A morte i Borsellino! Crocetta sta bene dove sta! da: antimafia duemila

lodato-borsellinodi Saverio Lodato – 18 agosto 2015

Di questi Borsellino non deve rimanere neanche la semenza. E’ un cognome che in Sicilia deve essere cancellato, per sempre. Hanno fatto più danni loro ai mafiosi che lo Stato italiano in un secolo e mezzo di chiacchiere sull’argomento.
Paolo, il capostipite, faceva il magistrato e si mise insieme a quell’altro gentiluomo di Giovanni Falcone per rendere la vita impossibile ai “picciotti” e alle loro famiglie. La lezione gli venne data, eccome se gli venne data, ma è come se non fosse servita a niente.
Suo figlio Manfredi, infatti, fa il poliziotto, cioè “lo sbirro”, e pretende pure di lavorare in Sicilia. Lo capite: magistrato il padre, “sbirro” il figlio…
Suo fratello, Salvatore, da anni si è messo in testa di trovare l’”agenda rossa” che abili manine dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato ritennero più conveniente far sparire dalla scena del delitto. Non solo. Salvatore si scontrò perfino duramente con Giorgio Napolitano, il capo dello Stato che voleva intralciare a tutti i costi il processo di Palermo sulla trattativa con l’accusa pericolosamente rappresentata (sono punti di vista) da Nino Di Matteo.
Sua sorella Rita da anni, scendendo in politica, ha fatto le umane e divine cose perché il sentire comune della gente sulla metastasi mafiosa cambiasse radicalmente. Niente da fare.
Sua figlia Lucia, pretendeva addirittura di inceppare il sistema sanitario siciliano ostacolando ambizioni, interessi, affari sporchi, di una casta di medici e funzionari che si richiamavano invece al “Metodo Tutino”.
Ecco perché ai “bravi ragazzi” di Sicilia, al solo sentire pronunciare il cognome Borsellino va il sangue agli occhi.
Perché dalla strage di Via D’Amelio sono trascorsi 23 anni anche per loro. E non accettano, non capiscono, non digeriscono che un’intera famiglia abbia ereditato il messaggio del capostipite.

I giornali riportano la notizia che, per decisione del Viminale, Lucia sarà scortata da uomini armati e potrà svolgere il suo “prezioso lavoro” nel pianeta Sanità a patto di lasciare Palermo e trasferirsi a Roma. Molti dicono che “non si conoscono” i motivi di questa scelta romana. La stessa Lucia si è detta sorpresa dalle notizie che la riguardano. Qualche politicante siciliano, esprimendole “solidarietà!  ha perso una buona occasione per tacere. C’è chi si interroga su oscure “segnalazioni” dell’immediato pericolo che corre Lucia, c’’è chi ipotizza l’esistenza di intercettazioni telefoniche coperte da segreto e che avvalorerebbero tali preoccupazioni.
Ed è quasi con tenerezza che siamo costretti a registrare l’imbarazzo di certi opinionisti che nelle ultime settimane si erano gettati a capofitto nel piatto ricco del’”antimafia delle passerelle” e che ora non sanno darsi una “lettura” di questa nuova minaccia contro Lucia salvo dovere ammettere che se la mafia continua a esserci, di una qualche forma di antimafia continuerà a esserci gran bisogno.
Serve a poco chiedersi “cosa c’è dietro”. Basta e avanza ciò che è sotto gli occhi di tutti.
Lo dicevamo all’inizio: dei Borsellino non deve restare neanche la semenza.
La Sicilia continua a produrre vittime designate, bersagli mobili, liste nere di persone a rischio per le cose che dicono, per quello che fanno, per quello che rappresentano nell’immaginario collettivo. Ma sul serio, non a parole.
La Sicilia che si libera, la Sicilia che si emancipa, la Sicilia che volta le spalle al passato resta, nella migliore delle ipotesi, una pia illusione che troppo ancora dovrà attendere per tradursi in realtà, nella peggiore, invece, il cavallo propagandistico di una politica senza scrupoli che con la mafia convive, ci sta in ottimi rapporti, ci fa affari come niente fosse.
Prendete il buon Rosario Crocetta. E’ rimasto “governatore” a dispetto dei santi. Ha evitato – in un  soprassalto di umana lucidità – di suicidarsi quando la valanga delle intercettazioni, proprio sull’argomento Sanità-Tutino-Lucia Borsellino lo aveva investito in pieno. Poi, a rianimarlo del tutto, sono arrivate le bombole d’ossigeno dei capi bastone di Sala D’Ercole per i quali una poltrona da onorevole val bene un Crocetta… Il Pd poi, che come sapete è il partito dei primi della classe, da un lato gli dà l’ossigeno e dall’altro, un giorno sì e un giorno no, minaccia di asfissiarlo. State tranquilli: ci sono scorte di bombole sino alla fine della legislatura.
Non risultano – tranne che non ci siano sfuggite – dichiarazioni del buon Crocetta su Lucia che finisce sotto scorta. E dire che Crocetta – a sentirlo in tv – deve volere un gran bene a Lucia.
Allora che dobbiamo concludere?
Diciamo così: Lucia ha perduto la sua battaglia a palazzo D’Orleans. Si ritrova sotto scorta e deve lasciare la Sicilia.
Il buon Crocetta, che fu lungimirante nell’evitare il suo suicidio, resta dov’era umanamente e politicamente.
Va tutto secondo copione gattopardesco.
Ma che qualcuno non ci venga a dire, Crocetta in primis, che il suo governo è mal visto dalla mafia.
Crocetta – con tutto il rispetto che merita la sua carica – minchiate non ne deve raccontare.
Sono i Borsellino che stanno sui coglioni alla mafia. Non il suo governo. E almeno a questa elementare verità Crocetta abbia il buon senso di rassegnarsi.

