Ufficiale: nessun taglio agli  F35 Fonte: il manifestoAutore: Giulio Marcon*

Nel set­tem­bre del 2014 la camera aveva appro­vato una mozione (a prima firma Scanu del Pd) che impe­gnava il il governo «a rie­sa­mi­nare l’intero pro­gramma F35 per chia­rirne cri­ti­cità e costi con l’obiettivo finale di dimez­zare il bud­get finan­zia­rio ori­gi­na­ria­mente pre­vi­sto». Quella mozione non vale più niente, è carta strac­cia. Il governo ha preso in giro il par­la­mento e l’Italia per mesi. E ha preso in giro chi in que­sti anni (dalla cam­pa­gna Taglia le ali alle armi al mani­fe­sto) è stato in prima fila nella richie­sta di can­cel­la­zione del pro­gramma F35. Il governo prima ha detto che avremmo avuto la rispo­sta alla mozione della Camera nelle «risul­tanze» (espres­sione cara alla Pinotti) del Libro bianco sulla Difesa. Poi — non avendo tro­vato nulla nel Libro bianco — ci ha detto che avremmo avuto sod­di­sfa­zione nel Docu­mento pro­gram­ma­tico: sì, l’amara sod­di­sfa­zione di sapere di essere stati imbro­gliati da un governo infido.

Le avvi­sa­glie c’erano state qual­che giorno fa alla pre­sen­ta­zione in par­la­mento del Libro bianco. Un libro vuoto, invi­si­bile, inu­tile. Un docu­mento mode­sto, fatto in gran parte di bana­lità, a tratti imba­raz­zante. Un docu­mento in cui si parla ancora di bipo­la­ri­smo, muro di Ber­lino, inte­ressi nazio­nali, vil­lag­gio glo­bale (una novità), dove si auspica una poli­tica della difesa ed estera per un mondo migliore (ma va!).

Un docu­mento in cui si parla della neces­sità di una nuova «postura» ( sic ) dello stru­mento mili­tare e di valo­riz­zare la dimen­sione «capa­ci­tiva» ( ri-sic ) della nostra difesa: a volte il tra­dut­tore di Goo­gle tra­di­sce. Un docu­mento in cui si afferma la neces­sità di ricon­durre al mini­stro della difesa una mag­giore cen­tra­lità della dire­zione poli­tica: per fare que­sto ser­vono mag­giori con­su­lenti (in deroga alla spen­ding review), che vanno sotto il nome di «uffici di diretta col­la­bo­ra­zione». Una richie­sta roboante per un po’ di staff esterno in più.

Un docu­mento in cui natu­ral­mente non si parla degli F35.

E poi è arri­vato que­sto Docu­mento pro­gram­ma­tico che non cam­bia nulla rispetto al pas­sato. Avanti tutta con i cac­cia­bom­bar­dieri: i finan­zia­menti non si toc­cano. Con rara ipo­cri­sia, il docu­mento parla di «rispetto delle mozioni» e di «note­vole dimi­nu­zione» della spesa per gli F35: ma è quella che aveva già fatto 3 anni fa l’ex mini­stro della difesa Giam­paolo Di Paola. Per mesi la mini­stra ed ex paci­fi­sta Pinotti non ha rispet­tato le deci­sioni del par­la­mento. Adesso la cla­mo­rosa con­ferma. Roberta Pinotti è poli­ti­ca­mente ed isti­tu­zio­nal­mente ina­de­guata alla sua deli­cata fun­zione di governo. Sel ne ha chie­sto uffi­cial­mente le dimis­sioni. Nei pros­simi giorni rac­co­glierà le firme per for­ma­liz­zare e depo­si­tare la richie­sta alla camera.

