L’ordine di Riina: “Don Ciotti come don Puglisi, ammazziamolo” da: antimafia duemila

ciotti-papa-okdi Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari – 31 agosto 2014

“Questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi, Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo. Salvatore Riina, uscendo, è sempre un pericolo per lui… figlio di puttana”. E’ sempre il Capo dei capi Totò Riina, ad emettere la sentenza di morte direttamente dal carcere Opera di Milano in uno dei suoi dialoghi con il boss pugliese Alberto Lorusso.
L’intercettazione è datata 14 settembre 2013, alla vigilia dell’anniversario della morte di don Pino Puglisi. Alla notizia che la chiesa vuole fare Beato il prete che a Brancaccio è sceso in prima linea contro la mafia. “Il quartiere lo voleva comandare iddu – dice Riina di don Puglisi, – Ma tu fatti il parrino, pensa alle messe, lasciali stare… il territorio… il campo… la Chiesa… lo vedete cosa voleva fare? Tutte cose voleva fare iddu nel territorio… tutto voleva fare iddu, cose che non ci credete”.

Un impegno che dava fastidio in quanto riusciva ad intervenire su tanti bambini che vivevano per strada e che consideravano i mafiosi come idoli e persone rispettabili. Ed oggi la mafia non è cambiata e guarda ancora alla strada per reclutare nuove figure. Ed oggi come in passato ci sono preti in prima linea che sono esempio per tanti ragazzi. E don Luigi Ciotti è sicuramente uno di questi. Un simbolo che prima ha fondato il Gruppo Abele come aiuto ai tossicodipendenti e altre varie dipendenze, poi ha dato vita all’Associazione Libera la cui attività contro i soprusi delle mafie in tutta Italia è di assoluto valore. Le parole del boss corleonese hanno subito messo in allarme gli investigatori della Dia di Palermo tanto che, oltre ad avvertire la procura di Palemro, è stata inviata una nota riservata al Viminale per sollecitare il rafforzamento della scorta attorno a don Luigi. In quei mesi di dialogo con Lorusso, figura ancora da decifrare capace di scrivere messaggi criptati in fenicio, Riina è stato come un “fiume in piena”.
Riina continua parlando del fondatore di Libera: “È malvagio, è cattivo ha fatto strada questo disgraziato”. E poi conclude: “Sono sempre agitato perché con questi sequestri di beni…”. Quei beni della mafia che proprio tante cooperative che aderiscono a Libera gestiscono in tutta Italia.
Quella sui beni confiscati è una battaglia che da sempre contraddistingue l’associazione e che non è certo conclusa.
Di queste minacce don Ciotti non è stato immediatamente informato anche se stretti collaboratori del sacerdote come Gabriella Stramaccioni hanno segnalato “da alcuni mesi” l’arrivo di “segnali inquietanti e in parte indecifrabili proprio a don Luigi e a Libera”. Forse si tratta di episodi riconducibili alle parole espresse dal boss corleonese?

Da parte di Giorgio Bongiovanni, Lorenzo Baldo e tutta la redazione di ANTIMAFIADuemila va tutta la solidarietà e vicinanza a don Luigi Ciotti. La sua battaglia è la nostra battaglia, chiediamo ai soggetti preposti di intervenire per garantire al massimo la sua sicurezza.

Le novità sulla morte di Borsellino da: antimafia duemila

tranfaglia-nicola-web10di Nicola Tranfaglia – 7 agosto 2014

Nelle conversazioni che Salvatore Riina, più noto nella lingua dei mafiosi siciliani come il capo dei capi, ha scambiato con uno dei capi della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso, nel carcere Opera di Milano, alcuni aspetti della strage di via D’Amelio (compiuto nel luglio 1992 a Palermo e che ha condotto alla morte del magistrato palermitano e di uomini e donne della sua scorta) emergono con maggiore chiarezza e servono a capire meglio la forza di Cosa Nostra e le sue sicure alleanze nell’Italia di quegli anni.

