Voi al massimo siete in grado di smontare il sistema sanitario che avete trovato e che altri hanno concepito e fatto per voi, ma in nessun caso siete in grado di reinventarlo. Per questo non considero credibile chi pensa  di “tagliare  gli sprechi” (sic) a sistema invariante. Fino ad ora voi Regioni avete tagliato  in tutti i modi, soprattutto sul lavoro, ma a sprechi invarianti compreso i vostri lauti stipendi e le vostre guarentigie. E non sembra proprio venirvi in mente  che si potrebbe riformare per davvero l’idea ormai vecchia di tutela  e dedurne un altro genere di sistema pubblico a base universalista, e un’altra organizzazione dei servizi, del lavoro, delle professioni, a spesa economicamente compossibile.

Lo ripeto, l’unica cosa  che le Regioni pensano di fare è di fregare il santo mentre gli chiede il miracolo. Ma il santo, come ha dimostrato con l’intesa sui tagli lineari di questa estate, non si farà fregare. La profezia questa volta è fin troppo facile: per il 2016 ci beccheremo altri definanziamenti camuffati da risparmi che, quali tagli, ridurranno  sostanzialmente il FSN a sistema   invariante.

Cioè  l’intero sistema sanitario sarà come se  fosse sottoposto anticipatamente  ad un forzato piano di rientro dagli sprechi ma senza che gli sprechi veri siano rimossi. E’ il gioco del macellaio scemo che per fare lo spezzatino si taglia prima  le dita, poi la mano, il braccio fino a essere  parte  dello spezzatino. Ma tutto questo fino a quando potrà durare?

A esaminare le posizioni pubbliche dei sindacati tutti, delle associazioni e delle società scientifiche, degli ordini  e dei collegi (segnalo  le dichiarazioni  della Fnomceo in QS 29 luglio 2015, e l’articolo della presidente dell’Ipasvi, in QS 3 settembre 2015 e ricordo che medici e infermieri insieme sono circa l’80% degli addetti ai lavori), direi  che l’insofferenza di tutta la sanità verso le incapacità e gli abusi delle Regioni  e del Governo, si sta facendo sempre più forte.

Così forte che altre due  profezie sono possibili:
·         sulla sanità  è probabile che presto si apra un conflitto sociale
·         sarà il Pd in prima persona a pagarne le conseguenze elettorali.

Ormai in sanità le politiche contro riformatrici, al di là dei personaggi e delle tante  istituzioni coinvolte, sono tutte di fatto riconducibili  al PD. E questo forse spiega l’ansia rassicuratrice dell’onorevole Gelli.  Evidentemente anche a lui capiterà ogni giorno in qualsiasi occasione di incontrare gente della sanità che dice che non voterà più PD. Ma staremo a vedere.

Ivan Cavicchi

Cosa pensiamo della Sanità?da: livesicilia

 di

All’utente sofferente importa ben poco che i conti siano a posto, se ciò non si traduce in un netto e percepibile miglioramento della qualità dei servizi.

 

Caro neo-assessore regionale alla Salute, on. Baldo Gucciardi,

Abbiamo letto con molta attenzione la sua intervista su Livesicilia (“Il caso Tutino uno spartiacque. Basta commistioni”), e ne abbiamo preso nota con particolare sollecitudine, anzi, considerata l’importanza della materia, si tratta dell’umano dolore, e considerate le notizie sugli inquietanti sviluppi, post intercettazioni, vere e presunte, delle indagini sul “cerchio magico” attorno al medico personale del governatore Crocetta, Matteo Tutino, le assicuro che ci torneremo più volte, giusto per evitare cadute di memoria e di tensione. E ci permetterà anche, lei che preferisce guardare il bicchiere mezzo pieno, di svolgere la parte di chi, invece, guarda il bicchiere mezzo vuoto, a beneficio dei cittadini.