Tre anni fa l’ex ammi­ra­glio Di Paola — cui pure non abbiamo rispar­miato dure cri­ti­che — decise in quat­tro e quattr’otto di tagliare 41 cac­cia F35 (da 131 a 90) facendo rispar­miare più di 5 miliardi di euro al paese. Nella pic­cola sto­ria ita­liana degli F35, la Pinotti sarà ricor­data per essersi sot­tratta alle deci­sioni par­la­men­tari e non avere ridotto la spesa per gli F35 e Di Paola per avere deciso senza tanti indugi di rin­viare alla Loc­kheed 41 cac­cia­bom­bar­dieri. È una bella lotta ed è para­dos­sale dirlo, ma — sugli F35 — meglio l’ex ammi­ra­glio che l’ex paci­fi­sta. Rida­teci Di Paola.

* L’autore è deputato di Sel

Tredici miliardi per gli F-35 Fonte: il manifesto | Autore: Manlio Dinucci

A un giorno di distanza, nes­suna rea­zione vera e forte all’annuncio della mini­stra della difesa Roberta Pinotti. Così, men­tre l’Italia spro­fonda nella crisi e i lavo­ra­tori ancora ieri sono scesi in piazza con­tro il governo, Pinotti ha annun­ciato trion­fante «l’Italia ce l’ha fatta»: è stata scelta dal Pen­ta­gono quale «polo di manu­ten­zione dei veli­voli F-35 schie­rati in Europa, sia di quelli acqui­stati dai paesi euro­pei sia di quelli Usa ope­ranti in Europa». L’annuncio della mini­stra al ter­mine di un incon­tro con l’ambasciatore Usa a Roma, John Phil­lips, che le ha tra­smesso la deci­sione del Pen­ta­gono. Deci­sione in realtà scon­tata in quanto, come ricorda la stessa Pinotti, l’impianto Faco di Cameri (Novara) è stato con­ce­pito fin dall’inizio per ospi­tare sia le atti­vità di assem­blag­gio e col­laudo che quelle di manu­ten­zione, ripa­ra­zione, revi­sione e aggior­na­mento del cac­cia F-35.

«È un risul­tato straor­di­na­rio», ha dichia­rato la mini­stra, sot­to­li­neando che «l’Italia, nel pro­getto par­tito nel 1998, sin dall’inizio ha deciso di essere part­ner non acqui­rente». Onore al merito bipar­ti­san. Dopo la firma del primo memo­ran­dum d’accordo da parte del governo D’Alema nel 1998, è stato il governo Ber­lu­sconi a fir­mare nel 2002 l’accordo che ha fatto entrare l’Italia nel pro­gramma come part­ner di secondo livello. È stato nel 2007 il governo Prodi a per­fe­zio­narlo e pro­spet­tare l’acquisto di 131 cac­cia. È stato nel 2009 il governo Ber­lu­sconi a deli­be­rarne l’acquisto. È stato nel 2012 il governo Monti a «rica­li­brare» il numero dei cac­cia da 131 a 90 per dimo­strare che, di fronte alla crisi, tutti devono strin­gere la cin­ghia. È stato nel 2013 il governo Letta e nel 2014 quello Renzi a con­fer­mare gli impe­gni dell’Italia nel pro­gramma F-35 capeg­giato dalla sta­tu­ni­tense Loc­kheed Mar­tin, prima pro­dut­trice mon­diale di armamenti.

13est1piccola pinotti«Un suc­cesso indu­striale for­te­mente voluto dalla Difesa», lo defi­ni­sce Pinotti, assi­cu­rando che la scelta di Cameri pro­durrà «rica­dute enormi per l’Italia». Enormi? Resta da vedere in che senso. «Lo sta­bi­li­mento di Cameri a pieno regime aumen­terà note­vol­mente le per­sone impe­gnate diret­ta­mente», pre­vede Pinotti. Non dice però quanto ven­gono a costare i pochi posti di lavoro creati a Cameri e nella ven­tina di aziende che pro­du­cono com­po­nenti per l’F-35. L’impianto Faco di Cameri, costato all’Italia quasi un miliardo di euro, dà lavoro a meno di mille addetti che, secondo Fin­mec­ca­nica, potreb­bero arri­vare a 2500 a pieno regime. E, nell’annunciare la scelta di Cameri, il gene­rale Usa Chri­sto­pher Bog­dan chia­ri­sce, in pre­vi­sione di ulte­riori spese per lo sta­bi­li­mento, che «i paesi part­ner del pro­gramma F-35 si fanno carico degli inve­sti­menti per tali impianti».
L’ambasciatore Phil­lips ram­menta poi a Pinotti ciò che si è dimen­ti­cata di dire (e che gli altri gior­nali non scri­vono), cioè che «l’Italia man­terrà la parola data sui 90 aerei», ossia sull’acquisto di 90 cac­cia F-35. A un prezzo ancora da quantificare.