Innanzi tutto l’associazione mafiosa siciliana sapeva esattamente come e quando poteva colpire a morte Paolo Borsellino. Ormai le rivelazioni di Riina sono state trascritte dagli uomini della Direzione Nazionale Antimafia e fanno parte dei materiali inclusi nei fascicoli del processo in corso a Palermo sulla trattativa tra mafia e Stato. L’appuntamento, secondo quello che aveva detto il magistrato, era previsto intorno alle cinque del pomeriggio davanti all’appartamento di Maria Lepanto, madre del magistrato. E i due erano stati intercettati telefonicamente dai mafiosi tanto che questi ultimi avevano deciso di imbottire la centoventisei parcheggiata in via D’Amelio con un altro sacco di esplosivo.
Riina di Borsellino dice: “Era un portentoso magistrato come Giovanni Falcone. Avevano fatto carriera insieme. L’ho cercato per una vita a Marsala (dove Borsellino aveva fatto il procuratore della repubblica,ndr) ma non l’ho mai trovato.” Il collaborante di giustizia Spatuzza, arrivato dopo i primi due processi (e, dopo anni, la rivelazione di Scarantino come falso pentito messo in mezzo per depistare le indagini) ha rivelato che nel garage dove era stata attrezzata la 126 con la bomba per l’attentato c’era una persona che non faceva di sicuro parte di Cosa Nostra.
Ma né le rivelazioni di Riina, che potranno anche seguire a quelle già fatte – se continuerà lo scambio incominciato con il pugliese Alberto Lorusso – né quelle – successive – di Spatuzza rispondono alla domanda di fondo, che ancora resta senza nessuna risposta: una risposta che dovrebbe essere duplice e che riguarda i perché  di quell’assassinio e tutti i mandanti che ebbero interesse ad eliminare, dopo la strage di Capaci, anche Paolo Borsellino e le persone della scorta che doveva proteggerlo. Le risposte, almeno per ora, restano ancora  ipotetiche e senza una precisa, o definitiva, risposta.
Sul perché di quell’assassinio, il tempo che è passato, quel che è successo nei decenni successivi, tutto  induce a far pensare che la strage rispose innanzitutto all’obbiettivo di completare l’opera iniziata vicino all’aeroporto di Palermo e impedire all’amico di Giovanni Falcone di proseguire l’opera di repressione e di indagine approfondita del fenomeno mafioso. Ma, subito viene da chiedere, perché  subito dopo  Capaci e proprio allora?
E qui i documenti, già depositati nel processo di Palermo, e che chi scrive ha potuto consultare, inducono a pensare che fosse allora in pieno svolgimento il confronto aperto tra le richieste presentate nel papello  dai capimafia siciliani guidati ancora da Riina (che sarebbe stato arrestato, qualcuno ricorderà, nel gennaio del 1993) e i ministri Scotti e Conso del governo di allora. E che Borsellino – per le cose dette in pubblico come in privato – fosse il magistrato indiziato come il maggior oppositore di quella trattativa. E’ ancora più difficile capire quali fossero le persone o le forze interessate a compiere o, meglio a far compiere, il sanguinoso attentato ma qui il campo delle ipotesi necessariamente si allarga quanto – per citare un autore che ebbi la fortuna, di conoscere e frequentare come il filosofo del diritto Norberto Bobbio – a quello che potremmo definire come “il campo delle associazioni segrete, o meglio ancora invisibili”. Cioè al riparo da sguardi indiscreti, che hanno albergato nel nostro Paese e con ogni probabilità ancora vi albergano e vi prosperano.

Trattativa. “Riina disse di rivendicare gli attentati come ‘Falange Armata’” da: antimafia duemila

riina-c-picture-alliance battaglia giaNel racconto del pentito Malvagna anche l’ipotetico incontro tra un carabiniere e la moglie di Provenzano