saverio.lodato@virgilio.it

Crocetta vattene, e vattene subito da: antimafia duemila

crocetta-lodatodi Saverio Lodato – 18 luglio 2015

Rita e Salvatore Borsellino hanno invitato pubblicamente il “governatore” di Sicilia, Rosario Crocetta, a non imporre la sua presenza in occasione delle tante manifestazioni che, da oggi a domenica, si terranno a Palermo in ricordo del ventitreesimo anniversario della strage di Via D’Amelio. “Presenza non gradita” hanno stigmatizzato.
Crocetta, dal canto suo, fa sapere che sino a lunedì non metterà piede a Palermo, quindi accetta di togliere il disturbo. Entro questo lasso di tempo, aggiunge, deciderà se, come e, eventualmente, quando dimettersi.
Guardate un po’ in quale pozzo senza fondo sono caduti la Sicilia e il suo massimo rappresentante istituzionale.
Guardate un po’, agli occhi dell’Italia e del mondo intero, che effetto deve fare sapere che un presidente della regione, che per anni si è fregiato del titolo di “presidente antimafia”, è ristretto ai domiciliari, in altra provincia, per esplicita richiesta della famiglia di quel giudice, Paolo, che insieme a cinque uomini e donne della sua scorta venne fatto a pezzi dal tritolo dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato. E che non solo è ristretto ai domiciliari ma che, spontaneamente, decide di bere l’amaro calice, nella speranza, e questo é sin troppo facile intuirlo, che quando le commemorazioni saranno finite tutto potrà tornare al suo posto, compreso lui.
Guardate un po’ il capo dello Stato, Sergio Mattarella – che invece a Palermo viene, può venire ed è presenza graditissima per i familiari -, che si vede fare gli onori di casa da un presidente a interim, tal Baldo Gucciardi, dirigente PD, di nuovissimo conio essendosi trovato qualche giorno fa a sostituire Lucia Borsellino alla guida della sanità dopo le sue irrevocabili dimissioni per “ragioni etiche”, ancor prima che politiche, e poi lo stesso Crocetta che si era “autosospeso”, di fronte al dilagare dello scandalo.

