Privatizzare la sanità. Il modello Unipol da: contropiano.org

Claudio Conti | contropiano.org

07/09/2015

Il piano è sempre lo stesso, qualsiasi sia il settore pubblico da smantellare. Tagli la spesa, restringi i servizi, aumenti le tariffe, fai incazzare gli utenti, muovi un po’ di giornalisti prezzolati, alimenti una campagna contro “il pubblico” che incontra resistenze via via più febili (il servizio funziona sempre meno) e alla fine privatizzi tutto.

Abbiamo visto i “grandi successi” di Telecom e dell’Alitalia, per non dire dell’Italsider diventata Ilva. Lo stiamo vedendo con la scuola e l’università, fatte marcire tra taglio dei fondi, maltrattamento del personale e aumento delle rette, parallelo all’aumento dei fondi regalati alle scuole private.

La “fase finale” ora tocca alla sanità.

Come si privatizza la sanità pubblica? All’americana, naturalmente, dandola in mano alle assicurazioni e alle strutture private. C’è ancora un po’ di timore a presentarla così, quindi si comincia con degli studi, in cui magari un centro di ricerca serio come il Censis si mette a duettare con un qualcosa che si chiama Unipol, si comincia a far circolare il mantra che “bisogna superare certi pregiudizi” (le assicurazioni, in Italia, non godono effettivamente di grandi simpatie nella popolazione…), ma si comincia anche a disegnare teoricamente il nuovo assetto possibile di una sanità completamente privatizzata. A cominciare dal nome, ovviamente in inglese: white economy.

Il rapporto Censis-Unipol prende atto con soddisfazione che la sanità pubblica è stata ormai “frollata” a sufficienza e quindi “Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori”.

In fondo gli utenti sono stati ormai abituati a pagarsi quasi tutte le prestazioni sanitarie, a cominciare dall’assistenza agli anziani. Dunque non ci sarebbero troppi ostacoli pratici. Anzi, bisogna anche sbrigarsi perché la crisi ha ristretto la capacità di spesa delle famiglie in questo settore. Al punto che ci si cura in generale di meno (nonostante l’aumento dei ticket, infatti, nel 2014 la spesa delle famiglie è scesa del 5,7%) e per la prima volta è in diminuzione anche il numero delle badanti assunte per assistere gli anziani.

Per il presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini, “Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”. Et voilà, il gioco è fatto. La salute della popolazione smette di essere un diritto individuale garantito dallo Stato e diventa una merce “prodotta” da una “solida filiera economico-produttiva”, con aziende private (cliniche, laboratori di analisi e diagnostica, ecc) che sostituiscono quasi in tutto la rete sanitaria pubblica. Cui dovrebbero essere affidate, in misura assolutamente residuale, tutte quelle prestazioni da cui proprio è impossibile estrarre profitti privati: pronto soccorso, malattie gravi e/o invalidanti di persone con redditi troppo bassi, ecc.

Naturalmente bisogna “comunicare” qualcosa di più attraente e meno volgare. Quindi si argomenta in modo solidale alle famiglie italiane che “nei lunghi anni della recessione hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico”. E anzi ci si presenta come pronti a correre in loro soccorso, perché “oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”.

Sembra la pubblicità di una catena di supermercati che garantisce “prezzi bassi e fissi”. E bisognerebbe chiedersi come sia possibile che una “moderna organizzazione” della sanità in mano ai privati riesca a garantire -in futuro – prezzi più bassi e migliori prestazioni. L’esperienza comune, infatti, registra l’esatto opposto: prezzi spaventosi (una clinica privata con una certa affidabilità può arrivare a chiedere 500 euro al giorno per il solo ricovero, senza ancora calcolare i costi di visite specialistiche e medicinali, per non dire delle operazioni chirurgiche), qualche problema con i casi clinicamente più complessi (specie nella neonatologia, dove non è infrequente che bambini nati in cliche private vengano trasferiti d’urgenza in ospedali pubblici specializzati, come il Bambin Gesù di Roma). Poi, certamente, in una clinica privata il “numero chiuso” – ristretto a chi si può permettere di pagare certe cifre o è coperto da un’assicurazione (appunto…) – garantisce un rapporto meno frettoloso con medici e infermieri, meno affollamento e nessun letto nei corridoi. Queste sono piacevolezze che vengono da sempre assegnate alla sanità pubblica che deve accogliere e assistere chiunque – meritoriamente – anche se non c’è posto.

Ma ci sono dettagli decisamente interessanti nel rapporto Censis-Unipol. Per esempio, lo scorso anno la spesa sanitaria privata è crollata del 5,7%. La riduzione generalizzata dei redditi, insomma, sta mettendo in crisi i profitti dei padroni delle cliniche e dei centri diagnostici privati (gli Angelucci e i Debenedetti, per esempio); quindi è decisamente il “momento” di garantir loro un solido aumento delle entrate.