L’accordo sti­pu­lato in otto­bre dal Pen­ta­gono con la Loc­kheed Mar­tin per l’acquisto di altri 43 F-35, di cui 2 per l’Italia, sta­bi­li­sce che «i det­ta­gli sul costo saranno comu­ni­cati una volta sti­pu­lato il con­tratto». L’Italia si impe­gna quindi ad acqui­stare altri F-35 senza cono­scerne il prezzo. Per una stima di mas­sima, rica­vata dal bilan­cio del Pen­ta­gono, il costo uni­ta­rio attuale è di 177 milioni di dol­lari – oltre 140 milioni di euro – ossia circa 13 miliardi di euro per 90 cac­cia. La Loc­kheed assi­cura che, gra­zie all’economia di scala, il costo uni­ta­rio dimi­nuirà. Non dice però che l’F-35 subirà con­ti­nui ammo­der­na­menti che faranno lie­vi­tare la spesa. L’annuncio di Pinotti che l’F-35 «rimarrà in atti­vità per 30 anni con revi­sioni perio­di­che» signi­fica quindi che per decenni altri miliardi usci­ranno dalle casse pubbliche.

Il gene­rale Bog­dan pre­vede per Cameri un futuro ancora più «radioso»: «Dato che l’Italia accre­scerà la capa­cità di pro­du­zione dell’impianto – dice – vi è la pos­si­bi­lità che gli Usa e altri part­ner costrui­scano a Cameri loro aerei», in col­la­bo­ra­zione con la Gran Bre­ta­gna e la scelta di Cameri, come quella di un impianto turco, è dovuta a diversi fat­tori, tra cui «la posi­zione geo­gra­fica, la neces­sità ope­ra­tiva e la pre­vi­sta distri­bu­zione degli aerei». In altre parole, il gene­rale Bod­gan spiega che l’Italia è stata scelta quale «polo di manu­ten­zione» dei cac­cia F-35 per­ché il Pen­ta­gono pre­vede di usarla ancora di più quale por­tae­rei Usa/Nato nel Mediterraneo.

L’F-35 made in Italy | Fonte: Il Manifesto | Autore: Manlio Dinucci

Due posi­zioni si con­fron­tano nel Pd sulla que­stione degli F-35. Quella di Roberta Pinotti, mini­stra della difesa, che dice ai ver­tici dell’aeronautica di «stare sereni» per­ché, come ha assi­cu­rato il pre­mier Renzi al pre­si­dente Obama, l’Italia «non può fare nes­sun passo indie­tro» nell’acquisto dei cac­cia. E quella di Gian Piero Scanu, capo­gruppo Pd alla com­mis­sione Difesa della Camera, che pro­spetta una ridu­zione del numero di cac­cia da acqui­stare, decisa dal par­la­mento dopo una «inda­gine cono­sci­tiva», e assi­cura che «il pre­si­dente degli Stati uniti si è dimo­strato affi­da­bile e ha dato l’idea di non voler inter­fe­rire». Si dimen­tica, nel «dibat­tito», un pic­colo par­ti­co­lare: che l’Italia non è un sem­plice acqui­rente, ma un impor­tante pro­dut­tore del cac­cia F-35.