Guardate un po’ come si sarà sentito il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, mentre Manfredi Borsellino lo informava dell’inferno attraverso il quale era passata sua sorella Lucia.
Mentre gli parlava di “silenzio sordo” delle istituzioni, all’indomani della sua lettera di dimissioni dall’assessorato alla sanità “che andrebbe riletta perché invece dice tutto”.
Mentre, spesso interrompendosi per le lacrime, gli diceva: “mia sorella Lucia è rimasta in carica per amore della giustizia, per suo padre, per potere spalancare agli inquirenti le porte della sanità dove si annidano mafia e malaffare. Da oltre un anno era consapevole del clima di ostilità e delle offese che le venivano rivolte. Lucia ha portato una croce e tutti lo possono testimoniare”.
Serve ancora dell’altro? Non può bastare per dare un taglio netto? Non è sin troppo evidente il vuoto di potere che nessuna “toppa Gucciardi” può più nascondere, al punto in cui sono arrivate le cose?
E Crocetta non prova orrore di fronte a un simile scenario?
Non riesce ad avere un soprassalto di dignità?
Non sente su di sé tutta l’umiliazione, la vergogna, la responsabilità per quanto sta accadendo?
Di un presidente della regione di tal fatta, i siciliani non sanno che farsene.
Se ne vada Crocetta, e se ne vada subito.
No, non dica altro. Si chiuda in un rigoroso e assai prolungato silenzio. Ma per davvero. Parole ne ha dette, in queste settimane. E tante. Decisamente troppe, e molte, ma questa è opinione nostra, tutt’altro che pertinenti o condivisibili. Al punto che un commentatore, il quale non appartiene alla sua area politica e al quale va riconosciuto il merito di non essersi lasciato incantare dal suo eloquio, iniziando un suo articolo che La riguardava, lo aveva fatto con queste parole: “Dice, dice e dice. E non capisce quello che dice”.
Alla luce del verminaio che sta venendo fuori, ora che il macigno è stato in parte sollevato, sarebbe difficile dire che avesse tutti i torti.
Gentile Crocetta, se ne sarà accorto. Oggi noi non le stiamo contestando nessuna telefonata intercettata, vera o presunta che sia.
Non sono stati i brogliacci delle sue conversazioni, vere o presunte che siano, a spingerci a scrivere queste righe. Bensì tutto ciò che appare alla luce del sole. Quello che nessuna inchiesta della magistratura, nessun decreto di “secretazione”, potrà ormai tenere lontano dalla consapevolezza dell’opinione pubblica. Gli elementi che abbiamo – purtroppo – bastano e avanzano.
Lei ha fatto il suo tempo, e il suo tempo è abbondantemente scaduto.
Se ne vada per non compromettere agli occhi di quei pochi, pochissimi siciliani, che ancora ci credono, quel diritto al voto che Le aveva consentito di diventare “governatore di Sicilia” seppure eletto con una minoranza di consensi.
Deve dimettersi, e subito. Non si lasci tentare dal giochino delle “auto dimissioni”, e dalla speranza contenuta nel detto, tipicamente mafioso, del “calati junco ca passa la china”. Questa volta, la nottata non passerà facilmente. Poi, se su quella telefonata che in questi giorni ha tenuto banco Lei ha ragione, sarà il tempo che Le darà ragione.
Ma se ne vada subito, per non dare altri alibi a quanti pretenderebbero che la sua triste parabola, interminabile sommatoria di errori politici, di immagine, etici, sia la prova del nove dell’inconsistenza e dell’impossibilità, in Sicilia, di qualsiasi forma di lotta alla mafia.
Si rende conto che per causa sua e del suo “cerchio magico”, come usa dire oggi, i figli di Paolo Borsellino si sono visti costretti a prendere le distanze persino dalle celebrazioni in onore del sacrificio del loro padre?
Se ne vada subito Crocetta, per non sfregiare ancora – nel qual caso i chirurghi estetici suoi amici non potrebbero più fare miracoli -, quel poco che resta nel mondo dell’immagine della Sicilia.
Se ne vada subito perché non si possa anche dire che nella terra in cui Paolo Borsellino venne fatto a pezzi un presidente di regione – ed è di Lei, caro Crocetta, che stiamo parlando – giunse al perverso paradosso di utilizzarne la figlia, Lucia Borsellino, per assicurarsi una indiscutibile patente di “antimafiosità”. Sino a quando il limone fu spremuto e Lucia fu costretta a dimettersi.
Se ne vada , perché la sua reazione di fronte alla pubblicazione di quella telefonata fra Lei e “Il Gran Primario” Tutino, che Lei dice non ci fu, ci è apparsa fuori dalla grazia di Dio: “certo, Tutino parlava male della Borsellino”.
Ma davvero? Allora Lei sapeva chi si era messo dentro?
E Lei, il “simbolo dell’Antimafia” per definizione, che faceva? Cercava di convincerlo del contrario? Voleva redimerlo durante “pomeriggi letterari” in cui vi confrontavate dialetticamente sui valori della mafia e quelli dell’antimafia? E qui dovrà convenirne che la telefonata non c’entra proprio nulla.
La verità è che Lei, gentile Crocetta, per dare a Tutino il benservito, ha aspettato che si facesse avanti la “Benemerita” – sì, insomma: l’Arma dei carabinieri -, mettendo il “Gran Primario” agli arresti domiciliari.
Lei teneva al Tutino, non teneva a Lucia Borsellino.
E’ di questo che dovrebbe vergognarsi.
Questo è stato il suo errore umano e politico più grossolano. Ecco i primi motivi che ci vengono in mente a sostegno di sue dimissioni immediate e irrevocabili.
Ma adesso, gentile Crocetta, cerchi di fare uno sforzo supplementare di ascolto.
Appena qualche giorno fa, il Pd siciliano, dopo aver detto di Lei peste e corna, aveva rimpiazzato la Borsellino alla sanità con un dirigente di sua fiducia: Baldo Gucciardi. Le dimissioni di Lucia Borsellino, per il PD siciliano, erano dunque scivolate via come l’acqua da un colapasta. Non una parola di disappunto. Non una parola dei big nazionali e siciliani di quel partito rispetto a un fatto traumatico che avrebbe meritato ben altra sottolineatura, ben altra riflessione. Non un moto di sdegno, di stizza, di vergogna. Neanche una parola.
Ecco il “silenzio sordo” delle istituzioni di cui Manfredi ha riferito al capo dello Stato.
Al punto che il PD, al quale stava e sta a cuore il “bersaglio grosso” della guida del governo siciliano, aveva commentato: “siamo al timone” (come in altre epoche avrebbero detto: “abbiamo una banca”).
E il senatore Giuseppe Lumia, suo carissimo amico e angelo custode, e che di timoni se ne intende, aveva profetizzato, dopo la catastrofe del suo governo, alla quale però Lumia prevedeva – come del resto le tante tribù del PD siciliano, fatta eccezione per il Ferrandelli – che Lei sopravvivesse; profetizzava, dicevamo, “l’avvio della stagione delle riforme”. Qualche volta ci vien da chiederci se anche il Lumia capisca bene quello che dice.
Ora questi sono gli stessi che, a scandalo esploso, hanno inondato le agenzie di stampa con quest’invito a Lei rivolto: “chiarisca”.
E’ una lista lunga, quella di lorsignori che in queste ore sfogliano la margherita per capire se è più conveniente per loro che Lei vada via o che Lei rimanga.
I Renzi, i Guerini, le Serracchiani, i Rosato, i Faraone, i Raciti, i Lumia, i Cracolici, eccetera, eccetera, eccetera. Tanto silenziosi alla notizia della lettera di dimissioni di Lucia, tanto pimpanti e vocianti appena era stato servito in tavola il piatto ghiotto di “mafia” e “antimafia”. A non voler far l’elenco di quelli di tutti gli altri schieramenti politici.
Non faccia il gioco di tutti questi signori, Crocetta. Siciliani o romani che siano. Loro, sotto sotto, ancora ci sperano che Lei resti inchiavardato alla sua poltrona.
Dica soltanto: “non c’è proprio niente da chiarire. E si torni all’urne. Non sono l’unico che i siciliani hanno ormai il diritto-dovere di cacciare”.
E lo faccia entro domani.
Come gesto in occasione dell’ anniversario della strage di Via D’Amelio, non sarebbe un gesto da buttar via.
Non è mai troppo tardi.