Ecco, i cittadini; infatti, caro assessore, secondo lei i siciliani cosa pensano della loro Sanità, al di là dei freddi numeri dei piani di rientro e delle inchieste della magistratura? Parlo delle liste d’attesa, dell’organizzazione sanitaria sul territorio, dei livelli essenziali di assistenza, dell’adeguatezza dei pronto soccorso e dei reparti, della pulizia dei locali, dell’attitudine del personale all’accoglienza, della sufficiente dotazione d’organico, medico, paramedico e tecnico. Al netto delle oasi d’eccellenza, di cui possiamo e dobbiamo vantarci, e di lodevoli iniziative messe in campo da alcune aziende sanitarie, penso per esempio all’Asp di Palermo, in realtà quando abbiamo bisogno di un ospedale, pur riconoscendo l’impegno straordinario della maggioranza di medici e infermieri, ci assale un senso d’angoscia e di smarrimento. Ci sarà un motivo! Nello scorrere la sua intervista, condividendo l’apprezzamento per l’encomiabile passione profusa da Lucia Borsellino, sembrerebbe che le cose volgano decisamente al positivo. Il sospetto è, ci perdoni, che stiamo ripetendo un grosso errore: cioè, basta avere i conti a posto e, scusi il bisticcio, siamo a posto.

E no, assessore, non siamo a posto per niente. All’utente sofferente importa ben poco che i conti siano a posto, se ciò non si traduce in un netto e percepibile miglioramento della qualità dei servizi. Certo, siamo felici che il bilancio della Sanità sia finalmente in attivo, di quasi 30 milioni di euro, siamo strafelici della premialità che ci è stata riconosciuta dallo Stato, di 127 milioni di euro, per avere raggiunto, scoperta che ci lascia perplessi, gli standard qualitativi richiesti. Conta, però, ne converrà, ciò che operatori sanitari, pazienti e familiari vivono nella realtà di ogni giorno. E la realtà di ogni giorno non appare rassicurante. E’ sufficiente, per conferma, oltre alle esperienze dirette di ognuno di noi, dare uno sguardo alle notizie stampa per impattare di continuo con disfunzioni, carenze e disorganizzazione intollerabili. In estate, per l’aggravarsi delle condizioni di vivibilità e della mancanza di personale, siamo ai bollettini di guerra.

Forse il bicchiere, assessore, è pieno appena per un quarto e non a metà. Adesso, per tornare alla sua intervista, sono state approvate le linee guida della sanità siciliana. Sono stati creati gli Ospedali Riuniti, che impediranno la chiusura dei piccoli ospedali di provincia, non un capriccio viste le disastrose condizioni della rete stradale sicula che renderebbero impossibile, in emergenza, il raggiungimento dei grandi nosocomi in tempi di ragionevole sicurezza. Abbiamo segnato nel calendario le date da lei citate: entro il 30 settembre le aziende devono predisporre un piano di riordino e le nuove piante organiche; entro il 30 novembre devono essere avviate, ad onor del vero lo dovevano essere già al 30 maggio, le procedure concorsuali. Siamo in fiduciosa attesa. Attendiamo, parimenti, con fiducia l’utilizzo dei 400 milioni di fondi statali per l’ammodernamento tecnologico e strutturale degli ospedali e l’azzeramento dei ritardi, da lei stesso ammessi, nella spesa dei fondi comunitari.

In ultimo, tema bollente, lei ha dichiarato, dopo l’esplosione della vicenda Tutino e le conseguenti pesanti dimissioni della Borsellino per ragioni etiche, che in un paese normale e serio avrebbero provocato le dimissioni di un intero governo, di voler porre fine alla commistione tra politica e Sanità. Tradotto vuol dire porre fine alla Sanità ostaggio degli scontri politici per l’occupazione di posizioni di potere, alla Sanità luogo in cui si consuma lo scambio voto-favore, alla Sanità in cui si materializzano fulminee e immeritate carriere grazie a cerchi magici e amicizie potenti. E’ proprio sicuro, assessore, di poter mantenere la promessa? Conoscendo uomini e cose, fatta salva la sua buona fede, ci consenta di dubitarne parecchio. Potrebbe illustrare, non a chi scrive ma alla collettività, come intende procedere in proposito? Sarebbe una rivoluzione, e lei passerebbe alla storia. Intanto, azzardiamo avanzare, sommessamente, un suggerimento. La prima cosa da fare, per eliminare tale sciagurata commistione, è la modalità di selezione dei manager e dei direttori generali delle strutture sanitarie.

Attenzione, non ci riferiamo all’ovvia selezione attraverso bandi pubblici in cui si deve chiedere il possesso di requisiti inoppugnabili, ma a chi, poi, dovrà scegliere. A scegliere deve essere gente di altissimo profilo morale, professionale e manageriale, non la politica, nè il governo, nè la Commissione Sanità dell’Assemblea Regionale Siciliana, tanto meno i partiti. La politica deve solo recepire e occuparsi delle generali strategie d’intervento e degli atti d’indirizzo. Spesso, vale per qualunque settore, carenze, disfunzioni e disorganizzazione sono dovuti non all’esiguità delle risorse finanziarie disponibili, ma alla totale incompetenza e incapacità di chi dirige.

