SACP: Scollegare il Paese dal barbaro sistema imperialista che distrugge il pianeta da: www.resistenze.org – popoli resistenti – sudafrica – 20-07-15 – n. 553

La Rivoluzione democratica nazionale deve affrontare gravi sfide nel mezzo di una persistente crisi mondiale

Abayomi Azikiwe | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/07/2015

La direzione del Partito Comunista Sudafricano (SACP) ha tenuto dal 7 all’11 luglio un congresso speciale nel corso del quale si è ampiamente dibattuto sia dell’attuale situazione del paese, sia di quella internazionale.

Come stretto alleato del partito di governo African National Congress (ANC) e del Congresso dei sindacati sudafricani (COSATU), il SACP è stata una componente importante della lotta che ha rovesciato il sistema razzista e coloniale dell’apartheid. Nell’attuale governo del presidente Jacob Zuma, i comunisti hanno posizioni di primo piano in vari dicasteri e dipartimenti.

Il Segretario generale del SACP, Dr. Blade Nzimande è anche il ministro dell’Istruzione superiore e della formazione. Nzimande ha consegnato un importante rapporto al Congresso che illustra la situazione attuale all’interno del paese e nel mondo.

Il partito, che ha registrato una crescita significativa negli ultimi tempi in virtù della coerenza del suo orientamento ideologico, deve però affrontare le sfide legate alla frammentazione politica del Congresso dei sindacati sudafricani (COSATU) e la crisi economica in atto di portata internazionale.

Nella relazione del Segretario generale viene detto che “Non è un segreto che stiamo affrontando un periodo molto impegnativo della nostra Rivoluzione democratica nazionale, con rischi e minacce, ma anche con opportunità e responsabilità importanti. Non è certo un segreto che all’interno della nostra Alleanza a guida ANC, sempre più compagni si rivolgono al SACP per entrare in contatto con la nostra analisi collettiva della congiuntura globale, regionale e nazionale e per fissare una linea programmatica di azione. Non è neppure un segreto che fra le diversi componenti che costituiscono tale Alleanza, il SACP sia il più stabile e il più coerente ideologicamente. La rapida crescita dei nostri iscritti, senza precedenti nella storia del partito, ora si attesta a 240.000 membri circa. Non a caso, crescono i lamenti sui media di destra circa la crescente influenza del SACP sul governo e all’interno della nostra Alleanza”.

Trasformazione della Rivoluzione democratica nazionale nella fase attuale

Tuttavia, il partito riconosce che dall’affermazione del potere della maggioranza in Sud Africa, la traiettoria ideologica del sistema capitalista mondiale è stata dominante. La relazione del Segretario generale ha passato in rassegna i concetti di “fine della storia” che furono introdotti da intellettuali filo-capitalisti e dalle grandi corporation dei media dopo il crollo dei sistemi socialisti dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica.

L’affermazione che non esistono alternative divenne una frase tipica utilizzata durante i primi anni dell’ascesa dell’ANC al potere politico. Il SACP ha sempre ribadito che esiste un’alternativa al capitalismo, ed è il socialismo.

Nella relazione il partito chiede una nuova fase radicale della Rivoluzione democratica nazionale. Riconoscendo che questo punto di vista viene etichettato come “utopico” dai sostenitori della globalizzazione, ovvero l’imperialismo nel suo contesto moderno, la relazione del Segretario generale auspica una rottura totale del Sudafrica con il sistema capitalistico mondiale.

L’analisi del SACP sottolinea come “In questa relazione politica abbiamo sostenuto che le mutevoli realtà globali, regionali e nazionali sottolineano la correttezza di un percorso strategico di lotta antimperialista e anti-monopolista, ancorato alla strategia della Rivoluzione democratica nazionale in atto. Quest’ultima, tuttavia, deve essere “radicale” nel senso che deve trasformare radicalmente le caratteristiche sistemiche della nostra economia politica che riproducono di continuo il nostro posizionamento semi-coloniale all’interno del sistema imperialista mondiale. E questo richiede la costruzione di uno Stato e di un potere popolare per distaccare sempre più le sorti del nostro Paese e dei suoi popoli da un sistema imperialista che sta trascinando tutti noi nella barbarie e verso una irreversibile distruzione planetaria”.