saverio.lodato@virgilio.it

Il presidente della Sicilia si fa pagare lo sbiancamento anale dal Servizio Sanitario Nazionaleda: mafia capitale

Il presidente della Sicilia si fa pagare lo sbiancamento anale dal Servizio Sanitario Nazionale.

La Sicilia dello sbiancamento:Pubblichiamo l’articolo comparso oggi su Il Fatto Quotidiano a firma di Pietrangelo Buttafoco, che affronta il caso Tutino da un altro punto di vista.

Più che Gomorra, Sodoma. In merito alle recenti vicende siciliane, l’arresto di Matteo Tutino, il medico personale di Rosario Crocetta, c’è un dettaglio rimasto appeso: lo sbiancamento anale. Tutino, mago del body jet, il trattamento estetico che a Palermo – secondo la Procura – veniva messo in conto al Servizio Sanitario pubblico, con questa rifinitura destinata alla clientela vip aggiorna l’immaginario dei retrogradi, apre le finestre della mente e scava profonde prigioni al pregiudizio. Un dettaglio utile questo – e lo è – non certo per le indagini dei Nas ma per l’evoluzione dei costumi. Trattasi di un intervento a colpi di bisturi e suture per ingentilire l’orifizio d’evacuazione – al punto di farne un fodero di candida porcellana – e pare sia molto richiesto dai pazienti più scavallati a conferma di ciò che nei frastornati anni ’80 suonava ancora come profezia: “Il culo diventerà la fica del 2000!”.

Va da sé che è Buttanissima Sicilia. Io non sapevo ci fosse questa elaborata pratica estetico-chirurgica (allegramente rubricata, a esclusivo privilegio di pochi, nei rimborsi del servizio sanitario nazionale), e se il primo accostamento mentale rimanda ai riti descritti da Goethe nel Faust – e non solo il bacio sul buchino sporco del Demonio nel sabba, ma ai turgori di Mefistofele mentre guata voglioso i sederini degli angioletti – l’esito simbolico non può che confermare Palermo nella modernità perché, e sia detto una volta per tutte, la Sicilia è un passo avanti anche rispetto alla Costituzione Americana dove i matrimoni omosessuali ormai sono più che garantiti.

Dopo Gomorra dunque, è l’epoca di Sodoma. E non è più questione di diritti, di amori uguali tutti fatti di uno stesso sì, ma di piacere, di squisito diletto in zona “ovale”. Così si legge nella trascrizione delle intercettazioni – “ovale” – laddove poi per “brasiliana” non s’intende più la depilazione pubica tanto in voga tra le signore degli anni ’90 bensì di modellamento del gluteo, portato ad altezza di scaldabagno. Ed è il gluteo maschietto, il protagonista, giusta sostituzione del fondoschiena femminile, quello che ai tempi del gallismo siciliano che fu, ai giovanotti ingravidabalconi – ammirando le ragazze a spasso – faceva dire: “Io per delle natiche così dare un miliardo!”. A fargli eco, un altro amico: “Uno? Due di miliardi!”.

Tutta un’altalena di cifre in merito al popò – nel formato chitarra, quello delle donne – fermata dalla spietata considerazione delle signorinelle sempre spiritose: “Le natiche ci sono, sono i miliardi a mancare!”. Ecco, è il famoso mutamento di costume, e sebbene Crocetta sia stato un disastro alla prova del Governo, quanto a civilizzazione – anche grazie al suo medico personale – non gli si potrà negare un primato: avere consegnato coppole e lupare al sollazzo epicureo. E per fortuna a Sodoma, più che a Gomorra.