Della Sanità restano solo macerie Lucia Borsellino pronta a dimettersi da: livesicilia

Della Sanità restano solo macerie
Lucia Borsellino pronta a dimettersi

Venerdì 13 Febbraio 2015 – 19:17 di

La decisione dopo le parole del ministro Lorenzin rispetto a un possibile “commissariamento”.  Da Crocetta e dalla maggioranza un coro unanime: ci ripensi. E’ l’ultima battaglia persa dopo tante amarezze. E ora senza lo scudo della sua faccia perbene, per la Sanità siciliana si può aprire l’ennesima partita di potere

 

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PALERMO – La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la dichiarazione al vetriolo del ministro Beatrice Lorenzin. Parole pesanti come pietre, troppo per Lucia Borsellino. L’ennesima amarezza per la donna gentile, dal viso pulito e dal cognome ammantato da un dovuto sacro rispetto, che Rosario Crocetta volle accanto in campagna elettorale. E che ora annuncia le sue dimissioni. Il velo del suo buon nome e della sua faccia pulita cade e restano le macerie di quel disastro a cielo aperto che è la Sanità siciliana, eterno oggetto di appetiti famelici. Quella sanità siciliana a cui la figlia di Paolo Borsellino ha dedicato impegno e fatica, con una serietà che le è universalmente riconosciuta, ma che le è costata anche amarissimi bocconi.

L’ultimo in queste ore, dopo la tragedia di Catania, dopo l’inaccettabile morte di una neonata mentre era su un’ambulanza, dopo che a Catania non erano stati trovati posti in Unità di terapia intensiva prenatale. Un dramma che l’ha certamente scossa dal punto di vista umano e che l’ha travolta dal punto di vista politico. E ad assestare il colpo del ko è stato il governo “amico” di Matteo Renzi. Per bocca del ministro Lorenzin, che ha ventilato l’ipotesi del “commissariamento” a seguito del caso Catania.

È stata l’agenzia stampa Adnkronos a dare notizia della scelta di Borsellino di dare le dimissioni. “Le parole del ministro Lorenzin sono state particolarmente dure e io ritengo che non ci siano più gli elementi minimi perché io possa proseguire il mio mandato, ecco perché annuncio le mie dimissioni”, ha detto all’agenzia la Borsellino. “Ho già fatto presente questa mia posizione al Presidente Crocetta – dice – Nei prossimi giorni rassegnerò le mie dimissioni. Contribuirò anche da dipendente dell’assessorato Sanità all’accertamento della verità sul caso della piccola Nicole. Non voglio aggiungere altro”.

Subito l’assessore è stata invitata da governatore e Pd a un ripensamento. Crocetta ha definito “improvvide e ingenerose” le dichiarazioni del ministro invitando l’assessore a ripensarci. “Le sue dimissioni sarebbero un grave danno per la Sicilia e per la Sanità della regione”, ha detto il governatore. Analoghi inviti giungono in rapida sequenza dal segretario e capogruppo del Pd Fausto Raciti e Baldo Gucciardi, dal presidente della commissione Sanità Pippo Di Giacomo, dal segretario dell’Udc Giovanni Pistorio e ancora Antonello Cracolici e via dicendo. Ci ripensi, chiedono i politici. Anche se è difficile immaginare che Lucia cambi idea. La tragedia di Catania, un colpo pesantissimo, è stata solo l’ultimo di una serie di grandi e dolorosi imbarazzi che l’hanno vista suo malgrado protagonista. Dal pasticcio dei posti letto dell’Humanitas, che provocò all’assessore giorni di sofferenza, al tira e molla farsesco sulle nomine dei manager, che richiesero una teoria infinita di annunci e rinvii, di quelli da perderci la faccia. E la faccia perbene di Lucia Borsellino sembrava patrimonio troppo prezioso da consumare per gli eterni e arcinoti giochi di potere che da sempre affondano le fauci nelle carni della sanità siciliana, questa terra di conquista in cui si incrociano lame in scontri all’ultimo sangue per una nomina. Lucia ci ha provato ad affrontare il mostro con la sua cifra, sobria e gentile, forse troppo. Con lei la sanità ha continuato a far progressi sul fronte dei conti, ma non è arrivato quel cambio di passo nella qualità, che dipende da troppe variabili, disseminate anche assai lontano da Piazza Ottavio Ziino. La Borsellino si è mossa in una giungla insidiosissima, ritrovandosi sola un mese fa sulla controversa vicenda delle nomine “catanesi” dei due manager Cantaro e Pellicanò.