di Lorenzo Baldo – 27 giugno 2014 – Audio
Palermo.
“Nel corso della riunione di Enna fu deliberato o proposto da qualcuno di rivendicare l’azione da porre in essere (nuovi attentati, ndr) con qualche sigla?”. Il pm Roberto Tartaglia si rivolge al pentito Filippo Malvagna (arrestato nel marzo del ’93 e divenuto collaboratore di giustizia un anno dopo) che lo ascolta in videoconferenza da un sito riservato. Il nipote dell’ex boss Giuseppe Pulvirenti, detto “U Malpassotu”, risponde senza alcun tentennamento: “Sì, direttamente Salvatore Riina. Siccome si doveva fare un po’ di ‘confusione’, non si doveva capire da dove provenisse tutto questo terremoto. (Riina, ndr) disse di rivendicare qualsiasi cosa dicendo che chi metteva in atto queste cose faceva parte della ‘Falange Armata’”. E’ indubbiamente un fatto nuovo quello a cui si riferisce l’ex boss del clan catanese Pulvirenti-Santapaola. Nella nota riunione del gotha di Cosa Nostra, tenuta nella provincia di Enna nel dicembre del 1991, Riina aveva delineato la strategia stragista di attacco allo Stato. Mai però era uscita la notizia che fosse stato il capo di Cosa Nostra a dare l’indicazione di utilizzare la sigla “Falange Armata” negli attentati che da lì a poco si sarebbero realizzati. Chi avrebbe “suggerito” a Riina di adottare quella firma, e soprattutto perché? Malvagna prova a spiegarlo al pm: “Mio zio mi disse: ‘se zio Totò ha deciso così, vuol dire che sa quello che fa…”.

Il piano di destabilizzazione
Per comprendere meglio la portata criminale di quella sigla basta riprendere il decreto di rinvio a giudizio per gli imputati al processo trattativa nel quale il Gip Piergiorgio Morosini aveva evidenziato l’inquietante presenza della “Falange Armata”. “Dall’esame delle fonti indicate – aveva sottolineato Morosini – si ricavano elementi a sostegno di una ipotesi di esistenza di un progetto eversivo dell’ordine costituzionale, da perseguire attraverso una serie di attentati aventi per obiettivo vittime innocenti e alte cariche dello Stato, rivendicati dalla Falange Armata e compiuti con l’utilizzo di materiale bellico proveniente dai paesi dell’est dell’Europa”. Il Gip ribadiva: “nel perseguimento di questo progetto Cosa Nostra sarebbe alleata con consorterie di ‘diversa estrazione’, non solo di matrice mafiosa (in particolare sul versante catanese, calabrese e messinese). E nelle intese per dare forma a tale progetto sarebbero coinvolti ‘uomini cerniera’ tra crimine organizzato, eversione nera, ambienti deviati dei servizi di sicurezza e della massoneria”.

La profezia del mafioso
Non è certamente da sottovalutare il fatto che, fin dall’inizio della sua collaborazione, al pentito Malvagna, oltre alla piena attendibilità, è stata sempre riconosciuta un’intelligenza superiore alla media. Il suo racconto riaccende senza sbavature l’attenzione su uno scenario alquanto ibrido. Il nipote di “U Malpassotu” racconta che a fine ’93, mentre si trovava detenuto nel carcere “Bicocca” di Catania insieme a Marcello D’Agata (uno dei consiglieri del boss Nitto Santapaola), quest’ultimo gli aveva detto di non preoccuparsi che da lì a un paio d’anni “le cose sarebbero andate per il verso giusto”, il riferimento esplicito riguardava “attenuazioni del 41bis, indebolimento delle leggi sui collaboratori di giustizia e benefici per i carcerati”. “D’Agata – sottolinea Malvagna in videocollegamento – sosteneva che Forza Italia sarebbe stata la nostra salvezza e che queste notizie gli venivano da amici di Riina di Palermo”, e quindi bisognava votarla.