All’indomani della sua vittoria elettorale, il 29 ottobre 2012, Crocetta convoca la conferenza stampa per le ore 12,00 a Marina di Tusa, presso l’Atelier sul mare. E’, questo, il bellissimo albergo di Antonio Presti, un sincero combattente sul fronte della lotta alla mafia che – dopo un’ora, dopo due e quindi tre – si muove a pietà verso il bivacco stanco dei giornalisti, va sotto al balcone della stanza del presidente e gli urla: “Bottana, scendi!”. Ovviamente è detto per scherzare, naturalmente è fatto per giocare e Crocetta, infatti, sbuca dalle persiane, sorride e, cespuglioso di sonno e sogni – i colleghi tutti non potranno che confermare questa scena, rimasta nei loro taccuini – avvia la raggiante rivoluzione. Va da sé, tutta di Buttanissima Sicilia.

Della Sanità restano solo macerie Lucia Borsellino pronta a dimettersi da: livesicilia

Della Sanità restano solo macerie
Lucia Borsellino pronta a dimettersi

Venerdì 13 Febbraio 2015 – 19:17 di

La decisione dopo le parole del ministro Lorenzin rispetto a un possibile “commissariamento”.  Da Crocetta e dalla maggioranza un coro unanime: ci ripensi. E’ l’ultima battaglia persa dopo tante amarezze. E ora senza lo scudo della sua faccia perbene, per la Sanità siciliana si può aprire l’ennesima partita di potere

 

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PALERMO – La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la dichiarazione al vetriolo del ministro Beatrice Lorenzin. Parole pesanti come pietre, troppo per Lucia Borsellino. L’ennesima amarezza per la donna gentile, dal viso pulito e dal cognome ammantato da un dovuto sacro rispetto, che Rosario Crocetta volle accanto in campagna elettorale. E che ora annuncia le sue dimissioni. Il velo del suo buon nome e della sua faccia pulita cade e restano le macerie di quel disastro a cielo aperto che è la Sanità siciliana, eterno oggetto di appetiti famelici. Quella sanità siciliana a cui la figlia di Paolo Borsellino ha dedicato impegno e fatica, con una serietà che le è universalmente riconosciuta, ma che le è costata anche amarissimi bocconi.

L’ultimo in queste ore, dopo la tragedia di Catania, dopo l’inaccettabile morte di una neonata mentre era su un’ambulanza, dopo che a Catania non erano stati trovati posti in Unità di terapia intensiva prenatale. Un dramma che l’ha certamente scossa dal punto di vista umano e che l’ha travolta dal punto di vista politico. E ad assestare il colpo del ko è stato il governo “amico” di Matteo Renzi. Per bocca del ministro Lorenzin, che ha ventilato l’ipotesi del “commissariamento” a seguito del caso Catania.

È stata l’agenzia stampa Adnkronos a dare notizia della scelta di Borsellino di dare le dimissioni. “Le parole del ministro Lorenzin sono state particolarmente dure e io ritengo che non ci siano più gli elementi minimi perché io possa proseguire il mio mandato, ecco perché annuncio le mie dimissioni”, ha detto all’agenzia la Borsellino. “Ho già fatto presente questa mia posizione al Presidente Crocetta – dice – Nei prossimi giorni rassegnerò le mie dimissioni. Contribuirò anche da dipendente dell’assessorato Sanità all’accertamento della verità sul caso della piccola Nicole. Non voglio aggiungere altro”.

Subito l’assessore è stata invitata da governatore e Pd a un ripensamento. Crocetta ha definito “improvvide e ingenerose” le dichiarazioni del ministro invitando l’assessore a ripensarci. “Le sue dimissioni sarebbero un grave danno per la Sicilia e per la Sanità della regione”, ha detto il governatore. Analoghi inviti giungono in rapida sequenza dal segretario e capogruppo del Pd Fausto Raciti e Baldo Gucciardi, dal presidente della commissione Sanità Pippo Di Giacomo, dal segretario dell’Udc Giovanni Pistorio e ancora Antonello Cracolici e via dicendo. Ci ripensi, chiedono i politici. Anche se è difficile immaginare che Lucia cambi idea. La tragedia di Catania, un colpo pesantissimo, è stata solo l’ultimo di una serie di grandi e dolorosi imbarazzi che l’hanno vista suo malgrado protagonista. Dal pasticcio dei posti letto dell’Humanitas, che provocò all’assessore giorni di sofferenza, al tira e molla farsesco sulle nomine dei manager, che richiesero una teoria infinita di annunci e rinvii, di quelli da perderci la faccia. E la faccia perbene di Lucia Borsellino sembrava patrimonio troppo prezioso da consumare per gli eterni e arcinoti giochi di potere che da sempre affondano le fauci nelle carni della sanità siciliana, questa terra di conquista in cui si incrociano lame in scontri all’ultimo sangue per una nomina. Lucia ci ha provato ad affrontare il mostro con la sua cifra, sobria e gentile, forse troppo. Con lei la sanità ha continuato a far progressi sul fronte dei conti, ma non è arrivato quel cambio di passo nella qualità, che dipende da troppe variabili, disseminate anche assai lontano da Piazza Ottavio Ziino. La Borsellino si è mossa in una giungla insidiosissima, ritrovandosi sola un mese fa sulla controversa vicenda delle nomine “catanesi” dei due manager Cantaro e Pellicanò.