Questo, secondo il Segretario generale, può essere fatto con l’unità della classe operaia. Nel sottolineare l’unità d’azione, il partito si rende conto che gli attuali problemi relativi alle correnti e fazioni che hanno diviso il COSATU sono un grosso ostacolo sulla strada dell’avanzamento della lotta anticapitalista e antimperialista, verso la rivoluzione e ricostruzione socialista.

Egli afferma che “La frammentazione della classe operaia è dovuta, tra le altre cose, al “labour brokering” [forma di esternalizzazione grazie alla quale le aziende che domandano lavoro occasionale assumono intermediatori di mano d’opera, i quali a loro volta assumono i lavoratori, ndt], alla precarietà, all’outsourcing e al taglio dei costi che hanno modellato il paesaggio e le dinamiche sociali dei nostri comuni urbani e villaggi contadini. L’aumento della disoccupazione e la crescita degli emarginati dall’economia dominante, forniscono il nesso cruciale tra la ristrutturazione dei luoghi di lavoro e della classe operaia con l’economia politica dei comuni africani e dei villaggi rurali. Le donne, non da ultime a causa del ruolo di riproduzione sociale fondamentale che svolgono all’interno di queste località, costituiscono una parte importante del dinamismo delle città e villaggi. L’offensiva diretta contro la classe operaia organizzata in generale, e il COSATU in particolare, ha indebolito non solo la forza del movimento sindacale, ma contribuirà anche all’allentamento del già debole legame tra le lotte sul posto di lavoro e quelle delle comunità”.

Anche il COSATU tiene un suo congresso speciale

I problemi interni alla grande federazione sindacale sudafricana sono discussi in uno speciale congresso nazionale convocato per il 13 luglio. L’espulsione del Sindacato nazionale dei lavoratori metalmeccanici (NUMSA) insieme con l’ex Segretario generale Zwelinzima Vavi ha creato tensioni all’interno del COSATU.

NUMSA è il più grande affiliato all’interno di COSATU ad aver rotto con molti della direzione nazionale per l’alleanza con l’ANC e il fallimento di una campagna per il partito al governo nelle elezioni nazionali del 2014. Vavi è stato sospeso e poi reintegrato nel 2014. Quindi, nel 2015, è stato espulso dal Comitato esecutivo centrale della federazione.

Sia NUMSA che Vavi sostengono che le loro espulsioni siano in contrasto con la costituzione della federazione. All’odierno congresso nazionale speciale del COSATU, la dirigenza ha affermato che non ci saranno ricorsi presentati a nome di NUMSA e Vavi.

Un nuovo Sindacato dei metalmeccanici liberati (LIMUSA) è stato creato diversi mesi fa e accettato al congresso nazionale speciale. Inoltre secondo il vicepresidente Zingosa Logi è stato anche accreditato per partecipare all’incontro.

Tuttavia, i membri di COSATU espulsi hanno avvertito che la mancata risposta alle loro preoccupazioni potrebbe distruggere la federazione. Vavi ha riferito a Eyewitness News che la federazione corre il rischio di una irreparabile distruzione e che non sarebbe stato facile raggiungere l’unità. L’ex Segretario generale continua a dirsi costernato per la situazione in cui versa la federazione.

Vavi ha osservato che “Non vi è alcuna scorciatoia per l’unità a meno che non si abbia un’agenda per dividere la federazione. Non si possono licenziare i lavoratori ordinari dalla federazione e poi dire di essere ancora interessati all’unità” (Eyewitness News, 13 luglio).

Gli attuali dirigenti del COSATU respingono la posizione di Vavi affermando che la fonte dei problemi sta in quei sindacati e leader che sono stati espulsi. Nel frattempo, il primo vice presidente del COSATU, Tyotyo James, ha lanciato un appello alle fazioni divise per mantenere la calma durante il dibattito.