Provenzano si poteva pentire?
Con un salto nel passato il pm Tartaglia riprende alcune dichiarazioni di Filippo Malvagna, rese nel ’94, agli inizi della sua collaborazione, che riguardano una ipotetica collaborazione di Bernardo Provenzano. Malvagna ripercorre i momenti salienti di quella che, se fosse riscontrata, sarebbe l’ennesima dimostrazione di uno Stato-mafia. Il collaboratore racconta che nell’estate del 1992, probabilmente a cavallo tra le stragi di Capaci e Via D’Amelio, mentre si trovava in un ristorante a Palermo insieme ad alcuni suoi sodali catanesi e palermitani, era arrivato un maresciallo dei carabinieri al soldo di Cosa Nostra. Tale Cosimo Bonaccorso gli avrebbe consegnato un bigliettino nel quale era scritto il nome di un capitano dei carabinieri che si sarebbe dovuto incontrare con la moglie di Provenzano a fronte di una sua intenzione a collaborare con la giustizia. Nel foglietto, oltre al nominativo dell’ufficiale, veniva anche indicato il luogo dell’appuntamento. Malvagna sottolinea di essersi fatto una fotocopia del messaggio informando il boss Angelo Romano “che avrebbe avvertito subito Giovanni Brusca”, mentre Malvagna avrebbe provveduto ad informare i catanesi. Una volta rientrato a Catania il nipote di Pulvirenti avrebbe immediatamente informato suo zio. Successivamente si sarebbe svolta una riunione con altri esponenti mafiosi tra cui il fratello del boss Nitto Santapaola, Salvatore. “Alla riunione era presente anche Eugenio Galea (vice di Santapaola), quando raccontai la storia della moglie di Provenzano, mi dissero: ‘questo discorso è come se non è mai esistito’, ed io mi sono molto preoccupato. Poi mio cugino mi disse: ‘una cosa del genere non potrà mai succedere’, la reazione di tutti fu di sorpresa e di stizza…”. Sta di fatto che su quell’ipotetico incontro tra la moglie di Provenzano e il misterioso “capitano” dei Carabinieri non si è saputo più nulla. A detta dello stesso Malvagna il maresciallo Bonaccorso si sarebbe rivelato utile a Cosa Nostra già altre volte, in un’occasione avrebbe avvisato di un imminente operazione antimafia facendo così scappare un latitante.

L’asse Palermo-Catania
Il nipote di Pulvirenti traccia quindi un’asse tra Palermo e Catania raffigurando uno Stato che replica uno stesso identico atteggiamento: trattare. “Ci sono stati personaggi che cercavano dei contatti… personaggi che dicevano di essere dei servizi segreti che avevano fatto una proposta… che è stata mandata a Palermo e da Palermo ci è stato detto di lasciare perdere. (…) Questo avvicinamento c’è stato poco tempo dopo la strage di Borsellino, tra agosto e settembre del ‘92 – sottolinea il pentito –, un nostro affiliato, un certo Scorciatino Michele, tramite un suo cugino imprenditore, venne a riferire che c’era una persona che faceva parte delle istituzioni che voleva avere un contatto con Santapaola o con Pulvirenti… So che ci sono stati degli incontri tra Scorciatino Michele, Salvatore Grazioso (boss di Nicolosi, ndr) e loro dicevano che quest’uomo era dei Servizi Segreti… questa persona ebbe a dire loro che se il Santapaola e il Pulvirenti si fossero consegnati alla giustizia c’era la possibilità di fargli evitare il carcere duro, di fargli alleviare le condanne e dopo poco tempo fargli ottenere gli arresti domiciliari… questa proposta veniva direttamente dalla gerarchia delle istituzioni… per conto dello Stato”.

L’inizio e la fine
“Questo è solo l’inizio, ancora ne devono succedere di cose grosse…”. Filippo Malvagna riporta quindi la frase di suo zio ai giudici della Corte di Assise, “mio zio Pulvirenti me lo disse subito dopo la strage di Capaci…”. E così sarebbe stato. Sull’altare della trattativa sarebbero state sacrificate di fatto le vite di giudici, di uomini di scorta e di inermi cittadini.
Prossima udienza giovedì 3 luglio con l’audizione in videoconferenza del pentito Maurizio Avola.

Foto © picture alliance – Battaglia/Gia

Trasferiti i boss al 41 bis: perché ora? da: antimafia duemila

riina-trasferimento-manettedi Aaron Pettinari – 11 aprile 2014

Il Dap spiega: “Così evitiamo il radicamento nelle carceri”. Ma resta il dubbio sull’opportunità
E’ con un’operazione curata in ogni dettaglio che nella giornata di domenica si è dato il via allo spostamento di oltre duecento condannati per mafia e detenuti al 41 bis, ridistribuendoli tra le carceri di L’Aquila, Milano Opera, Parma, Viterbo, Ascoli, Tolmezzo, Novara, Spoleto e Roma. Le operazioni andranno avanti fino a fine mese ma quel che è certo è che in questi primi giorni di aprile ad essere spostati sono dei veri “pezzi da novanta” come Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Nitto Santapaola, Leoluca Bagarella, Giuseppe e Filippo Graviano, a cui si aggiungono camorristi come Raffaele Cutolo, Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti, esponenti della ‘Ndrangheta e della Sacra Corona Unita.