Una guerra impari, in un assessorato che piace a molti. E che fa gola tanto più se si scommette su venti di campagne elettorali vicine. Dentro e fuori il cerchio magico del governatore, a quell’avamposto di potere si guarderebbe con attenzione. E se fin qui si è preteso di parare tutti i colpi e contraccolpi confidando su Lucia, prezioso parabordo, ora la musica potrebbe cambiare. Salvo che il coro di inviti a ripensarci non sortisca effetto facendo rientrare, o magari solo posticipare, le dimissioni dell’assessore Borsellino.

In ventimila a Gela per dire no alla dismissione dell’Eni. Appello al Governo da parte dei sindacati | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Un lungo serpentone di ventimila tra lavoratori e cittadini ha attraversato in corteo Gela a difesa della raffineria dell’Eni. Hanno sfilato per dire no ai progetti di dismissione della multinazionale petrolifera i sindaci del comprensorio. Quello di Gela, Angelo Fasulo, il vicesindaco di Caltanissetta, i primi cittadini di Riesi, Sommatino, Niscemi. Inoltre, i vertici territoriali di Cgil Cisl Uil, con a fianco la leader della Cgil Susanna Camusso. Tra gli altri, anche il presidente della Regione, Rosario Crocetta, il vescovo di piazza Armerina monsignor Rosario Gisana, che nei giorni scorsi aveva inviato una lettera aperta alla diocesi chiedendo per Gela “non tagli ma investimenti”. A lavoratori e sindacati è anche arrivato un messaggio dell’arcivescovo di Monreale, monsignor Michele Pennisi, che recita: “Sono vicino con la preghiera alle preoccupazioni dei lavoratori e delle loro famiglie per la paventata chiusura della raffineria dell’Eni di Gela e auspico la positiva soluzione del grave problema”. Lungo tutto il percorso manifesti che ricordano come “Il lavoro è l’unica forma di libertà dell’uomo”. A chiudere il corteo i Tir del settore agroalimentare.

In piazza Umberto, i comizi di chiusura in cui è stato ripetuto un appello all’Eni a tornare sui suoi passi: un messaggio al governo Renzi, azionista di maggioranza; e la proposta al governo regionale di utilizzare le royalties petrolifere incassate, per lo sviluppo delle aree interessate. “L’Eni – ha detto Crocetta, che è stato fatto oggetto di numerosi fischi e contestazioni – deve fare i conti con questa resistenza, che non sara’ breve ma di lunga durata, perche’ non possiamo permettere l’abbandono di una citta’ che viene spremuta come un limone e poi gettata via”.Maurizio Bernava, segretario della Cisl Sicilia, dal palco ha lanciato precisi segnali all’Eni, al governo nazionale e a quello regionale. “Qui in piazza – ha detto durante il comizio – non c’è semplicemente il sindacato ma con il sindacato, un movimento di popolo”. “È la comunità intera del territorio che lotta con dignità insieme a quella siciliana, per difendere il lavoro in un’economia vera fatta di investimenti strategici, in un’economia reale e produttiva fatta di grandi gruppi industriali affidabili”.Susanna Camusso, concludendo il suo intervento a Gela, si e’ rivolta direttamente al presidente del consiglio dei ministri, Matteo Renzi, “per l’attenzione che lui ha verso il Paese, verso questa piazza e verso i lavoratori della raffineria” che ha promesso di venire a trovare. “Vogliamo sapere se quello che deve fare nei prossimi giorni, come annunciato, e’ una visita per solidarieta’ – ha detto la leader della Cgil – o e’ invece un venire qua esercitando la sua funzione di azionista dell’Eni. Il secondo ruolo e’ quello che preferiamo. Se ci dira’ che ha detto all’Eni che e’ disposto a rinunciare ai suoi dividendi e di reinvestirli, che il petrolio estratto deve essere raffinato qui, che a fianco della raffineria ci devono essere nuovi investimenti e che l’impegno che il governo prende e’ quello della garanzia occupazionale per tutti i lavoratori, ci sara’ la giusta accoglienza e il plauso di tutti, ma se viene a dire che il piano delle aziende va bene (come ha dichiarato qualche suo ministro) allora farebbe bene a non presentarsi a Gela”.
Domani, martedi’ 29 luglio, intanto, è in programma lo sciopero generale dei lavoratori di tutte le aziende del Gruppo Eni (impianti di raffinazione, produzione e perforazione, impianti chimici e petrolchimici, sedi direzionali, depositi, uffici commerciali e amministrativi, aziende territoriali), oltre allo sciopero di due ore di tutti gli impianti di raffinazione presenti sul territorio nazionale. Sempre domani, nella stessa
giornata dello sciopero, si tiene una manifestazione/presidio a Roma, alle 15, davanti Montecitorio. Previsti nella tarda mattinata una serie di incontri con i gruppi parlamentari del Partito Democratico, Sel, Lega Nord.
Al centro dell’iniziativa c’è la profonda crisi in atto nel sistema della raffinazione italiana, culminata con la chiusura di tre raffinerie, oltre alla drammatica situazione di Gela.