“A coloro che hanno detto che oggi noi stiamo scavando la tomba del COSATU, dobbiamo rispondere che ‘non è così’. Se si può dissentire su qualsiasi questione, occorre farlo con rispetto”. (Eyewitness News, 13 luglio)

Gli sforzi del SACP insieme con l’ANC per rimediare al danno arrecato a COSATU, elemento chiave all’interno dell’Alleanza tripartita, si rivelerà fondamentale in tutti gli sforzi per rinnovare la Rivoluzione democratica nazionale. A meno che non salga alla ribalta un movimento sindacale politicamente unito, sarà impossibile combattere efficacemente il capitale finanziario internazionale e la sua presa sul popolo sudafricano.

Perché il mondo sta ignorando la rivoluzione dei Curdi in Siria? da: rifondazione comunista

di David Graeber

Nel 1937, mio padre si arruolò volontario per combattere nelle Brigate Internazionali in difesa della Repubblica Spagnola. Quello che sarebbe stato un colpo di Stato fascista era stato temporaneamente fermato da un sollevamento dei lavoratori, condotto da anarchici e socialisti, e nella maggior parte della Spagna ne seguì una genuina rivoluzione sociale, portando intere città sotto il controllo di sistemi di democrazia diretta, le fabbriche sotto la gestione operaia e le donne ad assumere sempre più potere.

I rivoluzionari spagnoli speravano di creare la visione di una società libera cui il mondo intero avrebbe potuto ispirarsi. Invece, i poteri mondiali dichiararono una politica di “non intervento” e mantennero un rigoroso embargo nei confronti della repubblica, persino dopo che Hitler e Mussolini, apparenti sostenitori di tale politica di “non intervento”, iniziarono a fare affluire truppe e armi per rinforzare la fazione fascista. Il risultato fu quello di anni di guerra civile terminati con la soppressione della rivoluzione e quello che fu uno dei più sanguinosi massacri del secolo.

Non avrei mai pensato di vedere, nel corso della mia vita, la stessa cosa accadere nuovamente. Ovviamente, nessun evento storico accade realmente due volte. Ci sono infinite differenze fra quello che accadde in Spagna nel 1936 e quello che sta accadendo ora in Rojava, le tre province a larga maggioranza curda nel nord della Siria. Ma alcune delle somiglianze sono così stringenti, e così preoccupanti, che credo sia un dovere morale per me, in quanto cresciuto in una famiglia le cui idee politiche furono in molti modi definite dalla Rivoluzione spagnola, dire:  non possiamo fare sì che tutto ciò finisca ancora una volta allo stesso modo.

La regione autonoma del Rojava, così come esiste oggi, è uno dei pochi raggi di luce – un raggio di luce molto luminoso, a dire il vero – a emergere dalla tragedia della Rivoluzione siriana. Dopo aver scacciato gli agenti del regime di Assad nel 2011, e nonostante l’ostilità di quasi tutti i suoi vicini, il Rojava non solo ha mantenuto la sua indipendenza, ma si è configurato come un considerevole esperimento democratico. Sono state create assemblee popolari che costituiscono il supremo organo decisionale, consigli che rispettano un attento equilibrio etnico (in ogni municipalità, per esempio, le tre cariche più importanti devono essere ricoperte da un curdo, un arabo e un assiro o armeno cristiano, e almeno uno dei tre deve essere una donna), ci sono consigli delle donne e dei giovani, e, in un richiamo degno di nota alle Mujeres Libres (Donne Libere) della Spagna, un’armata composta esclusivamente da donne, la milizia “YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”, la cui stella nel nome si riferisce all’antica dea mesopotamica Ishtar), che ha condotto una larga parte delle operazioni di combattimento contro le forze dello Stato Islamico.

Come può qualcosa come tutto questo accadere ed essere tuttavia perlopiù ignorato dalla comunità internazionale, persino, almeno in gran parte, dalla sinistra internazionale? Principalmente, sembra, perché il partito rivoluzionario del Rojava, il PYD, lavora in alleanza con il turco Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), un movimento combattente marxista impegnato sin dagli anni Settanta in una lunga guerra contro lo Stato turco. La Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europea lo classificano ufficialmente come “organizzazione terroristica”. Nel frattempo, l’opinione di sinistra lo descrive spesso come Stalinista.