Dal Dap hanno fatto sapere che si tratta di un’operazione “che avviene ogni 3-4 anni per evitare che i detenuti si radichino troppo in un ambiente”. Inoltre, rispondendo alla richiesta di chiarimenti avanzata dal ministero della giustizia Andrea Orlando sullo spostamento di Bernardo Provenzano (trasferito dal carcere di Parma a Milano, dove è stato ricoverato all’ospedale San Paolo per accertamenti ndr) hanno aggiunto: “Il trasferimento è parte di una più generale movimentazione disposta da questa Direzione Generale che ha riguardato circa 250 detenuti, ristretti in regime di 41 bis e reclusi nel medesimo penitenziario da oltre cinque anni. Nel caso di Provenzano, e di altri detenuti in età avanzata, le ragioni della movimentazione hanno riguardato anche la necessità di allocare tali soggetti in Istituti dotati di centri clinici particolarmente attrezzati e siti in territori dello stato dove l’offerta sanitaria è notoriamente migliore”. Ma c’era anche dell’altro.
Lo spostamento generale sarebbe stato deciso sul finire di novembre in una riunione congiunta tra il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ed i magistrati della Direzione nazionale antimafia e tra le questioni vagliate vi era anche la necessità di sradicare i boss ed i parenti da nuovi tessuti urbani in cui infiltrarsi. Luoghi come L’Aquila dove gli appalti per la ricostruzione possono fare davvero gola. Detto che l’iter della procedura è stato avviato a febbraio e che dell’operazione sarebbero state informate anche le direzioni distrettuali antimafia competenti appare comunque “particolare” la scelta della tempistica per effettuare i vari spostamenti.
Non è la prima volta che vengono trasferiti i capimafia (Riina ad esempio era stato spostato da Ascoli a Milano nel dicembre 2003 ndr), ma mai prima d’ora erano stati spostati così tanti boss allo stesso tempo. Da notizie di stampa si apprende che proprio il “Capo dei capi” avrebbe gradito lo spostamento da Milano a Parma e lo stesso ha fatto suo cognato, Leoluca Bagarella, passato dal carcere di Ascoli a quello di Tolmezzo, in Friuli.
Ed è forse questa l’immagine peggiore che si può ricevere da un’operazione del genere. Proprio ieri Giovanna Maggiani Chelli, commentando le vicissitudini in Senato in merito all’approvazione della legge sul voto di scambio (416 ter), diceva: “Ci fa stare in ansia vedere tutti i capi mafia, rei di strage del 1993, detenuti al 41 bis, passare da un carcere all’altro”.
Non si può poi non considerare il particolare momento storico in cui questi trasferimenti sono stati messi in atto. In questi mesi si vive una forte fibrillazione, provocata anche dai dialoghi di Riina, intercettati in carcere mentre passeggiava con il boss della Sacra Corona Unita Alberto Lorusso, in cui il capomafia condannava a morte il pm della trattativa Stato-mafia, Antonino Di Matteo. “Organizziamola questa cosa, e non ne parliamo più, facciamola grossa” diceva riferendosi ad un attentato.
Nei mesi scorsi presso il carcere Opera di Milano era arrivata anche una lettera, intestata al capomafia corleonese, firmata dalla Falange Armata, in cui era scritto: “Chiudi quella maledetta bocca ricorda che i tuoi familiari sono liberi. Per il resto ci pensiamo noi”.
Oggi Riina è a Parma, ovvero lo stesso luogo dove Provenzano ha subito una caduta accidentale all’interno della cella nel dicembre 2012. Un fatto su cui comunque è aperta un’inchiesta da parte della Procura di Palermo. Può esservi una relazione? Probabilmente no. Resta comunque il fatto che lo spostamento di oltre duecento boss nel giro di un mese fa ragionare. Un’azione che è sicuramente legittima ma che forse sarebbe stato meglio effettuare un po’ per volta, abbassando così i clamori