Sicilia, contro la Regione in crisi di bilancio incombe lo sciopero generale Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Cgil, Cisl e Uil della Sicilia mettono lanciano l’ultimatum al governatore Rosario Crocetta e all’Assemblea regionale siciliana. Senza “risposte immediate” alle emergenze dell’Isola nei prossimi giorni partira’ la mobilitazione generale. “Non e’ un ricatto – dice il segretario generale della Cisl Sicilia, Maurizio Bernava – ma senza un cambio di passo nei prossimi quindici giorni avvieremo iniziative di lotta sempre piu’ dure fino ad arrivare allo sciopero generale. Non abbiamo visto una sola proposta concreta per uscire dalla crisi, solo il caos con dirigenti che rispondono al ceto politico e non ai siciliani”.
Da mesi i dipendenti degli enti regionali aspettano gli stipendi e non hanno nessuna certezza sul futuro.
Il leader della Cgil Michele Pagliaro punta il dito sulla “politica distratta” di fronte ad una “situazione che e’ drammatica ed esplosiva. La legge di stabilita’ continua ad essere impugnata con oltre mezzo miliardo di euro di spesa bloccata.
Proprio ieri Crocetta ha dovuto ingoiare il nuovo stop al ‘salva-stipendi’ da 132 milioni, con la fumata nera in commissione Bilancio sull’emendamento del governo da 100 milioni per Comuni e forestali. Causa, l’incertezza nelle coperture finanziarie.
Costretto ad affrontare una crisi di liquidita’ e di credibilita’ contabile, in ordine alla quale chiede chiarezza anche la Corte dei conti che attende ancora la trasmissione del Rendiconto 2013 e che aspetta Crocetta al varco del giudizio di parificazione di giugno sui conti della Regione, per nulla scontato, Crocetta assiste al frastagliamento delle alleanze politiche che lo sostengono, a cominciare dal Pd. Gli attacchi al giurista Giovanni Fiandaca, candidato alle Europee, accusato di “negazionismo” rispetto alla presunta trattativa Stato-mafia, hanno fatto saltare parecchi ponti sulla strada che lo legava ai ‘colonnelli’ di Renzi. Si allarga intanto l’ampia area dei ‘dissenzienti’ che rappresenta gia’ la meta’ del gruppo all’Ars, capeggiata da Antonello Cracolici. Si parla apertamente di “governo incapace e dannoso” e di “esperienza alla Regione al capolinea”

Caso E-Servizi: se a indagare è il parente dell’avvocato di Dell’Utri da: antimafia duemila

SICILIA-E-SERVIZI-PH-GAIA-ANDERSONdi Aaron Pettinari – 19 aprile 2014

La questione è nota. La Corte dei conti ha contestato al governatore siciliano Rosario Crocetta, all’ex pm Antonio Ingroia e a sei assessori un danno erariale di 2,2 milioni di euro. In particolare il sostituto procuratore Gianluca Albo contesta l’assunzione di oltre 70 dipendenti ex Sisev eseguite dalla società Sicilia e-servizi, che in Ingroia ha il suo amministratore unico. Secondo il magistrato contabile, che ha presentato un documento di una trentina di pagine, il reclutamento sarebbe da considerare illegittimo perché portato a termine senza avere prima valutato il fabbisogno del personale. Inoltre, sempre stando all’accusa, a occuparsi delle attività informatiche avrebbe dovuto essere del personale della Regione. Immediato è stato il commento di Ingroia che ha detto: “Mi verrebbe da sorridere a vedermi recapitare un avviso di garanzia per presunto danno erariale. Comunque me lo aspettavo: l’avviso era stato già preannunciato a mezzo stampa. Inoltre, non è la prima volta che, pur di non dirmi grazie, le regole del senso comune vengono rovesciate”.