L’idea è di copiare il modello anglosassone, soprattutto statunitense, con qualche mediazione: “un’integrazione tra offerta pubblica e strumenti assicurativi (che permettano di sottoscrivere polizze a costi accessibili per poter godere in futuro di servizi di assistenza, di cura e di long term care) e di intermediazione organizzata e professionale di servizi”.

Come farlo senza consegnare immediatamente e brutalmente la popolazione agli “intermediatori” sanitari privati? Con una attenta regolamentazione che serva a “stabilire le modalità precise per attivare tale percorso di integrazione, non tralasciando che molti fenomeni di cambiamento socio-demografico variano ed assumono sfumature differenti a seconda dei territori in cui si articola il Paese. Coinvolgere, pertanto, gli Enti territoriali nella definizione di processi di integrazione pubblico-privato, ma soprattutto coinvolgerli nella definizione di strumenti integrativi di welfare può essere una pista di lavoro per attivare servizi maggiormente rispondenti ad uno scenario in cambiamento. In questa prospettiva si pongono le proposte, di alcuni operatori privati, in primis Unipol, di attivare fondi sanitari integrativi di tipo territoriale, con una forte compartecipazione degli Enti locali”.

Decentramento, accordi con enti locali inchiodati dal “patto di stabilità” e dunque impossibilitati ad opporsi validamente alle pressioni dei “privati” in presenza di una riduzione generalizzata della spesa sanitaria pubblica e quindi alle montanti proteste della popolazione. La chiave per disarticolare le resistenze passa da qui.

Il tutto, ovviamente, per “stimolare la crescita del paese”, sviluppando “filiere”. Perché “è evidente che la modernizzazione e la crescita della white economy, non possono passare solo per un investimento pubblico ma, viceversa, dovrebbero passare attraverso l’attivazione di un’offerta privata di servizi e di strumenti assicurativi e finanziari privati, di tipo integrativo, coordinati con l’offerta pubblica e sottoposti, ovviamente, alla vigilanza di organismi indipendenti competenti per materia”.

Preparatevi a fare a schiaffi con le assicurazioni. Che, come in America, pretendono di coprire soltanto i clienti in perfetta salute, scartando tutti quelli che rischiano di costar loro più di quanto non versino di polizza.

Le Regioni e i tagli alla sanità. Ecco perché prevedo un conflitto sociale e il conto rischia di pagarlo il PD da:quotidianosanità.it

Nell’ultima intervista il presidente Chiamparino afferma che i risparmi derivanti dalla lotta agli sprechi resteranno in sanità. Difficile credergli dopo quanto accaduto con l’ultima intesa che ha tagliato 2,3 miliardi al Ssn

07 SET – Caro Chiamparino, signor presidente, non se ne abbia a male se le dico che la sua intervista sulla sanità mi ha lasciato perplesso. Noi del settore  probabilmente, come dice lei, saremmo tutti  dei “dietrologi” ma lei, mi creda, dà l’impressione di uno che o ci fa o ci è.

A leggere le sue  dichiarazioni  sulla sanità, ma soprattutto  valutando la vicenda “Patto per la salute” che lei ha capitanato dalla firma in poi, si è incerti  se considerarla uno sprovveduto o uno  stratega tanto raffinato da essere  imperscrutabile ai più, me compreso. Ma come può pensare, dopo che voi Regioni  vi siete autoridotti il FSN di 2.300 mld  che  la sanità possa credere alle sue interviste?  E soprattutto ora che  il governo, nonostante le rassicurazioni di Gelli,  sta pensando a  tagliare la spesa  sanitaria  per  finanziare la riduzione della pressione fiscale? Lei  oggi,  praticamente, ci viene a dire che quei soldi   li rivuole indietro cioè che il  Governo  le deve dare  3 mld per il 2016 “perché consentono di sostenere la sanità” e come  contropartita  si dichiara disponibile a “tagliare sugli sprechi” (sic) ma a condizione che i risparmi realizzati  restino nel settore.

Ma scusi Chiamparino ma si rende conto di quello che dice? Cioè lei l’istituzione, più chiacchierata della nostra  Repubblica  chiede  al santo un miracolo non  solo senza  che da parte sua  vi sia neanche il  minimo  ravvedimento  ma tentando addirittura di fregarlo. Le ricordo che gli “sprechi” come li chiama lei siete voi a farli. Dopo tutti gli abusi che avete consumato ai danni della sanità pubblica, ci spieghi la  ragione  per la quale meritereste di essere rifinanziati ? Dica lei, che era indicato  tra i candidati  alla presidenza della Repubblica, come si può dare credito a chi  si è mostrato incapace di governare creando con le proprie incapacità delle incompatibilità tra diritti e risorse tutt’altro che irresolubili?

Noi non facciamo “dietrologia” siamo solo disincantati quanto basta per non credere né ai miracoli né ai venditori di fumo.