Di Matteo: ecco chi lo vuole uccidere e perché da: antimafia duemila

pool-trattativa-sg-c-castolo-gianniniNel mirino anche altri magistrati di Palermo, Trapani e Caltanissetta

di Giorgio Bongiovanni – 27 marzo 2014
Pietro Tagliavia, uomo d’onore di Brancaccio; Cosimo Vernengo, boss di Santa Maria di Gesù; Vito Galatolo, figlio del capomandamento dell’Acquasanta; Girolamo Biondino, fratello del braccio destro di Totò Riina, Salvatore; Tommaso Lo Presti, capomandamento di Porta Nuova; Nunzio Milano, boss di Porta Nuova; Giuseppe Guttadauro, capomandamento di Brancaccio. Sono questi alcuni nomi presenti nella lista degli uomini di mafia, scarcerati di recente, su cui si concentra l’attenzione delle Procure.
Chi di questi boss potrebbe essere pronto a raccogliere il mandato di morte che Totò Riina, dal carcere Opera di Milano, ha decretato nei confronti del pm Antonino Di Matteo, parlando con il capomafia della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso?

Chi tra questi uomini ha la possibilità di organizzare un attentato nei confronti dei magistrati del pool trattativa, di altri colleghi di Palermo, Caltanissetta o Trapani?
Chi, tra questi boss in circolazione, assieme a Matteo Messina Denaro ha la potenza di fuoco per armarsi di bazooka o sparare un missile terra-aria da lanciare da una delle colline di Palermo, prendendo di mira la palazzina del giudice Di Matteo così come tentarono (fallendo grazie a Dio) di uccidere l’allora procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, nel 1995? Cosa impedirebbe ai mafiosi di colpire l’auto del magistrato con un congegno a distanza mentre viaggia con la scorta privo del bomb jammer?
Cosa nostra, l’organizzazione criminale più potente in Italia assieme alla ‘Ndrangheta, e tristemente, la più famosa del mondo, ha questa capacità militare a propria disposizione?
Ha davvero l’interesse di raccogliere l’ordine-invito del Capo dei capi, Riina?
La risposta, teoricamente, è sì. Ma nei fatti la mafia non ha alcun interesse strategico reale per mettere in atto l’ordine di Riina.
Certo, potrebbero crearsi comunque certi presupposti che non vanno presi alla leggera.
Partiamo da un assunto, ovvero che nessuno di questi capimafia tornati in libertà è uomo di “Cupola”.
Escluso Matteo Messina Denaro non ci sono nomi “eccellenti” che hanno preso parte alle riunioni della Commisione provinciale o regionale di Cosa nostra. Tuttavia sia i vecchi boss, che i giovani rampanti potrebbero rispondere all’appello di Riina decidendo di “fare il salto” ed “ergersi” come nuovi leader in Sicilia. Per i vari Settimo Mineo, Salvatore Gioeli, Nunzio Milano, Rosario Inzerillo, Emanuele Lipari, Gaetano Badagliacca, Tommaso Lo Presti, Girolamo Biondino, Vito Galatolo, Nicolò Salto, Pietro Vernengo, Cosimo Vernengo, Francesco Francoforti, Giuseppe Guttadauro, Giuseppe Giuliano, Pietro Tagliavia, Giovanni Asciutto, Nicola Ribisi e Carmelo Vellini, e tanti altri figli o nipoti di boss mafiosi o nuovi capi assolutamente sconosciuti, compiere una strage sarebbe una straordinaria dimostrazione di potere.
Un attacco “delirante” che porterebbe in un batter d’occhio l’eventuale autore al centro del cuore di Riina, rispondendo alle sue direttive stragiste, e al tempo stesso scalerebbe il vertice della nuova Cosa nostra, mettendo da parte persino il superlatitante Matteo Messina Denaro.
Tuttavia un tale “golpe” esporrebbe a gravi rischi i mafiosi che sentirebbero, nell’eventualità che avvenisse una nuova strage, immediatamente il fiato sul collo degli inquirenti e dello Stato che li stanerebbe, catturandoli, processandoli e condannandoli ad una vita da ergastolani.
Per questo motivo uccidere Di Matteo, o qualsiasi altro magistrato, in trincea nelle Procure a rischio in Italia sarebbe oggi sconveniente. Per questo motivo la mafia preferisce, salvo qualche regolamento di conti interno, dedicarsi ai propri affari, trafficare droga, compiere estorsioni o agganciare qualche politico compiacente che ne possa garantire la sopravvivenza. E soprattutto riscuotere quelle cambiali che lo Stato ha firmato durante la trattativa delle stragi del 1992-1993.