Dopo la firma del primo memo­ran­dum d’accordo da parte del governo D’Alema nel 1998, è stato il governo Ber­lu­sconi a fir­mare nel 2002 l’accordo che ha fatto entrare l’Italia nel pro­gramma come part­ner di secondo livello. È stato nel 2007 il governo Prodi a per­fe­zio­narlo e pro­spet­tare l’acquisto di 131 cac­cia. È stato nel 2009 il governo Ber­lu­sconi a deli­be­rarne l’acquisto. È stato nel 2012 il governo Monti a «rica­li­brare» il numero dei cac­cia da 131 a 90 per dimo­strare che, di fronte alla crisi, tutti devono strin­gere la cin­ghia. È stato nel 2013 il governo Letta e nel 2014 quello Renzi a con­fer­mare gli impe­gni dell’Italia nel pro­gramma F-35 capeg­giato dalla Loc­kheed Mar­tin, prima pro­dut­trice mon­diale di arma­menti con un fat­tu­rato mili­tare annuo di oltre 36 miliardi di dol­lari. La mac­china pro­dut­tiva ormai è in moto. Il 12 luglio 2013 la Nor­th­rop Grum­man, uno dei con­trat­ti­sti, ha con­se­gnato all’impianto Faco di Cameri la sezione cen­trale della fuso­liera del primo F-35 desti­nato all’Italia. Ciò avve­niva dopo che in mag­gio la Camera aveva impe­gnato il governo a «non pro­ce­dere a nes­suna fase di ulte­riore acqui­si­zione» dell’F-35.

Il 6 marzo 2014, comu­nica la Loc­kheed, è decol­lato per un volo di prova in Texas il primo F-35 con com­po­nenti delle ali fab­bri­cati da Ale­nia Aer­mac­chi. La stessa Loc­kheed pub­blica una car­tina della rete pro­dut­tiva dell’F-35 in Ita­lia. Com­po­nenti del cac­cia ven­gono pro­dotti a Cameri (No) da Ale­nia, a Bor­go­ma­nero (No) da Mecaer, a Torino da Ale­nia Aero­nau­tica e Selex Gali­leo, a Saronno (Va) da Roto­dyna, a Milano da Secondo Mona e Aerea, a Genova da Piag­gio Aero, a Casella (Ge) da Moog Casella, a La Spe­zia da Oto Melara ed Elet­tro­nica Melara, a Mon­te­var­chi (Ar) da Selex Com­mu­ni­ca­tion e Sirio Panel, a Foli­gno (Pg) da Oma, a Ortona (Ch) da Sam­pu­ten­sili, a Cisterna di Latina/Pomezia (Rm) da Selex Com­mu­ni­ca­tion (Mar­coni), ad Apri­lia (Lt) da Avio­gel e Aero Sekur, a Roma da Selex SI, Elet­tro­nica, Gemelli, Logic, Mbda Ita­lia, S3Log, Selex Com­mu­ni­ca­tion (Mar­coni), Vitro­ci­set; a Capua (CE) da Cira, a Palermo da Gali­leo Avionica.

L’Italia è stata dun­que legata a dop­pio filo al pro­gramma F-35: in quanto pro­dut­trice del cac­cia, è obbli­gata ad acqui­starne un con­gruo numero. Al mas­simo può dila­zio­nare i lotti da acqui­stare, ma non scen­dere sotto certi livelli per­ché ver­reb­bero dan­neg­giate le indu­strie pro­dut­trici. Resta comun­que il fatto che, men­tre i milioni dei con­tratti per la pro­du­zione di com­po­nenti entrano nelle casse di aziende pri­vate, i miliardi per l’acquisto dei cac­cia escono dalle casse pub­bli­che. L’unica solu­zione è uscire dal pro­gramma. Il pre­si­dente Obama, che Scanu assi­cura «non vuole inter­fe­rire», è stato però chiaro: qual­che «rispar­mio» lo potete pro­met­tere, basta però che non usciate dal programma.