Tant’è che le ricordo che tra i primi ho sostenuto che:
·         il vostro Patto per la salute,  sarebbe stato un “pacco”… e così è stato
·         il comma 566 fortemente voluto da voi regioni  sarebbe stato inconcludente …e così è stato
·         le vostre leggi di riordino  regionale avrebbero avuto pesanti conseguenze   sulle tutele dei cittadini…e così è.
Ho anche anticipato:
·         gli esiti dell’applicazione  dei costi standard che voi cavalcate ammesso che riusciate  a calcolarli
·         le conseguenze immorali che si avranno  con la vostra burocratica idea  di “appropriatezza” quella che io chiamo  “medicina  amministrata
·         le ricadute  che si avranno a seguito della riduzione scriteriata delle aziende sanitarie  sulle organizzazioni  territoriali, sull’ integrazione tra servizi  sull’idea decentrata di governo  della salute .

Un anno fa, poi, le dedicai un articolo (QS 1 settembre 2014). In quell’articolo indicavo tre  problemi da risolvere:
·         il vostro discredito quali istituzioni  di governo testimoniato dalla riforma del titolo V quindi la perdita secca del vostro  potere contrattuale nei confronti del governo;
·         il paese che fatica a crescere e la sanità che per il governo diventa sempre più  insostenibile, per cui non bastando  più le politiche marginaliste, si dà il via alle politiche di  definanziamento  per  privatizzare il sistema;
·         la mancanza di una contro prospettiva e di un pensiero riformatore cioè il navigare da parte vostra  a vista  di finanziaria in finanziaria.

A fronte di questi problemi, e leggendo la sua ultima intervista,  mi è venuto  da sorridere quando lei parla di riforme. Una riforma è tale se cambia il mondo in meglio, rendendolo più giusto, più civile, più governabile, più ricco per tutti. Ma se cambia il mondo in peggio è una controriforma. Voi regioni davanti ai problemi della sanità, l’unica cosa che sapete fare è tagliare, togliere, comprimere, immiserire, sfruttare chi lavora. Compossibilità per voi è una parola  esoterica.

Voi al massimo siete in grado di smontare il sistema sanitario che avete trovato e che altri hanno concepito e fatto per voi, ma in nessun caso siete in grado di reinventarlo. Per questo non considero credibile chi pensa  di “tagliare  gli sprechi” (sic) a sistema invariante. Fino ad ora voi Regioni avete tagliato  in tutti i modi, soprattutto sul lavoro, ma a sprechi invarianti compreso i vostri lauti stipendi e le vostre guarentigie. E non sembra proprio venirvi in mente  che si potrebbe riformare per davvero l’idea ormai vecchia di tutela  e dedurne un altro genere di sistema pubblico a base universalista, e un’altra organizzazione dei servizi, del lavoro, delle professioni, a spesa economicamente compossibile.

Lo ripeto, l’unica cosa  che le Regioni pensano di fare è di fregare il santo mentre gli chiede il miracolo. Ma il santo, come ha dimostrato con l’intesa sui tagli lineari di questa estate, non si farà fregare. La profezia questa volta è fin troppo facile: per il 2016 ci beccheremo altri definanziamenti camuffati da risparmi che, quali tagli, ridurranno  sostanzialmente il FSN a sistema   invariante.

Cioè  l’intero sistema sanitario sarà come se  fosse sottoposto anticipatamente  ad un forzato piano di rientro dagli sprechi ma senza che gli sprechi veri siano rimossi. E’ il gioco del macellaio scemo che per fare lo spezzatino si taglia prima  le dita, poi la mano, il braccio fino a essere  parte  dello spezzatino. Ma tutto questo fino a quando potrà durare?

A esaminare le posizioni pubbliche dei sindacati tutti, delle associazioni e delle società scientifiche, degli ordini  e dei collegi (segnalo  le dichiarazioni  della Fnomceo in QS 29 luglio 2015, e l’articolo della presidente dell’Ipasvi, in QS 3 settembre 2015 e ricordo che medici e infermieri insieme sono circa l’80% degli addetti ai lavori), direi  che l’insofferenza di tutta la sanità verso le incapacità e gli abusi delle Regioni  e del Governo, si sta facendo sempre più forte.

Così forte che altre due  profezie sono possibili:
·         sulla sanità  è probabile che presto si apra un conflitto sociale
·         sarà il Pd in prima persona a pagarne le conseguenze elettorali.

Ormai in sanità le politiche contro riformatrici, al di là dei personaggi e delle tante  istituzioni coinvolte, sono tutte di fatto riconducibili  al PD. E questo forse spiega l’ansia rassicuratrice dell’onorevole Gelli.  Evidentemente anche a lui capiterà ogni giorno in qualsiasi occasione di incontrare gente della sanità che dice che non voterà più PD. Ma staremo a vedere.

Ivan Cavicchi