“Se non avessimo adottato la procedura che oggi ci viene contestata – ha aggiunto l’ex pm – il blackout informatico sarebbe stato inevitabile, con conseguente rischio per servizi pubblici essenziali. Penso al 118 o i servizi ospedalieri. Ed è incontestabile che solo così il danno erariale, sociale ed alla salute, incalcolabile (altro che 2 milioni di euro!), si poteva scongiurare. E’ vero che quello che abbiamo fatto ha consentito ed ancor più consentirà di risparmiare denaro pubblico dopo anni di allegra gestione, su cui, stranamente, finora nessuno ha osato indagare. Da anni mafiosi e amici dei mafiosi provano a mettermi sul banco degli accusati, ma l’evidenza è sotto gli occhi di tutti”.
ingroia-crocetta-c-ansaLeggendo i fatti l’attacco all’ex procuratore aggiunto di Palermo appare davvero evidente e strumentale. Appena arrivato alla Sicilia@servizi compito di Ingroia è stato quello di venire a capo di una delle tante società a partecipazione pubblica che ingoiano milioni di euro. Fare luce, ripulirla e alla fine proporre se chiuderla o tenerla in vita. In particolare ha messo in evidenza che la società era partecipata al 49% da un socio privato il quale beccava tutti i quattrini gestendo utto l’apparato informatico della Regione con i server domiciliati in Valle d’Aosta. E quando l’ex pm palermitano ha deciso di liquidare questo “speciale partner”, questi ha smobilitato lasciando a casa tutti i 76 dipendenti. La scelta di assumerli con un contratto a termine era anche un modo per mettere alla prova gli stessi, fare selezione in base alle capacità e poi confermare soltanto i più meritevoli. E così è stato e lo scorso marzo per 16 di 76 lavoratori che sono stati licenziati. Tra questi vi era anche Marilena Bontate, figlia del boss Stefano, assassinato nel 1981.
Ma è un’altra la coincidenza che fa venire qualche dubbio sull’effettiva serenità da parte della Corte dei Conti nel coinvolgimento di Ingroia. Il sostituto procuratore Albo è infatti parente di Enzo Trantino (nipote della moglie ndr), ex Presidente della commissione Telekom Serbia, nonché avvocato di Marcello Dell’Utri, che proprio all’epoca dello scandalo nominò Albo come consulente.

Foto in alto © Gaia Anderson

Foto a destra © Ansa

“Escluso perché faccio paura” da: lasiciliaweb

Ingroia da possibile assessore del Crocetta bis ad amministratore unico di Sicilia e-Servizi: “Evidentemente spaventa la mia storia di magistrato che non guarda in faccia nessuno. Presto scoperchierò varie anomalie”

PALERMO – Appena nominato, amministratore unico di Sicilia e-Servizi, la società per l’informatizzazione controllata dalla Regione siciliana, Antonio Ingroia si è tolto qualche sasso. C’era anche lui tra i candidati alla poltrona di assessore nella nuova giunta del governatore Rosario Crocetta. “Se si fosse concretizzata avrei preso in considerazione la proposta, sebbene con un ruolo di assessore tecnico istituzionale perché l’attuale maggioranza è un po’ lontana dal mio movimento. Ma evidentemente fa paura la mia storia di magistrato che non guarda in faccia nessuno, compresi i potenti. Perché dove metto piede volente o nolente la magistratura fa indagini. E’ accaduto in Sicilia e-Servizi e presto succederà a Trapani dove sono commissario della Provincia e ho scoperto alcune anomalie”.

Ingroia è stato nominato amministratore unico dall’assemblea dei soci riunita questo pomeriggio, che ha approvato la proposta di chiusura della procedura di liquidazione avanzata proprio da Ingroia nel ruolo di commissario. “Sulla base del capitolato d’appalto firmato con Sicilia e-Servizi quando il capitale era pubblico-privato – ha spiegato -, la Regione pagava dai 25 ai 50 milioni di euro per i beni e i servizi informatici forniti dalla società, mentre in base a uno studio appena effettuato d’ora in avanti la Regione avrà una spesa di 12 milioni di euro all’anno. Nulla di illegale. Certo, quel capitolato era stato scritto per fare arricchire i privati”.

L’ex pm ha un mandato di tre anni. In conferenza stampa nella sede della società ha anche reso noto l’esposto che ha presentato alla Procura di Palermo e alla Procura della Corte conti indagando, in qualità di ex commissario liquidatore, sulle spese della società di informatizzazione in passato a gestione pubblica e privata (mentre solo da qualche giorno il capitale sociale è interamente detenuto dalla Regione siciliana). Nell’esposto una consulenza legale con una richiesta di 3,5 milioni di euro da parte di un avvocato, che non sarebbe supportata da alcun contratto o incarico scritto, e altre prebende per un ulteriore milione di euro

Minacce al Governatore della Sicilia: una busta con dentro un proiettile indirizzata a Rosario Crocetta da: essepress

proiettile crocetta

Una busta contenente  un proiettile di grosso calibro per fucile indirizzata al presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, è stata intercettata dal sistema di sicurezza di Palazzo d’Orleans sede della Presidenza della Regione.

La busta era fra la normale posta che giunge a Palazzo e viene, sistematicamente controllata dal posto di polizia che si trova dentro palazzo. Il sistema di controllo ha subito identificato la stranezza del contenuto della busta. Il governatore parla di assedio politico-mafioso nei suoi confronti.

La missiva, che non è giunta al piano nobile di Palazzo, è stata consegnata immediatamente consegnata agli investigatori per le verifiche tecnico scientifiche del caso.Crocetta attualmente non si trova nel palazzo di governo  ma è in viaggio per Catania e poi per Messina per partecipare a un incontro sulle zone franche urbane.

Si tratta, secondo quanto si apprende, di una tradizionale busta gialla formato “mezzo protocollo” recante al suo interno, il proiettile, un calibro 7,62 per fucile militare, visibilmente usurato.