Ma, in realtà, il PKK non assomiglia neppure lontanamente al vecchio, organizzato verticalmente, partito Leninista che era una volta. La sua evoluzione interna, e la conversione intellettuale del suo fondatore, Abdullah Ocalan, detenuto in un’isola-prigione turca dal 1999, lo hanno condotto a cambiare radicalmente i propri scopi e le proprie tattiche.

Il PKK ha dichiarato che esso non cerca nemmeno più di creare uno Stato curdo. Invece, ispirato in parte dalla visione dell’ecologista sociale e anarchico Murray Bookchin,  ha adottato una visione di “municipalismo libertario”, invitando i curdi a formare libere comunità basate sull’autogoverno, basate sui principi della democrazia diretta, che si federeranno tra loro aldilà dei confini nazionali – che si spera che col tempo diventino sempre più privi di significato. In questo modo, suggeriscono i curdi, la loro lotta potrebbe diventare un modello per un movimento globale verso una radicale e genuina democrazia, un’economia cooperativa e la graduale dissoluzione dello stato-nazione burocratico.

A partire dal 2005 il PKK, ispirato dalla strategia dei ribelli zapatisti in Chiapas, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nei confronti dello Stato turco e ha iniziato a concentrare i propri sforzi nello sviluppo di strutture democratiche nei territori di cui già ha il controllo. Alcuni si sono chiesti quanto realmente sinceri siano questi sforzi. Ovviamente, elementi autoritari rimangono. Ma quello che è successo in Rojava, dove la Rivoluzione siriana ha dato ai curdi radicali la possibilità di condurre tali esperimenti su territori ampi e confinanti fra loro, suggerisce che tutto ciò è tutt’altro che un’operazione di facciata. Sono stati formati consigli, assemblee e milizie popolari, le proprietà del regime sono state trasformate in cooperative condotte dai lavoratori – e tutto nonostante i continui attacchi dalle forze fasciste dell’ISIS. Il risultato combacia perfettamente con ogni definizione possibile di “rivoluzione sociale”. Nel Medio Oriente, almeno, tali sforzi sono stati notati: particolarmente dopo che il PKK e le forze del Rojava intervennero per combattere efficacemente e con successo nei territori dell’ISIS in Iraq per salvare migliaia di rifugiati Yezidi intrappolati sul Monte Sinjar dopo che le locali milizie peshmerga avevano abbandonato il campo di battaglia. Queste azioni sono state ampiamente celebrate nella regione, ma, significativamente, non fecero affatto notizia sulla stampa europea o nord-americana.

Ora, l’ISIS è tornato, con una gran quantità di carri armati americani e di artiglieria pesante sottratti alle forze irachene, per vendicarsi contro molte di quelle stesse milizie rivoluzionarie a Kobané, dichiarando la loro intenzione di massacrare e ridurre in schiavitù – si, letteralmente ridurre in schiavitù – l’intera popolazione civile. Nel frattempo, l’armata turca staziona sui confini, impedendo che rinforzi e munizioni raggiungano i difensori, e gli aeroplani americani ronzano sopra la testa compiendo occasionali, simbolici bombardamenti dall’effetto di una puntura di spillo, giusto per poter dire che non è vero che non fanno niente contro un gruppo in guerra con i difensori di uno dei più grandi esperimenti democratici mondiali.

Se oggi c’è un analogo dei Falangisti assassini e superficialmente devoti di Franco, chi potrebbe essere se non l’ISIS? Se c’è un analogo delle Mujeres Libres di Spagna, chi potrebbero essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobané? Davvero il mondo – e questa volta, cosa più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale, si sta rendendo complice del lasciare che la storia ripeta se stessa?

articolo originale: The Guardian

traduzione di Federico Vernarelli, GC Pescara

fonte: Sandwiches di realtà, il blog di Maurizio Acerb