Una guerra impari, in un assessorato che piace a molti. E che fa gola tanto più se si scommette su venti di campagne elettorali vicine. Dentro e fuori il cerchio magico del governatore, a quell’avamposto di potere si guarderebbe con attenzione. E se fin qui si è preteso di parare tutti i colpi e contraccolpi confidando su Lucia, prezioso parabordo, ora la musica potrebbe cambiare. Salvo che il coro di inviti a ripensarci non sortisca effetto facendo rientrare, o magari solo posticipare, le dimissioni dell’assessore Borsellino.

Sanità al collasso, domani la mobilitazione della Cgil: “Pronto soccorso nel caos” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

La sanità è al collasso e i cittadini, privi di un’efficace rete territoriale alternativa, sono costretti a recarsi nei Pronto Soccorso di ospedali senza più i posti letto sufficienti. Quello che sta accadendo in questi giorni nei maggiori ospedali italiani ha dell’incredibile. Complice anche l’ondat di influenza, ormai non passa giorno che i reparti di pronto soccorso a fine giornata non registrino presenze superiori a 250.La riduzione dei fondi e del personale ricade così sulle liste di attesa, e quindi sui cittadini, privati di un diritto fondamentale. Gli operatori, intanto sono costretti a turni massacranti per mantenere i servizi. Sono questi i temi al centro della mobilitazione della Fp Cgil di domani in tutta Italia. Ilsindacato lancia ai cittadini una domanda provocatoria: Sicuri di volervi far curare da medici e infermieri stressati?.

Per spiegare ?#ProntoSoccorsoKo? La Fp-Cgil mette in fila i numeri della crisi del sistema: persi 23.500 operatori sanitari, di cui 5mila medici, dal 2009 al 2013; 32mila gli operatori sanitari con contratti precari su un totale di 670mila; 31 i miliardi di tagli tra il 2009 e il 2015, a cui si aggiungono i 4 previsti dall’ultima legge di stabilità che, ricadendo sulle regioni, colpiranno inevitabilmente il Servizio Sanitario Nazionale; persi 1,3 posti letto ogni mille abitanti in 12 anni, passati da 4,7 a 3,4 a fronte una media Ocse al 4,8; sotto la media anche la spesa sanitaria complessiva, che in Italia è poco superiore al 9% del pil.
Senza contare che l’Italia è stata deferita alla Corte Europea di Giustizia per l’assenza di una normativa sull’orario di lavoro per i medici, che dovrebbe prevedere un massimo di 48 ore settimanali e riposi giornalieri di 11 ore. “Dati – sottolinea il sindacato – che permettono di capire le ragioni del caos che caratterizza il lavoro nei Pronto Soccorso. Mentre si riduce la capacità del sistema ospedaliero di rispondere ai sempre maggiori bisogni di cura dei cittadini, questi ultimi si rivolgono più frequentemente ai soli presidi h24 accessibili, ma non idonei”.

L’ultima relazione della Corte dei conti parla chiaro: visto che scuola e sanità hanno di fatto finanziato l’austerità dal 2009, o si mette in conto unan revisione della spesa nellaa direzione degli investimenti oppure le prossime vittime saranno i Lea, i livelli minimi di assistenza e quindi il “nocciolo duro” dei servizi. Secondo i magistrati contabili, il processo di revisione della spesa sanitaria «dovrà essere più selettivo e reinvestire risorse nei servizi sanitari relativamente più carenti». Per la corte queste risorse vanno prese dai settori come l’acquisto di beni e servizi non effettuati attraverso le centrali regionali d’appalto o con convenzioni della Consip. Si devono invece basare su «processi molecolari di riorganizzazione» condotti dalle singole Asl. Le regioni dovranno effettuare una più attenta riprogrammazione dei fabbisogni, mentre il governo dovrebbe potenziare il piano di medicina preventiva indicato dal piano nazionale delle riforme presentato nel Def 2014.