Tuttavia i pericoli nei confronti di Di Matteo, dei magistrati del pool trattativa, di quelli che indagano sulle stragi del 1992 e del 1993, e sulla cattura dei latitanti, restano altissimi.
E se non è la mafia ad avere l’interesse per compiere una strage ecco che l’obiettivo va spostato “oltre la mafia”, o meglio, verso la “mafia-Stato”.
Giovanni Falcone, ai tempi del fallito attentato all’Addaura, parlò di “menti raffinatissime” implicate nel progetto di morte. Oggi come allora “menti raffinatissime” potrebbero avere tutto l’interesse per organizzare una nuova strage. L’alibi è già pronto e l’ha fornito proprio Salvatore Riina: “Facciamola questa cosa, facciamola grossa”. Il “parafulmine” perfetto.
Perché se da una parte c’è uno Stato che protegge Di Matteo ed i magistrati di Palermo, Caltanissetta e Trapani, dando loro potere di indagare e compiere arresti nei confronti della mafia e dei collusi con essa, di processare imputati boss e complici eccellenti, dall’altra c’è uno Stato “deviato” molto potente. Uno “Stato-mafia” composto anche da figure appartenenti al mondo politico, della magistratura, della finanza, delle forze militari, dei servizi segreti, delle logge deviate che potrebbe avere tutto l’interesse di destabilizzare nuovamente il Paese tornando ad uccidere in maniera eclatante, magari servendosi dell’ambizione di vecchi e nuovi capimafia.
Il procuratore di Palermo Messineo, commentando la condanna a morte di Riina a Di Matteo, parlò di “chiamata alle armi”. Noi siamo d’accordo anche se va compreso profondamente chi risponderà alla stessa. Cosa nostra, apparentemente, starebbe “rispondendo picche” ma lo Stato deviato, lo stesso su cui stanno cercando di far luce tre Procure d’Italia (Palermo, Caltanissetta e Firenze), potrebbe avere ben altri argomenti da spendere.
Più che il processo trattativa possono essere forse proprio queste nuove inchieste a “togliere i sonni” non solo a soggetti già imputati nell’attuale procedimento sulla trattativa (con l’acquisizione di ulteriori prove a loro carico), ma anche di ignoti personaggi dal volto coperto e ancora incensurati.
Oltre a questo, esiste un intreccio perverso della potente finanza “nera”, criminale, con quella “bianca”, dello Stato. Le organizzazioni mafiose dispongono di immense quantità di capitale liquido. Solo la ‘Ndrangheta, secondo uno studio dell’istituto Demoskopika, ha un giro d’affari complessivo di 53 miliardi di euro annui, un esercito di circa 60 mila affiliati e quasi 400 ‘ndrine operative in 30 paesi, ma in totale sono 150 miliardi di euro, arrotondati per difetto, i soldi che ogni anno “fatturano” le mafie. Un costante flusso di denaro che è fondamentale per gli interessi finanziari di entrambi, lo Stato e la mafia, che continui a scorrere indisturbato. Anomalie di questo sistema, come il pm Di Matteo, sarebbero dunque da fermare prima che il processo per la trattativa Stato-mafia si spinga troppo oltre e vengano alla luce patti e segreti inconfessabili.
Ecco quindi che l’ipotesi “Stato-deviato” torna con forza.
Per quale motivo non può essere verosimile che “Servizi deviati” possano porre in essere un attentato contro i pm di Palermo e Caltanissetta pur di proteggere altri funzionari di Stato infedeli?
E’ verosimile che alcuni membri di Cosa nostra possano essere usati come pedine in un eventuale attentato?
Del resto è già accaduto in passato. Il pentito Salvatore Cancemi, oggi deceduto, mi raccontò (e soprattutto lo raccontò ai processi per le stragi del ’92-’93) che Riina nelle stragi venne “portato per la manina” mentre Spatuzza, più di recente, ha raccontato di figure a lui sconosciute, probabilmente esterne a Cosa nostra, nella preparazione dell’attentato di Via d’Amelio. Ecco perché, nuovamente, potremmo assistere ad una nuova strage con lo Stato-mafia che muove i fili, sporcandosi ancora una volta le mani di sangue, utilizzando come sempre sicari e boss.

Foto © Castolo Giannini